Vendredi 18 mai 2012 5 18 /05 /Mai /2012 10:04

 

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Ascolta l’intervista con Oreste Scalzone

 

 

Abbiamo raggiunto nella sua casa di Parigi Oreste Scalzone per commentare con lui il testo della rivendicazione della F.A.I. in relazione all’attentato di Genova all’ a.d. di Ansaldo Nucleare Adinolfi. E’ sempre penoso rilevare, in queste occasioni, la trita retorica politica e massmediatica volta a vendere una ricostruzione degli anni della lotta armata come un’epoca di terrore generalizzato e diffuso, quando invece è pacifico che se in quegli anni l’aria era irrespirabile per qualcuno lo era certo per le classi dirigenti e l’apparato tecnico-intellettuale e massmediatico che le sosteneva. Tanto che gli accorati appelli dei magistrati (provenienza PCI, Caselli in testa) alla delazione nei confronti di chi flirtava con il lottarmatismo in fabbrica caddero quasi sempre nel vuoto. Altrettanto penoso è rilevare lo spazio abnorme che i media riservano a episodi simili, con opinionisti bulimici impegnati a spiegarci questo e quello, quando la violenza sistemica, la violenza del potere e dello stato, mietono quotidianamente migliaia di vittime. Ma si sa, e Oreste ce lo ricorda, “un morto è una tragedia, milioni di morti solo una statistica”. Il riferimento ideologico degli estensori affonda, nell’analisi di Scalzone, in quella tradizione anarchica che rifiuta e rifugge le lotte sociali (la lotta di classe tout court) come una dinamica interna al dominio del capitale che in qualche misura lo rafforza avendo la socialdemocrazia per orizzonte. Allo stesso tempo, l’azione e la rivendicazione che sicuramente sono parte di un percorso di rivolta contro l’economico, il tecnoscientifico, lo statuale e il societale, restano invischiate in un processo di mimesi verso un aspetto ben più antico antico del capitale stesso: la dialettica colpa-innocenza. Dialettica che ammorba la storia umana da millenni e che parla il linguaggio del dominio.


Il secondo aspetto di critica riguarda il passaggio della rivendicazione: “non consideriamo un referente i cittadini indignati per qualche malfunzionamento di un sistema di cui vogliono continuare a essere parte”. Qui Oreste sottolinea il fatto che nelle nostre società siamo ormai ben oltre il “discorso” di La Boétie e la servitù volontaria è diventata una sorta di compenetrazione, una consustanzialità tra uomo e capitale, uomo e dominio, che non lascia spazio a critiche e accuse che rimuovono e negano l’ambivalenza in cui, volenti o nolenti, tutti sguazziamo.
Il terzo aspetto di critica riguarda la scelta della vittima simbolica che col suo sacrificio nasconde il meccanismo ben più ampio e meno afferrabile di cui è parte (il consiglio di amministrazione, il capitale stesso). La vittima non è che un ennesimo capro espiatorio che funge da mito fondativo e identitario del gruppo (in questo caso la cellula che ha sparato).

 

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Mardi 27 mars 2012 2 27 /03 /Mars /2012 23:18

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Mercredi 15 février 2012 3 15 /02 /Fév /2012 20:12

Dopo una vera/falsa partenza, riprendiamo la sequenza delle puntate della lettera «Considerazioni (inattuali ?) sui fatti del quindici [ottobre 2011, a Roma], e a partire da essi ».

Avevamo detto, che “un programma è fatto per essere cambiato”, figurarsi un'agenda, uno scadenzario : essi servono, almeno per noi, nelle condizioni date – nell'inadeguatezza forzosa e nell' evidente povertà dei mezzi, nell' indigenza crescente di risorse e innanzitutto di tempo, tempo che manca crudelmente, che « fugit » in ogni senso, sfugge –, come “traccia direttrice”, in filigrana, per 'render l'idea', dare una determinazione 'di massima', situare, imporci un punto finale di un altrimenti incessante lavorìo, “ruminazione” e secrezione di un 'bolo', filatura e tessitura discorsiva, in situ...

E via, ricominciamo : le puntate restano 21, almeno per ora : “sdoppiate” in scritturazione “centrale”, e scolii, glosse, ex-cursivi, e chissà cos'altro ci apparirà formula, espediente comunicativo per un tentativo, almeno, di spiegarsi, mai “una volta per tutte” e in modo compiuto, ma quantomeno un po' e per un po', quanto possa sembrarci bastare, in modo per qualche passaggio e respirazione sempre provvisoriamente definitivo, per poter pensare di 'passar oltre', possibilmente e necessariamente, “de force, avec d'autres”.

Accanto, come in una rubrica 'a latere' « ...e frattanto », correranno degli interventi, incursivi verso altrove, che in qualche modo sono anche tracimazioni, esondazioni dal 'corso' e dal 'campo' : chi volesse, potrebbe trovarli nel « BlackBlog, rivista di critica del tempo a cura di Oreste Scalzone & Complici » ; in “post” sulla vetrina di Facebook ; e anche 'a latere', appunto, di questa lettera, nel suo 'luogo' specifico che sarà l'opificio ancorato a Terni <http://persistenze.blogspot.com> ; nonché in siti, blogs, strumenti di comunicazione sociale sodali e disponibili a linkare.

(Per altro, da parte strettamente sua, il sottoscritto OS segnala che comunque non ha lasciato cadere “nel dimenticatoio” un'intrapresa” lettera intermittente intempestiva d'auguri per un anno bisestile”. Non che “io sottoscritto” pensi che altri ne sentano la mancanza, il bisogno : sono io che lo sento, e questo 'movente' potrebbe anche bastare...).

Questa puntata ha finito per diventare – tra testo che corre e scolio – di una lunghezza un po' “mostruosa”. Osiamo sperare che questo non scoraggi o, indispettendo e anche preoccupando per il seguito, costituisca una controindicazione controproducente, e faccia schermo ; si doveva infatti

(o comunque, il locutore all'origine della traduzione scritturata non poteva inibirselo, avendo la sensazione che, altrimenti, si sarebbe trattato di un “falso movimento” ) provare a dar conto, subito, rendendone almeno l'idea, di un annodamento cruciale attorno ad un punto dolente, che è al tempo stesso un qualcosa che sembra oscurare l'orizzonte : quell'aspetto della critica dell'esistente, e in essa dei modi comuni di pensarlo, rapportarvisi, muoversi in esso, che è costituito dall'arrovesciamento ideologico di concetti, teoria, pratiche viventi, la loro contraffazione mortiferante, tessuta di “stupri semantici” e già terminologici e onomastici, che traducono, e al contempo proseguono, accelerano intensificano, una inesorabile autocontraddizione. L'urlo troppo a lungo trattenuto e sommesso “not in my name!” non è soprassalto, purismo “identitario”, ma lacerante convinzione amaramente centellinata giorno dopo giorno, di un esito paradossale e terribile di tanto accanito lavorìo... A rischio che inizialmente risulti ancora oscuro, occorreva “dichiararlo” in questo ennesimo reinizio, come “chiave di comprensione” in filigrana, in una congiuntura in cui è assai probabile che non ci sarà, per un pezzo, un'altra chance.

