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19 novembre 2007 1 19 /11 /novembre /2007 07:18
Al 16 novembre i detenuti ergastolani che aderiscono allo sciopero della fame dal 1° dic. a sostegno dell'abolizione dell'ergastolo sono 737, le adesioni di detenuti non ergastolani, familiari, amici, semplici cittadini sono 7668.

Carcere di Livorno 02/11/2007

Pensiero notturno
 
E'l'una passata, sono da due ore che cerco di dormire mi giro e mi rigiro nel mio letto senza trovare una posizione che mi permetta di riposare, contrariamente di quanto si pensa la notte non è lunga, mi giro a guardare l'orologio e mi accorgo che le ore passano e io sono sempre sveglio, mi innervosisco ancora di più perché penso che fra poco è l'alba e io non ho chiuso ancore occhio. Poi mi calmo perché penso che in fondo anche se non dormo non cambia niente, farà lo stesso giorno e io farò la stessa vita, un po' rincretinito per il mancato riposo ma la stessa vita, quella che ho fatto da sedici anni e cioè niente! La solita vita di merda! Un solo giorno equivale a tutti i gioni, mesi, anni, tutti uguali, nessuna possibilità di cambiamento, statico come un quadro di un pessimo pittore, senza significato.Spesso mi chiedo dove trovo la forza per continuare, ma non trovo risposta è come se una forza invisibile mi dicesse di tenere duro e di resistere, ma a cosa? Sono cosciente di non avere più nessuna speranza di rivedere la libertà, e nonostante tutto tengo duro.In queste notti tristi (per fortuna rare) mi chiedo se questo abbia senso, mi chiedo se il mio coraggio di vivere a queste condizioni in realtà non sia coraggio ma vigliaccheria.Una persona "normale" non accetterebbe di vivere una non vita. Per vivere in queste condizioni bisogna essere folli o vigliacchi, io non ho ancora scoperto a quale categoria appartenga. Spesso mi faccio coraggio che un giorno tutto finirà, una piccola illusione persa in tante verità.Seneca diceva: perché perseverare nel vivere a tutti i costi quando non hai più speranza di vita. Cosa trattiene l'uomo a chiudere il sipario quando la commedia è finita, perché ostinarsi a recitare con la platea vuota? Cerco questa risposta dentro di me con la speranza di non trovarla mai, se la trovassi potrei avere il coraggio di chiudere il sipario.Forse mi ostino a recitare la vita perché in realtà non l'ho mai vissuta, non ho paura di morire, solo chi ha vissuto ha paura di morire e io non ho mai vissuto, come potrei rimpiangere ciò che non ho mai avuto?Vivo di ricordi, ma sono finiti anche quelli, non ho avuto molto tempo per crearmeli e quelli che ho, in sedici anni di prigionia sono finiti, li passo e li ripasso fino alla nausea, non mi resta altro che inventarmi dei ricordi non veri, frutto solo della mia fantasia, e quando avrò finito anche quelli cosa succederà? Non lo so. Per adesso mi sono stancato sono le due meno un quarto e credo che adesso potrò dormire un po' o al limite mi creerò un falso ricordo, ma prima mi fumo la ennesima sigaretta, e poi si vedrà.E' mattino, sono riuscito a dormire, come ho previsto mi sento un po' rincretinito ma rilassato ed ecco che inizia un'altra giornata  di non senso.
Alfredo Sole.
