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14 décembre 2007 5 14 /12 /décembre /2007 21:45
Non c’è il tempo (né quello, per così tentar di dire, convenzionale, esterno, contestuale, d’ordinario dato come – come se, <als ob> – “oggettivo”, esogeno, ‘trovato’ come la forza di gravità, e simili ; né quello detto soggettivo, o anche <autistico> quello di durate così diverse e variabili, “quant’è ‘eterno’ un minuto seduti su un radiatore bollente, quanto su una sdraio in riva al mare”, quanto un pomeriggio febbrile di sommossa e  quanto uno degli innumerevoli ‘lunghi pomeriggi che non finiscono mai evocati da tristi canti d’ergastolo… Dalla, De Andrè… – e si potrebbe dire, quanto un ergastolo ti allunga la vita in tempo reale, mentre ne vai morendo a rilento, e quanto quest’agonia di vita ferma sembra un soffio se la riguardi al passato, la retroguardia… Il tempo dunque manca, fugit, banalmente mi si precipita incontro l’ora del treno che mi riporta con la stessa valigia ancora non disfatta a Milano per andare a Vicenza, e tornar qui, prima di partire di nuovo, in una sequenza di andate oppure se si vuole tutte ritorni, ma senza più un da dove, una “dialettica dell’andata e del ritorno”, che nella circolarità nomade non si dà)…

Non c’è dunque il tempo, e ancor meno la capacità di brevità e rapidità necessarie a scrivere una sorta di ‘radiocronaca ragionata’. Mi limito dunque ad una sorta di “scaletta”, in cui dispongo elementi affastellati, che a chi voglia possono eventualmente servire.
 

Venerdì mattina ore nove in punto, la corte entra e quasi in contemporanea Marina viene condotta nel box degli imputati. Senza accordo, tutti si resta seduti all’entrata della corte. Si resta seduti la frazione di tempo evidentemente necessaria a far scattare il riflesso quasi atavico della richiesta/ingiunzione ad alzarsi in piedi, quando entra la corte. E’ quando  entra Marina che tutti si levano in piedi.
Il presidente legge un arret  puntiglioso, burocratico, pignolo e senz’anima. La cura inusitata ad esplicitare le ragioni accampate per respingere ogni singolo punto dell’argomentazione dell’arringa finale di difesa pronunciata M° Irene Terrel, venerdì 30 novembre, lascia affiorare un’inquietudine e una certa coda di paglia, un disagio. Brilla un passaggio. L’arringa reclamava l’applicazione di una “clausola umanitaria” a suo tempo inserita su richiesta della Francia, nella Convenzione di Dublino (1957), in vigore al momento dei fatti e per ciò in diritto norma di riferimento per le decisioni della chambre. La clausola prevede il riconoscimento fra stati della legittimità che un paese ‘richiesto’
neghi un’estradizione se questa comporta – soprattutto quando la distanza temporale rispetto ad una condanna è grande – dei costi umani gravi. L’arringa fa notare che Marina Petrella ha compiuto un atto di speranza mettendo al mondo una figlia, quando la Republique Francaise la includeva nella ‘popolazione’ a cui concedeva asilo. Una carta, o un permesso di dieci anni sanciva questa relazione, autorizzando una ragionevole serenità sul futuro. La retroattività forzosa di un rovesciamento di politica significa da un lato considerare implicitamente questa garanzia una sorta di reato di favoreggiamento -  un favoreggiamento di stato, dall’altro far pagare i costi a una persona che certamente è estranea a qualsivoglia responsabilità ed anche decisione. Con ridondanza gratuita, senza lume e senza cuore, la corte ha sentito il bisogno di ritorcere in modo rivelatore di tutta una logica e mentalità, addossando a Marina, l’irresponsabilità della sua scelta.

La frase finale sull’avviso favorevole è implicita in ogni riga e passaggio di questo testo, alla fine della burocratica lettura Marina alza il dito e chiede di parlare: “voglio solo dirvi signori e signore della corte, che io ed il mio congiunto siamo dal 6 dicembre scorso in sciopero della fame, questo è un grido di rivolta innanzitutto contro il reiterato rifiuto ad accettare una richiesta di libertà provvisoria ampiamente argomentata rispetto alle mie responsabilità di madre ed al tentativo di salvare il salvabile tentando di ridurre il costo psicologico che mia figlia di dieci anni deve pagare. Avevamo offerto garanzie speciali di scrupolosa osservanza degli obblighi che mi fossero stati imposti. Avevo spiegato le ragioni di una scelta autonoma e irreversibile circa l’assumermi il mio destino. Non avete inteso. Oggi qui, mentre accusate il vostro paese di ‘delitto d’asilo’ e rifiutate di considerare contesti e dimensioni che appartengono ormai ad una storia sociale, qui non c’è giustizia, aggiungo solo buon natale signori giudici e felice anno nuovo.”

Mentre la corte si stringeva la toga nell’atto di alzarsi col solito sguardo atono e obliquo che viene sfoderato in simili occasioni, il sottoscritto chiesto e preso la parola. Il gesto e la vociferazione di diniego del presidente sono stati inusualmente arrendevoli: segno – credo si possa dire, non di sicurezza ma quantomeno di imbarazzo – sono rimasti immobili loro ed i loro gendarmi per tutta la dichiarazione:”Signori giudici, avevate l’occasione di interporvi per ostacolare, anzi vanificare, un’attitudine vendicativa, crudele, iniqua, vigliacca  e miope Ragion d’Etat, che punta a fare oggi di questa donna davanti a voi, Marina Petrella, un quarto di secolo più tardi dei fatti ai quali essa ha partecipato, il paradigma dell’impunito da punire in modo esemplare, in un mondo in cui l’impunità, implicita od anche esplicita è premiata per sovrastanti e loro servi.

Avreste potuto farlo semplicemente applicando la vostra legge, semplicemente attraverso quella clausola umanitaria sui costi umani eccessivi che legittimano un rifiuto d’estradizioni agli occhi dei propri pari, semplicemente mettendo in luce che la durata del tempo passato tra condanna ed esecuzione della pena non avrebbe certo quel requisito di “ragionevolezza” che la vostra legge richiederebbe. Cosi facendo non avreste fatto un regalo a noi altri nemici vostri, anzi “individui” a cui si nega la qualità di persone; così facendo avreste anche evitato alla vostra RF la macchia di iniquità che viene dalla trasformazione in voltafaccia retroattivo di un rovesciamento di politica e che vorrebbe trasformare la vita di una “figlia dell’asilo” in quella di un essere votato al destino di mero “cout collaterale” [costo collaterale].
Giudici avevate una chance: non l’avete colta. Avete fallito. Adesso dovremmo vedercela con chi ha in mano la decisione, già da ora non certo aspettando l’epilogo del ricorso in cassazione. Vedercela con una “società politica” italiana, responsabile di un diniego di amnistia per altro anomalo rispetto  alla norma alla dottrina e a tutti i precedenti di regolazione di una consimile materia, e che su questo terreno scadendo ben più in basso della stessa giustizia dell’Emergenza, si produce ormai in una sinistra e disgustosa pornografia. In ogni caso, daremo filo da torcere a qualsiasi eventuale Piccolo Cesare che dovesse sperare di vederci restare a guardare qualsivoglia compagno o compagna di destino discendere nel gorgo, muto.

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Published by Oreste Scalzone
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