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29 octobre 2007 1 29 /10 /octobre /2007 23:15

Marina a été arretée mardi 21 août. Incarcérée depuis à la prison de Fresnes, elle est sous le coup d’une procédure d’extradition à la demande du gouvernement italien. Elle est une réfugiée italienne. Agée de 53 ans, mère de deux filles, elle vit depuis 1993 en France, où en 1998 lui à été octroyée une carte de séjour de dix ans. Au fil des ans, elle s’est inves- tie dans son métier d’assis- tante sociale auprès de plu- sieurs mairies et associations de la région parisienne. Il y a trente ans, en Italie, elle a été de ces dizaines de milliers de jeunes, de militants, des prolé- taires, d’hommes et femmes dont la révolte contre l’Etat et le capital a été jusqu’aux armes. Poursuivis par une jus- tice d’urgence, c’est à dire dans le cadre d’un «état d’ex- ception»inavoué (60 000 pro- cès, 6000 prisonniers polit ques), parfois après des années de prison (Marina a passé 8 ans en détention préventive), plusieurs centaines d’hommes et femmes se sont réfugiés en France où le Président de la République affirmait le «refus de toute extradition politique». Alors que l’Etat italien s’est enferré dans le refus d’une amnis- tie pour les condamnés pour les agissements, et notamment les faits d’armes, des années 60 et 70, cette politique d’asile de la France a été maintenue sans interruption vingt ans durant et dans des contextes politiques divers. Cette politique a pour- tant été renversée, son principe concrètement bafoué en août 2002, quand Paolo Persichetti a été remis aux autorités italiennes, puis deux ans plus tard, avec la tentative d’extradition de Cesare Battisti. Aujourd’hui, c’est au tour de Marina d’être incarcérée. Et on voudrait la livrer à un Etat qui ins- trumentalise les victimes et leur douleur pour construire une «justice infinie» qui revient à une infinie vengeance. Car en agitant le spectre qu’” autrement, il serait impossible aux proches des vic- times de faire leur travail de deuil”, l’Etat italien a imposé, en lieu et place des anciennes «parties civiles», le droit absolu et le devoir sacré des victi- mes à poursuivre indéfiniment leur quête de puni- tion. Alors même que la loi sur le repentir a produit un véritable “marché des indulgences”, on a subrepticement aboli le caractère fini de la peine:la possibilité d’une loi d’amnistie est désormais considérée scandaleuse et même l’idée de “pres- cription de peine” est devenue tabou. Marina risque la réclusion à perpétuité pour des faits datant d’il y a 25 ans. En effet, les tenants de la solution pénale aux conflits sociaux et politiques – autant que à tout ‘mal-de-vivre’ –, continuent à donner le ton en Italie, droite et gauche, société politique et ordre judiciaire confondus. Pourtant, ce sont ces même “gens d’en- haut” (politiciens, Opinion-makersau premier rang, s’appelant «classe dirigeante»par eux mêmes...) qui prêchent partout dans le monde - du Rwanda aux territoires palestiniens occupés, en passant par l’Irlande, l’Espagne, la Turquie - les vertus de l’oubli et du renoncement à la vengeance (donc ce qu’en droit est appelé «oubli judiciaire», «renoncement à la peine») aux fins que des sociétés, des groupes humains puissent respirer, recommencer à vivre...En revanche, dans le cas de cette poignée de gens ayant trouvé refuge en France, ils considè- rent que le temps est comme arrêté, que le crime est imprescriptible.

Collectif solidarité pour Marina

noeuropestra.jpg
















Affiche de Tardi pour Paolo Persichetti



Ahmed, compagnon de vie de Marina et pére de sa fille cadette Emmanuelle, a dècidé d’entamer, a partir de ven- dredi 2 novembre 2007, jour de son anniversaire, une grève de la faim pour attirer l’attention sur l’affaire Marina.“Les média mettent une personne sous le feu de la rampe pendent quel- que jours, puis les lumières s’éteignent sur celle qu’a été la proie du dispositif spectaculaire, et elle revient dans l’opacité, dans laquelle toute iniquité et arbitraire peuvent se passer sous silence, sans être dérangés. La grève de la faim est un geste d’usage de son corps comme ëarme communicationnelleí : un moyen de briser ce silence feutré, de tenter de parvenir à com- muniquer d’une façon élargie avec les gens du commun...”