 

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Published by Oreste Scalzone
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luca sole 27/11/2007 21:57

ciao  fratelloho trovato la tua poesia per errore navigando su internetmi ai fatto piangere e non mi ricordo piu l'ultima volta che avevo piantonon so chi la messa su internet ma se la persona che la messa e una persona che puo lasciarti un messaggio, sappi che noi ti amiamo e ricordati cosa mi ai sempre dettoLA PAZIENZA E LA VIRTU DEI FORTIVengo a trovarti prestissimo telo prometto Tuo fratellino luca SOLE

sergio falcone 24/11/2007 04:26

12 dicembre 1969. Valpreda innocente, Pinelli assassinato, la strage è di Stato!       DOCUMENTI PER CAPIREE NON DIMENTICARE Quelli che seguono sono documenti relativi alla "strategia della tensione" e , in particolare, alla strage di Piazza Fontana. Li proponiamo perché siamo convinti che la memoria storica non vada mai rimossa o distorta e che i saperi vadano condivisi, ma anche perché la vicenda di Piazza Fontana, non si é ancora conclusa, essa pesa tuttora sul nostro presente. Per chi non è digiuno di conoscenze sulla stategia della tensione nomi o avvenimenti come Giannettini, Rauti, Istituto Pollio 1965 (dove, si dice, vennero gettate le basi della startegia della tensione), Guerin-Serac, Aginter-Presse, SID, SIFAR, CIA, Miceli, Feltrinelli, Pinelli, Valpreda, ecc non suonerranno nuovi, molti libri ( ad esempio "Strage di Stato" ) ne parlano, ma quanti di loro hanno mai letto non una citazione, ma un documento? Questa è una piccola occasione per farlo.DOSSIER 12 DICEMBREL'omicidio di Pinelli e la stampaAncora Aginter Presse L'organizzazione, gli scopi, le regole dell'Aginter Presse. Si parla anche di un interessamento della magistratura, ma, come sappiamo, i risultati sono stati scarsi... NovitàLa parata e la risposta.Un documento del SIFAR (servizio segreto italiano) davvero illuminante...GIANNETTINI AL POLLIOL'INTERVENTO DI GIANNETTINI ( SERVIZI ITALIANI ) AL CONVEGNO CHE GETTO' LE BASI DELLA STRATEGIA DELLA TENSIONE PINO RAUTI AL POLLIOCOME SOPRA...EPOCA 1L'ARTICOLO PUBBLICATO A POCHI GIORNI DALLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA DAL SETTIMANALE "EPOCA". SI SPERA CHE LE FORZE ARMATE SCENDANO IN CAMPO... EPOCA 2IL COMMENTO DI "EPOCA" SUBITO DOPO LA STRAGE. AGINTER-PRESSENELLA LISBONA DI SALAZAR UN'AGENZIA DI STAMPA SERVE DA COPERTURA PER OPERAZIONI SPORCHE IN VARIE PARTI DEL MONDO, ANCHE IN ITALIA. MA LA DITTATURA CADE E QUALCOSA VIENE A GALLA. VARIEVARIE, OVVIO!

sergio falcone 24/11/2007 04:22

24 novembre 2007. Contro la violenza sulle donne IL 24 NOVEMBRE E' ANTIFASCISTA E ANTIRAZZISTACOMUNICATO SULLA MANIFESTAZIONE DEL 24 NOVEMBRE CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNEAderire ad una manifestazione significa condividerne i contenuti, le pratiche, le finalità.La manifestazione di sabato 24 novembre non è una manifestazione contro una “generica” violenza sulle donne, i cui autori si vogliono ancora non “nominare”. E’ una manifestazione contro la violenza “maschile” sulle donne. Continuare ad indicare il “sesso” delle “vittime” e non anche quello degli autori della violenza, cioè “gli uomini”, significa perpetuare una logica di disconoscimento e di rimozione della realtà.La violenza maschile contro le donne è una realtà drammatica e, purtroppo, è presente, non nelle “pieghe piùnascoste della nostra società”, bensì in quelle più visibili: la famiglia. Più del 68% della violenza maschile sulle donne avviene tra le mura domestiche e gli autori sono i loro mariti, conviventi, ex partner, padri, fratelli, comunque uomini conosciuti! Nel 94% dei casi non è denunciata.Per questi motivi, rifiutiamo l’adesione alla manifestazione del 24 novembre e la strumentalizzazione di questa giornata da parte dell’UGL e degli altri soggetti politici che hanno aderito al Family Day, che disconoscono l’autodeterminazione delle donne e sostengono le politiche razziste, familiste e ostili al riconoscimento dei diritti e della libertà di lesbiche, gay e trans della destra reazionaria, rilanciate in grande stile anche da un governo che si definisce di sinistra.Queste politiche