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15 septembre 2007 6 15 /09 /septembre /2007 19:52
Le vendredi 14, la Chambre de l'Instruction de la Cour d'Appel de
Versailles a réfusé la demande de mise en liberté de Marina Petrella et
fixé au 19 octobre prochain l'audience pour le débat sur le fond du
dossier.

Nous craignons une procédure rapide. C'est pourquoi nous essayons de
multiplier nos initiatives, et vous remercions de tout engagement publique
de votre part en soutien de Marina et des "réfugiés" italiens.

De notre part, nous vous informons de la présence à la fête de l'Huma en
cours de représentants des "réfugiés" italiens et leurs familles.
A ce propos, nous vous envoyons en pièce jointe le dernier communiqué du
Comité de familles de "réfugiés" italiens.

Merci de votre soutien
paroledonnee


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sergio falcone 24/09/2007 01:25

La sventurata rispose. La Sinistra e l'Ordine pubblico (5) di Gaspare De Caro e Roberto De Caro 4. Il meccanismo dell’arancia Alcuni attenti studiosi e commentatori hanno messo l’accento sulla sostanziale inconsistenza della contesa sul maggiore o minore grado di affidabilità democratica di Polizia e Carabinieri. Scrive, ad esempio, Salvatore Palidda: Mi sembra, en passant, piuttosto ridicolo disquisire sui sospetti caratteri antidemocratici dei carabinieri piuttosto che di altre polizie o… dei servizi segreti, come si fa a proposito della vicenda del documento del rappresentante del cocer e della legge sul riordino delle polizie e sul nuovo status dei cc. Al di là delle molteplici strumentalizzazioni degli uni e degli altri (cioè di componenti delle varie polizie, come dell’opposizione e della maggioranza), è noto che in tutte le forze di polizia sono presenti operatori democratici, anche se forse siamo in presenza di una tendenza dominante che asseconda l’andamento oggi socialmente maggioritario che va a favore di un certo autoritarismo sociale connotato da una chiara tendenza razzista. Allora, appare ridicolo ritenere che una parte dei vertici dei cc, piuttosto che di altre polizie, possa avere velleità «golpiste»; se c’è rischio di autoritarismo esso sta, purtroppo, all’interno di questa società forgiata dalla «nuova modernità».[78] Non giureremmo che ci sia tanto da ridere. Meglio dar credito a chi individua la causa del conflitto nella natura stessa del comando e indica un aspetto della questione sul quale hanno glissato tutti, il denaro: L’Associazione Nazionale Funzionari di Polizia ha condotto una lotta serrata contro la legge che dà maggiore autonomia ai carabinieri e ciò non perché la PS sia più democratica dei CC ma perché, nelle logiche di comando, l’unità di questo deve essere detenuta da uno solo. L’evidente intento dei ruoli dirigenti della PS è quello di rivendicare tale comando.Vi sono, inoltre, ingenti interessi economici che ruotano attorno a questa vicenda. Pur essendo spezzettati nei bilanci di vari ministeri (Interni, Difesa, Finanze, Beni Culturali, Sanità, Grazia e Giustizia) i fondi statali destinati alle strutture repressive dello stato sono immensi. Possiamo stimarli prudentemente in 250mila miliardi di lire annue.[79] Peraltro, se si guarda il comando negli occhi, come vuole Canetti, non si può trascurare, emersa nel dibattito sul riordino delle forze di polizia, la frattura tra due concezioni fortemente differenziate dell’organizzazione democratica della disciplina sociale. Una duplicità certamente molto più mitica che reale, ma rivendicata e impiegata come eterno parametro di riferimento quando si voglia, a qualunque titolo e circostanza, individuare una peculiarità di valori cui attingere per giustificare, a se stessi o ad altri, l’esistenza di una Destra e di una Sinistra. Ormai storicamente appurato l’idem sentire sul male assoluto (che politicamente è costituito da tutto ciò che si esprime o intenda esprimersi al di fuori della logica democratica della delega) e sul bene assoluto (cioè l’autolegittimante condizione di autorizzato della politica, il quale si caratterizza per la sua appartenenza diretta o indiretta a un partito), i termini Destra e Sinistra incarnano specularmente, a seconda di chi li usa, il male o il bene relativo. A partire da questa riconosciuta, comune esigenza di reciproca legittimazione, il dibattito tra Poli oscilla entro confini stabiliti, poiché in ogni democrazia compiuta il patto asociale tra i ceti dominanti alle spalle dei ceti subalterni passa attraverso una spartizione sempre provvisoria del potere, la quale non deve mai premiare uno dei Poli in via esclusiva. Il tacito accordo semiotico raggiunto tra le parti circa l’obbligo di riferirsi all’altro – osservato con scrupolo in ogni circostanza pubblica e in primo luogo durante i dibattiti televisivi – in termini di «avversario» e non di «nemico», risponde perfettamente a questa esigenza. In fondo ci si raccomanda alla forza della diarchia, un sistema di autoconservazione del ceto politico che, si parva licet, è confortevolmente collaudato dall’esperienza storica.La questione lessicale è in effetti assai più importante di quanto comunemente si creda, proprio perché gli strumenti di comunicazione di massa svolgono il proprio compito semplificando all’osso gli input. È la logica binaria dell’informatica che si sposa, nella sua semplificante efficienza pervasiva, con il manicheismo del messaggio politico. Le categorie bene e male, più volte invocate al riguardo dagli analisti, sembrano tuttavia inadeguate al livello del messaggio, anche per le loro evidenti implicazioni storiche e filosofiche. Alle patrie circostanze, per esempio, sembra molto più appropriato l’impiego di bbuono e no bbuono, secondo il memorabile dettato dialettico di un insigne filosofo al tempo della scelta obbligata tra Stato e BR.Comunque sia, la portata mediatica della dicotomia è devastante per funzionalità ed efficacia. La tecnica consiste nell’imporre a ciascun termine polare il valore di un infinito/positivo o di un infinito/negativo in maniera assolutamente indipendente dal suo significato, da ciò di cui anche storicamente è portatore. Un’astrazione, quindi, un processo di selvaggia sterilizzazione semantica. Dopo di che, tutto ciò che il termine rappresenta assumerà connotazione apparentemente oggettiva di infinito/positivo o infinito/negativo. In democrazia la guerra delle parole è decisiva per acquistare potere.[80] È possibile addirittura ribaltare nelle coscienze giudizi che si credevano acquisiti per sempre. Da qualche anno, per esempio, la Destra ha dato vita alla campagna di riabilitazione della parola fascista. L’impresa è titanica perché la Costituzione e il codice penale le imprimono giuridicamente un connotato negativo, ma quando sarà conclusa e il termine fascista sarà comunemente percepito come infinito/positivo nessuno riuscirà davvero a opporsi alla riabilitazione del suo contenuto. Al momento comunque il processo è istituzionalmente avviato, promotore l’onorevole Violante quando era presidente della Camera, confortato di recente anche dall’autorevole parere del presidente della Repubblica. Da registrare inoltre la critica lessicale della Destra, interessata a separare l’aggettivo dalla strage della stazione di Bologna.Ma la parola magica sulla quale poggiano le fondamenta dell’intero sistema è proprio democrazia, con tutti i suoi derivati. Democrazia è ormai davvero il bene assoluto, l’infinito/positivo per eccellenza. Offre anche enormi vantaggi rispetto ad altri leitmotiv del capitalismo, poniamo, per dire, repubblica. Infatti, mentre i partiti repubblicani sono estremamente limitati dal peso semantico della loro stessa identità terminologica, quelli democratici possono tranquillamente prosperare al sole di una monarchia. Anzi, c’è chi sostiene che proprio la monarchia sia la forma più adatta di ordinamento per realizzare compiutamente la democrazia: per esempio gli Spagnoli, i Belgi, gli Inglesi, gli Olandesi, gli Svedesi, i Danesi. Certo, quando la democrazia era plutocratica le cose non stavano così. Ma ora nessuno più discute, nessuno può. Chi volesse, anche solo per ipotesi, fare a meno della parola sa bene che già questo, di per sé, lo scaglierebbe subito al di fuori del recinto della sicurezza, nel magma infernale dell’esclusione. E allora via, specialmente a Sinistra, all’orgia di autocertificazioni: Magistratura Democratica, Giuristi Democratici, Medicina Democratica, Psichiatria Democratica, Solidarietà Democratica,[81] Polizia e Democrazia, Sinistra Democratica, Destra Democratica, Insegnanti Democratici, Giornalisti Democratici, Genitori Democratici, Rete Democratica, ecc. Anche i movimenti, come quello della Pantera dei primi anni ’90, ci tengono a volte a definirsi democratici. Per dire che sono buoni, non cattivi. Ma nel profondo, ben stampato nella corteccia cerebrale di tutti coloro che sembrano non potersi sottrarre al fascino della paroletta, si cela un inesauribile bisogno di omologazione, di accettazione delle regole. Si cerca di rassicurare, di dichiarare immediatamente e senza alcuna ambiguità la propria resa di fronte allo status quo dell’apartheid sociale e contemporaneamente, però, si afferma il diritto a stare nel recinto di protezione, a reclamarne la propria parte esattamente in virtù dell’unilaterale e preliminare rifiuto di combattere a fondo la logica dell’esclusione, sulla quale si regge ogni democrazia conosciuta (su quelle sconosciute, ipotesi per ipotesi, allora sempre meglio Marx).Se la parola democrazia rappresenta oggi la massima espressione dell’infinito/positivo (molto più di pace, per esempio, o di guerra, entrambi strumenti per la democrazia), la parola terrorismo è il suo opposto. Il vocabolo parte svantaggiato poiché finora nessuno ne ha rivendicato la bontà, compreso Robespierre. Proprio perché in origine i terroristi erano i membri del governo giacobino durante il Terrore, fino a qualche tempo fa il vocabolo godeva di una duplice, paritaria accezione: da una parte, estensivamente, «sistema di governo fondato su mezzi repressivi e violenti contro gli avversari politici»; dall’altra, ancora più estensivamente, «metodo di lotta politica violenta adottato da una fazione politica, da gruppi o movimenti di guerriglia, per abbattere un regime, un governo o per creare tensione e insicurezza in un paese». Non c’è dubbio che ora sia quest’ultimo il significato principale attribuito alla parola dal senso comune: di «governo terrorista» parlano ormai solo i Palestinesi e i Curdi in Turchia. Se proprio non se ne può fare a meno si preferisce ricorrere alla metafora di Stati «canaglia», risparmiando in ogni caso i governi, poiché governo è parola molto utile, che si sta guadagnando il suo spazio tra gli infiniti/positivi. Inoltre dopo l’abbattimento delle Torri di New York, in Occidente con il terrorismo, inteso come termine, nessuno vuole più avere niente a che fare. È balzato senz’altro in cima alla classifica degli infiniti/negativi, molto più in alto di AIDS, CIA e comunismo. Ma almeno in questo l’Italia ha precorso i tempi. Da noi gli anni di carcerazione preventiva inflitti a cittadini risultati poi del tutto estranei alla pratica si sono accumulati negli ultimi tre decenni e anche oggi c’è qualcuno che come presunto terrorista sconta fermi di polizia e pene anticipate di vario tipo. È sufficiente il sospetto. O un qualsiasi incidente probatorio, che anche se dà esito negativo non importa, si rimane indagati lo stesso. Basta, appunto, la parola. Ma ora che il termine si è globalizzato tutto si acuisce, c’è un’accelerata ripresa dell’azione repressiva. È sufficiente etichettare come terrorista una persona, un pensiero o un intero movimento e immediatamente li si rende soggetti a una legislazione di emergenza permanente. Chi viene colpito da questa fatwa – mediatica, politica, giuridica: sono molti i poteri che possono emetterla ed è sempre valida – viene immediatamente posto al di fuori della legge, della società, della civiltà. Perde ogni diritto, ogni protezione, ogni comune garanzia. Viene d’ufficio iscritto nel registro degli esclusi.[82] L’Unione Europea sembra avere imboccato con decisione la strada dell’adozione dell’infinito/negativo ‘terrorista’ in sede legislativa. Come riferisce l’europarlamentare Giuseppe Di Lello sul manifesto del 3 ottobre 2001 «la decisione quadro, tendente al “riavvicinamento” nell’ambito dell’Unione delle legislazioni degli stati membri in tema di lotta al terrorismo, era già pronta da qualche tempo ed ha ricevuto dalla tragedia americana dell’11 settembre solo un’accelerazione nei tempi di presentazione».