Ecco tutto, il minimo. Con l'ardire di una “preghiera di leggere”, e possibilmente reagire, un saluto

 

PERSISTENZE
Giornale immaginario, esce il 29 febbraio
Almanacco bisestile per la critica e clinica dell'al-di-qua

Oreste Scalzone
con
Alessandro Scalondro

TRACCIANTI
Considerazioni inattuali sui fatti del quindici ottobre
Lettera a puntate estemporanee in venti quinterni

* * *

Sommario

1. Fuoricampo – 2. Bisogna cercare nuove armi – 3. Totalitarismo e ipermodernità – 4. All Cops Are Bastards – 5. Più umano dell’umano – 6. «S’i’ fosse foco, arderei lo monno» – 7. Pornofonia e antipolitica – 8. Todos caballeros – 9. Il desiderio mimetico della compagneria – 10. La doppia morale di Giorgio Napolitano – 11. La fabbrica di Nichi e i laboratori del microfascismo – 12. Il monopolio legale della violenza – 13. Indignarsi non basta – 14. Dall’indignazione alla delazione? – 15. La violenza dei “non violenti” – 16. I giustizieri della Repubblica – 17. «La violenza non è né buona né cattiva, la violenza è» – 18. Rivolta e rivoluzione – 19. Uno solo o molti cavalli pazzi? 20. Per non finire