rappresentano la cancellazione della libertà femminile, unico possibile fondamento dell’eliminazione definitiva di ogni forma di violenza contro le donne. Ribadiamo qui e ora la nostra incompatibilità con chiunque porti avanti scelte e pratiche politiche opposte ai nostri percorsi e all’affermazione dell’autodeterminazione e della libertà delle donne in ogni ambito.Nel riaffermare l’autonomia politica e la forza delle pratiche politiche delle donne, sosteniamo con forza e determinazione, il nostro essere antifasciste, antirazziste e antisessiste, nei contenuti e nella lotta. I collettivi della rete Controviolenzadonne: A/matrix, Assemblea femminista via dei volsci 22, Centro Donna L.i.s.a., Feramenta, Infinite voglie, La mela di Eva, Luna e le Altre, Martedì autogestito da femministe e lesbiche, Ribellule 

sergio falcone 23/11/2007 18:31

venerdì 23 novembre 2007 I giornali a processo: il caso 7 aprile - Settima parte I giornali a processo: il caso 7 aprile - Settima parte di Luca Barbieri c) 2002 - Si consente la riproduzione parziale o totale dell'opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta. CAPITOLO II - IL "7 APRILE", LA STORIA 1. Una storia non raccontata Con il nome “7 aprile” si indica l’inchiesta partita a Padova il 7 aprile 1979 su ordine del procuratore della Repubblica Pietro Calogero. Ma tentare di scrivere una storia organica di quell’ampia serie di procedimenti polizieschi e giudiziari che prendono il nome di “7 aprile” non è impresa facile. Non esiste infatti nessun testo o lavoro che ripercorra la storia di questo avvenimento, pur così importante nella storia repubblicana, dall’inizio alla fine. I testi riportati nella bibliografia di questo lavoro sono in gran parte stati scritti tra il 1981 e il 1983. Si tratta di pubblicazioni che si inseriscono nel lungo periodo che passa tra l’inchiesta e il processo con il dichiarato intento di “mettere ordine” in una faccenda così complessa e offrire spunti critici. Parlano del “blitz 7 aprile” (il migliore e il più utilizzato in questa ricostruzione è sicuramente il testo di Ivan Palermo), ma non esistono testi che esaminino la vicenda nel suo complesso prendendo come suo inizio il 7 aprile 1979 e come data conclusiva la data della sentenza di secondo grado. La sintesi qui operata è quindi un difficile puzzle costruito con tasselli ricavati dalla stampa dell’epoca, dalla bibliografia riportata, dagli stessi atti giudiziari. 2. Confini incerti La vicenda che va sotto il nome di 7 aprile pur avendo un inizio e protagonisti molto precisi non ha confini ben delimitati. L’istruttoria sembra espandersi con una velocità esponenziale. Risulta difficile rinvenire una logica precisa, ricostruirne i confini e persino le imputazioni se non gli imputati. Dall’inchiesta madre nascono infatti moltissime indagini locali, a Napoli, Milano, Roma. In ogni città italiana attraversata dall’autonomia, sembra rintracciarsi l’attività illegale del nucleo principale degli imputati padovani. Alcuni blitz partiti dall’inchiesta madre (l’ultimo è del giugno del 1983) verranno fatti rientrare nel processo 7 aprile (a sua volta sdoppiato in troncone padovano e romano). Altri daranno vita a processi autonomi. Anzi la cronaca dei quotidiani dell’epoca intreccia la vicenda 7 aprile con quasi tutti i principali avvenimenti della storia repubblicana dalla fine degli anni Settanta ai primi anni Ottanta. Dagli episodi di esproprio proletario dei primi anni Settanta all’omicidio Moro, a quello del giudice Alessandrini, all’assassinio del giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi, al sequestro del generale Dozier. La ricostruzione qui fornita non cita tutti gli imputati e le azioni che possono essere ricondotte a tale vicenda, ma solamente quelle principali e maggiormente significative. 