[83]Nell’art. 3, lettera F, «il fine terrorismo [è] riconosciuto anche a “occupazione abusiva o danneggiamento di infrastrutture statali e pubbliche, mezzi di trasporto pubblico, luoghi e beni pubblici. […] In quest’ultimo punto potrebbero rientrare, tra l’altro, gli atti di violenza urbana”». Di Lello osserva che la crescente contestazione di massa su scala mondiale della legittimità del G8 – Genova insegna – deve aver avuto il suo peso e così si è corsi al riparo con un ulteriore aiuto al crescente tentativo di delegittimazione dei movimenti: solo violenti o non anche terroristi? […] La risposta al quesito, in termini di fatto, a Genova le forze di polizia l’hanno già data e ora arriva anche la risposta in termini di diritto, per giunta europeo: tocca vigilare sempre di più perché la mistificazione non si radichi anche nei codici rendendo tutto molto più complicato di quanto già non sia. Sarebbe stato molto meglio, peraltro, che l’onorevole Di Lello avesse vigilato prima «sempre di più»: oltretutto lo scranno europeo rende l’esercizio più comodo rispetto a quello di chi per vigilare rischia il carcere. Si sarebbe accorto che in termini di fatto le forze di polizia si erano già espresse al meglio a Napoli, e soprattutto che in termini di diritto, almeno in Italia, non è stato affatto necessario attendere Berlusconi e la sua teoria sulla «contiguità tra movimento antiglobalizzazione e terrorismo» per radicare nel codice «la mistificazione». Ci aveva già pensato la Sinistra un anno prima, delegando tutto ai Carabinieri. Come rileva Di Pietro, nel 3° periodo, 1° comma dell’art. 6 del decreto di riordino dell’Arma, agli organi di polizia militare – il cui esercizio esclusivo delle funzioni è assicurato alla Benemerita dalla legge 78/2000, Capo I, art. 1.4 – spetta effettuare «[…] un’azione di contrasto, di natura tecnico-militare, delle attività dirette a ledere l’efficienza e il regolare svolgimento dei compiti delle Forze Armate». L’estrema genericità dell’aggettivazione «tecnico-militare» riferita all’«azione di contrasto» appare particolarmente insidiosa perché atta a legittimare una serie di condotte non codificate e sottratte ad ogni forma di controllo da parte di altri organi giudiziari ed amministrativi. Parimenti, l’indeterminazione della successiva perifrasi «attività diretta a ledere l’efficienza e il regolare svolgimento dei compiti delle Forze armate» rappresenta di fatto una ‘delega in bianco’ al Comando Generale dell’Arma per la ricognizione in concreto delle fattispecie ritenute offensive. Si può comprendere quanto ciò sia rischioso semplicemente leggendo recentissime sinossi dello stesso Comando Generale dell’Arma destinate ad uso interno. Nelle stesse si afferma che tra i compiti primari della Polizia Militare rientra anche fronteggiare la cosiddetta MINACCIA (o GUERRA) NON ORTODOSSA attuata nelle seguenti forme: «spionaggio, sabotaggio, sovversione, terrorismo, guerriglia, guerra psicologica, ingerenza, propaganda, influenza, disinformazione, separatismo» nonché «minaccia economica, finalizzata a minare gli interessi di una nazione»![84] La deriva binaria delle società democratiche, con l’inconciliabile separazione tra inclusi ed esclusi, è un fenomeno largamente studiato in riferimento soprattutto ai flussi migratori.[85] Salvatore Palidda ha indagato il ruolo che le forze dell’ordine assumono nel processo di esclusione, mettendo in rilievo modalità e funzionalità dell’azione repressiva «sul campo»: […] la polizia non è solo l’istituzione «polizia di stato», ma comprende tutte le forze, risorse, strumenti e modalità attraverso cui la società provvede al suo stesso disciplinamento. La polizia è un istituzione dello stato intesa precisamente come organizzazione politica della società.Questo aspetto appare con evidenza ancora maggiore nei principali paesi democratici. Uno dei più importanti privilegi della cittadinanza garantiti in questi paesi consiste appunto nel godere del diritto di rassicurazione e protezione da parte delle polizie, come diritto-beneficio spettante al cittadino che partecipa alla conquista e al mantenimento della posizione di dominio. Ed è in tal senso che si configura la costruzione della «fortezza Europea» come luogo di ridefinizione della cittadinanza, delle minacce e dei suoi nemici.[86] Inclusione ed esclusione sono condizioni esistenziali, la cui opposizione è di fatto rispettivamente formalizzata da un differente nómos. La legge scritta assicura al cittadino incluso una tutela – mai assoluta ed uguale, come vorrebbe l’utopia, ma ragionevolmente relativa allo status sociale di ciascuno – di cui l’escluso, altrettanto ragionevolmente, non può godere.[87] Questa privazione è costitutiva della condizione di esclusione, non una sua mera conseguenza, può esserne anzi la causa efficiente nel caso di cittadini responsabili di comportamenti sociali o politici amministrativamente giudicati inaccettabili. La violenza dell’amministrazione contro i manifestanti di Napoli e di Genova o contro nomadi e tossicomani ne è un buon esempio. Il nómos non scritto cui soggiace l’escluso è stabilito di volta in volta dalle forze di polizia,[88] «potere amministrativo, di fatto sottratto a ogni controllo»[89] e quindi di fatto non sanzionabile.[90]L’indiscutibile fiuto sindacale di Giovanni Aliquò gli ha permesso di cogliere l’occasione di un’intervista sull’ultimo numero di MicroMega, dedicato a Globalizzazione, violenza, democrazia, per riproporre su un piano più appetibile i potenziali servigi «postmoderni» della Polizia di Stato, pronta, subito dopo la riforma, ad allinearsi alle future esigenze di gestione del nómos non scritto, in modo da riconciliare sul mercato del nuovo ordine pubblico la propria vecchia offerta con la nuova domanda.[91] Dopo aver tracciato un bilancio positivo del comportamento delle forze dell’ordine a Genova ed avere manifestato la propria solidarietà all’Arma,[92] Aliquò esplicita, sotto l’apparente neutralità della tecnica di repressione di piazza, il rapporto incestuoso che lega ormai indissolubilmente la gestione dell’ordine pubblico alle cogenti strategie belliche dell’Occidente. Da una parte – in risposta alle obiezioni di chi ha visto violate a Genova le garanzie dovute alla presunzione di innocenza, cioè il diritto alla tutela assicurato dall’inclusione – la rivendicazione dell’inevitabilità durante le cariche che «da un punto di vista tecnico, […] terzi possano restare coinvolti»,[93] in evidente analogia con la legittimazione degli «effetti collaterali» nelle guerre umanitarie, aggiornamento tecnologico a sua volta della pia sentenza autoassolutoria di Arnaud Amaury, abate di Citeaux, alla crociata degli Albigesi: Dio riconoscerà i suoi. Dall’altra la richiesta responsabile e un po’ risentita di armi chirurgiche per limitare i danni procurati a vittime inermi, in ossequio al mito mediatico delle bombe intelligenti: «Devo mettere i facinorosi in condizione di non nuocere limitando i danni per terzi, giusto? Per far questo avrei avuto e ho bisogno di armi selettive e non letali che, benché richieste, nessuno ha mai fornito».[94] Naturalmente tutta la verità non può essere detta e indifendibili appaiono anche ad Aliquò i pestaggi e le sevizie perpetrati al di fuori delle cariche. Ma in realtà il nocciolo della questione è giuridico. Quando un cittadino, normalmente protetto, perché incluso, dal nómos scritto, si pone – cosciente o meno, non importa – al di fuori delle condizioni di tutela, diventa a tutti gli effetti un escluso, soggetto all’arbitrio del nómos non scritto, amministrato appunto dalle forze dell’ordine. Recriminare sarà quindi un esercizio formalmente consentito, ma sostanzialmente inutile, quando non immediatamente o posticipatamente nocivo, poiché la condizione di esclusione implica quella di colpevolezza. Sicché un escluso non può mai logicamente godere della presunzione di innocenza, proprio nella misura in cui vengono percepite come mai completamente innocenti, al di là degli obblighi imposti dalla retorica di propaganda, le vittime civili dei bombardamenti. Se erano lì, qualcosa devono aver fatto. Come si rimprovera agli Afghani l’ospitalità data a Bin Laden, ai Serbi di aver votato Milošević e agli Iracheni di non ribellarsi a Saddam, così si imputa ai manifestanti di non aver respinto i violenti, di non averli isolati, di aver loro consentito di ripararsi all’interno dei cortei. Come dice Bush, chi aiuta i terroristi sarà colpito in ugual misura. Nel caso di Napoli e Genova, dove l’esercizio del mantenimento dell’ordine pubblico già rispondeva disciplinatamente agli imperativi della logica bellica, sono state le stesse forze dell’ordine a stabilire chi aiutasse chi. A completamento del sillogismo, è importante anche sottolineare che la colpevolezza dell’escluso, a differenza di quella dell’incluso, ha sempre carattere d’infinito/negativo, sia che ci si riferisca alla colpevolezza insita nella sua natura di escluso sia che effettivamente egli commetta atti che risultano sanzionabili anche nel nómos scritto. Se la colpevolezza è infinita, qualunque sia il reato, la pena cui l’escluso è destinato sarà potenzialmente senza limiti. Di questo è morto Carlo Giuliani.Alla luce di tutto ciò, è chiaro che non si possono comprendere davvero i termini dello scontro tra Polizia e Carabinieri se lo si appiattisce sulla superficie angusta di un pur grave vulnus istituzionale, se si ragiona in termini di effettiva autonomia dello Stato, di reali possibilità deliberative del governo o del Parlamento, e si dimenticano le superiori ragioni degli equilibri internazionali, che fanno sempre più pesantemente premio sulle logiche interne agli Stati nazionali. È questa l’ottica secondo la quale si possono comprendere i ruoli e assegnare le parti agli attori sulla scena. La storica sconfitta della Polizia di Stato era inevitabile. Dice bene l’onorevole Parenti che vent’anni fa una riforma del genere sarebbe stata inconcepibile. Anche l’esercito professionale lo era. Ma le esigenze del blocco democratico sono radicalmente mutate da allora, e non solo sul piano della disciplina economica, dell’asservimento politico alle esigenze dei mercati. Ora siamo in guerra. Una guerra cominciata subito dopo il crollo del Muro e che si annuncia «infinita»,[95] come la giustizia che dovrà regolarla. La brutale semplificazione dicotomica che ha investito le nostre società è quella di tutte le guerre moderne. Non tollera l’esistenza del nemico, ne prevede solo la radicale distruzione, mai l’inclusione. A meno di una resa definitiva e incondizionata secondo un modello storicamente sperimentato.[96] Ogni ipotesi di mediazione dei processi sociali è stata rimossa dalle agende dei governi occidentali. Si prospetta un coprifuoco eterno, che richiede una ramificazione marziale, forze immediatamente funzionali alla logica dell’ordine bellico. Le istanze che portarono alla smilitarizzazione della Polizia di Stato, che innervarono la legge 121/81, rivendicate dai poliziotti come fondanti l’ordine democratico, erano (come lo Statuto dei Lavoratori) le figlie bastarde di una lunga stagione di lotta condotta da altri, di una messa in crisi radicale di ogni status quo. Una domanda di libertà ferocemente repressa proprio dalla Sinistra, la quale tuttavia rivendicò a sé le spoglie di un grande movimento combattuto e sconfitto. Sciacallaggio, certamente. Come i trofei africani esibiti nei musei inglesi: muti, inerti, incomprensibili resti di una grande civiltà distrutta. E sono i degni epigoni di quella stessa Sinistra che hanno confuso e ammutolito i poliziotti (e i magistrati[97]), che ne hanno mortificato la speranza di una repressione sempre senza limiti, ma nell’ambito di una differente e più frammentata divisione dei poteri, che rispondesse a un’idea di società in cui il loro ruolo emergesse intangibile perché indispensabile. Una società in realtà ormai in via di estinzione. La logica civile dell’emergenza condivisa, della concertazione strategica tra forze dell’ordine, magistratura e politica a garanzia dell’ordine sociale, vessillo laico della smilitarizzazione, è crollata sotto il peso di una differente e superiore esigenza di controllo. Il nuovo ordine democratico è un ordine mondiale, che richiede una struttura militare a propria difesa. La Sinistra si è fatta coerentemente interprete di questa esigenza semplificativa. Ha saputo ascoltare il suono cupo dei tamburi di guerra e cogliere i segnali in arrivo. Tra l’allibito ma ingiustificato stupore delle sue folle mansuete ha dilatato la propria antica concezione di democrazia, già ferocemente rassicurante, e l’ha forgiata d’acciaio. Una Sinistra davvero progressista, moderna, all’avanguardia. Ma al postutto, una volta assolto il suo compito storico, fatalmente surrogabile, archiviabile nella sua dissipata credibilità sociale, obbligata all’accattonaggio di una nuova identità. Del resto, per vocazione familiare e per radicata, lungimirante prudenza, come poteva la Sinistra rifiutarsi virginalmente al richiamo amoroso dell’ircocervo, al fascino congiunto di Ares e Demos? Comprensibilmente, senza rossori Violante pronubo reputava un grave errore smilitarizzare l’Arma. Alla fine, in Italia, i Carabinieri, forti della propria identità militare, custodi autorizzati della continuità dello Stato, dovevano comunque emergere come i veri, i soli paladini del Nuovo Mondo. Meglio premunirsi, come raccomandava il Migliore. E servizievoli passare la mano. [5. continua] [78] Palidda, op. cit., p. 246 n. 5. [79] Afone Oscar, Caso Pappalardo. Delirio di onnipotenza, in Umanità Nova, n. 13, 9 aprile 2000. A proposito di comando unico, i funzionari di polizia coltivavano «un presentimento buio: “Creata questa disarmonia tra carabinieri e polizia a vantaggio dei carabinieri, è naturale attendersi che, nell’età del federalismo, una forza armata come in Turchia sarà forza nazionale di polizia e noi, polizia di Stato, diventeremo poliziotti metropolitani o, al più, polizia regionale organizzata chessò, nel Dipartimento provinciale della polizia di Milano o nel Dipartimento regionale della polizia lombarda”» (D’Avanzo, op. cit.). [80] Noam Chomsky – tra i massimi studiosi delle tecniche di persuasione e di costruzione del consenso nelle democrazie – mostra, in un’analisi tragicamente attuale, la necessità dell’imposizione di una locuzione nei processi di manipolazione dell’opinione pubblica: «Il gregge smarrito non è mai abbastanza domato e quindi la battaglia è continua. Negli anni trenta ha levato la testa ed è stato tenuto a bada. Negli anni sessanta ci fu una nuova ondata di dissenso, etichettata dalla classe specializzata “crisi della democrazia”. La crisi consisteva nel fatto che ampi settori della popolazione si stavano organizzando e cercavano di partecipare concretamente all’attività politica. […] La popolazione doveva essere ricondotta all’apatia, all’obbedienza e alla passività che costituiscono la sua giusta condizione. […] Dopo gli anni sessanta sono stati fatti grandi sforzi per rovesciare e sconfiggere questa “malattia”, che in certe manifestazioni ha ricevuto addirittura un nome: “sindrome del Vietnam” […]: l’intellettuale reaganiano Norman Podhoretz l’ha definita “la malsana inibizione suscitata dall’uso della