* * *

2. Bisogna cercare nuove armi

Arriva alla gola il rigurgito di un crescendo di stupore, di furia e sgomento per le innumerevoli batracomiomachie che si levano anche dal “nostro campo”, quello della “nostra gente”, quello di cui – per storia, divenire, fraternità, complicità, «affetti primari» e «comunità di destino» – facciamo anche noi volenti o nolenti parte, quale che possa essere il nostro particulare giudizio di fatto e/o di valore sulle sue attuali derive e i suoi approdi. (Anzi, sicuramente volenti, ancorché lacerati e trattenuti, per così dire, in sospeso tra «affects» e «raison», «fraternité» e «terreur», empatismi e non-affinità, doppi vincoli e distanze critiche al limite dell’estraneità ostile).
Non abbiamo difficoltà alcuna, ancor più se ciò può essere in qualche modo utile ad evitare che il nostro filo del discorso possa cominciare ad essere frainteso e/o distorto prima ancora quasi di iniziare a dipanarsi, a rinunciare all’utilizzo di «categorie del politico» di difficile e controversa applicazione soggettiva e oggettiva quali «movimento», «compagneria» o affini. Qualora lo si reputasse maggiormente pertinente, saremmo inclini anzi a parlare sin da subito di «piazza», nel senso proprio di arengo, di sfera pubblica autonoma e/o statuale, o di luogo di elezione degli uomini e delle donne più o meno “contro”. Almeno sotto questo profilo, essa dovrebbe essere incontestabilmente per tutti e per ciascuno un “fatto” e non un’“interpretazione”, ancorché non si fosse mai stati, non si sia né, tantomeno, si dovesse mai essere tra coloro che continuano a riproporsi ossessivamente di confluirci tutti assieme, sia pure ciascuno con i propri rispettivi retropensieri e intenti di scontro.
Il nostro discorso vale per quelle componenti più o meno consapevolmente subalterne ai disegni egemonici della «sinistra di Stato», lanciate a spron battuto all’inseguimento dell’ultimo idola tribus che gli dovrebbe spalancare ipso facto – anche se non si capisce poi bene il perché – le porte del Parlamento (che poi, al limite, una cosa sarebbe l’“uso movimentista del Parlamento” e altra cosa ancora l’“uso parlamentare del movimento”). Ma vale anche, e soprattutto, per quella che, almeno per noialtri, è ancora la «meglio gioventù», ancorché sia divenuta anch’essa – non foss’altro che per il carattere sostanzialmente «mimetico», «contro-imitativo» o, per meglio dire, di “calco arrovesciato” del suo stesso desiderio di «cambiare il mondo» e «la vita» – facile preda di modi di razionalità e di relazione della stessa natura strutturale e funzionale di quelli del nostro «nemico» comune. Quasi che il suo essersi, a suo tempo, “voltata indietro a guardare” l’amaro destino spettato ai primi avesse fatto diventare anch’essa una statua di sale, come la moglie di Lot, o come se anche Perseo fosse rimasto pietrificato dallo sguardo diretto della Gorgone.
Vale, dunque, per i «riformisti del capitale» tanto quanto per quelli «operai», per la «sinistra della borghesia» tanto quanto per la «destra del proletariato», vale per gli uni tanto quanto per gli altri – così si sarebbe detto, in modo forse eccessivamente tranciante ma, ciò nondimeno, senza alcun tatticismo che rischia sempre di risultare sospetto, «al tempo di nostra vita mortale», quello dell’«assalto al cielo».
Epperò, se ci limitassimo a ripeterci per l’ennesima volta solo e soltanto questo, non riusciremmo forse a dire tutto. O, perlomeno, a dire in modo sufficientemente esplicito – ed è quello che più ci preme – che, se il disagio per questa drammatica scissione fra un sentimento di contiguità, fatto anche di pregresse appartenenze comuni, e una divergenza che va ben oltre la critica e diventa divaricazione anche etica, profonda e forse irreparabile, vale per tanta parte di queste componenti, ben altra è per noi la sua insopportabilità allorché essa arriva a dividerci da coloro con i quali continuiamo ad avvertire il persistere di una medesima comunità di intenti.
Alludiamo ai refrattari, agli ammutinati, a quelli che il loro «male di vivere» lo traducono in rivolta, e non già in farsesche trasgressioni, in querimoniali indignazioni e/o in denunce a buon mercato, che si attestano sempre al di sotto del bordo oltre il quale c’è la messa in gioco del proprio corpo. Messa in gioco che, al di là di ogni equivoca etica e/o epica del sacrificio, è sempre un riscontro certo di autenticità, una garanzia del fatto che non si giochi mai fatuamente, pronti a cavarsela con una piroetta leggera o, ancor peggio, de-responsabilizzandosi del tutto rispetto alle conseguenze e ai costi a cui dovessero, per propria causa, andare incontro i propri sodali.
È per questo che, almeno per quanto ci riguarda, il rigurgito sale alle labbra senza più il ritegno che trattiene, l’orrore del malinteso che fa torto o la reticenza legata al timore di dare un dispiacere ai molti “qualcuno” a cui tante cose ci legano. Il tutto accompagnato da un estremo senso di nausea per tutti i sussurri, le chiacchiere e le grida, tanto più subalterne quanto più dominate dal fiele del risentimento, dall’esibizione della propria pubblica moralità o, peggio ancora, da quello stato di indignazione permanente che il più delle volte si risolve ambiguamente in denuncia, che ci siamo ritrovati ad ascoltare anche prima, durante e, soprattutto, dopo la manifestazione di Roma del 15 ottobre scorso.
Quel 15 di ottobre, se non per tutti almeno per noi, ha rappresentato infatti il momento in cui una tragedia a lungo annunciata è arrivata alfine a consumarsi, andando ben oltre quel paradossale malinteso tra «non violenza» e «legalitarismo», tra «etica» e «mercato politico», che ha fatto sì che taluni avessero iniziato da tempo a far mostra di pensare che, poiché bisognava essere necessariamente «non violenti», si dovesse per forza spaccare la testa a chiunque avesse solo pensato di spaccare una vetrina, scadendo nella vertiginosa contradictio in adjecto di dare istituzione ad una «non violenza» normativa, prescrittiva e garantita dalla forza, alla stessa stregua di una seconda forma di legalità all’interno della prima – quella del «Monopolio di Stato».
Il 15 ottobre è stato il momento in cui la dialettica politica tra le diverse componenti del movimento – ancorché già ampiamente inquinata da innumerevoli «passioni tristi», identitarismi su base legittimistico-vittimaria e altrettanti processi autofagici “a somma zero”, anzi a saldo negativo – è arrivata a tramutarsi in vera e propria denuncia massmediatico-giudiziaria, dando luogo a contese memoriali su “aggrediti” ed “aggressori”, rinfacciamenti reciproci di “torti” e “ingiustizie”, nonché a processi, di preferenza a mezzo Internet, su “intenzioni”, “mezzi” e “fini” più o meno occulti degli uni e degli altri.
Il 15 ottobre è stato il momento in cui taluni sono arrivati a superare persino il tabù della delazione en plein air: fatta, vale a dire, nella pubblica piazza, e non certo perché si sentissero ridotti a «nuda vita», sotto il giogo di un dominio incontrollato, nel fondo di una stanza delle torture o in quella che, nella nostra precedente vita, è stata la fabbrica dei rinnegamenti, delle “autocritiche fatte agli altri”, del mercato delle indulgenze, della rotta disordinata in cui per primi si sono calpestati i corpi dei propri vicini, dei “pentimenti” che hanno esportato espiazione, contrizione e si sono tradotti in identificazione funzionale con i propri aguzzini.
Il 15 ottobre è stato il momento in cui si è arrivati (e non già per lo “strappo d’impeto” di una qualche «singolarità qualunque», che pure avrebbe contenuto già in nuce tutto il peggio della storia del dominio dell’uomo sull’uomo, in tutte le sue declinazioni possibili) alla banalizzazione collettiva di un comportamento che ha sancito il passaggio ad un’«inimicizia assoluta» tra le parti che, nella sua qualità di guerra di annientamento reciproco, ha assunto lo stesso carattere illimitato della «guerra santa» di cui parlava Carl Schmitt ne Il nomos della terra. Un’inimicizia assoluta che ha reso di fatto secondaria la propria stessa inimicizia fondativa nei confronti del cosiddetto «ordine costituito», a cominciare proprio da quel monopolio statale della violenza, della legalità, della sorveglianza e della punizione che, a quanto pare, non si disdegna più di scimmiottare, senza nemmeno accorgersi dell’esserci finiti dentro come, se non peggio, di un «gorilla ammaestrato».
Non ultimo, quel 15 ottobre è stato per noi il momento in cui questa mutazione – sia pure iatrogena, e che ne richiama alla mente ben altre – si è manifestata in modo completamente dispiegato, arrivando al punto di coinvolgere nelle sue spire anche soggetti individuali e collettivi che – tali e tanti sono i grumi di vissuto che ci legano – ci risulta pressoché impossibile non continuare a percepire come a noi contigui.
Difficile credere che tutto ciò sia stato solo un mero effetto spurio, un «effetto non intenzionale delle proprie azioni intenzionali», non meno che un chiaro indice del proprio assoggettamento acritico all’air du temps: a quel mellifluo “cittadinismo democratico” fatto di messa in scena politicantesca della propria affidabilità, di un “buonismo” benpensante, “droits-de-l’hommistico” e/o politically-correct quanto si vuole, ma sempre e comunque con i denti più o meno aguzzi e affilati.
Non indugieremo in alcuna concessione “familistica”, liquidazione “omertosa” o attenuazione della nostra posizione critica, ancorché resistendo pervicacemente ad ogni tentazione ad emettere giudizi retroattivi o a retrodatare storicamente le origini di tale naufragio, scadendo a nostra volta nel più bieco moralismo colpevolista, in un genealogismo che sfocia nel determinismo o, ancor peggio, in una sorta di essenzialismo innatista.
Perseguiamo un solo ed unico obiettivo, ben sapendo di poter essere facilmente fraintesi da più parti, e di dar scandalo in più direzioni, confidando però nel fatto che solo un «colpo schizoanalitico» ben assestato potrebbe forse riuscire a produrre un disvelamento catartico. Quello di cui vorremmo più di ogni altra cosa venire a capo, anche a costo di ritrovarci a scavare alla cieca come una talpa, sono le radici teorico-pratiche di tale vertiginosa «eterogenesi dei fini», provando a decostruirne le economie libidinali e utilitaristiche, le aporie e i malintesi, i vizi e le degenerazioni fondative che ne sono alla base. Sappiamo che questa sorta di Aleph è forse introvabile, ma, se non ci si rassegna mai ad una sua approssimazione sia pure insoddisfacente, anche lo sforzo di cercarlo sarebbe «conatus» vano.
Ci sono momenti nella vita, come quello in cui si aspetta che venga estratto «Capatosta» – il numero ritardatario per antonomasia – sulla ruota di Napoli. È una superstizione pensare che non possa prima o poi non uscire, così come pensare che, tanto, non uscirà più. Si dice che rispetto al caso e alla probabilità tutto è estremamente complesso, e che ogni volta si ricominci da capo. Ma può succedere anche che, per i motivi più disparati – la vita che ti taglia i tempi o la goccia che fa traboccare il vaso –, ad un punto di svolta prima o poi si finisca per arrivare lo stesso. Questo può essere catastrofico nel senso classico del termine, o «catastrofico» nel senso delle matematiche di René Thom, cioè un punto di deviazione, o un «clinamen», anche catartico, che ti può permettere finalmente di “vuotare il sacco”.
Non è soltanto un’estrapolazione al limite, iperbolica, parossistica, senza più misura così come senza più misura è, a quanto pare, una situazione di crisi radicale come la nostra. È la prima esigenza che si avverte quando il tempus fugit non fa più problema, perché si comincia a sentire direttamente sulla propria pelle che il tempo sta smettendo di fuggire, che potrebbe essere finito per sempre e che si rischia davvero di non poter ricominciare più come quando tutto si arresta post mortem – come nella «lettera fatale» di Grivel.
Forse tutto ciò sembrerà avere un tono un po’ “testamentario”. Inutile dire che non lo è né, tantomeno, vorremmo che lo fosse. Trattasi tutt’al più di un “arrivederci” prima di un viaggio da cui si sa già che si farà ritorno («Notre vie est un voyage / Dans l'Hiver et dans la Nuit, / Nous cherchons notre passage / Dans le Ciel où rien ne luit»). Ma, anche se così non fosse, non ci sarebbe niente di meno tragico di un testamento: c’è un vecchio detto zen che dice che in fondo si dovrebbe vivere sempre come se non si dovesse morire mai, e come se si potesse morire da un momento all’altro.
La critica contro il risentimento. Il dubbio contro le certezze sicumeriche. La riflessività contro le sentenze di condanna. Il ragionamento anche appassionato contro chi pensa di dover estrarre sempre la pistola per primo e sparare nel mucchio. La ricerca della verità contro la supponente ignoranza di certi resoconti giornalistici che sbagliano volutamente, giacché è certo che non sbagliano mai tra un «mammasantissima» e l’altro perché quelli stanno nel «cielo della politica» e noi no, mentre andare all’ingrosso significa sempre sottolineare che non può che trattarsi che di un “formicaio di merda”: tutto questo, si sa, è perdente, è «pena perduta», e non arriva mai.
Forse, bisognerebbe portarsi definitivamente al di fuori da questa “fiera delle vanità”, popolata soltanto da vociferazioni talmente ineffettuali da risultare sconce. Forse ha ragione chi, come Gaspare De Caro, lo dice da sempre. Cercare di essere, non solo «intempestivi», ma proprio altrove, perché tanto non si arriverebbe mai in tempo lo stesso. Perché – te lo dicono e a volte lo pensi anche – puoi pure arrancare rantolando, tanto ti ritroverai sempre come chi insegue la sua ombra per doppiarla quando il sole gli viene da dietro o come chi, quando il sole per una volta gli sta in faccia, conti di poter sfuggire alla sua ombra che lo insegue.
Forse è proprio così. Però c’è anche una parabola di Kafka che ha per titolo “Er” (“Egli”), citata da Hannah Arendt ne La vita della mente, il cui «personaggio concettuale», sentendosi artigliato dal proprio futuro anteriore e vedendosi venire incontro minacciosamente il suo nuovo avvenire, riesce comunque a trovare una «linea di fuga» saltando verso l’alto. Ma quale sarebbe, viene da chiedersi, questo salto verso l’alto di cui noialtri non siamo ancora capaci, talché il più delle volte ci ritroviamo malinconicamente ad auspicare che, se non noi, almeno la «critica dei topi» possa un giorno riuscire ad avere ragione di tutta questa spessa cortina di neolingue e menzogne.