Ahmed, compagno di vita di Marina, padre della sua figlia minore, Emmanuelle, ha deciso d’iniziare, venerdi 2 dicembre, giorno del suo compleanno, uno sciopero della fame per attirare l’attenzione sul caso di Marina. “I media mettono una persona, la sua vita, il suo mondo, sotto le luci crude della ribalta per un giorno, quando aggrada... E quando l’interesse voyeristico Ë esaurito, si spengono le luci piombando quella che Ë stata una “preda” del dispositivo spettacolare nell’opacità, in cui ogni iniquità o arbitrio puo’ passare sotto silenzio, indistur- bato. Lo sciopero della fame è un gesto di uso del proprio corpo come “arma comunicativa” : un mezzo per rompere questo silenzio, e tentare di stabilire una comunicazione allargata con “la gente comune”...”

Marina è una rifugiata italiana di 53 anni, madre di due figlie, che vive in Francia dal 1993, e alla quale nel 1998 è “stata consegnata” un permesso di soggiorno di 10 anni. Durante tutti questi anni Marina ha svolto l’attività di assistente sociale, lavorando a più riprese con diversi comuni ed associazioni della regione pari- gina. Trent’ anni fa, in Italia, lei come altre migliaia di giovani, di militanti, di proletari, di uomini e di donne si sono ribellati conto lo Stato ed il capitale prendendo le armi. Nel decennio seguito al sessantotto, pi ̆ di trent’anni fa, in Italia, la rivolta di decine di migliaia di giovani, di militanti, di proletari, uomini e donne che si sono ribellati contro il capitale e lo Stato è arrivata, per una larga parte di loro, fino alle armi. Marina ha fatto parte di questa onda lunga. La risposta Ë stata una giustizia “d’’emergenza”, che ha instaurato uno “stato d’eccezione” inconfes- sato e per ciò stesso più pervasivo e senza limitazioni (60.000 processi con oltre 6000 prigionieri politici: le cifre ne d‡nno la misura). C’è stato un uso generalizzato di anni e anni di carcerazione preventiva, resa necessaria da processi monstre di natura squisitamente politica, in un involucro giudi- ziario divenuto mero simulacro (Marina ha patito 8 anni di carcerazione preventiva : durata talmente lunga, da comportare l’ob- bligo della scarcerazione per decorrenza dei termini). Ad una situazione di questo tipo, centinaia di uomini e donne hanno scelto di sottrarsi, sfuggendo alla caccia poliziesca : chi ha potuto ha scelto come linea-di-fuga quella dell’espatrio, e poi o apertasi l’insperata possibilità di trovare un “porto” o di riparare in Francia, dove un Presidente della Repubblica aveva affermato il principio del “rifiuto a tutte le estradizioni politiche”, e argomen- tato il perché esso dovesse valere anche per i fuggiaschi da paesi dell’Unione Europea, nella fattispecie dall’Italia. Poiché lo Stato italiano negli anni si Ë arroccato sulla posizione di rifiuto totale di una amnistia per i reati riconducibili a quel periodo di sovversione che ha attraversato gli anni 60 e 70 della storia italiana (periodo arrivato ad una sorta di latente stato insurrezionale, che qualcuno ha definito “guerra civile a bassa inten- sità”), i governi succedutisi in Francia hanno ritenuto per oltre 25 anni di non sconfessare e rovesciare la politica d’asilo enunciata dal Presidente Mitterrand. Questa politica è stata disattesa ed esplicitamente revocata nell’agosto del 2002, quando Paolo Persichetti è stato estradato in Italia. Acio’ha fatto seguito il tentativo di estradizione di Cesare Battisti. Oggi è toccato a Marina. Incarcerata per essere consegnata ad uno Stato il cui ceto politico e di governo, in un disperato tentativo di autolegittimazione, strumentalizza il dolore delle vittime inalberando il vessillo di una “giustizia infinita”, che traduce un’ossessione di infinita vendetta. Ciò gronda abie- zione - si pensi allo spettro agitato di una ‘impossibilità dell’elaborazione del lutto da parte dei familiari delle vittime ... Ciò costituisce oltretutto fel- lonia