forza militare”. Una larga parte della popolazione ne è stata affetta, non riuscendo a capire perché si dovessero torturare, ammazzare e bombardare popolazioni di altri paesi. È molto pericoloso contrarre quella malsana inibizione, come aveva ben capito Goebbels, perché può ostacolare la conquista del mondo. È necessario, come ha affermato il Washington Post con un certo orgoglio durante l’isteria collettiva della guerra del Golfo, inculcare nel popolo il rispetto per il “valore militare”. Certo, è una cosa importante: se il disegno politico è la costruzione di una società violenta che usa la forza nel resto del mondo per raggiungere gli scopi voluti dall’élite che la governa, è necessario dimostrare apprezzamento per il “valore militare”, e non lasciarsi fuorviare da sciocche inibizioni sull’uso della violenza. […] È necessario inoltre falsare radicalmente la storia. È un’altra strategia per sconfiggere le assurde inibizioni: far apparire le cose in modo tale che, quando gli Stati Uniti attaccano e distruggono un paese, sia chiaro che lo stanno proteggendo da mostruosi aggressori. Fin dalla guerra del Vietnam lo sforzo per ricostruire la storia è stato enorme. […] era necessario […] indurre il popolo al riconoscimento che tutto quel che facciamo noi americani è nobile e giusto. Se bombardiamo il Vietnam del Sud è perché lo stiamo difendendo da qualcuno, evidentemente dai sudvietnamiti, visto che lì ci sono solo loro. È quella che gli intellettuali kennedyani, tra cui Adlai Stevenson, chiamarono difesa contro “l’aggressione interna”: era necessaria una definizione ufficiale che fosse comprensibile, e questa funzionò perfettamente. Quando i media sono sotto controllo, il sistema scolastico e il mondo della cultura sono allineati, il consenso è assicurato» (Il controllo dei media. Gli spettacolari successi della propaganda, in Atti di aggressione e di controllo, Marco Tropea Editore, Milano 2000, pp. 162 ss.). Chomsky ha anche indagato sul ruolo degli intellettuali nella costruzione e nel mantenimento dell’oppressione sociale: «Per costruire il consenso dei governati, non solo è necessario illuderli sulla politica, ma anche celare le forze che proiettano l’ombra chiamata politica. È responsabilità degli intellettuali portare a compimento tali impegnativi compiti. […] Il segreto dell’intero sistema è di fare in modo che il big government socializzi costi e rischi, mentre i poveri devono affrontare i pericoli e la sofferenza della disciplina del mercato, e in questo processo gli intellettuali giocano un ruolo fondamentale: spetta a loro mascherare la verità» (Linguaggio e politica, Di Renzo Editore, Roma 1998, pp. 81 e 93). È del tutto superfluo ricordare che in occasione delle elezioni presidenziali del 2004 Chomsky ha esercitato il medesimo ruolo che qui imputa agli altri intellettuali, caldeggiando il voto per il candidato democratico. [81] Cfr. sopra n. 39. [82] Un altro termine da tempo acquisito come infinito/negativo è violento. La paranoia propagandistica, così violentemente efficace, obbliga però anche a qualche improbabile equilibrismo revisionista. Il 4 novembre 2001, il presidente Ciampi ha celebrato la tradizionale giornata delle Forze Armate e dell’Unità nazionale rendendo omaggio agli ossari di Solferino e San Martino della Battaglia. Di fronte a migliaia di teschi patriottici, italiani o austriaci, Ciampi ha sentito il bisogno di rinvigorire l’amor di Patria (altra parola in via di riabilitazione) indugiando «sulla “qualità” del Risorgimento. Che “non fu mai grettamente nazionalistico” ma poté valersi della cultura di patrioti “coraggiosi, mai violenti, pronti a rischiare per il bene comune”» (Giorgio Battistini, «Un tricolore in ogni casa», in la Repubblica, 5 novembre 2000). Come le bombe umanitarie anche le battaglie del Risorgimento, teschio più teschio meno, vanno dissociate dalla violenza. E una tale, diciamo, incongruenza potrebbe rimanere senza risposta? Per antica tradizione patriottica, se «s’ode a destra uno squillo di tromba, / a sinistra risponde uno squillo»: «Al Colle arrivano migliaia di lettere. Una tra tutte, lo invita a proseguire nel recupero dell’idea di Patria. È firmata Pietro Ingrao» (Televideo, 1 novembre 2001). [83] Merita sottolineare, anche in ordine alla strategia semantica di propaganda, che la decisione quadro – che «non ha efficacia diretta, ma è vincolante per gli stati membri quanto al risultato da ottenere» – è stata redatta dal liberale inglese Graham Watson, presidente della Commissione per le libertà e i diritti dei cittadini del Parlamento europeo. Che l’euronorevole si preoccupi delle libertà e dei diritti dei cittadini non c’è dubbio. [84] Cfr. Allegato C. [85] Una prima ricognizione bibliografica in Palidda, op. cit. Vale la pena di ricordare, in tema di inclusione ed esclusione, la riflessione di Olivier Razac (Storia politica del filo spinato, ombre corte, Verona 2001, pp. 68 s.): «I dispositivi sui quali si innesta il filo spinato sono, come si è visto, dispositivi di separazione tra ciò che deve vivere e ciò che deve morire. Più precisamente, essi producono una distinzione tra coloro che permangono uomini e coloro che non sono altro che corpi. Da un lato vi sono soggetti produttivi, preservati e ricoperti dalla tunica dei diritti democratici, che formano un gregge, ma dal volto umano. Dall’altro vi sono i corpi abbandonati e senza diritti, che assomigliano più a bestie che a uomini. Non sono l’equivalente di un gregge qualunque, perché un gregge, in quanto valore economico, deve stare all’interno. No, poiché stanno all’esterno, confinati nell’ignoto, nel minaccioso, nel negativo, sono per quelli di dentro bestie selvatiche. Disponiamo del resto di un vasto vocabolario bestiale per indicare gli uomini al di là del filo spinato». [86] Palidda, op. cit., p. 31. Europa. Un’altra parola che in Italia fino a qualche anno fa veniva percepita come infinito/positivo e che è servita a giustificare una micidiale pressione economica sui ceti deboli. Ma la dura retorica dei Prodi e dei Ciampi copriva anche di peggio: una situazione umanitaria spaventosa, una vergogna nazionale ed europea di cui tutti erano (e sono) a conoscenza, grave quanto il dispensamento periodico di bombardamenti chirurgici. «Alcune associazioni per i rifugiati sostengono che sono almeno 6000 le persone morte a partire dal 1997 tentando di entrare in Europa. United for Intercultural Action, un gruppo olandese che porta avanti campagne a favore dell’apertura delle frontiere, può documentare 2.406 morti in varie parti di Europa, la maggior parte a partire dal 1996. In confronto, i messicani morti tentando di passare la frontiera con gli Stati Uniti negli ultimi quattro anni sono stati 1.013, su un totale di illegali e di tentativi molto più alto secondo il Congresso statunitense. Lungo la costa adriatica italiana, i morti sono quasi un evento quotidiano. “L’Adriatico è un cimitero – dice il maresciallo Roberto Gulioto, della Guardia di Finanza di Otranto – nel fondo del mare si possono vedere quantità di ossa, mani, parti di corpi, di tutto”. […] Lungo tutte le frontiere europee, gli immigrati muoiono in ogni maniera possibile. Certi sono morti congelati attraversando le Montagne dei Maledetti nel Kosovo, altri affogati nel fiume Morava tra la Slovacchia e la Repubblica Ceca, altri ancora soffocati in camion frigorifero attraversando il Canale della Manica. […] Tutti vanno verso l’Europa alla ricerca di lavoro, o soltanto di speranza. Ad Algeciras, quelli che non ce la fanno sono seppelliti in una cripta con il numero giudiziario e la parola “desconocido”. Nei cimiteri di Otranto e di Lecce ricevono un numero e la parola “ignoto”. Il cimitero di Otranto ha una sezione speciale per resti incompleti, dove i crani e le altre ossa sono impilati ordinatamente per tipo» (Rod Nordland, Assalto alla fortezza Europa. Ma per i clandestini è una strage, in la Repubblica, 7 agosto 2001). Quand’è che il presidente Ciampi – lui che è un artefice della «fortezza Europa» – andrà a rendere omaggio a questo ossario? Quanti ancora bisognerà costruirne? «L’Europa del 1992 sta alzando una barriera del colore tipo “muro di Berlino” contro gli africani e gli asiatici», scrive lo storico sudafricano Hosea Jaffe (Sudafrica. Storia politica. Dal razzismo legale al razzismo illegale, Jaca Book, Milano 1997, p. 302), costringendoci a confrontarci con l’idea che gli altri, gli esclusi, hanno di noi europei, percepiti da secoli, in gran parte del pianeta, come infinito/negativo. È il dramma di Ryzsard Kapuscinski: «“siamo seduti su una polveriera. Perché la politica delle corporation e delle grandi banche arricchisce il venti per cento del mondo e consente che tutto il resto sprofondi nella miseria. È la globalizzazione a senso unico, che unifica su scala planetaria l’elettronica, i mercati, i commerci, la finanza, ma non la democrazia, i diritti umani, i livelli di vita”. Non si sente antiamericano a dire queste cose? “Capire non significa giustificare. È ovvio che giustizia va fatta nel modo più severo. Ma una cosa è l’orrore per l’evento. Altra cosa è voler essere ciechi, mettere la testa nella sabbia”. Dobbiamo leggere lo sviluppo? “Io viaggio molto per scrivere i miei libri, passo continuamente dal mondo dei ricchi a quello dei poveri e dico: ogni volta vedo un fossato che si allarga, diventa voragine. È come se la distanza fosse più grande ogni anno, ogni mese, ogni giorno. È spaventoso. Folle”. Racconti. “Due anni fa, ero sul confine somalo-eritreo, in un campo profughi. Ho visto esseri nudi, buttati per terra come sacchi vuoti, crepare di fame, malaria, tubercolosi. Bene, nello stesso giorno sono volato a Addis Abeba e da lì a Roma, dove mi hanno portato in piazza Navona. Era una sera pulita, color madreperla. I turisti ascoltavano musica, ballavano, bevevano vino dei Castelli. Allora ho pianto. Senza speranza. Lì, in mezzo alla gente” (Paolo Rumiz, Kapuscinski. Tutte le illusioni dell’Occidente, in la Repubblica, 20 ottobre 2001). [87] «[…] la cronaca quotidiana propone in continuazione violazioni di diritti fondamentali, storie di emarginazione, episodi di arretramento di garanzie: insomma, esigenze di giustizia della società civile che non trovano tutela davanti ai tribunali. Le decine di innocenti che ogni anno muoiono nei pressi delle nostre coste nel disperato tentativo di entrare con i propri figli nel nord del mondo; le centinaia di persone che annualmente perdono la vita nei posti di lavoro in una misura che colloca il nostro paese ai vertici delle statistiche europee; i pestaggi selvaggi organizzati all’interno di carceri che ormai ospitano solo tossicodipendenti ammalati, zingari, extracomunitari e giovani protagonisti della devianza marginale; il dilagare della flessibilità nei rapporti di lavoro: fatti diversi, ma tutti indicativi di questo stato di cose» (Giovanni Palombarini, Giudici a sinistra. I 36 anni della storia di Magistratura Democratica: una proposta per una nuova politica per la giustizia, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli-Roma 2000, p. 335). La costruzione di una società rigidamente divisa passa anche attraverso l’applicazione delle leggi del mercato alla gestione dell’esclusione, con l’ossessiva richiesta di una produttività sempre crescente: «A Genova arrivano gli incentivi in denaro per i poliziotti: il questore Oscar Fioriolli ha cominciato ad applicare un regolamento che prevede per gli agenti un premio in denaro dalle 200 alle 400 mila lire per ogni arresto. “Non c’è niente di strano – commenta Fioriolli – i bonus sono previsti, c’è anche un budget apposito: cercherò di premiare soprattutto gli arresti di rapinatori, scippatori e borseggiatori. Voglio colpire quei reati di microcriminalità che più preoccupano la gente”. Anche i sindacati di polizia hanno accolto con favore l’innovazione» (Incentivi per poliziotti: 400mila per ogni arresto, in http://kwnews.kataweb.it/kwnews, 8 ottobre 2001). [88] Nell’ordinaria amministrazione del nómos non scritto, che non ammette la garanzia di nessun Garante, la bonaria inventiva quotidiana del poliziotto non è meno lesiva della dignità umana degli altrettanto consueti interventi cruenti: «Numero 3, maschio, 25 anni circa. Numero 24, femmina, 45 anni circa. Numero 13, numero 7, numero 19. Numeri sulla pelle nera di un pugno di disperati appena approdati sul confine più meridionale dell’Europa, le spiagge deserte dell’isola di Lampedusa in un giorno d’autunno. Quarantuno clandestini del Sudan e quarantuno numeri disegnati con il pennarello su un braccio o su una mano dai poliziotti che volevano identificarli. Poi la pasta detergente per cancellare tutto. La storia l’ha scoperta e denunciata il sacerdote che quei sudanesi in fuga li ha raccolti e poi ospitati in Sicilia. “Da quindici anni mi occupo di immigrati e una cosa simile non l’avevo mai vista”, assicura don Baldassare Meli, il salesiano del centro di accoglienza Santa Chiara di Palermo. E aggiunge: “Non avrei mai pensato che potesse accadere anche questo, capisco che identificare i clandestini non è facile, ma questa vicenda dei numeri sulla pelle ci fa fare un salto indietro di mezzo secolo…”. […] Racconta uno dei disperati, un ingegnere che in Sudan non ha più parenti, tutti uccisi: “A Lampedusa mi hanno segnato sulla mano il numero 1 con il lampostil, poche ore dopo ero già ad Agrigento ed ero diventato il numero 28”. Racconta un altro sudanese, il numero 13: “Eravamo impauriti, siamo stranieri in fuga, ci siamo fatti marchiare senza fiatare”» (Numeri sulla pelle. In Sicilia la polizia marchia i clandestini, in la Repubblica, 4 novembre 2000). [89] Palidda, op. cit., pp. 221 s. [90] Perciò a giusto titolo il generale Scoppa rivendica ai Carabinieri il diritto all’immunità non solo dalla pena, ma anche dalla critica: «dobbiamo vedere garantita la tutela del nostro personale, che non può rischiare oltre l’incolumità personale anche procedimenti