3. I Primi passi. Le prime inchieste padovane su Autonomia Prima di arrivare al blitz del 7 aprile 1979 sarà utile ripercorrere le “tappe di avvicinamento” della magistratura al mondo dell’autonomia padovana. Il sostituto procuratore Pietro Calogero inizia le proprie indagini sul fenomeno due anni prima del famoso 7 aprile. Ancora nel 1977, quando il fenomeno è scarsamente considerato dalle forze politiche e dall’opinione pubblica, Calogero comincia le sue indagini sui Collettivi politici padovani. Nel 1977 procede ad alcuni arresti e a ordini di comparizione nei confronti di Negri, Ferrari Bravo, Del Re, Bianchini e Serafini, tutti poi coinvolti nella retata del 7 aprile 1979. E’ importante ricordare questa inchiesta, perché con essa il procuratore Pietro Calogero comincia a delineare il suo metodo investigativo e i tratti principali di quello che sarà poi chiamato il “teorema Calogero”. Una volta prosciolti (nel gennaio del 1978 proprio su richiesta dello stesso procuratore) i cinque docenti universitari invitati a comparire, Calogero continua comunque la sua indagine contro ignoti. Una fase sotterranea dell’indagine che proseguirà fino agli arresti del 7 aprile 1979. Ma mentre l’indagine giudiziaria procede in sordina (senza comunicazioni giudiziarie né imputazioni, solo qualche perquisizione e l’assunzione di una gran mole di documenti) Calogero pubblicizza, attraverso una intervista rilasciata a Panorama il 23 maggio del 1978, la sua ipotesi di lavoro. Per Calogero «un unico vertice dirige il terrorismo in Italia. Un’unica organizzazione lega le Br e i gruppi armati dell’Autonomia. Un’unica strategia eversiva ispira l’attacco al cuore e alla base dello Stato». Le due organizzazioni per Calogero sarebbero in sostanza due facce della stessa medaglia. «Le differenze, a ben vedere, sono tutte labili, anche se i due gruppi continuano ad affermare che sono notevoli. Io credo che lo dicano solo allo scopo di creare confusione e disorientamento». Ma in questi due anni che separano l’inizio delle indagini dal blitz, il Paese muta profondamente. Il livello della lotta armata, con il delitto Moro si alza notevolmente. E questo senza che da parte dello Stato si giunga veramente ad una risposta ferma ed efficace. L’acuirsi e l’estremizzarsi della spirale terroristica ha le sue importanti conseguenze anche sulle forze tradizionali della sinistra. Sindacato e Partito comunista sono in prima linea nel sostegno alla lotta al terrorismo. Non solo con una chiara presa di posizione ma anche con una mobilitazione effettiva, fatta di testi forniti alla magistratura e di attiva ricerca al proprio interno (come i questionari anonimi distribuiti dal sindacato torinese). 4. Il “Teorema Calogero” L’ipotesi accusatoria sulla quale lavora il sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero si può riassumere nella convinzione che l’eversione e il terrorismo di sinistra in Italia sia un fenomeno manovrato da un’unica direzione strategica. Non esisterebbero insomma tanti gruppuscoli eversivi scollegati tra loro ma un’unica organizzazione, che Calogero chiama Autonomia operaia organizzata, che prende, per motivi strategici, più nomi e più forme. Anche un movimento come quello dell’Autonomia vivrebbe quindi in perfetta simbiosi organizzativa con il gruppo di fuoco più avanzato, cioè le Brigate Rosse. Due facce della stessa medaglia. A capo di Autonomia operaia organizzata ci sarebbe il gruppo dirigente del disciolto Potere operaio, un gruppo della sinistra extraparlamentare che si sarebbe fintamente sciolto a Rosolina nel 1973 solamente per passare a gruppo illegale e clandestino. 5. Il blitz del 7 aprile 1979 Su questa ipotesi, il 7 aprile del 1979 una vasta operazione di polizia condotta dalla Digos si svolge su tutto il territorio nazionale (principalmente a Padova, Milano, Roma, Rovigo e Torino), e porta a decine di arresti di militanti identificati nell’area della cosiddetta “autonomia”. Tra gli arrestati molti militanti di Potere operaio, il gruppo extraparlamentare di sinistra discioltosi nel 1973, e docenti in vista, appartenenti alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Padova. Gli ordini di cattura vengono firmati dal sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero. Con l’imputazione di aver in concorso tra loro e con altre persone, essendo in numero non inferiore a cinque, organizzato e diretto un’associazione denominata Brigate Rosse, costituita in banda armata con organizzazione paramilitare e dotazione di armi, munizioni ed esplosivi, al fine di promuovere