rispetto ai propri presupposti, poiché è, per sovrammercato, “antigiu- ridico” e “incostituzionale”. Portando le “parti lese” a debordare ben oltre i limiti della “parte civile”, per trincerarsi dietro un diritto assoluto che al contempo è dovere sacro delle vittime a perseguire all’infinito la loro sete di punizione che diventa supplizio per tutti, vittime e carnefici veri e pre- sunti , si chiude il cerchio di un dispositivo fondato sulla sostanziale impu- nità per chi ha scelto — riscrivendo la cronaca e modificando la storia, ris- crivendo una verità fantasmatica — di aderire a questo rito collettivo di impossibile catarsi e repressione infinita. Da quando le leggi che premiano la collaborazione hanno prodotto un vero mercato delle indulgenze giudi- ziarie, dal diritto e dalla politica italiana è stata sostanzialmente cancellata la possibilità di fare una legge di amnistia, rendendo scandalosa perfino l’idea della prescrizione della pena ( nonché perfino — cosa assai graveper qualsivoglia società e gruppo umano — abolendo la pensabilità stessa di una possibile fine pena senza “pentimento”). Marina rischia la reclusione perpetua (fine pena: mai...) per fatti risalenti ad oltre 25 anni fa. In effetti la deriva imposta dalla ideologia della soluzione penale ad ogni costo per dirimere i conflitti politici e sociali - oltre che il mal di vivere di una intera società - continuano a rendere l’azione del ceto politico, e più in generale istituzionale, italiano assai confusa. Funzioni di governo, poteri “politici”, ordine giudiziario, si condizionano, si incalzano, competono, finendo a spingere la risultante in un’unica direzione, che è quella di una sorta di “delirio pan-penalistico”, nutrito di populismo “giustizierista”. Gli araldi delle “classi ” — politici, opinion makers, intellettuali — che pur pre- dicando per tutto il mondo, dal Rwanda ai territori palestinesi occupati, passando per l’Irlanda, la Spagna, la Turchia, il dovere di ‘oblio e di rinun- cia alla vendetta (cio’ che in termini giudiziari è detto “oblio giudiziario” e “rinuncia alla pena”) come unico modo per queste società di costruirsi un futuro, sono del tutto incapaci di applicare il medesimo principio in casa propria (dove peraltro non si puo’ non rilevare che le ferite sono, come entità numerica quantomeno, obiettivamente minori). E’possibile accet- tare il fatto che solo per il pugno di persone ormai rimaste tra quanti si erano rifugiati in Francia il tempo debba essersi come arrestato? Possibile che si debba sopportare che i loro atti vengano considerati come “impres- crittibili”, alla stregua di quanto vale per i “crimini contro l’umanità” ? Dovremo parlare, discutere di molte cose : di storie d’estradizione; di tossicomania punitiva della «Giustizia infinita»; di catastrofe mentale, etica, umana, prodotta dall’ideologia della soluzione penale come panacèa universale (prodotto ‘di sostituzione’ che sussume l’odio per la propria condizione conformandolo nella modalità più subaltena e degradante : come avviene in ogni guerra tra poveri, ogniqualvolta si esorcizza la potenza di vita, il potenziale di comunanza di autonomie singolari e diverse attirando i sottostanti nella coazione mimetica, nella rivalsa, nel conato di ritorsione, nella competizione/concorrenza, nell’antropologia della «teppa»); dell’anomalia italiana del rifiuto d’am- nistia; della necessità di una ricerc/azione anti-penale come ‘porta stretta’ per dei movimenti che vogliano evadere dalla mortificante uto- pia del buongoverno per riconoscere come ‘linea direttrice’ una comun’autonomizzazione. Rispetto a questi contesti, i ‘casi’ degli “imprescrittibili... di qui all’eternità” sono anche dei sintomi straordinaria- mente rivelatori, che tra-scendono la dimensione ‘locale’di prossimità. Su questi temi, ci permetteremo di invitarvi a un Giornale immaginario il prossimo mese di dicembre, a Roma.

