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7 novembre 2005 1 07 /11 /novembre /2005 00:00

BANLIEUES IN FIAMME

16.04 - 07 Novembre
Undicesima notte di rivolta nelle banlieues parigine: 395 le persone arrestate, il numero maggiore dall'inizio della rivolta.1400 le auto incendiate. Dalla capitale la rivolta si è estesa ad altre città francesi, interessando 274 comuni. Le situazioni più tese a Marsiglia, Saint- Etienne, Tolosa e Lilla. Ascoltiamo l'intervista con Oreste Scalzone da Parigi.

http://www.radiondadurto.org/agenzia/scalzone-rivolta-francia.mp3

 

 

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Published by Oreste Scalzone - dans Autunno 2005
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Riccardo Venturi 08/11/2005 16:12

Quel che segue contiene dei precisi riferimenti all’intervista rilasciata da Oreste Scalzone al “Corriere della Sera” il 7 novembre. Riferimenti, certo, ma non si tratta di una “risposta” a Oreste; piuttosto, altre considerazioni ed altre riflessioni sulla base di importanti elementi in più.

*

E così siamo arrivati al coprifuoco di banlieue. Il coprifuoco contro gli insorti, contro la “racaille”, contro i “voyous”. Ed è sommamente interessante la considerazione semantica di Oreste Scalzone sull’attuale contrapposizione tra i termini “insorti” e “teppaglia”. Specialmente in Francia, “insurgés” ha presso molti ancora un sapore di comunardo, fa ancora venire alla mente la semaine sanglante, fa risuonare nelle orecchie i canti di Pottier e di Clément. Meglio una bella “teppaglia”, una bella “feccia” per i ragazzi delle banlieues. Ed è, va detto, una terminologia che non è certamente esclusiva di Sarkozy. Va ben oltre. E’ una terminologia da maggioranza silenziosa, allo stesso tempo creatrice infaticabile e fruitrice dei più desolanti stereotipi di questo tempo. La stessa dell’ “invasione islamica”, la stessa dei “terroristi”. La stessa che trova nei Sarkozy un’espressione del tutto perfetta, la stessa che sostiene il securitarismo liberticida, la stessa del “law and order” (ma sarebbe forse più opportuno dire, adesso, “law, order and democracy”). I Sarkozy non fanno che riprendere espressioni, denominazioni e connotazioni già da tempo fissate nell’uso.

Espressioni e pratiche. Regolarmente condotte in nome della “legalità”, da Parigi a Bologna. Non so se qualcuno ha seguito gli ultimi sviluppi delle vicende bolognesi, con la locale Lega Nord che ha offerto a Kofferati una “tessera da aspirante leghista”, seguita da un ovvio “quando lo dicevamo noi ci davate di nazisti”… Da questo punto di vista, i leghisti bolognesi hanno ragione. Diamo quindi tranquillamente, ed a ragion veduta, di nazisti a loro, e di nazista a Cofferati (il “sindaco dei cantautori impegnati”, visto che, dopo le passeggiatine elettorali assieme a Francesco Guccini, pochi giorni fa ha incassato anche l’appoggio incondizionato di Lucio Dalla –espresso da quest’ultimo in un’intervista rilasciata alla TV della Svizzera italiana). Le analogie tra Sarkozy e Cofferati si fanno sempre più ampie e sempre più inquietanti, dalle retate di polizia alla repressione di ogni forma di disagio sociale, vista soltanto come uno scomodissimo bubbone da estirpare. E i due incassano percentuali bulgare di approvazione, tramite i consueti sondaggi di regime.

Da questo punto di vista, anche il coprifuoco da poco dichiarato in alcune banlieues francesi è pienamente consequenziale. Il coprifuoco nei ghetti. Il divieto di uscirne e di entrarvi. E non c’è alcun pericolo che alle menti mandate al macero di quest’inizio di “millennio” vengano a mente, che so io, il ghetto di Varsavia od altre cose del genere, sebbene le modalità siano sostanzialmente le stesse. Divieto di tutto. Confinamento in casa a partire da una certa ora. Quartieri presidiati da sbirraglia armata fino ai denti. E i “cittadini” che invocano legge e ordine, che formano ronde, oppure che si preoccupano di “placare gli animi”. Sui tg francesi viene dato grande risalto ai “fratelli maggiori”, ai “padri”, alle “autorità morali” (specialmente religiose), agli “insegnanti”. Il primo ministro Villepin, quello che con una semplice telefonatina ha fatto liberare il pargolo dalle grinfie degli agenti che lo avevano beccato proprio mentre era impegnato in una rissa di strada, ed arrestato mentre si dedicava a fare il “voyou” d’alto bordo, promette “creazione di posti di lavoro”, di “imprese”, di “borse di studio per i meritevoli” nelle banlieues. Ma, intanto, la priorità è quella di “rétablir l’ordre”, di “juger les coupables”. Con la massima rapidità. Poi, ovviamente, potranno anche andarsi a far fottere tutte le stupide promesse del primo ministro. Come è sempre stato, perché le banlieues francesi, non mi stancherò mai di dirlo, sono in fiamme da anni e anni. In fiamme assai concrete, spesso con episodi agghiaccianti (come, ad esempio, la ragazza bruciata viva da alcuni coetanei in un “local poubelle”, il locale condominiale dove sono sistemati i cassonetti per le immondizie).