(continua – anche su: “Persistenze. Almanacco bisestile per la critica e clinica dell’al-di-qua. Giornale immaginario, esce il 29 febbraio”. http://persistenze.blogspot.com/)


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Mercredi 8 février 2012 3 08 /02 /Fév /2012 15:21

Singolari e assieme, ognuno irripetibile, ciascun’e tutti e comuni, “variazioni infinite su tema”, comuni mortali che si sanno tali, siamo “fatti d’altri”, costitutivamente. Così noialtri di <razza umana> viviamo, e andiamo morendo, sapendolo. Il nostro tempo di vita, fatto di tanti altri tempi va come tarlandosi, con buchi come ferite aperte, squarci che non si rimarginano, vuoti che vanno via via riducendo il tessuto vivente.


Oggi è Tommaso che viene a mancarci. Ogni volta come fosse la prima, lo stesso doloroso stupore, il doppio lutto : quello “mettendosi nella sua pelle” di quando era ancora vivo -- gli occhi, il sentimento di sé, la vita che se ne va, il mondo che va oscurandosi ; e quello per e di noi, che siamo privati di pezzi della nostra vita, che ci sentiamo mutilati di qualcosa, e conserviamo il dolore alle parti amputate.

Si può anche non essersi visti per anni (e non è questo il caso), ma si vive sapendo che un altro è là, e quando non c’è più, in qualche modo è tutta la nostra vita che si contrae ancora un po’ e si destabilizza, diventa in ogni caso un residuo di quella di prima, decurtata.

In questi momenti, <il nostro bisogno di consolazione non è dissetabile> : questa frase di Stig Dagermann rende bene una condizione che all’inizio è di stupefazione, stupefazione prima dell’affioramento dei ricordi, del loro montaggio e rimontaggio in sempre diverse figurazioni.

Tommaso, “zio Masino”, “l’avvocato Mancini” -- “l’avvocato mio” nel romanesco carcerario, al secolo il “Prof.Avv. Tommaso Mancini” --, era entrato nella nostra vita

(la mia e quelle di qualch’altro e altra) nel vivo degli anni della lunga onda d’urto sovversiva, dei furori e della persistenza, della cresta e dell’onda : portato da un compagno di Poter’Operaio – scritto così, o per esteso, o ancora, che so, potereoperaio – che era stato suo allievo all’Università, e gli aveva chiesto se sarebbe stato disponibile a difender compagni e compagne, assai “carichi” di accuse, e in attesa del “loro” processo.

Era entrato come un gatto, ed era diventato subito compagno, compagno nella pratica comune di strappare vite ‘altrimenti destinate a cent’anni di solitudine’, ad un destino annunciato di “lunghi pomeriggi che non passano mai”.

Compagno, incondizionatamente e senza limiti d’intensità e d’applicazione d’intelligenza e passione, in una pratica comune di forme di vita e d’azione.

 

Voglio consolarmi un po’ dell’assenza – forzata e frustrante -- alla “cerimonia degli addìi”, che in ultima istanza serve a noi, una volta presa in pieno petto la notizia di quest’altro addìo, di un altro pezzo di vita che realmente se ne va : per questo vorrei inviare un’eco della mia ‘voce di dentro’. Devo chiudere qui, per non arrivare fuoritempo, e per poter far arrivare lì – tra voi che siete insieme al tempietto egizio, per Tommaso e per condividere un addìo che non è omaggio formale, rituale codificato e svuotato – almeno l’eco di una voce, mia propria e in comune con altri.

Devo chiudere ora, non cominciando neanche il viaggio delle memorie “tra lacrime e sorrisi”, rimandandolo ad altrove ed altroquando. E’ come se portassi anche, innanzitutto a Mila, a Chiara, la tristezza profonda di tante e tanti uomini e donne, di cui Tommaso è stato difensore accanito ed efficace, testardamente fedele, fraterno nelle battaglie e nella vita, fratello.

 

2 gennaio 2012, Milano in provenienza da Parigi,

Derisoriamente ‘a mezza strada’, più vicino ma dunque derisoriamente ‘a mezza strada’, più vicino ma  non abbastanza per poter essere in tempo con voi lì.