penali e amministrativi o subire anche la sola condanna di una parte dell’opinione pubblica» (dalla Chiesa - Scoppa, op. cit., p. 72). Più sfumato Aliquò: «Gli errori che, in condizioni difficili, alcuni di noi hanno commesso sono rilevanti, ma ben più gravi sono le generalizzazioni e i linciaggi di cui sono stati oggetto per alcuni giorni tutti gli appartenenti alle forze di polizia». «Una questione, tuttavia, deve essere chiara: non siamo disposti ad accettare in silenzio retate, ovvero iscrizioni in massa nel registro degli indagati o avvisi di garanzia a pioggia» (Giovanni Aliquò - Claudio Castelli, Polizia e legalità, in MicroMega, 4/2001, pp. 87 e 93). [91] Già nel polemico documento Legge 78/2000: Riordino delle Forze di polizia (cfr. n. 10), pur rivendicando orgogliosamente la «coraggiosa e disinteressata battaglia civile, condotta sempre e soltanto con mezzi leciti ed alla luce del sole, nell’interesse di tutti gli appartenenti alla Polizia e di tutti i cittadini, contro la protervia dei “poteri forti” ed il colpevole silenzio di quanti, per insipienza, per ignavia o per gretto calcolo, vi hanno soggiaciuto», l’ANFP, ormai consapevole dell’irreparabilità della sconfitta, si preoccupava di ribadire la propria fedeltà alle Istituzioni: «Oggi che le scelte politiche oggetto del nostro dissenso sono divenute legge della Repubblica, le osserveremo lealmente, come abbiamo giurato di fare nel giorno in cui diventammo funzionari dello Stato». [92] «Nonostante la drammatica fine del Giovane Carlo Giuliani, la gestione dell’ordine pubblico è stata nel complesso informata al buon senso e condotta con serenità. […] Per quanto riguarda l’arma dei carabinieri, poco posso dire, se non testimoniare, e credo che debba essere testimoniato, il grande coraggio che i loro reparti, a Genova, hanno sempre dimostrato» (Aliquò - Castelli, op. cit., pp. 87 e 93). [93] Ivi, p. 89. [94] Ibid. [95] Questo intuisce, sia pure con qualche titubanza, Palidda: «È evidente che un tale “modello di sviluppo” implica un forte rischio di approdo a una nuova conflittualità sociale, se non alla guerra. Ma questo pericolo non sembra turbare per nulla i mentori del liberismo sicuritario, sia perché da anni la mobilitazione sociale sembra non avere alcuna speranza di rilancio, sia perché le forze degli apparati sicuritari sembrano invincibili e sostenute dall’opinione pubblica, come dimostrerebbe la recente guerra in Jugoslavia. E, forse, il carattere tragico dell’attuale congiuntura appare più palese attraverso lo “spontaneo” continuum tra le “guerre umanitarie” e le “guerre sicuritarie” periodicamente rilanciate nelle città dei paesi ricchi» (Palidda, op. cit., p. 40). [96] «Se, come ha dimostrato Z. Bauman, l’olocausto è inesorabilmente legato alla logica interna alla modernità, allora potremo dire che le decine di migliaia di morti per fame, violenze, migrazioni e guerre che si verificano ogni anno nel mondo sono altrettanto inestricabilmente legati alla logica interna alla postmodernità» (ivi, pp. 40 s.). [97] Esemplare lo sconsolato bilancio finale del giudice Giovanni Palombarini nella sua storia di Magistratura democratica: «Oggi, all’inizio del nuovo secolo, il quadro complessivo, in primo luogo a livello politico, in cui Md si trova a operare, sembra essersi definito chiaramente, con rilevanti caratteri di novità rispetto al passato. S’è detto come si sia ormai consolidata la democrazia dell’alternanza, quella che alcuni hanno definito la democrazia della delega, altri la democrazia senza qualità; come le scelte di politica economica delle forze che vengono definite di sinistra siano ormai del tutto compatibili con la piena libertà di impresa e mercato e indifferenti al principio dell’uguaglianza; come di conseguenza le loro politiche del diritto abbiano poco a che fare con la tutela dei ceti sottoprotetti, con le riforme di segno democratico e con il garantismo. L’alternanza possibile è quella fra un’aggregazione di centro e il polo di destra. Da ultimo, le undici settimane di guerra “etica” del marzo-giugno 1999, che hanno visto l’Italia direttamente coinvolta, non hanno fatto altro che confermare l’analisi della situazione che in Md alcuni andavano facendo da qualche tempo a proposito della mutata natura della socialdemocrazia italiana e della scomparsa della sinistra politica. […] Anche a voler trascurare tutte le altre questioni di carattere politico e umanitario che la guerra ha proposto, non v’è dubbio che le violazioni del diritto internazionale sono state innumerevoli, così come quelle – per quel che concerne l’Italia – della Costituzione repubblicana» (Palombarini, op. cit., pp. 331 s.). Appunto per sanare il vulnus costituzionale, a proposito dell’intervento militare italiano in Iraq nel giugno 2003, un’interpretazione autorevole introduce l’inedita categoria di «guerra guerreggiata» (cfr. Ciampi, noi in Iraq a guerra finita, ANSA, Napoli, 1 gennaio 2006).  gaspare de caro e roberto de caro

sergio falcone 24/09/2007 01:12

(Signatures à retourner à HYPERLINK"mailto:marinapetrella2007@yahoo.fr" marinapetrella2007@yahoo.fr )Appel des femmes contre l’extradition de Marina PetrellaMarina Petrella a été arrêtée en France le 21 août dernier alors qu’elle effectuait une banale formalité administrative. Elle est, depuis, incarcérée à la maison d’arrêt de femmes de Fresnes et fait l’objet d’une procédure d’extradition à la demande du gouvernement italien.Il y a trente ans, en Italie, elle fut de ces dizaines de milliers de jeunes militants dont la révolte s’était radicalisée jusqu’à la lutte armée. Poursuivie à l’époque et condamnée en Italie, avec des centaines d’autres, dans le cadre de lois d’exception – lois « d’exception » qui n’ont cessé de leur être appliquées depuis – Marina a passé 8 années en détention préventive puis s’est réfugiée en France après les années 80. En effet, peu après son investiture, François Mitterrand avait accordé à quelques centaines d’Italiens - en pleine connaissance de la gravité des faits qui leur étaient reprochés et de façon indifférenciée les uns par rapport aux autres – un asile en France. Un asile « à l’abri de toute sanction par voie d’extradition » pour autant, évidemment, qu’ils aient « rompu avec la machine infernale dans laquelle ils s’étaient engagés » et renoncent définitivement à toute forme de violence. Ce qu’ils ont fait.La parole donnée par le Président français d’alors a été respectée pendant 20 ans par les gouvernements qui se sont succédé dans notre pays et fut donc concrétisée par la régularisation administrative de tous les réfugiés italiens, la délivrance de cartes de séjour en bonne et due forme, et, partant, la reconstruction en France de la vie de ces réfugiés. Ainsi, Marina, arrivée en France en 1993 avec sa fille aînée, a eu une seconde fille âgée à ce jour de 10 ans et s’est investie depuis 15 ans dans son métier d’assistante sociale en mairie ou au sein d’associations.Durant l’été 2002, la livraison à l’Italie de Paolo Persichetti réfugié en France depuis plus de dix années, puis, en 2004, l’accord donné par la France à l’extradition de Cesare Battisti ont brisé cette politique d’asile. C’est au tour de Marina d’être incarcérée. Si la justice française donne un avis favorable à son extradition, Marina encourt la prison à perpétuité en Italie, sans aucun recours, et cela pour des faits remontant à plus de 25 ans. Avec elle, actuellement, c’est une vingtaine de réfugié-e-s italien-ne-s qui vivent en France avec la même menace sur leurs vies et leurs destins.Or, comme ses camarades réfugiés en France, Marina ne représente aucun danger car « les armes ont été rendues » voici bien longtemps. Alors, où donc est la paix qui normalement aurait dû suivre, où donc est la résolution politique que pratiquent toujours les Etats après des conflits violents ? En tant que femmes et féministes, nous avons à jouer notre rôle de « passerelles de paix » dans le règlement des conflits. En tant que femmes et féministes, nous pensons que celles et ceux qui ont, depuis des décennies, abandonné les combats violents doivent pouvoir connaître la paix.L’asile concédé par la France pendant 20 ans a signifié le choix d’une politique d’apaisement, choix fondé sur le principe d’une amnistie de fait pour les délits anciens, à l’opposé d’une politique de la vengeance et de la punition sans fin. En tant que femmes, nous savons qu’après la fin d’un conflit meurtrier, le recours à la vengeance et à la destruction des vaincu-e-s ne ramène pas nos morts à la vie et qu’il entrave bien souvent le si difficile et si nécessaire travail de deuil.Nous, femmes, demandons aux autorités françaises de respecter la parole et l’asile donnés par la France voici 25 ans. Nous demandons aux juges chargés d’émettre un avis sur l’extradition de Marina Petrella d’intégrer dans leur appréciation les éléments humains et politiques justifiant son maintien en France. Car prononcer comme acceptable l’extradition de Marina Petrella et des autres réfugié-e-s - et leur remise aux autorités italiennes - serait pour la France le recours à un « tout pénal » ne tenant aucun compte de l’écoulement du temps, de l’éloignement des faits et de leur contexte, de la réinsertion sociale incontestable de tous ces réfugié(e)s.A l’appel du Collectif féministe de solidarité avec Marina Petrella, Premières signataires : Collectif des Femmes en noir pour la Paix, Collectif féministe « Ruptures », Collectif national pour les droits des Femmes (CNDF), CADAC, femmes de l’Association des Tunisiens en France, association Pluri-elles Algérie, Commission Femmes de la Ligue des Droits de l’Homme (LDH).marina petrella

sergio falcone 23/09/2007 00:29

La sventurata rispose. La Sinistra e l'Ordine pubblico (4)di Gaspare De Caro e Roberto De Caro Novantacinque milioni di che?Ma non è finita qui. I rutti del Golem si susseguono. Il 31 marzo 2000 il manifesto rende nota la vicenda delle denunce che Valerio Mattioli – un appuntato scelto della Benemerita, con più di vent’anni di servizio – ha inoltrato a pioggia a circa ottanta procure italiane e al Garante della privacy. Si tratta di stabilire fino a che punto sia lecita l’attività capillare di schedatura praticata dall’Arma. Mattioli parla di 70 milioni di schede archiviate, cioè non distrutte dopo un periodo limitato di tempo, come prevede la legge. Il caso finisce in Parlamento. La prima reazione dei vertici dell’Arma è di comminare una sanzione disciplinare nei confronti del carabiniere: tre giorni di consegna per non aver informato i superiori. In realtà lo aveva fatto l’11 gennaio 1998, quando chiese chiarimenti al Comandante generale tramite i superiori gerarchici «sullo stato di applicazione della legge sulla privacy», ma non avendo ricevuto risposta, ai primi di agosto del 1999 si era rivolto alla magistratura. «L’insistenza del militare ha indispettito i suoi superiori che gli avrebbero prospettato il rischio di un’espulsione dall’Arma».[60] L’incredulità della pubblica opinione è tale da lasciare increduli. Nessuno sembra davvero poter concepire che i Carabinieri conservino un tale numero di schede nei loro archivi, le quali riguardano ogni genere di informazioni, «dalle più banali, alle più specifiche […] sempre legate alla personalità e al carattere del soggetto schedato. Dai suoi credi, alle sue abitudini, alle frequentazioni, fino alla stima goduta in pubblico» e «ogni altra informazione atta a lumeggiare la personalità del soggetto».[61] Giovanni Russo Spena, presidente dei senatori di Rifondazione comunista, protesta: «Il governo non può far finta di nulla […]. Se il caso fosse vero, si prefigurerebbe una violazione molto grave dello stato di diritto».[62] Franco Frattini, presidente della Commissione servizi della Camera, si preoccupa molto meno: Non mi sembra una violazione della privacy, se si riferisce a informazioni ambientali. Tali informazioni devono essere raccolte a fini istituzionali, come il rilascio del nullaosta sicurezza o per accedere a determinate funzioni, come il concorso in magistratura.[63] Russo Spena replica: Al posto del presidente della Commissione servizi ci aspetteremmo una risposta del governo su un caso così grave. Il ruolo dell’onorevole Frattini è quello di minimizzare episodi e pratiche su cui deve indagare la magistratura. […] C’è un aspetto della vicenda contingente, legato alla legge di riforma dell’Arma dei carabinieri, ma anche uno storico. Già nel 1996, il sottosegretario Brutti denunciò l’esistenza di un cervellone parallelo dei Carabinieri. Mi chiedo se esista ancora e perché non è stato unito a quello del Ced del Viminale per costituirne uno solo, al quale possono accedere le istituzioni di controllo, così come prevede la legge del 1981.[64] Ridotte all’osso le posizioni dei politici si attestano su questi due estremi. A parte il Governo che continua a tacere. Il che fa imbestialire, e come dar loro torto, i vertici di viale Romania: «Noi degli schedatori? Semmai siamo dei perseguitati politici. Qualcuno ha deciso, a tavolino, che i carabinieri debbono nascondersi in un angolo e prendere solo botte in testa».