GIORNALE IMMAGINARIO COMUNAUTA

Collectif solidarité pour Marina
Pour éclairer la cellule de Marina de notre solidarité, inondons-la de nos cartes postale:
Marina Petrella - n° d’écrou 932940  Maison d’arrêt de femmes de Fresnes Allée des Thuyas - 94261 Fresnes
Participez à la solidarité financière pour la défense de Marina et contre les extraditions :
Chèques ou virements à Janie Lacoste 67 rue de la Mare 75020 Paris CCP: 2113776N020 54 (étab : 30041 / guich : 00001)
Contact :marinapetrella2007@yahoo.fr
Appel pour les signatures :
http://www.paroledonnee.info



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Published by Oreste Scalzone
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KLetaGR 02/11/2007 17:09

Moi, si j’étais Dieu… par Giorgio Gaber. Moi, si j’étais Dieu, et je ne vois pas qui d’autre pourrait l’être, sinon moi. Moi, si j’étais Dieu, je ne me ferais pas avoir par les façons rusées des gens, ni ne serais non plus un dilettante et serais toujours présent. On pourrait me trouver vraiment en tout lieu à épier ou mieux encore à critiquer à propos ce que font les gens. Le petit-bourgeois, par exemple, qui est si ennuyeux à ne jamais commettre les si gros péchés dont il a tant envie de les commettre et qui ne parvient jamais à être intensément immoral. Du reste, ce « pôvre chéri », il reste trop miséreux et mesquin, et tout en sachant que Dieu est plus ponctuel qu’une montre en acier suédois, il ne lui vient pas à l’idée que la plus petite erreur lui est comptée et visible. C’est pour ça, que moi, si j’étais Dieu, je préfèrerais le siècle passé, si j’étais Dieu, j’implorerais, je regretterais la fureur antique où l’on haïssait, puis on aimait et l’on tuait l’ennemi. Mais je ne me trouve pas encore dans le règne des cieux, étant trop embourbé encore dans vos débâcles. Moi, si j’étais Dieu, je ne serais pas assez couillon pour croire ainsi aux palpitations du cœur ou même aux alambics de la raison. Moi, si j’étais Dieu, je serais certainement très franc et très distingué comme vous devriez l’être. Moi, si j’étais Dieu, je ne me serais pas non plus mis à épargner et j’aurais fait un homme meilleur. Oui, ça va, je l’admets, cela n’a pas été facile et c’est pour cela, pour prêcher la mesure juste que j’envoie pourtant n’importe qui en bas, puisqu’il plaît aux gens d’interpréter, et cela fait encore plus de bordel. Moi, si j’étais Dieu, je n’aurais pas commis les erreurs de mon fils et, sur l’amour et la charité, je me serais expliqué un peu mieux. Tout comme il n’est pas non plus normal qu’il y ait plus d’amour en réserve qu’il n’en puisse rêver chez un simple mortel capable de conneries du genre « compassion » et « faim en Inde», et qu’on en vienne à se dire : «  Mais comment peut-il se comporter après ça comme une telle charogne ? » Moi, si j’étais Dieu, je ne serais pas réduit comme vous l’êtes, et si je l’étais, moi, je choisirais de mourir pour quelque chose d’important. Certainement l’occasion de mourir de façon plaisante n’est pas toujours comprise et, même l’aventurier le plus paillard meurt où il peut s’y attendre sans beaucoup plus de conviction. Moi, si j’étais Dieu, je ferais ce que je veux, je ne serais sûrement pas laxiste et je dresserais mon fils, je serais sévère et juste, je dénigrerais les Anglais comme il me l’a été demandé, et les Africains aussi, si je le pouvais, puis l’Asie, et puis les Américains et les Russes, je raillerais le militantisme tout autant que la mysticaillerie