l’insurrezione armata contro i poteri dello Stato e di mutare violentemente la costituzione e la forma di governo sia mediante la propaganda di azioni armate contro le persone e le cose, sia mediante la predisposizione e la messa in opera di rapimenti e sequestri di persona, omicidi e ferimenti, incendi e danneggiamenti, di attentati contro istituzioni pubbliche e private (20). e di aver diretto ed organizzato un’associazione sovversiva denominata Potere Operaio e altre analoghe associazioni variamente denominate ma collegate fra loro e riferibili tutte alla cosiddetta Autonomia Operaia Organizzata, dirette a sovvertire violentemente gli ordinamenti costituiti dello stato sia mediante la propaganda e l’incitamento alla pratica della cosiddetta illegalità di massa e di varie forme di violenza e lotta armata (espropri e perquisizioni proletarie; incendi e danneggiamenti di beni pubblici e privati; rapimenti e sequestri di persona; pestaggi e ferimenti; attentati a carceri, caserme, sedi di partiti e associazioni) sia mediante l’addestramento all’uso delle armi, munizioni, esplosivi e ordigni incendiari sia infine mediante ricorso ad atti di illegalità, di violenza e di attacco armato contro taluni degli obiettivi precisati (21). Vengono arrestati: Antonio Negri, ordinario di Dottrina dello Stato dell’Università di Padova; Luciano Ferrari Bravo, assistente; Emilio Vesce, direttore di Radio Sherwood e della rivista Autonomia; Oreste Scalzone, fondatore dei Comitati comunisti rivoluzionari; Mario Dalmaviva, esperto pubblicitario, leader torinese di Potere operaio; Giuseppe Nicotri giornalista de Il Mattino di Padova (su Repubblica con lo pseudonimo di Giuseppe Miccolis); Nanni Balestrini, poeta. Questi ultimi due imputati, a differenza dei precedenti, non hanno collegamenti con Potere operaio.Sfuggono invece all’arresto: Franco Piperno, professore di fisica all’Università di Cosenza; Giovanni Morongiu; Gianfranco Pancino, medico; Roberto Ferrari, direttore di un magazzino a Milano. Nello stesso giorno vengono arrestati, imputati di associazione sovversiva per “aver organizzato e diretto un’associazione denominata Potere Operaio”: Alisa Del Re, Guido Bianchini e Sandro Serafini (tutti e tre lavorano alla Facoltà di Scienze politiche all’Università di Padova), Carmela di Rocco, Ivo Gallimberti, Massimo Tramonte (impiegato libreria Calusca), Paolo Benvegnù, Marzio Sturaro. Sempre nella giornata del 7 aprile 1979 il Capo dell’Ufficio del Tribunale di Roma, Achille Gallucci, spicca un mandato i cattura contro il professor Antonio Negri. Questi viene accusato di essere (insieme a Moretti, Alunni, Micaletto, Peci, Faranda, Morucci e altri 16) l’organizzatore della strage di via Fani e del sequestro Moro. «Esistono molti elementi probatori che portano ad identificare nel Negri il brigatista rosso che telefonò a casa dell’onorevole Moro durante il sequestro di costui», recita il mandato di cattura.Per lo stesso reato è indiziato anche Giuseppe Nicotri. Nei confronti del professor Negri si ricorre all’articolo 284 del codice penale “per aver promosso una insurrezione armata contro i poteri dello Stato e commesso fatti diretti a suscitare la guerra civile nel territorio dello stato” (22).E’ la prima volta nella storia della Repubblica che questo articolo del codice penale viene utilizzato. La pena prevista è l’ergastolo.In più Negri riceve comunicazione giudiziaria perché indiziato di: omicidio del giudice Riccardo Palma; gambizzazioni del direttore del Tg1 Emilio Rossi e del Preside della Facoltà di Economia e Commercio Remo Cacciafesta; dei dirigenti democristiani Publio Fiori, Gerolamo Mechelli, Valerio Traversi e Raffaele De Rosa.Queste le motivazioni che riguardano Negri: Concorrono a carico del Negri sufficienti indizi di colpevolezza in ordine ai reati come sopra ascritti, che si desumono:1.Dall’esito degli accertamenti di cui alla relazione in data 2 aprile 1979 n.02482 della Digos di Padova e del rapporto in data 4 aprile 1979 n.05071 della Digos di Roma2.Dalle enunciazioni ideologiche diffuse dal Negri sin dal 1971 incitanti alla insurrezione armata contro i poteri dello Stato; enunciazioni i cui contenuti