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Mardi 31 janvier 2012 2 31 /01 /Jan /2012 10:35

 PERSISTENZE

quotidiano immaginario, esce il 29 febbraio

almanacco volante bisestile per la critica e clinica dell'al-di-qua

T_______R_______A_______C_______C_______I_______A_______N_______T_______I

 

Considerazioni inattuali dopo i fatti del quindici ottobre

lettera a puntate quotidiane in ventun quinterni

Antifona un po' “legenda”

Si dice a Napoli che “i semafori sono un consiglio”. Del pari, i programmi sono delle «idee direttrici» (come Foucault diceva dell'abolizione del carcere : non “utopia”,

velleitaria illusione di riforma, oppure obiettivo “palingenetico”, da solo o a corollario di generale palingenesi). Per non finir per essere, i programmi, come una pietra legata ad una caviglia e gettata in avanti, occorre che servano da attrattore di un movimento che li approssima, asintoticamente. Le scadenze, quan'è possibile, non devono essere perentorie, ansiogene, talché nella vertiginosa accelerazione del rush finale ci si costringe ad abborracciare con la doppia “cattiva coscienza”, di finire tardi o, tardi e, male. Per altro, non sono inutili perché fissano un 'virtuale' rispetto al quale concedersi delle dèroghe, 'scarti', tolleranze. Se questa linea virtuale non ci fosse, si potrebbe non conchiudere mai,” nella procrastinazione, nel differimento, indefinitamente : come in quelle ceramiche nelle botteghe che recano scritto «oggi non si fa credito, domani sì» – come dire, “oggi non si fa credito, ma domani...”. E il credito illusorio lo si nega, per cominciare e finire, a sé.

Senza date “orientative”di scadenze, si potrebbe proseguire ricominciare complessificare sempre, con un effetto sempre troppo/mai abbastanza, con una risultante-“somma zero”, un ricadere dall'infinito al niente. Niente e daccapo sintantoché ci sia respiro, e alla fine poi 'niente di niente'... Si capisce così La lettera fatale di Grivel «...Scriverò un giorno, e conchiuderò, una lettera totale, in cui avrò detto “tutto”, ricordato “tutto”, mi sarò finalmente spiegato. Ma ciò non potrà essere che...post mortem» – una sorta di iper-opsìa socializzata, messa a disposizione : fine di ogni debito, e morso di scupolo d'inadempienza, d' inevaso...

 

Le cifre, le date – come nelle ricorrenze – hanno un valore di gioco, di rito, di pietra miliare, di “nodo al fazzoletto”, segno sulla carta ; valore anche simbolico, in qualche piega, apotropaico – segnano, a consuntivo o in previsione che si vorrebbe autorealizzantesi almeno un po', dei passaggi, delle scansioni. I “cento giorni dopo...” è una formula, espediente comunicativo. Cento giorni dal 15 ottobre (nel mondo e a Roma), scadevano il 23. Oggi è il 26 gennaio, data anche di compleanno del sottoscritto (nascita prematura «in articulo mortis», scampo al rischio d'immatura e già cerchio conchiuso tra cosiddetto alfa ed omega), e ovviamente di altri ed altre anche nei nostri successivi rizòmi del momento, di cui a volta abbiamo festeggiato il «genetliaco» – per dirlo a fini d' understatement nell'espressione sussiegosa che ricorda il non-comleanno di Alice (quest'anno, festeggiamo quello di Nicola Pellecchia,

Oreste Scalzone con Alessandro Scalondro compagno).

 

Ecco dunque una data. Comunque, si può sempre dire che, a centotré giorni dai

“fatti”, la data di oggi fa esattamente cento dall'espressione 'a braccio', a voce, urlo e ragionamento, di un primo bilancio nel day after, affidato al megafono di Radi'Onda d'urto. Voilà.

Del 29 febbraio, del vecchio sogno di un quotidiano bisestile, 'punto fermo' quadriennale suscettibile di esser base e attracco di complementi, 'moduli', quinterni & fogli più o meno immaginarî, materiali e immateriali, in una sorta di coralità, fatta di contrappunti, tempi e controtempi, singolarità in inter[re]azione, di libera comunanza.

Mi permetto di aggiungere una nota “strettamente personale” : che il bisogno 'stavolta è più acuto, e non solo per l'effetto di accelerazione, nel 'tempo soggettivo', del sentimento che «tempus fugit...», com'era scritto nei quadranti di antiche meridiane, con quel che ne segue (quantomeno, che appare, come quando un treno si muove nel binario accanto e, nella testa, ça revient au même, fa lo stesso)...

La necessità è più cogente per me, perché dal giorno dopo comincia l'avventura

sconosciuta di un lungo viaggio terapeutico [una triterapia per epatite C vecchia di 32 anni, ricordo di – incolpevole, preciso a scanso di illazioni cospirazioniste che non è

necessario aggiungere, a rischio ridondanza – trasfusione e intervento chirurgico in centro clinico “di massima sicurezza”. Per il solito caso (che in generale dipende dal fatto che, come dice Prigogijn, c'é più casualità che causalità necessaria ; e in più, come gli scontri dal traffico, le coincidenze si moltiplicano nella girandola caleidoscopica di situazioni, incroci, incontri, interrelazioni fitte, che si intensificano e velocizzano incessantemente, come un complessificarsi d'equazione per continua immissione di nuove incognite ed effetti di tracimazione svariati e molteplici e in sinergismo),la cosa avveniva nel mentre che si compiva l'evento della strage di Bologna, il 2 agosto dell' Ottanta del secolo scorso.]

Cominciamo dunque da oggi – come rigorosamente fedeli all'intempestività – a “mandare in onda” le 20 'puntate' di queste Considerazioni : la ventesima, “per non finire” conterrà quello che vorremmo dire oggi – chiudendo “a oggi” –, cominciando dalla fine e poi andando a ritroso, come nei curriculum vitæ : ma questo sarebbe, questa volta, irreparabile. Onde evitare malintesi o ombe di dubbio di melodramma, preciso : non definitivamente (almeno per ora, conviene sempre aggiungere), ma bensì pro tempore.

Solo che si diceva un tempo, che ci sono giorni che possono “valere anni” : sia nel senso dei “lunghi pomeriggi che non passano mai...”, del carcere, della naja o d'altri esilî, interni, esterni, 'sul posto', sia nelle accelerazioni, intensificazione di piani di consistenza, nell'immanenza... Se fosse davvero un non poter non essere “fuori gioco”, un anno sarà lungo... (beninteso, non “oggettivamente”, per 'fatti&cose', gli altri, “il mondo”..., ma per come soggettivamente, in modo inevitabilmente ego-centrato, lo si sente).

 

In questo senso, forse solo (ma non foss'altro che per questo...) consolazione, diciamo, nel senso di Stig Dagermann, l'unico vero sollievo – che anche segreto retropensiero e speranza – è che questo dispositivo dicorsivo-pratico venga ripreso, a cominciare da una 'band' a più voci, sufficientemente anche complice e affine oltreché cementata da affetti, senso di comunanza “di massima” e “di destini”. Basterebbe – in assenza di mezzi “cartacei” – un nuovo sito, blog o altro, come un tempo un megafono e una cassetta da frutta da Wobblyes, una radio, un foglio, un volantino, un giornale, rivista, fanzine, manifesto murale ... forme di “ipertestualità disseminata, diffusa.