et je giflerais les voltairiens, les voleurs, les imbéciles et les bigots, car Dieu est violent ! Et les gifles de Dieu collent tout le monde au mur. Mais je ne suis pas encore rendu dans le règne des cieux, je suis trop empêtré dans vos débâcles. Jusqu’à maintenant, nous avons plaisanté. Mais il va arriver, un jour ou l’autre, qu’un seul d’entre vous y prenne goût et qu’avec l’absolution de Dieu, il mette en l’air tout ce qui lui semble juste de le mettre en l’air. Et à Toi, fillette qui me dit que ce n’est pas vrai, que le petit-bourgeois est seulement un peu con, que cet homme est vraiment un délinquant, un arsouille, un porc en tous les sens du terme, une canaille, et qu’il a tenté vraiment de violer sa propre fille. Moi, comme Dieu inventé, comme Dieu contrefait, je prends mon courage à deux mains, je jette cette sentence qui dit : « On souhaite à ton père qu’ils lui tirent du plomb dans les fesses, chère petite ! De façon à ce qu’il devienne un « brave père de famille » dans les journaux. » Moi, si j’étais Dieu, je maudirais vraiment les journalistes et spécialement tous, qui sont sûrement de braves personnes, et où je les cueille, je les cueille toujours bien. Chers copains journalistes, vous avez trop soif, et vous ne savez pas profiter de la liberté que vous avez. Vous avez encore la liberté de penser, mais ce n’est pas cela que vous faites, au contraire, vous prenez la liberté d’écrire et de photographier. Images géniales et intéressantes de présidents solidaires et de mamans en pleurs. Et dans cette Italie pleine de peurs, comme vous êtes courageux, vous qui vous précipitez sans trembler un instant. Cannibales, nécrophiles, connivents*, rusés et complaisants, devrait-on dire. Vous vous jetez sur le désastre humain avec le sens des larmes de premier plan. Oui, ça va, je l’admets, ma déconvenue d’avec les bonnes feuilles et la presse serait peut-être une folie, mais moi, si j’étais Dieu, face à tant de déficience, je n’aurais pas la superstition de la démocratie. Mais je n’ai pas encore atteint le règne des cieux. Je suis trop scotché à vos déroutes. Moi, si j’étais Dieu, je fermerais naturellement le bec à tous ces gens, au règne des cieux, je ne voudrais d’aucun de ces ministres, ni de clientèles de partis sur le dos, parce que la politique est à vomir et abîme la peau. Et de tous ceux qui trempent dans ce jeu-là, qui se révèle bien un jeu de forces rebutant et contagieux, comme la lèpre et le typhus, il y en a qui font vilain, rien qu’à les regarder au visage, qu’ils soient onctueux Démocrates-Chrétiens ou compagnons de route grisâtres du P.C.i. Ils sont nés taillés d’une pièce ou bien finissent-ils pour le moins ainsi. Moi, si j’étais Dieu, du haut de mon trône, je verrais que la politique est un métier comme un autre, et je voudrais dire, comme l’aurait dit Platon, que le politicien est toujours moins philosophe et toujours plus con. C’est un homme voûté en ronde-bosse qui glisse sur le monde sans jamais se garder, qui glisse sur les paroles même quand il ne le veut pas, même quand il ne le montre pas… Ami radical**, dont je ne sais de ce nom, qui te l’a donné, et qui dans le fond te va bien, tant, désormais, il est galvaudé, ami radical, chevaucheur de tigres de tous poils, homme rusé qui se meut bien dans tout ce grand bordel, et pendant que, d’un côté on tire au petit bonheur la chance, de l’autre, les prisons se remplissent de gens qui n’ont rien à voir avec tout ce merdier. Ami radical, tu