sostanziali sono ripresi negli opuscoli delle “Brigate Rosse” e di similari bande armate, nonché dei volantini rivendicanti fatti delittuosi da parte di tali associazioni eversive, come ad esempio; “Insurrezione è la ragionevolezza di un punto di vista materialistico e dialettico di fronte alla disperata irrazionalità della repressione…”; “Una avanguardia militante che sappia stabilire un rapporto effettivo con le nuove organizzazioni di massa, che sappia centralizzare e promuovere il movimento complessivo verso sbocchi insurrezionali…”; “In questa giungla della fabbrica sociale le avanguardie possono oggi invece costituire dei focolai di lotta insurrezionale attorno alle quali le masse degli sfruttati si riuniscono…”; “Diciamo appunto insurrezionale e non rivoluzione”; “…Porre in atto tutti i meccanismi che permettono all’organizzazione di realizzare questi scopi è il nostro compito immediato…”; “Colpire con violenza di avanguardia, in misura eguale e contrariai meccanismi di comando del padrone”; “L’urgenza di una forza armata del proletariato che attacchi e distrugga il comando capitalistico…”; “…Nell’attuale processo di proletarizzazione la classe operaia comincia infatti a negarsi come classe, il suo potere non può che consistere nell’esaltazione dell’odio che essa porta insieme contro il suo avversario e contro se stessa…”; “Organizzazione significa riappropriazione diretta della ricchezza esistente per distruggerla o per liberare forza invenzione. Ribellarsi, insorgere è il nesso dialettico di ogni sequenza dell’azione rivoluzionaria…”; “Vale allora forse la pena di riconoscere anche noi stessi soggetti del processo rivoluzionario: tenendo soprattutto conto che “grande è il disordine sotto il cielo. La situazione è dunque eccellente”;3.Dal rilievo che tali enunciazioni sono state sostanzialmente riprese negli “opuscoli”, nei “volantini” e nei “comunicati” a firme delle “Brigate Rosse” e di altre analoghe organizzazioni eversive;4.Dalla sussistenza di elementi probatori che portano a identificare nel Negri il “Brigatista Rosso” che telefonò a casa dell’Onorevole Moro durante il sequestro di costui;5.Dal rilievo che il Negri, dichiarando nelle sue enunciazioni che “nostro compito immediato” è di porre in atto tutti i meccanismi che permettono alla “organizzazione” di realizzare questi scopi (cioè l’insurrezione contro i poteri dello Stato), offre egli stesso elementi indizianti sulla esistenza di una organizzazione eversiva nella quale ricopre il ruolo di capo. In serata dalla procura di Roma viene emesso un comunicato stampa firmato dal sostituto procuratore generale Claudio Vitalone in cui si accenna all’esistenza di prove molto pesanti che collegano Toni Negri all’omicidio Moro.L’eco dell’evento nel Paese è enorme. L’operazione viene presentata dalla magistratura come la mossa che ha decapitato i vertici del terrorismo. Gli avvocati della difesa, che sostengono che gli ordini di cattura non sono sostenuti da alcun elemento di fatto, chiedono di procedere con rito direttissimo oppure la formalizzazione dell’istruttoria.Il 16 aprile l’inchiesta viene trasferita a Roma, che viene ritenuta territorialmente competente proprio facendo riferimento all’articolo 284. A Padova rimangono gli imputati “minori”, quelli per cui non scatta il coinvolgimento nell’insurrezione armata. Il 7 luglio Giuseppe Nicotri viene scarcerato dopo che il suo alibi è stato controllato. Nicotri era accusato di essere il telefonista delle Brigate Rosse che il 9 maggio del 1978 telefonò a casa del professor Tritto per indicare il luogo dove si trovava il cadavere di Aldo Moro. La telefonata secondo gli investigatori è partita da Roma. Ma il 9 maggio Nicotri era a Padova al lavoro nella redazione del Mattino di Padova. Il suo alibi, confermato dai colleghi, è stato controllato solo tre mesi dopo. Un’analoga situazione riguarderà anche Antonio Negri.Nello stesso giorno viene emesso il primo ordine di cattura “sostitutivo”. Per Negri, Scalzone, Ferrari Bravo, Vesce, Dalmaviva, Zagato e Piperno (sempre latitante) l’accusa è ora di aver «promosso ed organizzato nel territorio dello Stato una associazione sovversiva costituita da più