Intanto, tracciando un “cerchio di gesso” immaginario, come un blow-up su un 'local...issimo', un territorio esistenziale “intimo-pubblico” da cui si dipartono ulteriori filamenti di rizòma, osiamo sperare che i primi che ci vengono in mente, tra complici di sempre, qualche “antico Maestro”, sodàli, amici, compagni in senso non usurato, inflazionato, dissipato, vogliano funzionare da primo più immediato “coro di controllo”, glosando, proponendo correzioni, arricchendo, mettendo accanto... ; nonché voler assumere 'in solido', in modo diversitariamente comune, il dibattito, la “conricerca” – probabilmente 'via' l'operatore della controversia – che ci auguriamo si metta in moto.

Vorremmo – col loro assenso – indicarne quanto prima i nomi, e associarli al “chiasso” assembleare su cui scommettiamo.

Poscritto : Arriva dal tam-tam telefonico la notizia di una “retata giudiziaria” di 42 arresti «su tutto il territorio nazionale» per i fatti di fine giugno e luglio in Val di Susa, nella lotta contro la TAV. Ulteriormente illuminante! Come “tutti”, ne parleremo anche noi, e soprattutto uniremo il nostro grido, per cominciare. Ancora una 'piega' personale : tra gli arrestati anche Maurizio Ferrari, che considero “in credito” col sistema penale, la società, lo Stato, per aver fatto trentadue anni filati di galera, in gran parte per condanne – assai rivelatrici – per “crimini di parola”, dalle gabbie dei loro Tribunali. Spero Maurizio non si 'offuschi', schivo com'è, se ricordo che – essendo “fuori con l'accuso” da tutti i limiti – aveva l'aria (i mezzi di lotta essendo quelli a disposizione) di rispondere ad una eventuale domanda “Vuoi qualcosa? Ti serve, mi chiedi qualcosa?” come si dice di Diogene dall'entrata della sua botte ad Alessandro Magno : «Che ti sposti un po', perché mi copri il sole». In mancanza, sul momento, di meglio, un po' il Bartheleby di Melville, se si può : «I'ld prefer not to». Certo, non è un obbligo – ma se si può, può concorrere a innescare concatenamenti, che vanno lontano.

26 gennaio 2012, .............................................................................................................................................................................................................................................................. o.s.

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PERSISTENZE

quotidiano immaginario, esce il 29 febbraio

almanacco volante bisestile per la critica e clinica dell'al-di-qua

Oreste Scalzone

con Alessandro Scalondro

T_______R_______A_______C_______C_______I_______A_______N_______T_______I Considerazioni inattuali dopo i fatti del quindici ottobre

lettera a puntate quotidiane in ventun quinterni Sommario

I. Fuoricampo – II. Bisogna cercare nuove armi – III. Totalitarismo e ipermodernità – 1. “All Cops Are Bastards” – 2. Più umano dell’umano – 3. S’i’ fosse foco, ardere’ lo monno – 4. Pornofonia e antipolitica – 5. Todos caballeros – 6. Il desiderio mimetico della compagneria – 7. La doppia morale di Giorgio Napolitano – 8. La fabbrica di Nichi e i laboratori dei microfascismi – 9. Il monopolio legale della violenza – 10. Indignarsi non basta – 11. Dall’indignazione alla delazione? – 12. La violenza dei “non violenti” – 13. I giustizieri della Repubblica – 14. «La violenza non è né buona né cattiva, la violenza è» – 15. Rivolta e rivoluzione – 16. Uno solo o molti cavalli pazzi? – 17. In extremis – 18. Per non finire

***

I. Fuoricampo

Ogni volta un “fiume di parole” che deborda da tutte le parti, mentre sulla pagina già madida di segni continuano ad affluirne altre. Si infiltrano, straripano e ne sommergono altrettante. Non arrivano mai a farsi “filo del discorso” che possa in qualche modo intessersi, foss’anche solo come una tela di Penelope che si disfi la notte. Lo stesso ci è accaduto nel corso di questi ultimi “cento giorni di solitudine” che ci separano dal quindici ottobre scorso. «Video meliora proboque, deteriora sequor», diceva il poeta. Così è stato anche delle nostre parole di allora che continuavano, come loro solito, a scontrarsi innanzitutto con sé stesse, a giustapporsi e ad elidersi a vicenda, come afferrate dall’oscuro presagio di poter divenire esse stesse preda dei medesimi «meccanismi sociali di controllo e di esclusione» di cui parlava Foucault ne L’ordine del discorso. Tra la difficile metabolizzazione dei «ritornelli» identitari “du côté de chez nous”; la morte annunciata di «Little Italy»; il delirio riterritorializzante dell’Europa della «moneta unica»; gli echi e i bagliori dei fuochi delle altre sponde del Mediterraneo, e quant’altro ancora, la decisione di mettere il punto finale a queste “considerazioni inattuali” ci è sembrata diventare, giorno dopo giorno, un atto sempre più arbitrario a cui è stato difficile risolversi. Abbiamo proceduto come si suol dire “a singhiozzo”, ma non senza renderci anche noi ben presto conto del fatto che era pur sempre la stessa identica domanda quella che, ogni giorno sempre più del precedente e sempre

meno del successivo, si riproponeva immutata. «Più cambia, più resta lo stesso?» – laddove, poiché il nostro stato è il moto, “lo stesso” ci è sembrato essere sin da subito “il peggio”.

Seppur virtualmente rivolto a tutti e a chicchessia, a «uno, nessuno e centomila», il testo che segue è di fatto indirizzato soprattutto alla «nostra compagnia clandestina», insieme alla quale, come per una sorta di attrazione fatale («Compañero de l'alma, compañero...»), ci ritroviamo a calcare sempre gli stessi acciottolati, le stesse strade e gli stessi marciapiedi del «sogno di una cosa». Un libro, come dice Sloterdijk, è sempre «una lunga lettera agli amici», una «lettera totale» in cui poter dire tutto e riuscirsi finalmente a spiegare. Lo stesso vorremmo si potesse dire di questo «commentario», o almeno questa sarebbe la nostra più segreta ambizione.

Ci rivolgiamo, si parva licet, innanzitutto alla “gente nostra”, quella che non può né vuole adattarsi, conformarsi o, men che meno, rassegnarsi alla logica del dominio, alle regole e alle eccezioni, all’ordine e al disordine della “cosmo-macchina” storico-sociale – intreccio vieppiù inestricabile di prima, di seconda e di ulteriori «nature» ancora largamente insondate. Vorremmo poter parlare prima di tutto di “noialtri sovversivi”, ma non già a partire da più o meno implicite genealogie o cartografie immaginarie, bensì assumendo e facendo in prima approssimazione nostre le autocertificazioni di chi si dichiara e vede come tale.

 

Altrove e altroquando si tenterà di tracciare una sorta di “storia e geografia delle idee”, o anche di “critica e clinica delle ideologie”, così come di ritornare su alcuni elementi di analisi di quella che si era un tempo chiamata la «composizione tecnica e politica di classe». Qui e ora, si cercherà piuttosto di tenere un approccio più strettamente “antropologico”, o meglio ancora “antropo- critico”, cercando di introdurre alcuni ulteriori elementi atti a delineare un’“antropologia dei rivoltosi”, cercando di coglierne i caratteri più generali, indicandone gli angoli morti, i coni d’ombra, i paradossi e le contraddizioni che ci appaiono più vertiginosi e disperanti.