[65] La quale attività, oltre a non far parte delle tradizioni dell’Arma, non è neanche consentita dal regolamento e quindi il generale Siracusa si fa sentire: «Questa volta non dico neanche una parola. O i ministri scendono in campo e ci difendono, visto che lavoriamo per loro, oppure tanto peggio. Non possiamo passare la vita a dare prove di democrazia». Ma, finita la giornata, le agenzie di stampa mostrano che soltanto il Polo – con Frattini, con Gasparri, con Giovanardi – si schiera a fianco della Benemerita. Tacciono, invece, i diessini, quasi che il feeling, tanto pubblicizzato ai tempi della legge sulla quarta Arma, sia ormai solo un lontano ricordo. Il silenzio è sale sulle ferite. […] Una parola di Bianco certo avrebbe disteso l’atmosfera. A questo punto lasciarsi andare a uno sfogo è praticamente inevitabile: «Ma quale denuncia! Questo maresciallo è un grafomane. Ha fatto decine e decine di lettere, ma – guarda caso – soltanto adesso i giornali se ne accorgono. È la riprova del complotto contro di noi». Complotto. Proprio così. Ne sono convinti tutti, dai vertici romani a quelli periferici. Un unico complotto distinto in differenti atti. A cominciare dalle aggressioni del sindacalista Aliquò, passando per il golpe Pappalardo, per finire alle interferenze e alle accuse sulla fuga di notizie per D’Antona. L’ultimo atto sono i dossier. […] Dunque, è «complotto». O meglio: è il prezzo da pagare per aver ottenuto la tanto sospirata autonomia dall’Esercito dopo decenni di forzata dipendenza. In viale Romania generali e colonnelli sembrano quasi rassegnati. Convinti che da una simile campagna orchestrata non ci si può difendere. «Ce l’hanno giurata quelli della polizia. Che, a parole, annunciano il coordinamento, ma poi non si fermano davanti ai colpi bassi. Come questo qui». A sentire loro, invece, tutto sarebbe lapalissiano. […] «tutto questo sta scritto nella legge. Non ci sono stati eccessi. Che abbiamo fatto per essere aggrediti cosi?»[66] E i Carabinieri hanno ragione! Lo dice il Governo stesso – rompendo il silenzio seguito a una giornata di riflessione che si suppone profonda – per bocca dei ministri Bianco e Mattarella, che in un comunicato congiunto assicurano al Paese che non vi è nulla da temere, visto che «l’attività informativa dell’Arma dei Carabinieri è rigorosamente compresa nei limiti istituzionali definiti dalla legge e dagli ordinamenti, con regole comuni anche a Polizia di Stato e Guardia di Finanza e dunque non vi è alcuna iniziativa di raccolta di dati estranea ai fini istituzionali. […] il comando dell’Arma ha regolarmente notificato al Garante per la protezione dei dati personali, tipologie e modalità dei trattamenti effettuati. Il materiale esistente presso le strutture territoriali dei Carabinieri non è rappresentato da schede ma dall’ordinaria archiviazione, con diversi gradi di riservatezza, dei fascicoli delle pratiche di varia natura nelle diverse realtà locali in circa mezzo secolo». Sul problema dello smaltimento degli archivi, uno dei nodi su cui si appunta la vicenda, i due ministri dell’Interno e della Difesa riconoscono l’assenza di una normativa chiara e definitiva. «Si è in attesa», si legge ancora nel comunicato, «di un apposito provvedimento legislativo che definisca per tutte le forze di polizia le regole da seguire in materia di distruzione dei dati».[67] A questo punto l’unico ad avere qualcosa da temere rimane l’appuntato scelto Mattioli Valerio, che finisce subito indagato per violazione di segreto: A firmare l’avviso di garanzia è stato il procuratore aggiunto di Bologna Luigi Di Persico, lo stesso magistrato che aveva raccolto la denuncia del militare. […] «Violando le norme sulla disciplina militare – osserva Persico – con la sua denuncia il Mattioli falsamente incolpava, sapendoli innocenti, i Comandanti a livello provinciale e intermedio della provincia di Bologna, di 42 reati ma sostanzialmente del delitto di abuso in atti d’ufficio, diretto a ledere la privacy dei cittadini con l’istituzione di fascicoli permanenti e l’inserimento in essi di notizie, a suo avviso irregolarmente raccolte e documentate».[68] Vatti a fidare! L’appuntato Mattioli è rimasto di sasso. «Sono in possesso – spiega – di una lettera del mio comandante al quale mi ero rivolto per sapere se la raccolta dati era conforme alla legge sulla privacy, nella quale egli dichiarava che segnalare il caso non violava il segreto». Ma c’è un altro paradosso in questa vicenda: mentre la Procura di Bologna procede per violazione del segreto, la Procura militare convoca per stamani lo stesso appuntato come persona informata dei fatti. Intanto il Codacons ha elaborato un modello per la richiesta di cancellazione dati in base alla legge sulla privacy, qualora un cittadino venga a conoscenza di un fascicolo aperto a suo nome.[69] Meno male che c’è il Codacons! Questi sono i vantaggi della democrazia. Il problema è come venire a conoscenza dell’esistenza di un fascicolo a nostro nome. Bisognerebbe chiedere a un carabiniere. Ma se per caso ce lo dice, una volta chiesta la cancellazione dei nostri dati, bisogna fare il proprio dovere di cittadino fino in fondo e denunciarlo per aver violato il segreto? E se sì, dopo aprono un fascicolo su di lui? E se lo viene a sapere? E se non cancellano i dati? Per fortuna a vigilare su tutto ciò c’è il professor Stefano Rodotà, il Garante per la privacy, che, nonostante l’olimpica serenità dell’esecutivo, severo ammonisce: «È assolutamente necessario un chiarimento su questa vicenda, visto l’allarme e la vasta eco suscitata nell’opinione pubblica. Avremo le informazioni richieste all’Arma e le valuteremo». E manterrà la parola. Ma prima che il Garante si pronunci, l’appuntato Mattioli, il 2 ottobre 2000, riceve una cartella «siglata dal comandante della compagnia, il capitano Guareschi» in cui gli viene notificato che la compagnia di San Giovanni Valdarno, la sua caserma da oltre due decenni, «ha avviato nei suoi confronti la procedura per esonerarlo dall’Arma» per «scarso rendimento». Il procedimento richiederà sei mesi, dopo di che, naturalmente, «l’appuntato potrà proporre appello, ma il parere finale spetterà alla Direzione generale per il personale militare del ministero della Difesa. […] Indagato e interrogato, Mattioli era stato più volte punito con cella di rigore. Ieri, l’ultimo atto di una battaglia che ha il sapore di un’intimidazione».[70]L’11 gennaio 2001, finalmente il Garante si pronuncia e sentenzia: Dagli accertamenti effettuati non sono emersi trattamenti illegittimi. Tuttavia, come viene analiticamente indicato nel seguito del provvedimento, le segnalazioni hanno evidenziato problemi che derivano da un quadro normativo non ancora adeguato integralmente ai principi introdotti dalla legge n. 675/1996 in materia di trattamento dei dati personali.Questo profilo è stato già segnalato al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della difesa con note del 15 settembre 2000. È riassunto anche in questa sede in quanto le segnalazioni e le risposte fornite evidenziano, per i casi di specie, l’esigenza di un rapido intervento a livello sia legislativo, sia regolamentare.[…] Il Garante prende atto dell’impegno del Comando generale dell’Arma a definire a breve scadenza una nuova disciplina interna sulla conservazione e distruzione del c.d. carteggio permanente e sulle modalità di verifica, aggiornamento, eventuale conservazione e distruzione dell’ingente materiale informativo raccolto specie quando non erano ancora in vigore i principi introdotti dalla legge n. 675/1996.Le informazioni fornite dall’Arma denotano che le prassi adottate da lungo tempo hanno portato ad una proliferazione eccessiva e ad una conservazione stabile di un numero enorme di pratiche permanenti, che l’Arma stima in circa 95 milioni.Si tratta di fascicoli che oltre ad accorpare ulteriori pratiche informative preesistenti e mai distrutte, recano un numero elevato di informazioni raccolte in base ad una prassi introdotta cinquanta anni or sono e in contrasto con sopravvenuti principi in materia di protezione dei dati.[…] TUTTO CIÒ PREMESSO IL GARANTE:a) segnala al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della difesa, ai sensi dell’art. 31, comma 1, lett. m), della legge n. 675/1996, l’esigenza di apportare le modifiche normative indicate al punto 1) della motivazione;b) segnala al Comando generale dell’Arma dei carabinieri, ai sensi dell’art. 31, comma 1, lett. c), della legge n. 675/1996, la necessità di conformare i trattamenti di dati personali alle indicazioni contenute nel presente provvedimento, invitandolo a fornire un riscontro entro il 28 febbraio 2001 sulle iniziative intraprese.[71] Purtroppo chi scrive non ha potuto appurare né se il Comando generale dell’Arma abbia tosto provveduto a conformare i trattamenti secondo le indicazioni del garante né soprattutto se ne abbia fornito adeguato riscontro al professor Rodotà entro la data stabilita. Ma immagina di sì, poiché altrimenti la mannaia del Garante sarebbe calata implacabile. Sicuro invece è che Mattioli si sbagliava: i fascicoli non erano 70 milioni, ma 95. C’è una bella differenza. In realtà l’appuntato si stava solo cautelando: «Quando ho parlato di 70 milioni di fascicoli – dice – mentivo sapendo di mentire, perché ero sicuro che fossero di più. Ho arrotondato per difetto perché temevo che mi accusassero di esagerare e ho calcolato 15.000 fascicoli per ognuna delle 4.600 stazioni, cioè 70 milioni».[72] Falco Accame, ex presidente della Commissione Difesa della Camera, ostentando la sua indignazione – «neanche nei Paesi più totalitari si era giunti a tanto» –, si affretta a garantire che «le forze politiche sono state tenute all’oscuro, così come le Commissioni Difesa del Parlamento» e reclama subito giustizia (ma non vendetta, s’intende): «Ora i colpevoli dovranno essere puniti».[73] Più delicatamente Alfio Nicotra, responsabile del settore Pace di Rifondazione comunista, si ricorda del povero carabiniere: «Visto che la massima autorità in materia ha ritenuto fondate le preoccupazioni sollevate, ci auguriamo che il ministro della Difesa ed il comandante generale dell’Arma revochino i provvedimenti disciplinari nei confronti dell’appuntato Mattioli, dalla cui denuncia è scaturita l’indagine dell’autority».[74]Dello stupore dei politici, della sorpresa dei commentatori, dell’incredulità della pubblica opinione, delle affettuose rassicurazioni del Garante Universale si nutre l’insostenibile banalità del nostro quotidiano. In questa landa desolata lo scettico inossidabile trova fraterno ristoro solo nel giudizio fuori campo: Assuefatti come siamo a menzogne e dicerie, prestiamo un orecchio distratto a quello che ci accade intorno, travolti dall’insinuante, e perversa, opera di desertificazione della memoria e della coscienza. Lontano, vicino, forse da un satellite, forse banalmente attraverso il telefono di casa, continua il lavorio occulto del controllo, della classificazione. Per gli attenti secondini della democrazia è sempre l’ora del tè, avrebbe detto Lewis Carroll, e non c’è mai un minuto per sciacquare le tazze: «[…] ‘Così dovete sempre cambiare posto, vero?’, disse Alice. ‘Proprio così’, disse il Cappellaio, ‘man mano che le tazze sono sporche ci spostiamo’.‘Ma che succede quando ricominciate il giro?’ si arrischiò a chiedere Alice».[75] L’uomo di vetroMa sarebbe davvero ingiusto dare la sensazione che la Sinistra al governo non si sia preoccupata della sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini e dopo aver delegato l’ingrato compito di schedare tutto e tutti alla Benemerita abbia anche avuto da ridire. Non è così. Al contrario, se critica c’è stata è per l’evidente provincialismo con il quale vengono condotte le operazioni. Nell’era di Internet ancora fermi ai faldoni e magari alla macchina da scrivere? Inaccettabile. I piani erano ben altri, anche se il tracollo elettorale ne ha un po’ condizionato la velocità di esecuzione (i conservatori venuti dopo, si sa, ci tengono di più alle tradizioni). A riprova dell’efficienza repressiva auspicata dalla Sinistra, merita citare una memorabile intervista orwelliana sul tema sicurezza-immigrazione rilasciata nel 2000 al Corriere della Sera dall’allora ministro della Funzione pubblica Franco Bassanini, il quale, estasiato dal suo stesso sogno, si esibì in un crescendo un po’ delirante di progetti panottici. Questa specie di dottor Stranamore dell’ordine sociale ci parla delle potenzialità biometriche delle nuove carte d’identità da lui concepite, che potranno contenere le impronte digitali di italiani, europei ed extracomunitari (dai quali, naturalmente, «si potrebbe incominciare») e forse, dico forse, anche «l’iride dell’occhio»! E questo, va da sé, «nell’interesse di tutti i cittadini perbene», poiché, conclude il ministro come fosse Charles Bronson, «chi non ha nulla da nascondere non deve temere nulla».[76] A «lumeggiare» il concetto interviene, come di consueto, il Garante Rodotà, che pilatescamente ci elegge garanti di noi stessi, esortandoci paterno a «diffidare dell’argomento di chi sottolinea come il cittadino probo non abbia nulla da temere dalla conoscenza delle informazioni che lo riguardano. “L’uomo di vetro” è una metafora totalitaria, perché su di essa si basa poi la pretesa dello Stato di conoscere tutto, anche gli aspetti più intimi della vita dei cittadini, trasformando automaticamente in “sospetto” chi chieda salvaguardia della vita privata».[77] [4. continua] [60] Daniele Mastrogiacomo, Siamo tutti schedati, ivi, 1 giugno 2000.   [61] L’intervista, rilasciata a la Repubblica l’1 giugno 2000, continua: «Questo vale anche per le persone che non hanno precedenti penali? “Per tutte. Ho fatto l’esempio di San Giovanni Valdarno. Nella nostra caserma ci sono 58.000 schede su una popolazione che conta 18.000 persone. Dentro ci sono anche i defunti, gli anziani, le associazioni sindacali, di categoria, le società industriali e finanziarie, fabbriche, studi, aziende. Quando parlo di 70 milioni di pratiche, intendo dire pratiche permanenti. Cioè messe in archivio e conservate per tempo illimitato. Questo non è previsto per le persone senza precedenti”. Dove vengono conservate? “Nei cinquemila comandi distribuiti nel paese. Mi chiedo a cosa servano. A meno di pensare che possano essere utili nel tempo. Magari fra qualche anno, se cambia il nostro sistema politico…”». [62] Mastrogiacomo, op. cit. [63] Ibid. [64] Id., Dossier dei carabinieri. La magistratura indaga, ivi, 2 giugno 2000. [65] Liana Milella, «Nessun abuso. Contro l’Arma un complotto», ivi, 2 giugno 2000. [66] Ibid. [67] Daniele Mastrogiacomo, Schedari dei carabinieri. Nessuna raccolta illegale, ivi, 3 giugno 2000. [68] Id., Finisce sotto inchiesta il carabiniere anti dossier, ivi, 6 giugno 2000. [69] Ibid. [70] L’arma ora vuole licenziare l’appuntato che parla troppo, ivi, 3 ottobre 2000. [71] Il testo del documento si può leggere in www.privacy.it/garanterisp200101112.html. Cfr. anche il relativo comunicato stampa in data 23 gennaio 2001 in www.privacy.it/garantes20010123.html. [72] Almanacco dei misteri d’Italia, 23 gennaio 2001, in http://web.tiscali.it/almanacco/gladio.htm. [73] Ibid. [74] Ibid. [75] Mario Coglitore, L’occhio del potere. Schedature dei carabinieri, in Umanità Nova, n. 21, 11 giugno 2000. [76] Marco Galluzzo, «Impronte digitali anche per gli italiani», in Corriere della Sera, 20 novembre 2000. [77] Stefano Rodotà, L’ansia di sicurezza che cancella i diritti, in la Repubblica, 23 ottobre 2001.  gaspare de caro e roberto de caro