bande armate variamente denominate, destinate a fungere da avanguardia militante per centralizzare e promuovere il movimento verso sbocchi insurrezionali». Nel nuovo ordine di cattura viene estesa anche agli altri imputati l’accusa (art. 284) di aver “promosso una insurrezione armata contro i poteri dello Stato” (fatto che lega definitivamente il processo di questi imputati a Roma). Anche se non vengono nominate, il riferimento, esplicitato attraverso la stampa, è quello di aver capeggiato le Brigate Rosse. L’inchiesta si allarga ai redattori della rivista dell’autonomia romana Metropoli. L’estate prosegue in una ridda di rivelazioni e notizie clamorose che non trovano conferma: Negri sarebbe il telefonista che chiamò a casa di Aldo Moro, avrebbe ordinato l’assassinio del giudice Alessandrini, in agosto i giornali pubblicano la notizia di una sparatoria avvenuta alla stazione di Viareggio tra la polizia e Piperno. Il fatto non gli viene nemmeno mai contestato. Il giorno dopo Piperno viene arrestato a Parigi. In ottobre dopo una lunga trafila e non poche difficoltà l’autorità italiana ottiene l’estradizione di Piperno. L’estradizione viene però concessa per soli due capi d’imputazione sui quarantaquattro contestatigli. Quelli che riguardano il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro. Nei primi giorni di dicembre Carlo Fioroni, responsabile insieme a Carlo Casirati del sequestro e dell’omicidio dell’ingegner Carlo Saronio, chiede di parlare con i magistrati romani che hanno preso in mano l’inchiesta 7 aprile. L’ingegnere Carlo Saronio, militante di Potere operaio era stato rapito nella notte tra il 14 e il 15 Aprile del 1975 da Carlo Casirati (delinquente comune con contatti con PotOp). Le informazioni necessarie al sequestro sono state fornite al Casirati da Carlo Fioroni, anch’egli ex membro di Potere operaio. Saronio, a causa di una dose di narcotico eccessiva, muore la sera stessa del sequestro. Casirati ne getta il cadavere in una discarica di Segrate e comunque, tenendo all’oscuro di ciò Fioroni, si fa pagare un riscatto di 67 milioni dalla famiglia. Fioroni viene arrestato in Svizzera, Casirati in Francia. Nel corso del processo entrambi non chiamano in causa nessun altro, e vengono condannati a 27 anni di carcere.Invece, nella deposizione del 7 dicembre 1979 Fioroni chiama in causa gli ex leader di Potere operaio, rendendo ai magistrati una lunga e dettagliata ricostruzione di quegli anni che conferma l’impostazione del cosiddetto “Teorema Calogero”. Sulla base delle dichiarazioni rese da Fioroni si basa il blitz del 21 aprile 1979. NOTE (20) Articolo 306 del Codice Penale. Banda armata: formazione e partecipazioneQuando, per commettere uno dei delitti indicati nell’articolo 302, si forma una banda armata, coloro che la promuovono o costituiscono od organizzano, soggiacciono, per ciò solo, alla pena della reclusione da cinque a quindici anni.Per il solo fatto di partecipare alla banda armata, la pena è della reclusione da tre a nove anni.I capi o i sovvertitori della banda armata soggiacciono alla stessa pena stabilita per i promotori.(21) Articolo 270 del Articolo 306 del Codice Penale. Banda armata: formazione e partecipazioneQuando, per commettere uno dei delitti indicati nell’articolo 302, si forma una banda armata, coloro che la promuovono o costituiscono od organizzano, soggiacciono, per ciò solo, alla pena della reclusione da cinque a quindici anni.Per il solo fatto di partecipare alla banda armata, la pena è della reclusione da tre a nove anni.I capi o i sovvertitori della banda armata soggiacciono alla stessa pena stabilita per i promotori.(22) Articolo 284 del Codice Penale: Insurrezione armata contro i poteri dello StatoChiunque promuove un’insurrezione armata contro i poteri dello Stato è punito con l’ergastolo.Coloro che partecipano all’insurrezione sono puniti con la reclusione da tre a quindici anni; coloro che la dirigono, con l’ergastolo.La insurrezione di considera armata anche se le armi sono soltanto tenute in un luogo di deposito. (7-CONTINUA) Pubblicato da sergio falcone a 5:35 PM     Etichette: 7 aprile 1979

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