Un esercizio di spietata riflessività critica, proposta con fraterno furore a quello che in modo semiserio potremmo definire l’“individuo sovversivo medio”. (Qui inteso, né più e né meno, che come una mera “astrazione indeterminata”, fino al limite incorporeo di una «media statistica» che non richieda di dover ulteriormente declinare, “sessuare” o “gendrizzare”, il proprio discorso). Non c’è più tempo, o almeno così a noi sembra, per lasciarsi ancora una volta irretire dalle solite argomentazioni paralogiche o sofistiche delle obiezioni preventive di sempre, anche qualora esse siano dettate dalla «corrispondenza di amorosi sensi» di chi ci volesse distogliere “per il nostro bene” dal nostro bersaglio polemico, segnalandoci il carattere potenzialmente auto-contraddittorio della nostra posizione critica: quello di poter cadere noi stessi preda della “denuncia della denuncia”, del “risentimento contro il risentimento”, della “passione triste contro la passione triste”.

 

 

Tanto meno ci si lascerà irretire dal ricatto sentimentale (o, peggio ancora, dall’auto-ricatto) della tante volte subita «mozione degli affetti» di chi sembra non volere, o non potere, in alcun modo comprendere la vera ragione per cui l’oggetto della nostra vis critica sia innanzitutto l’arcipelago dei nostri «territori esistenziali». Quello di “noialtri” stricto sensu e quello di “quegl’altri” che – sia pure per tutta una serie di malintesi fuorvianti – sono ancora ritenuti a noi contigui, non foss’altro che per presunte e ormai vetuste omonimie.

Il “quartier generale” che, dall’alto e dalle retrovie, ordina in nome della «Patria!» di andare allo sbaraglio e fa fucilare nella schiena chi non è pronto a saltar fuori dalle trincee per darsi in pasto ai nidi di mitragliatrici. («Madri Patrie», o «Terre dei Padri», in nome delle quali, nella sussunzione utilitaristica a mezzo di mistica delle pulsioni identitarie di tutti e di ciascuno, bene che vada si finisce sempre e soltanto per annullarsi). “Il nemico che marcia alla nostra testa” di cui scriveva Brecht in Al momento di marciare molti non sanno («che alla loro testa marcia il nemico. / La voce che li comanda / è la voce del loro nemico. / E chi parla del nemico / è lui stesso il nemico»). Il “nemico che marcia nella nostra testa”, spacciando illusionismi, pensieri ridotti a ideologie, «neolingue». Allo stesso modo del tenente Ottolenghi/Gian Maria Volonté in Uomini contro (il film di Rosi tratto dal libro di memorie di Emilio Lussu Un anno sull’Altipiano), è innanzitutto contro di essi che bisognerebbe imparare a puntare le «armi della critica». E anche qui, «senza lacrime per le rose».

Vi è in particolare un «ritornello» fra i tanti, ripetuto dai pulpiti più disparati e tra loro confliggenti, ed è quello di chi lamenta, a volte deluso, altre volte sprezzante, altre volte ancora accorato, che tutti si fanno i fatti loro, ognuno i propri; che non c’è più solidarietà, attenzione per l’altro da sé, per le cause e i bisogni comuni; che c’è solo egoismo, individualismo, competitività sfrenata; conformismo, edonismo, frivolezza fatua e volgare. Il paradosso è quanto mai evidente, poiché tutti lo dicono e ciascuno lo dice parlando degli altri.

Anche dopo i fatti del 15 ottobre è andata così. Tutti si sono protestati puntualmente scevri da qualsivoglia seduzione “frontista”, così come da ogni corrività, o anche solo indulgenza, alla coazione a condividere quella «passione del risentimento» che ha subitamente infestato i principali organi di informazione nazionali. Una «passione triste» quanto mai altre che si fa per sua stessa natura diversivo, distorsione e schermo di ogni intelligenza critica e occasione di profferta di sé come “testa di turco” eticamente abbrutita, senza scampo né lume.

Quasi tutti, ognuno, si è dichiarato indenne dalla fosca alchimia di questa logica inquisitoriale di ritorno che ha sempre determinato un sistematico depistaggio dal tutto alla parte, dalla causa all’effetto, dal fenomeno all’epifenomeno, dall’azione alla reclamazione. Ma basterebbe mettersi una buona volta a frugare negli scaffali delle emeroteche, dai giornali degli anni più bui del “dalli all’untore” – quelli del primo grottesco simulacro di tirannicidio orchestrato dal circo massmediatico-giudiziario di “Citizen” Scalfari – fino a quelli di oggi, per rendersi conto che questo essere esenti, indenni, scevri, “distanti e distinti”, critici, estranei e ostili, senza concessioni, è un'autorappresentazione postuma, retrospettiva, retrodatata, magari fortissimamente creduta ma illusionistica e autoillusoria. Fantasmatica. Per la stragran parte dei “soggetti”, nella loro esistenza ed espressione reale – dalla microfisica della vita quotidiana, fin dalle battute da caffé, alle espressioni “pubbliche” – una rigorosa, agguerrita critica del populismo penale non c'è stata : e questo ha contagiato settori, correnti, “aree”, territori esistenziali per i quali è davvero stupefacente questo – quantomeno – lassismo e scivolamento nel “frontismo” più subalterno (sol perché in questo caso “cattivista”? – peraltro a chiacchiere, a denunce, a querimonie, a reclamazioni vociferanti e dipendenti, e dunque condannato a “ingripparsi” al più nella cazzimme [vedi un Dizionario filosofico-etimologico della lingua napoletana] : come se questa in sé fosse garanzia di “antagonismo” e radicalità !).

 

Semplicemene, non foss'altro che per contagio, per dose di conformismo, timore di esser scambiati per altrui, passività, adeguamento timorato a una sorta di intimazione a sacrificare agli idola fori, paura di esser presi per “ambigui, poo chiari”, come ce ne sono stati tanti ; eppoi forse per una sorta di “vanità morale” che fa pensare che l'esibizione di “cattivismo”, ancorché all'occorrenza foriera di diversione, “depistaggio” che appanna, atrofizza e azzera la radicalità nel senso dell'albero che occulta la foresta, mina la capacità d'azione, disciolta da solubili “frontisti”, “popolari” e alla fine servili, alla gamma espressiva, argomentativa, passionale del “giustizierismo”, nei territori delle “Compagnerie” si è finito per esser massicciamente partecipi : se non corrivi, comunque acquiescenti. Come se l'azione penale fosse meno “robba del Padrone”, e la sua mitologia meno alienante, diversivo recuperatore, agente integrazionistico, di... che so, altro oppio delle genti , oltremondani o mondani... Tanto per dire : la neo.lingua “umanistica”, l'illusionismo “cittadinista”, democratico, sindacale, elettoralista, socialista, lavorista, “droit-de- l'Hommiste”, coi vari connessi “ant...ismi”, le promesse paradisiache, gli intruppamenti in mistiche “popolari” ; come se la superstizione del “cospirazionismo” diventasse “critica rivoluzionaria” quando si appunta a cripto-crazie, e non fosse invece come forma mentis una variante della stessa costitutiva dipendenza, autodivorante ogni possibile radicalità!