sergio falcone 20/09/2007 22:21

La sventurata rispose. La Sinistra e l'Ordine pubblico (3) di Gaspare De Caro e Roberto De Caro Storie di Pappalardo Tuttavia, a turbare i sonni più o meno sereni dei politici, soprattutto di quelli di Sinistra, qualche giorno prima dell’approvazione al Senato della legge 78/2000 si scoprì che dagli abissi imperscrutabili dell’Arma era partito un sinistro colpo di avvertimento. Solo un velo dello scenario che si stava prospettando, una lieve vibrazione del pendolo che però, scrutata oggi con occhio storico, svela tutta la sua inquietante carica ammonitrice. Il 21 marzo 2000 gli organi di stampa entrano in possesso della nota informativa n. 20 del Cocer dei Carabinieri, datata 11 febbraio 2000, nella quale si riporta il contenuto di una telefonata fatta il 9 febbraio dal Colonnello Antonio Pappalardo, presidente del Cocer, al presidente del Consiglio Massimo D’Alema. L’argomento naturalmente è la legge sul riordino delle forze di polizia, che sarà votata in prima battuta alla Camera il 23 febbraio. Pappalardo si lamenta con D’Alema: «Qualcuno vuole mettere in difficoltà l’Arma dei carabinieri […]. Se si vuole un’unica forza di polizia, si abbia il coraggio di farlo. Questo ovviamente comporterà l’annientamento dell’Arma». Secondo la «sintesi della telefonata» riportata nella nota, D’Alema risponde: Se ho possibilità di lavorare con calma posso riaffermare i contenuti del disegno di legge del governo in cui non si parla della costituzione di una sala operativa unificata nelle questure… Per convincere il Parlamento ad accettare il provvedimento non bisogna fare uscire notizie contro il testo unificato che alla fine potrebbero mettere in contrapposizione governo e Parlamento. Dia assicurazione ai delegati (del Cocer, ndr) che troverò le giuste soluzioni. Un’unica forza di polizia nel nostro paese è una stravaganza.[27] Tra le proteste generali per l’irritualità della procedura e qualche allarmato interrogativo su chi comanda davvero nel Paese, la polemica, sia pure con difficoltà,[28] rientra: Pappalardo minimizza e chiede «immense scuse» al Governo e il sottosegretario all’Interno Massimo Brutti, per tranquillizzare gli animi, assicura autorevolmente che «non ci sono lobby, né pressioni, né ricatti» e invita a «raffreddare il clima», ché «a sangue freddo si ragiona meglio».[29]Si fa presto a dire, ma dagli abissi insondabili emergono altri messaggi torridi. Dieci giorni dopo, il 30 marzo, trascorso appena qualche minuto dall’approvazione al Senato della «famigerata legge» che trasforma la Benemerita nella quarta forza armata, «un flash di agenzia poco dopo mezzogiorno» fa deflagrare un altro «caso Pappalardo».[30] Un documento, Sullo stato del morale e del benessere dei cittadini, firmato dal presidente del Cocer, viene fatto pervenire alla stampa. Il dossier,[31] che circolava da tempo tra i Carabinieri, contiene analisi, giudizi e proposte che da più parti vengono riconosciute come funzionali a una strategia golpista e comunque ritenute da tutti gli schieramenti politici e anche dai vertici dell’arma assolutamente inaccettabili.[32] Qualche giorno dopo, a seguito di una strenua caccia al «corvo», l’Unac – Unione nazionale arma dei carabinieri, associazione culturale che raccoglie circa cinquemila aderenti, soprattutto sottufficiali, «abbastanza invisa al Comando generale di viale Romania»[33] – viene allo scoperto: «Siamo stati noi, sì, noi carabinieri. E siamo convinti di aver fatto bene» dice il segretario maresciallo Antonio Savino. «Non credo neppure di aver fatto nulla di illegale visto che quel documento è stato affisso nelle bacheche, è stato inviato ad un’infinità di comandi ed è stato discusso». […] Certo Savino e l’Unac avrebbero potuto, anziché diffondere il documento nel mondo civile, denunciarlo ai vertici militari. «I vertici di viale Romania ci boicottano in tutti i modi» risponde. Cioè, lo avrebbero insabbiato, non se ne sarebbe saputo nulla.[34] Dopo di che è Savino a porre una domanda alla quale ancora non si è potuto dare una risposta convincente e che sembra incoraggiare le ipotesi più inquietanti sul reale funzionamento della nostra società: «Il documento è stato portato subito al Senato e anche ai giornali – dice il maresciallo – un paio di giorni prima la votazione della legge. Perché tutti hanno taciuto? E perché l’Ansa ha aspettato il voto prima di mandare in rete la notizia?» Anche su questo, secondo Savino, bisognerebbe indagare. Immediata la replica dell’Ansa: «Prima di pubblicare abbiamo fatto tutte le necessarie verifiche».[35] Ma il mistero resta. «Certo è che se il dossier fosse stato reso pubblico prima del voto definitivo, la riforma sarebbe sicuramente slittata, e chissà fino a quando».[36] Pappalardo viene sollevato dal comando del II reggimento e costretto a lasciare la presidenza del Cocer in seguito alle irresistibili pressioni di Cossiga.[37] Nella lettera di dimissioni scrive: Consapevole dei miei doveri di cittadino e di carabiniere, fedele al mio costume e al mio passato di servitore dello Stato, mentre riaffermo la mia fedeltà alla Patria, la mia fede democratica, il mio rispetto verso il Parlamento, espressione della sovranità di noi cittadini, ed il governo nazionale che di esso è espressione, la mia convinta, profonda e incondizionata lealtà alla Repubblica e alle sue istituzioni, valori cui sempre ho reso testimonianza quale cittadino e carabiniere anche quando ebbi l’onore di essere membro della Camera dei deputati,[38] ritengo in questo delicato momento di dover servire le istituzioni e l’Arma dei carabinieri e tutti i singoli carabinieri d’Italia insieme a tutte le forze di Polizia del nostro paese, cui egualmente mi sento vicino, rassegnando le dimissioni da presidente del Cocer dei Carabinieri. […] Spero che questo atto di responsabile sacrificio allontani dall’Arma tentativi di ignobili speculazioni che sono giunti a mettere in dubbio la lealtà democratica e repubblicana dell’intera istituzione.[39] A sera Cossiga renderà onore al merito e giudicherà il gesto del colonnello un atto di grande responsabilità e un contributo coraggioso alla necessaria fine di tante inutili e pretestuose polemiche. […] una sofferta testimonianza di educazione morale e civile, di fedeltà alle istituzioni della Repubblica e di servizio alla comunità, cose che l’Arma impartisce, nelle sue scuole e nelle sue file, ai giovani e agli uomini che ne fanno parte.[40] L’intervento di Cossiga contribuirà a smorzare i toni della polemica, che tuttavia per qualche tempo restano accesi. È un animato tutti contro tutti. Anche Alleanza Nazionale si spacca sulla richiesta di dimissioni del comandante generale dell’Arma Sergio Siracusa.[41] Il Governo è sotto accusa per le frequentazioni di D’Alema con Pappalardo, Cossutta attacca Brutti, difeso da Marco Minniti «sottosegretario degli 007».[42] Ma la cosa all’interno dei DS non va del tutto liscia: Veltroni fa quadrato, anche se al gruppo ds e a Botteghe Oscure adesso si stanno chiedendo come si è arrivati a stringere un’alleanza con un personaggio come il capo del Cocer, fra gli ospiti «illustri» della Cosa 2 agli stati generali di Firenze. E non solo: girava voce di una possibile candidatura di Pappalardo proprio sotto la bandiera della Quercia. Rapporti curati soprattutto da Brutti, anello di collegamento fra ds e militari […]. Grazie a lui il partito ha fatto breccia per la prima volta nelle gerarchie […]. Stamattina, quando parlerà davanti all’Anm, magari Brutti fornirà tutta la ricostruzione ma ha già incassato la piena e riconfermata fiducia di D’Alema e Minniti. Il numero due di Palazzo Chigi, del resto, è l’altro polo nella gestione del settore stellette e divise, ha mediato a lungo e con pazienza per centrare l’obiettivo di cambiare volto ai carabinieri. E non si è fermato Minniti, nei vertici di maggioranza, neanche di fronte a veti e dubbi che qualche alleato ha sollevato fino alla fine: «Se volete, votate contro. Ma la riforma s’ha da fare».[43] Anche la Destra si fa sentire. In un violento editoriale apparso su L’Opinione, Arturo Diaconale se la prende con i silenzi e le reticenze del vice presidente del Consiglio Sergio Mattarella in Senato[44] e mette l’accento sulla strategia di annessione pervasiva della Sinistra nei confronti delle istituzioni, fornendo anche una spiegazione del comportamento apparentemente arrendevole dei Carabinieri, che si sarebbero indotti a cedere alle lusinghe degli ex comunisti per «ottenere una riforma che non sarebbe mai passata se la sinistra fosse stata all’opposizione invece che al governo».[45] L’intervento di Diaconale è interessante perché fa emergere il ruolo assolutamente super partes dei Carabinieri, lepidamente ribadito anche di recente dal presidente del Cocer, generale Maurizio Scoppa, che ha sostituito Pappalardo: «noi siamo al di fuori e al di sopra delle parti».[46] Detto altrimenti, un corpo separato, «di spiccata autoreferenzialità […], affidabili, temuti e anche alquanto sospetti come lo furono i gesuiti per il Papato»,[47] i quali però si dichiarano sempre «caratterialmente fedeli e ubbidienti […] a chiunque sia al potere: il re, il duce, la Dc, il Polo, la sinistra», come afferma – con orgoglio? con sarcasmo? – un veterano dell’Arma,[48] e «con gli alamari stampati sulla pelle» come soleva dire il generale dalla Chiesa.[49] «I carabinieri non sono mai stati facilmente definibili: guardie armate dei Savoia, incaricati delle più difficili operazioni politiche come l’arresto di Mussolini o l’eliminazione di Ettore Muti, sempre a difesa dello Stato ma sempre presenti in qualche modo nell’antistato a copia conforme dei legami inconfessabili che hanno sempre legato i potenti nel nostro paese alle forze illegali».[50] Sono insomma la più pura espressione della «continuità delle Istituzioni», che sta tanto a cuore al presidente Ciampi.Intanto Pappalardo finisce sotto inchiesta per violazione della disciplina militare. Il procuratore militare Antonio Intelisano secreta gli atti del lungo interrogatorio cui sottopone il colonnello. L’indagine sembra allargarsi e Pappalardo appare affranto,[51] ma qualche tempo dopo tenta, inutilmente, di riprendersi la presidenza abbandonata e appoggiato dal Cocer Interforze si appella al Tar adducendo vizi procedurali.[52] A fine giugno Intelisano deposita la richiesta di archiviazione dell’inchiesta penale,[53] ma invita l’Arma a valutare le violazioni disciplinari ravvisate dalla procura. A fine luglio Pappalardo si lamenta di aver ricevuto dal comando generale dell’Arma una diffida a partecipare alla conferenza stampa organizzata per commentare l’avvenuta archiviazione da parte del gip Carlo Paolella.[54] Il 25 agosto rispunta al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione e spariglia ulteriormente le carte dichiarando che «ha ragione Berlusconi, quando dice che la lotta al comunismo è un dovere morale».[55] A metà settembre si spaccia come promotore di un movimento politico dei militari,[56] ma il tentativo è bilanciato da analoghe prese di posizione da parte dei rappresentanti della Polizia. Il motivo del contendere stavolta sono esplicitamente i decreti attuativi della 78/2000 che il Governo sta per varare. Aliquò getta il proprio peso politico nella mischia: «Poliziotti e semplici cittadini aspettano ora con ansia che nuovi politici si occupino di diritti, legalità, sicurezza. […] Quelli di destra e sinistra ci hanno deluso. Ci vuole gente che sappia di che stiamo parlando. Non voglio un partito dei militari, ma questi che ci stanno adesso ci stanno facendo perdere la pazienza».[57] Lo scontro con la Polizia sulla legge di riordino era stato molto acuto nel febbraio. «All’interno della polizia ci sono delle frange che si stanno organizzando per scardinare il nostro sistema democratico» denunciava Pappalardo e aggiungeva: «Questi qui sono tutti nelle mani di An».[58]L’apparente schizofrenia che induce nello scontro tutti gli appartenenti alle varie forze dell’ordine ad appiccicare all’avversario quanto prima e più durevolmente possibile l’etichetta di «fascista antidemocratico» o di «comunista antidemocratico», a seconda dei casi, non deve stupire. Fa parte delle regole del gioco affabulatorio del dominio democratico, informate a quelle degli spot pubblicitari, secondo le quali non conta il contenuto, ma lo slogan. Se è quello giusto il consumatore se lo beve sempre. Figuriamoci l’elettore. Non a caso, a proposito del dossier Pappalardo, Il Giornale titolava Colonnello di sinistra fa tremare la sinistra. A conferma dell’assoluta tranquillità con la quale i bene informati liquidano le presunte differenze ideologiche o almeno programmatiche tra Destra e Sinistra. Comunque sia, dopo un ennesimo sussulto,[59] il «caso Pappalardo» si chiude con un nulla di fatto. [3. continua]   [27] Claudia Fusani, D’Alema disse al Cocer «sistemerò tutto io», in la Repubblica, 21 marzo 2000.   [28] «Non c’è stata nessuna trattativa segreta con i carabinieri, “solo polemiche sproporzionate”. Palazzo Chigi diffonde una nota per cercare di disintossicare il clima politico […]. Duro ieri il tono della presidenza del Consiglio. Oltre a giudicare le polemiche “assolutamente non commisurate a quanto avvenuto”, palazzo Chigi raccomanda di “non sollecitare una artificiosa e controproducente competizione” tra governo e parlamento ma anche tra le stesse forze di polizia […]. Dal ministro Bianco arriva il monito […]: “Nessuno può permettersi di alimentare tra i cittadini il sospetto che da parte del governo e del parlamento vi possano essere comportamenti non rivolti all’esclusivo interesse del paese e della collettività. Questo vale a maggior ragione per chi ha assunto un impegno preciso di lealtà e fedeltà alle istituzioni”» (Pappalardo: «immense scuse» al governo, ivi, 23 marzo 2000). [29] «Non solo dal Polo, ma anche dalla maggioranza arrivano aspre critiche contro il presidente del Consiglio e l’invito a presentarsi al più presto di fronte a deputati e senatori per spiegare cosa sia veramente successo e se – soprattutto – in quella conversazione si possa configurare una qualsivoglia “pressione” dei carabinieri per far passare norme a loro favore. Da Palazzo Chigi non arriva un fiato. Ma c’è freddezza. Il contenuto di una telefonata considerata “normale”, è stato grosso modo confermato, ma sminuito nel suo valore. Si sarebbe trattato di uno sfogo dell’irruente Pappalardo» (Liana Milella, Cocer, una spina per D’Alema, ivi, 22 marzo 2000). [30] Claudia Fusani, Il Cocer: noi, il nuovo Stato ed è subito bufera su Pappalardo, ivi, 31 marzo 2000. [31] «Nel sesto paragrafo del documento inviato alla rappresentanza dell’Arma, il colonnello Pappalardo, presidente del Cocer, si sofferma sulle riforme costituzionali. […] “Noi carabinieri riteniamo che sia opportuno che venga raccolto l’invito della Conferenza espiscopale italiana di formare nuovi movimenti politici che, ispirati a valori positivi e unicamente protesi al benessere dei cittadini, portino una ventata nuova nel panorama politico italiano – ancora dominato dalla vecchia classe politica o, peggio, dai portaborse di coloro che un tempo comandavano – e realizzino quelle riforme necessarie per allinearci ai Paesi europei. […] Noi carabinieri, in attesa di questa nuova aria, più fresca e più pulita, chiediamo sin d’ora che nel testo di riforma della Parte II della Costituzione, relativa all’ordinamento dello Stato, si tenga conto maggiormente del ruolo che stanno svolgendo nella società le forze armate e le forze di polizia. […] Le forze armate sono l’essenza democratica della Repubblica. Nessun’altra istituzione, neppure la magistratura, gode di tale alto privilegio”. I militari, pertanto, “costituiscono il centro della democrazia del Paese”. […] Inoltre il “documento” propone un “teorema dell’irrazionalità”. Tre i soggetti, il popolo, i politici e i carabinieri posti idealmente, e graficamente, ai vertici di un triangolo equilatero. Dal popolo parte una freccia in direzione dei carabinieri, con sopra la scritta “amare“, che significa: “il popolo ama i carabinieri”. Sempre dal popolo parte un’altra freccia, nella direzione dei politici con sopra la scritta “eleggere”, che significa “il popolo elegge i politici”. Dai politici parte un’altra freccia in direzione dei carabinieri, con sopra il verbo “diffidare” e cioè “i politici diffidano dei carabinieri”. E il documento continua: “È evidente l’irrazionalità del teorema che diviene ancora più illogico se cambiamo il verso della direzione delle frecce. E si scopre che i carabinieri amano e si sacrificano per il popolo, diffidano e si tengono lontani dai politici e i politici ingannano il popolo” (Le “riforme” del colonnello Pappalardo, in www.repubblica.it, 30 marzo 2000). [32] In una lunga intervista a la Repubblica, rilasciata a Liana Milella il 31 marzo, Sergio Siracusa, comandante generale dell’Arma, prende le distanze da Pappalardo e ne approfitta per dire la sua sulla conquistata autonomia: «“Sì, devo ammetterlo. Quel documento rappresenta un’ombra. Io lo respingo – risolutamente e decisamente – sia per i toni che per i contenuti. E perché si tratta di un’elucubrazione del tutto personale e in molti punti farneticante. E si presta a interpretazioni che sono nettamente opposte ai principi di profondo rispetto delle istituzioni democratiche che sono patrimonio dell’Arma. […] l’ho letto oggi. E mi sono reso conto subito del contenuto e della sua estrema gravità. Le espressioni usate non sono degne di un ufficiale che, per di più, è il rappresentante del Cocer”. Pappalardo dei carabinieri dice: “siamo lo Stato”. Critica i partiti che, in passato, avrebbero emarginato l’Arma e ipotizza la nascita di nuovi gruppi più disponibili verso i Cc. Qual è la sua opinione su tutto questo? “Respingo tutte queste affermazioni che nulla hanno a che fare con la lealtà e la fedeltà verso le istituzioni dell’Arma. È un linguaggio totalmente sconosciuto per tutti noi e che ipotizza situazioni del tutto al di fuori di ogni realistica concezione democratica”. Il colonnello sostiene, in vista di una nuova Costituzione, che “le forze armate sono l’essenza di uno Stato democratico”. Questa non le pare la teorizzazione di un golpe? “Le forze armate sono uno strumento indispensabile di uno Stato, ma non possono essere associate, in una nazione moderna e democratica, a idee golpiste. È pura farneticazione”. È anche un reato? “Lo dovrà valutare la magistratura. Per quanto mi riguarda, ho già preso il provvedimento di sollevare Pappalardo dal suo comando e di metterlo a disposizione”. Non si poteva fare di più? “Ho disposto anche che siano vagliate le responsabilità disciplinari per il contenuto e le modalità di diffusione del documento” […]. Lei si rende conto che questo documento suona come una conferma per chi – come l’Associazione dei funzionari di polizia – ha accomunato l’Arma di oggi a quella del Piano Solo? “Questi accostamenti mi danno molto fastidio perché non hanno alcuna rispondenza nella realtà, e, peraltro, gli autori di quella inserzione lo sanno benissimo. L’Arma è un organismo la cui lealtà è fuori discussione. Lo sanno il Parlamento, il governo e tutta la popolazione italiana”. […] Lei sa che molti, dal ’97, hanno ostacolato la riforma temendo proprio di dare troppo potere a un corpo militare che non è affidabile democraticamente? “Trovo questa impostazione del tutto assurda. Perché la legge non conferisce alcun potere ulteriore all’Arma, non apporta alcun cambiamento alle sue responsabilità in materia di ordine e sicurezza pubblica. La riforma ci dà solo l’autonomia dall’Esercito facendola dipendere dal capo di Stato maggiore della difesa e stabilendone più esplicitamente i compiti militari”. Sì, ma l’affidabilità? “Ogni sospetto è fuori discussione. Perché la nostra affidabilità democratica si fonda sui meriti che acquisiamo ogni giorno nella difesa della legge”. Perché, secondo lei, questo documento è uscito solo mezz’ora dopo il sì alla legge? “Non ne ho idea, ma comunque appare singolare che le ultime fasi dell’approvazione siano state accompagnate dalla comparsa della più varia documentazione possibile”. Vi accusano di attività lobbysta. Con tutta sincerità risponda: avete esercitato delle pressioni? “Noi non abbiamo esercitato pressioni di sorta, ma abbiamo solo fornito, spesso su richiesta di tanti parlamentari, informazioni sulle nostre esigenze e sulle prospettive collegate alla legge di riordino”. D’ora in avanti voi sarete più forti della polizia come dicono i loro sindacati? “No, perché mancano i presupposti. La legge non altera alcun equilibrio con la polizia perché, sul piano dell’ordine e della sicurezza pubblica, non ci sono modifiche. Del resto, siamo convinti che la pluralità delle forze di polizia sia una ricchezza per questo Paese e una garanzia democratica. E siamo altrettanto convinti della necessità di un coordinamento efficiente ed efficace”». [33] «Noi abbiamo inviato il dossier», ivi, 2 aprile 2000. [34] Ibid. Il primo aprile, sempre su la Repubblica, Luca Fazzo («Ma i vertici sapevano, perché si stupiscono?») aveva raccolto alcune dichiarazioni di ufficiali dei Carabinieri della caserma di via Moscova, «centro nevralgico dell’Arma a Milano», dalle quali trapela un divertito stupore per la linea di condotta tenuta dagli alti gradi: «“Quando ho letto che i nostri vertici fingevano di cadere dalle nuvole mi è venuto da ridere… Il documento Pappalardo girava da oltre un mese, protocollato, divulgato a un mucchio di stazioni e comandi della Lombardia su disposizione dell’ufficio Sp (cioè Segreteria e Personale, ndr) della Divisione Pastrengo. Solo nelle scorse ore, dopo che il caso è esploso sui giornali, a tutti noi è arrivato il contrordine: restituire il documento, con divieto assoluto di farne fotocopie. Anch’io ho dovuto recuperare la mia copia in fondo al cassetto e riconsegnarla immediatamente al mio superiore gerarchico. Una scena comica, come se avessero intenzione di mandarli al macero, di dire che il documento non è mai esistito o non è mai stato distribuito”». [35] «Noi abbiamo inviato il dossier», cit. [36] Giannini, op. cit. Il giorno prima Scalfari (op. cit.) scriveva: «Questa benedetta legge sulla quarta Forza armata bisognava proprio farla? Il colonnello Pappalardo è soltanto un demagogo in fregola che rappresenta soltanto se stesso oppure interpreta, sia pure con movenze da cialtrone, un aspetto profondo di quest’Ordine militare che sia pure alla lontana ha qualche parentela con la mentalità dei “marines” degli Stati Uniti? Sissignore, signore». Fra le tante domande che probabilmente non avranno risposta si potrebbe formulare anche questa: se è vero, come afferma Savino nell’intervista a la Repubblica, che «il documento è stato portato subito al Senato e anche ai giornali un paio di giorni prima la votazione della legge», perché la Repubblica non l’ha pubblicato? [37] «“Caro Antonio, ti scongiuro, dimettiti”. L’invocazione rivolta l’altro giorno da Francesco Cossiga al colonnello dei carabinieri travolto dalla bufera Cocer non è rimasta inascoltata. Anzi. E così il “non mi dimetto” ripetuto dal militare per tutta la mattinata e buona parte del pomeriggio, a sera si era trasformato nelle dimissioni da presidente del Cocer. Una svolta arrivata proprio in seguito a un colloquio avuto ieri pomeriggio dall’ormai ex presidente del Cocer con l’ex capo dello Stato. Un colloquio lungo (un paio d’ore, subito dopo la conferenza stampa tenuta nel pomeriggio dal militare) e segretissimo. Franco, severo, ma – come riferisce chi subito dopo ha parlato con Pappalardo – insieme affettuoso. Del resto, il rapporto fra i due è di vecchia data. In passato l’ex picconatore ha sempre difeso il colonnello “quando ingiustamente accusato”» (Barbara Jerkov, Un faccia a faccia di due ore e Cossiga piegò il colonnello, ivi, 1 aprile 2000). [38] «Nel 1992 Pappalardo diventa sottosegretario alle Finanze eletto con i socialdemocratici e, nel pieno di Tangentopoli, si erge a “paladino dei cittadini contro la corruzione del potere politico”. Nel 1993 il colonnello antitangente si candida alla poltrona di sindaco di Roma con il movimento Solidarietà democratica. Spiegava: “Molti cittadini mi fermano e mi dicono di non mollare, di fare politica. Noi sosteniamo la necessità di un capovolgimento completo, il nostro simbolo infatti è il mondo rovesciato. I politici non fanno nulla per i cittadini”. La lista naufraga. Ma Pappalardo, più tenace di un mastino con l’osso in bocca, ci riprova nel 1994 con An alle Europee. Un altro buco nell’acqua» (Torna Pappalardo, carabiniere anti-Pci, ivi, 26 agosto 2000). [39] Jerkov, op. cit. [40] Ibid. [41] «Che sia stata una telefonata tra il generale Siracusa e Gianfranco Fini a convincere il leader di An a moderare i toni sul caso Pappalardo? Dice Giulio Maceratini, capogruppo di An al Senato: “Non so se Gianfranco abbia parlato con il comandante generale dell’Arma, so solo che io ho maturato una posizione diversa dalla sua. Trovo più corretto, più opportuno, chiedere le dimissioni di Siracusa, come hanno fatto i miei senatori Filippo Ascierto e Antonio Palombo”. Sembravano soli, un po’ isolati, Ascierto e Palombo, entrambi un passato nell’Arma, entrambi convinti che la testa del generale debba essere sacrificata. “La loro è una posizione personale, non del partito”, avvisava venerdì sera, con fulminea nota di precisazione, l’ufficio stampa di An. E Fini, da Potenza, a denti stretti: “Da noi c’è libertà di pensiero”. “I colleghi sono stati inopportuni”, tuonava, allineato, Maurizio Gasparri un fratello nella Benemerita. Dietro le quinte, l’ex sottosegretario all’Interno del governo Berlusconi pare fosse, in realtà, perfettamente d’accordo con la richiesta di dimissioni presentata dai due colleghi, salvo poi cambiare idea e “scaricarli”. […] dice Selva: “Sono figlio di un maresciallo dei carabinieri. Mio padre mi raccontava sempre che non c’era notizia che potesse sfuggire al comando generale. Invece in questa storia del documento di Pappalardo mi sembra di trovarmi davanti alle scimmiette che non vedono, non sentono e non parlano» (Alessandra Longo, An insiste sulle dimissioni e Fini va in “minoranza”, ivi, 2 aprile 2000). [42] Umberto Rosso, Brutti finisce sotto accusa. Lo salva il soccorso di Minniti, ivi, 1 aprile 2000. [43] Ibid. Qualche giorno dopo il voto, il 4 aprile, l’Unità pubblica un articolo di Pietro Folena che si scaglia contro Aliquò accusandolo di aver pilotato l’uscita della notizia sul dossier Pappalardo. Aliquò risponde sul quotidiano con una lettera aperta in cui giudica la «lettura» che «Folena offre del “caso Pappalardo” […] assolutamente fantasiosa per giungere a delle conclusioni inaccettabili», e si chiede «per quale motivo si cerchi oggi di confondere, con tanto accanimento, la posizione di chi ha condotto una coraggiosa battaglia civile per evidenziare i limiti di un testo normativo con quella di chi, in modo oscuro, compila inaccettabili dossier». Ma l’attacco continua e «sulla base di un perverso ed inaccettabile parallelismo