Interrogarsi. Interrogarsi sempre. Sarebbe questo un modo logico di procedere davanti a questi accadimenti. Interrogarsi per dare delle risposte che sono troppo concrete e troppo radicali per non fare paura. E, infatti, a parte la repressione armata, i coprifuochi e le ronde, sul lato mediatico la cosa si esplica con il tentativo –riuscitissimo- di evitare giustappunto di porseli, certi interrogativi la cui risposta porterebbe solo in una direzione scomoda e destabilizzante. Eppure si tratta di domande assai semplici. Perché delle persone sono costrette a vivere così? Perché, come dice sempre Scalzone, i poveri devono essere deportati in certi luoghi? Perché certi luoghi sono stati creati? Perché dei giovani devono essere ridotti ad ammazzare il tempo come nel cortile della prigione? Perché devono campare umiliati e disprezzati dalla Legge, dallo stato, dal governo, dai “cittadini perbene”? Queste ed altre domande, non certo trascendentali.

Il pericolo paventato da Scalzone, cioè quello ch -in quest’epoca di delirio bellico dall’alto verso il basso e, direi, oramai di sterminio- chi cerca di opporsi cada nella costruzione del “mito” o nell’espressione di un “tifo”che sparge culti ed epopee senza realmente porsi nessuna di quelle domande di cui parlavo prima, è reale. Così come sono reali certe curiose prese di posizione che mi è capitato di leggere qua e là in questi giorni, da parte di alcuni che, da un lato, esultano per le manifestazioni contro Bush in America Latina ed hanno oramai trasformato Maradona da idolo sportivo in idolo politico (un’altra cosa che meriterebbe adeguate riflessioni, che esulano però dagli argomenti qui dibattuti) e, dall’altro, sono preoccupatissimi della “piega degli avvenimenti” in Francia, del “rispetto totale della legalità”, della “fine delle violenze”. Contro la costruzione del mito, contro il “tifo” acritico, è a mio parere necessario opporre un’analisi critica continua degli avvenimenti, giorno dopo giorno. Un’analisi, peraltro, da condursi ben consci del rischio costante di parlare nel vuoto, o di vedersi etichettati come “cattivi maestri” o “cattivi alunni dei cattivi maestri”. Un’analisi che richiede, da parte di chi intende farla, una mente fredda, una razionalità ed una lucidità che, in alcuni casi, esigono di far violenza a se stessi. E me ne sto accorgendo sulla mia stessa pelle. All’inizio degli avvenimenti francesi, la tentazione del “tifo” è stata in me fortissima. Me ne sono fortunatamente accorto in tempo utile per innestare un differente meccanismo, una differente percezione delle cose che vuole e deve essere più profonda.

Si va così a quello che, secondo me, è uno dei noccioli della questione. Il legalitarismo. Quello spicciolo e quello a oltranza. La preoccupazione di agire sempre e comunque nella “legalità” fissata dal sistema. Qualcuno dovrà prima o poi cominciare a dire le cose come stanno, a certi personaggi ed alle persone che essi si tirano dietro. Che non è più possibile “combattere il sistema”, o meglio far finta di combatterlo, accettandone le regole e i dettami. Non solo: essendo anche i primi ad emarginare e condannare chi quelle regole e quei dettami non li accetta. Arrivando in certi casi a denunciarli o a reprimerli. La gara a chi è più “legale”. Il culto di una “non-violenza” che non è più, oramai, un metodo di lotta (che i suoi principali fautori hanno peraltro sempre e comunque affiancato ad altri metodi), ma un assoluto, un dogma, una comodissima categoria dello spirito che permette di tacitare coscienze, paure e tragiche abulie. Chissà cosa sarebbe successo, a Genova, se trecentomila persone si fossero rivoltate contro la polizia che le massacrava, invece di preoccuparsi di “distanziarsi dai violenti”. Qualcuno se lo è mai chiesto? Eppure ci sono dei cosiddetti “compagni” la cui unica argomentazione, e forse l’unica cosa che interessa loro realmente in questi giorni, è la macchinetta che brucia. Perché con la macchinetta il poveraccio, lo schiavo “va al lavoro; e lo schiavo, anzi lo schiavo onesto, deve stare zitto e averci il mezzo per andare ad essere schiavizzato, a dare tutta la propria vita e tutto il proprio tempo in cambio di mezzo soldo bucato. E chi brucia la macchinetta è per forza di cose il massimo della “delinquenzialità”, il povero che impedisce al povero di muoversi, di sostentare la famiglia, di pagare i debiti contratti con il sistema e con il mercato. Deve essere quindi tolto di mezzo. Non è affatto escluso che, alla fin fine, Sarkozy trovi moltissimi seguaci nelle banlieues. Così come, nelle periferie degradate napoletane, si vedono i cortei di gente esasperata invocare la “maggiore presenza dello stato”. La questione sarebbe invece opposta. Sarebbe come liberarsene definitivamente, dello stato e della sua presenza, nelle periferie e dovunque. Chi scrive sui muri “Nique la police”, vi scrive anche “nique l’état”; ed è ozioso chiedersi se lo faccia “consciamente” o “inconsciamente”. Chi si scandalizza per l’asilo o per la scuola bruciata (con l’ovvia non menzione di che cos’altro sia stato dato alle fiamme in questi giorni, compresi diversi commissariati di polizia), si è già totalmente scordato degli alberghi fatiscenti bruciati, delle sue cinquantadue vittime, della risposta di Sarkozy. Come se non fosse accaduto niente. Come se ci fosse il fuoco di serie A della Clio o della 306, e quello di serie B della carne umana. All’aprifuoco si risponde con il coprifuoco; ma, a coprirlo, il fuoco divampa ancora più violento.

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