Quello che purtroppo tanti di “noi” hanno da sempre reclamato dentro, fuori o ai bordi di quello che da sempre si è più o meno impropriamente definito, e che tuttora si autodefinisce, come «il movimento» (coalescenza che si fa arcipelago, «gruppo di isole unite da ciò che le separa», e viceversa; congerie di «territori esistenziali» che, nel mentre pretende di riuscire a ricomporre le «forme di vita» più disparate, scade nella cristallizzazione di coaguli passionali in permanente

competizione mortale tra loro – nel senso della definizione deleuzo-guattariana di “microfascismi”, conati di identitarismo proprietario a vocazione assolutista) si è fin troppo spesso risolto principalmente in un misto di querimonia mendìca e di protervia punizionista. Una messa in scena di quella che almeno dovrebbe restare ob-, fuori-scena, oscena eruttazione, ejezione compulsiva di risentimento a buon mercato, ha finito per essere sistematicamente recuperata in un’immane détournement di ogni critica radicale e connessa azione indipendente, facendo da schermo ad ogni possibile «teoria pratica» e «pratica teorica» comune e liberamente autodeterminata, per poi affondare inesorabilmente nelle sabbie mobili della propaganda autoreferenziale, della denuncia legittimista e colpevolizzante o, peggio ancora, nell’alienazione legalistica e penale.

 

E tutto ciò, ad onta delle intenzioni dichiarate di ciascuno dei suoi attori – nelle èlites di testa ma anche, francamente, con propagaione metastatica che richiama il concetto di servitù, quantomeno in parte, volontaria – come effetto di una scadente “economia” che fa che si sia ossessionati dal perseguimento di un identico scopo: quello di riuscirsi ad immedesimare prima e meglio di ogni altro nel sempiterno ruolo della «vittima innocente» per procura, della «parte lesa» su commissione, sentendosi al tempo stesso «vox populi» e «Vox Dei», esecutori e committenti di una medesima restaurazione normativa in nome dei più diversi «Leviatani etici» a maggior gloria dell’incessante confisca da parte della “vampirizzazione” sistemica, della «potenza di vita» delle moltitudini. Vale a dire, finendo col prendere a pieno titolo parte – per crudele derisione, il più spesso senza averne coscienza, anzi! – alla conservazione di quella inerziale impresa di vampirizzazione sociale che comincia dall’inibizione, a favore del solito assioma gerarchico, di ogni fermento, lievito o embrione della pensabilità stessa di una possibile autodeterminazione singolare e collettiva, di una capacità di comunanza di autonomie singolari, di “autonomia comune”; e che in questa inibizione originaria si risolve incessantemente, rigenerandola senza sosta, facendo della sua stessa precondizione iniziale il suo ineludibile esito finale.

Ciò che ci sembra di vedere ogni giorno di più all’opera anche e soprattutto all’altezza delle nostre latitudini esistenziali, e che ci lavora da dentro come un malsottile (lo confessiamo senza timore alcuno di offrire il destro per una liquidazione in termini meramente psicopatologici di ciò che ossessivamente, essendone ossessionati, tentiamo di segnalare), è il perpetuo rinnovarsi di questo arrovesciamento della teoria critica in ideologia; della radicalità in denuncia, risentimento, propaganda e desiderio di ritorsione. Un arrovesciamento che si estenua in una specularità manichea che fa immancabilmente propri tutti i presupposti impliciti, gli imperativi categorici, la struttura dei problemi e il campionario delle soluzioni dell’esistente dato, scivolando in schieramenti precostituiti, imposti e subiti, accettando di abiurare al pensabile come primo passo del fattibile. Una densa “nuvola di fiele” che è divenuta costume, postura, modo d’esserci e compulsione mimetica, si è ritorta – e come avrebbe potuto essere altrimenti ? – introflettendosi all’interno del nostro stesso campo nelle scale le più varie e disparate.

Forse non c’è assolutamente niente di “nuovo”, sia sul piano descrittivo che su quello interpretativo, in ciò che andiamo dicendo, ma la nostra ossessione non è certo il “nuovismo”, la ricerca spasmodica dell’inedito o della legittimazione originaria dei savants. Non foss’altro però che per la nostra singolare condizione esistenziale che ha la sua ragion d’essere, o se si vuole la sua eziopatogenesi, in una esperienza ruminata fino all’estenuazione di queste che consideriamo come delle vere e proprie sindromi psico-pato[ideo-]logiche che contengono un esito di “radicale autocontraddizione ed eterogenesi dei fini”, avvertiamo la necessità di riuscire quanto meno a farne parola nell’evidenza di un naufragio non più annunciato, ma già in corso.

 

Non si tratta di pretendere di mettere a forza i propri puntini sulle “i”, per il solo piacere, mediocremente révanchista, di volersi vedere riconosciute postumamente le proprie ragioni critiche (né, d’altronde, vi potrebbe essere il ben che minimo interesse a farlo, giacché, come osservava La Rochefoucauld, così come «è difficile farsi perdonare da qualcuno di averlo aiutato», è altrettanto «imperdonabile aver avuto ragione troppo presto» : dunque questa sarebbe, da parte nostra, solo l’ennesima irreparabile ingenuità, che rischierebbe soltanto di rendere ancor più difficile l’unica reazione che ci interessi davvero: il fatto che un discorso come questo nostro (di cui porteremo una assai sintomatica, impressionante casistica) possa in qualche modo circolare ed essere preso in esame, sia pure solo come una “pulce nell’orecchio”.

Non bisogna certo stare lì a chiedersi se la facoltà di «pensare altrimenti», senza alcun tipo di assicurazione o di garanzia, verrà concessa o meno, di grazia, concessa a tutti noi, almeno una tantum, come l’ultima parola dell’imputato prima della sentenza, l’ultima sigaretta prima dell’esecuzione, oppure il «semel in anno licet insanire» di una notte di Carnevale. Se non si è almeno una volta nella vita pronti a prepararsi al peggio, all’esser liberi dall’idea di avere qualcosa da perdere o, ancor più, da guadagnare, se non si è atterriti all'idea della solitudine dei folli, dell'esser bollati come dei “matti da legare”, si rischia solo una mortificante e sterile autocensura. (...)

(continua)


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Appel pour Sonja et Christian

Bonjour à Vous
Nous avons pensé solliciter votre attention et, si vous en tombez d’accord, votre soutien actif, pour une cause qui peut sembler modeste : tenter d’arracher deux personnes, deux Allemands, Sonja Suder et Christian Gauger, un vieux couple heureux, vivant en France depuis 32 ans, à la mécanique implacable d’une procédure d’extradition.

 

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