dolosamente suggerito da alcuni personaggi (in primis il senatore a vita Cossiga) tra il Colonnello Pappalardo (nel frattempo rimosso dall’incarico e denunciato alla Procura militare) ed il Segretario Nazionale dell’A.N.F.P. dr Aliquò, si invocano anche per il secondo provvedimenti punitivi; che, preannunciati pubblicamente dallo stesso Ministro dell’Interno Bianco, puntualmente arrivano. Il 6 aprile, infatti, al nostro Segretario Nazionale è recapitata una pretestuosa contestazione di addebiti per aver, attraverso le sue esternazioni sulla vicenda, “arrecato disdoro all’immagine dell’Amministrazione”» (Legge 78/2000: Riordino delle Forze di Polizia, cfr. n. 10). Aliquò ribatte punto su punto impartendo «una vera e propria lezione di diritto sindacale e di cultura della democrazia alle “menti sopraffine” che hanno tentato di colpirlo. Il procedimento, in seguito, si chiuderà senza l’adozione di misure disciplinari, con un provvedimento di archiviazione che però, lungi dal riconoscere le ragioni del Segretario Nazionale e del diritto, assomiglia piuttosto a un’inaccettabile assoluzione per mancanza di prove”» (ibid.). [44] «Il governo non sapeva. E non sapevano nemmeno i vertici dell’Arma. È la linea che Sergio Mattarella, questa mattina alle undici, esporrà a Palazzo Madama rispondendo alle interrogazioni presentate sul caso Pappalardo. […] Intanto non si placa lo scontro politico. A Fini, che afferma “la sinistra conosce i veri autori del documento Pappalardo”, replica Mussi. “Qui – dichiara il capo dei deputati ds – siamo alla distribuzione non controllata di veleni. Questa è certamente una destra, ma né liberale, né europea, né moderata. Non possiamo che rivolgere un severo appello al senso di responsabilità”» (Lo scontro sui carabinieri. Mattarella oggi al Senato, in la Repubblica, 3 aprile 2000). [45] «Il vice presidente del Consiglio Sergio Mattarella è siciliano. Ed in perfetta sintonia con le proprie origini ha sostenuto in Senato che nella vicenda Pappalardo il governo non c’entra assolutamente nulla. Come dire che nel gigantesco guazzabuglio dei tentativi di conquista o condizionamento dell’Arma dei Carabinieri la coalizione guidata da Massimo D’Alema non c’era. E se c’era dormiva. […] Se avesse ammesso che un qualche rapporto tra Palazzo Chigi ed il colonnello Antonio Pappalardo non è mancato, nessuno avrebbe potuto affondare più di tanto i colpi su Massimo D’Alema. In fondo è normale che il Presidente del Consiglio possa sentire il massimo rappresentante sindacale dei Carabinieri alla vigilia del varo della legge di riforma dell’Arma. Nell’epoca della concertazione è scontato che il capo del governo, così come consulta e s’accorda con i segretari delle grandi confederazioni sindacali, si consulti e si accordi anche con il principale rappresentante di un importante corpo dello stato. Soprattutto quando appare del tutto evidente che questo rappresentante non si muove solo in nome e per conto degli aderenti al Cocer ma anche della struttura di vertice dell’Arma. Qualcuno potrà anche dire che l’interesse del Presidente del Consiglio è di natura politica ed è diretto ad estendere l’egemonia del proprio partito anche su quella fetta delle istituzioni dello stato che è rappresentata dai carabinieri. Ma dov’è lo scandalo dopo che i DS si sono accaparrati parte della magistratura, l’intero servizio pubblico e privato radiotelevisivo [sic!], il resto delle Forze Armate, la Polizia, larghi settori del mondo burocratico e diplomatico, due confederazioni sindacali su tre ed hanno stabilito accordi di ferro con tutti gli altri “poteri forti”? Mattarella, al contrario, ha negato tutto. Il governo non c’era e se c’era dormiva. E comportandosi come una sorta di caricatura del siciliano omertoso non ha fatto altro che confermare clamorosamente tutti i sospetti che si sono accumulati sul governo nella vicenda Pappalardo. Non solo tutti c’erano, da Massimo D’Alema in poi. Ma tutti erano assolutamente svegli. E puntavano ognuno a ricavare il proprio interesse. Il presidente del Consiglio a blandire e conquistare politicamente l’Arma dopo aver blandito e conquistato la Polizia e le Forze Armate. Ed i carabinieri ad ottenere una riforma che non sarebbe mai passata se la sinistra fosse stata all’opposizione invece che al governo. Mattarella, in altri termini, ha messo in evidenza che l’intera questione non è altro che l’ennesima dimostrazione di come la sinistra concepisca lo stato. Non come una istituzione da difendere in nome degli interessi generali ma come un terreno da conquistare in nome del proprio interesse a conservare ad ogni costo il potere. Chissà che gli elettori del 16 aprile non ne traggano l’ispirazione per mandare a quel paese gli occupatori con le coppole storte» (Arturo Diaconale, Mattarella, l’omertoso confesso, in L’Opinione, 4 aprile 2000). [46] Nando dalla Chiesa - Maurizio Scoppa, L’Arma e la fiducia, in MicroMega, 4/2001, p. 68. [47] Scalfari, op. cit. [48] Fazzo, op. cit. [49] Ibid. [50] Bocca, Quelle paure dei politici, cit. [51] «Sono molto amareggiato, sono un ufficiale che ha sempre e solo cercato di curare gli interessi della base, dei suoi uomini. In un giorno ho perso tutto. E sono stato lasciato solo» (Claudia Fusani, Cocer, Pappalardo sotto torchio, in la Repubblica, 11 aprile 2000). [52] «“A quanto pare non sono così isolato” ha commentato il colonnello appena tornato da un lungo periodo di ferie» (Il Cocer su Pappalardo: «Dimissioni non valide», ivi, 4 maggio 2000). Cfr. anche Cocer, battaglia sulla presidenza davanti al Tar, ivi, 3 giugno 2000. [53] Cfr. Giovanni Maria Bellu, Cocer, «Assolto» Pappalardo, ivi, 4 luglio 2000. [54] Pappalardo: «L’arma mi ha zittito», ivi, 30 luglio 2000. [55] Torna Pappalardo…, cit. [56] «In questi giorni, nel mentre i due poli fanno le solite manovre in previsione delle elezioni politiche della primavera del 2001, i cittadini in uniforme, guastando loro la festa, si profilano e, per la prima volta nella storia della Repubblica, intendono fare politica. C’è chi, come me, ha aderito ad una associazione culturale “Nuova prospettiva”, che potrebbe trasformarsi in un movimento politico, così riunendo la maggior parte dei militari sotto un’unica bandiera […]. Insomma l’acqua bolle e i politici, invece di essere contenti che ben 3.840.000 uomini in uniforme, in servizio e in congedo, finalmente divengono pienamente cittadini esercitando i loro diritti politici, se la fanno letteralmente addosso, temendo, più che colpi di testa dei militari e dei poliziotti, che sanno bene essere mossi da forti sentimenti democratici, perdita di consensi da parte dei cittadini che finalmente possono avere uno schieramento veramente alternativo, di persone oneste, laboriose e che negli oltre cinquant’anni di Repubblica, in parecchie occasioni hanno vinto sfide terribili, come per esempio quelle contro la mafia e il terrorismo. […] sono certo che gli uomini in uniforme decideranno di fare il proprio dovere di cittadini-militari dando il loro contributo per la crescita di una società più libera, più giusta, più sicura e più umana» (Antonio Pappalardo, I diritti dei cittadini-militari, in L’Opinione, 26 settembre 2000). Sempre su L’Opinione, il quotidiano diretto da Arturo Diaconale, Pappalardo il 18 ottobre 2000 pubblica Gli occhi tristi della gente, un ennesimo articolo di autopromozione. È una risentita analisi sociologica non priva di patetismo: «Abituato da Presidente del COCER Carabinieri e da Comandante di reparti dell’Arma a muovermi con l’auto di servizio, dopo l’ingiusta estromissione dai miei incarichi con l’infamante accusa di essere un golpista, mi sono ritrovato più volte a decidere se recarmi al centro di Roma, in cui abito, con la mia autovettura privata oppure con l’autobus. Preso da rinnovato giovanile entusiasmo, ho scelto il mezzo pubblico. Nell’autobus, pieno come un carro bestiame, stipato insieme ad una folla infastidita per il disagio, ho incontrato tanti sguardi ostili, spenti, ma soprattutto tristi. […] Ma perché tanti avevano gli occhi tristi? Certamente per i disagi quotidiani che procura una metropoli disorganizzata, soffocata dalle automobili, difficile da vivere, per il disorientamento causato da una classe dirigente politica rissosa, contraddittoria e autoreferente, per l’incertezza del futuro che si prospetta sempre più incomprensibile, tecnologizzato e ostile, per l’angoscia causata dalla scarsità di lavoro e di sicurezza, per la frustrazione che procura un ambiente urbano e naturale deturpato. Ma c’era qualcos’altro che mi sfuggiva, che non riuscivo a raccogliere. Poi ho capito: la tristezza degli occhi della gente dipende più verosimilmente dal fatto che i cittadini non hanno più alcun riferimento morale, non credono più in alcun valore. Sono demotivati e delusi! La nostra democrazia è stanca. È stanca di essere il regno dell’arbitrio, la giungla dove vige la legge del più forte. Stanca di servire da terreno di battaglia per le risse politiche. Stanca di essere sfruttata da amministratori amorali e corrotti. Ha bisogno di essere rinnovata, rivitalizzata. E per fare ciò occorre che il cittadino si impegni in prima persona, esca dal suo guscio di semplice privato, si interessi attivamente delle problematiche della vita politica. E può fare tutto ciò inserendosi, con dinamismo particolare e forte tensione morale, in quelle associazioni di impegno sociale, che sempre più stanno sostituendosi alle strutture che tradizionalmente fanno politica. Una di queste Associazioni è “Nuova prospettiva”, alla quale ho aderito con la speranza che possa accogliere altri che come me vogliono contribuire al miglioramento della nostra società. Non solo a parole, ma soprattutto con i fatti». [57] Liana Milella, Tra i militari cresce la voglia di partito, in la Repubblica, 19 settembre 2000. [58] Id., E nel fortino del Viminale Masone si gioca il potere, ivi, 24 febbraio 2000. [59] Nella seconda settimana di ottobre L’Espresso pubblica una lettera che Pappalardo aveva inviato a Siracusa nel giugno, nella quale, oltre a ricordare che il dossier era conosciuto in tutta l’Arma, sosteneva che un intero capitolo «era stato scritto dal generale Venditti, attuale capo di stato maggiore». Il comando generale reagì subito dichiarando che «La lettera, che conteneva affermazioni palesemente destituite di ogni fondamento, è stata a suo tempo tempestivamente rimessa alle valutazioni dell’autorità giudiziaria» (Il dossier? Mi aiutò Venditti, in la Repubblica, 13 ottobre 2000). gaspare de caro e roberto de caro

sergio falcone 16/09/2007 01:05

Global Project Vicenza Invia le tue fotografie a immagini@globalproject.infoSabato 15 settembre 2007 10:29 Vicenza. Iniziano i lavori de l'Altro Comune al Dal Molin Oggi manifestazione conclusiva delle tre giornate di azioni dirette, presentate durante l’assemblea del Patto del mutuo soccorso lo scorso fine settimana, che concludono la dieci giorni di mobilitazione contro la costruzione della nuova base Usa a Vicenza organizzata dal Presidio permanente contro il Dal Molin.Il corteo studentesco dalla Stazione FS si è ricongiunto davanti all’area dell’aeroporto con la manifestazione partita dal campeggio No Dal Molin.Una manifestazione rumorosa e vivace contraddistinta dai cori, dagli slogan dal rumore delle “pignatte” aperto dallo striscione "Difendere la terra, per un futuro senza basi di guerra" e dagli alberi che l’Altro Comune ha deciso di piantare nell’area dell’aeroporto Dal Molin per la realizzazione di un parco pubblico. Un gesto simbolico, un segnale forte: gli alberi, la vita, al posto della guerra.I lavori di "giardinaggio resistente" sono iniziati con la posa a terra di 150 alberi "autoctoni" piantati dai cittadini del Presidio permanente.L’iniziativa si è conclusa con tutti i giardinieri dell’Altro Comune sotto un’enorme bandiera della pace. Cronaca audioore 13.00 - Si è appena concluso il count-down con il lancio degli innaffiatoi per festeggiare la riuscita dell’iniziativa, un’ultima corrispondenza con Maria di Radio Sherwood e Emanuele del Presidio Permanente. [ audio ]ore 12.50 - Un commento di Olol Jackson del Presidio Permanente su questa vincente iniziativa di giardinaggio resistente. [ audio ]ore 12.30 - Un breve commento di Cristian, giardiniere dell’Altro Comune, sulla posa degli alberi del nuovo parco pubblico di Vicenza. [ audio ]ore 12.10 - Iniziano i lavori di posa a terra delle piante. Altre voci dai lavori di "giardinaggio resistente". [ audio ]ore 12.00 - Centinaia di persone entrano nell’area dell’aeroporto per piantare gli alberi, intanto da fuori il sostegno rumoroso del corteo. [ audio ]ore 11.45 - I cancelli dell’aeroporto sono chiusi. Un giro di voci dalla manifestazione in attesa di entrare nell’area per l’inizio dei lavori, soprattutto tra le donne, grandi protagoniste di questa lotta. [ audio ]ore 11.30 - Un grande applauso ha salutato il Presidio permanente. Il corteo prosegue verso il Dal Molin con in testa piante, pale e gli attrezzi per piantare gli alberi. [ audio ]ore 11.15 - Slogan e cori dal corteo. I tranciatori sono già pronti per aprire l’area del nuovo parco. [ audio ]ore 11.00 - Parte il corteo con in testa i cittadini del Presidio permanente che portano le piante e le bandiere simbolo di questa protesta. "Contro la guerra e ogni suo ingranaggio, oggi facciamo giardinaggio!" è uno degli slogan lanciati dal corteo. Il corteo studentesco invece sta passando davanti alla Gendarmeria europea. [ audio ]ore 10.30 - Ancora dal campeggio in attesa di partire. [ audio ]ore 9.50 - La corrispondenza con Marina dal campeggio No Dal Molin. [ audio ] Giornate di azione diretta14.09.07 - Isolata la caserma Ederle | Contestato il vice-premier Rutelli13.09.07 - Presidio sotto al consiglio comunale Annullata la seduta. Un’altra vittoria del No Dal Molin Linkwww.nodalmolin.it Vai alla feature "No Dal Molin Festival"movimento

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