t’occupes vraiment de droits civils et des sottises que génère la démocratie, et on prépare donc un autre referendum, cette fois-ci pour savoir où donc les chiens doivent pisser. Amis socialistes, mais si, mais si, vous aussi insinuants, rusés, et voûtés, amis socialistes avec vos alliances inconsidérées de Droite, de Gauche, du Centre, avec vos hommes remisés, nouveaux venus et vieux crabes du sérail, amis socialistes, montrez le nez en cette année d’œillet rouge et de soleils naissants, montrez le nez, avec votre mythe de Progrès, et avec votre répugnante ambiguïté, remerciez la délirante imbécillité. Mais, moi qui ne suis pas encore au règne des cieux, je me trouve encore emmerdé par vos des cons venus. Moi, si j’étais Dieu, je n’aurais carrément plus de patience, j’inventerais de nouveau une morale, et je ferais donner les Trompettes du Jugement universel. « Et pourquoi est-il aussi partial, ton Jugement universel très personnel ? », me direz-vous. Parce que n’ont pas retenti mes trompettes pour les attentats, les enlèvements, les jeunes drogués et les bombes. Parce que n’est pas encore tournée l’autre face de la médaille. Moi, comme Dieu, et ce n’est pas que je ne le veuille pas, moi comme Dieu, je ne dis pas qu’ils soient injugeables ou, à ce propos, comme le dirait quelqu’un qui a peur, les innommables, mais comme homme tel que je le suis, et ai été, j’ai parlé de nous, ces communs des mortels, de ceux dont je ne les comprends pas, je m’épouvante, car ils ne m’apparaissent pas « mes » égaux. Je puis seulement dire d’eux qu’ils m’ont confisqué le goût d’être emmerdé personnellement. Moi, comme homme, puis dire seulement ce que je vois, qui est seulement l’image d’un grand naufrage. Mais, si j’étais Dieu, je serais aussi invulnérable et parfait, et alors, je n’aurais plus peur du tout, ainsi que je pourrais le crier, et je le crierais sans retenue qui est une saloperie, que les brigadistes militants sont arrivés droits à la folie. C’est là la différence entre nous et les innommables : je puis parler de nous, sachant qui nous sommes, et peut-être inspirons-nous plus de dégoût que d’épouvante face au terrorisme, ou à qui n’éprouve d’effroi qu’en se suicidant. Mais moi, si j’étais Dieu, ce Dieu même dont j’ai besoin comme d’un mirage, j’aurais encore le courage de persister à dire qu’Aldo Moro et toute la Démocratie-Chrétienne sont les Hauts responsables de 20 ans de cancer italien. Moi, si j’étais Dieu, un Dieu inconscient énormément sage, j’aurais encore le courage d’aller droit en taule, mais après avoir dit qu’Aldo Moro demeure la figure qu’il était. Mais au fond, tout cela est stupide parce que, logiquement, moi, si j’étais Dieu, je verrais plutôt la Terre de loin, et peut-être que je ne la ferais pas telle qu’elle me passionne dans cette lutte quotidienne. Moi, si j’étais Dieu, je ne m’intéresserais ni à la haine, ni à la vengeance, pas plus qu’au pardon, parce que l’éloignement est l’unique vengeance et le seul pardon. Et donc, à la fin, il va en résulter que si j’étais Dieu, je me mettrais « au vert », tout comme je l’ai fait, moi. Texte chanté (Sergio Falcone’s blog), traduit de l’Italien par Sedira Boudjemaa, artiste-peintre . Le Jeudi 1° Novembre 2007. *dans le texte original, l'adjectif « damiciseanti » signifie affidés de De Amici, 1° Ministre socialiste sous B. Craxi ** Parti Radical italien = ex-PSU+les Comités Bové+Les Verts d'ici, en France....

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