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18 décembre 2007 2 18 /12 /décembre /2007 20:42
Nous demandons à Marina et Hamed d'arrêter leur grève de la faim !

Marina Petrella, incarcérée depuis 4 mois, et son compagnon sont en grève de la faim depuis le 6 décembre dernier. Ils ont lancé un cri aux autorités françaises et à nous tous contre l'injustice qui leur est faite en remettant en cause l'asile dont Marina a bénéficié pendant 15 ans. Ce cri n'a pas été entendu par la Chambre d'Instruction de la Cour d'Appel de Versailles qui, le 14 décembre dernier, a rendu un avis favorable à l'extradition de Marina Petrella. Un pourvoi en cassation a été déposé. Nous approchons donc du moment de la décision politique qui, au final, devra être prise sur ce dossier. En effet, l'avis des juges, quand il est favorable à une extradition, n'est pas contraignant et il appartiendra donc, très prochainement, aux autorités politiques françaises de décider du destin de Marina Petrella.

Pour assurer Marina et Hamed de sa solidarité, le comité de soutien a décidé de prendre le relais par un jeûne tournant - qui débutera à 10 heures jeudi 20 décembre prochain et se prolongera durant les Fêtes - dans les locaux de la FASTI, 58 rue des Amandiers dans le 20ème arrondissement de Paris, tél. 0158535853 (Métro Père-Lachaise ou Ménilmontant). Le comité de soutien demande donc à Marina et à son compagnon de cesser la grève de la faim qu'ils mènent, de façon éprouvante, depuis deux semaines.

Maître Irène Terrel –l'avocate de Marina-, des citoyen(ne)s, des élu(e)s, des personnalités du monde syndical, politique, associatif et culturel vont ainsi exprimer leur indignation et leur solidarité avec Marina, son compagnon Hamed et ses deux filles Elisa et la jeune Emmanuela.

Ce jeûne tournant – conduit par deux ou trois personnes chaque jour – permettra de témoigner, dans un lieu public, de notre détermination à voir maintenir Marina Petrella sur le sol français, après 15 années d'asile politique et sans qu'aucun fait nouveau ne soit venu remettre cet asile en question.

 
Les collectifs de solidarité avec  Marina Petrella

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Published by Oreste Scalzone
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sergio falcone 21/12/2007 16:37

venerdì 21 dicembre 2007 Alberto Prunetti, Luoghi comuni contro rom e sinti. Parte quarta: porrajmos (4 di 4) Luoghi comuni contro rom e sinti. Parte quarta: porrajmos (4 di 4) di Alberto Prunetti [Le prime tre parti di questo intervento si trovano qui, qui e qui] A.P. Forse l’unico popolo che non ha mai dichiarato una guerra. L’unico popolo che non ha mai preteso un territorio da governare, che non ha mai innalzato dei “sacri” confini da difendere a suon di mitraglia.Hanno continuato a camminare, spingendosi da oriente a occidente.Li hanno massacrati i nazisti negli zigeunerlager e nessuno ha riconosciuto il loro olocausto.Oggi, più che mai, sono circondati dai sospetti e da pratiche che rendono le loro esistenze sempre più marginali. Lessico veltroniano“Bonificare”. “Sanare”. Chi usa questi lemmi da esperto di profilassi sociale? Il sindaco di Roma, citato in una nota Ansa del 6 dicembre. Non contento di aver “demolito”, “sgomberato”, “spostato”, “ricollocato” e “delocalizzato”, commenta i risultati raggiunti nell’urbanistica del disprezzo: “un lavoro grandissimo, senza paragoni”. Con altri occhi, ai rom rimane il diritto di usare il termine “porrajmos”, che in rromanì significa sia “distruzione” che “olocausto”. Dai verbi ai nomi propri…Sembravano lontani gli anni in cui gli italiani si scoprirono figli del ceppo di Ario e la persecuzione dell’ebreo era atto meritorio sancito dai codici della patria. A quell’epoca non mancava chi, per nascondere le proprie origini, cambiava il proprio nome. “Mai più!”, giurarono i padri della repubblica. E invece succede ancora. Casi di rom costretti a cambiare nome per nascondere la propria identità succedono sempre più spesso. Gli ultimi casi di cui mi è giunta voce sono registrati a Pescara. Dai nomi alle cifre…Ogni giorno siamo storditi da cifre che ci ricordano quanto sono criminali i cosiddetti “extracomunitari”. Ragioniamo un po’ su queste cifre "criminali". Consideriamo…- che le cifre riportate da tanti media con abbondanza di zeri non si basano sulle sentenze ma sulle denunce, che sono statisticamente più elevate e meno verificabili;- che queste cifre conteggiano i detenuti in attesa di giudizio. Ora, è vero che molti stranieri stanno in carcere (nell’attesa, non sempre breve) di un giudizio, ma è solo qui che si manifesta la loro superiorità numerica. Prendiamo alcuni dati esposti in uno studio della Fondazione Michelini, riferiti al carcere fiorentino di Sollicciano. A Sollicciano i detenuti stranieri sono la maggioranza tra quelli in attesa di giudizio, ma diventano una minoranza se si considera la popolazione con una pena passata in giudicato. Questo significa che spesso vengono arbitrariamente arrestati e solo dopo il processo riescono a dimostrare la propria innocenza. Di fatto, nell’affollatissimo carcere di Sollicciano, al 4 ottobre 2007 solo il 14,7 degli stranieri stava scontando una pena definitiva, gli altri erano lì ad aspettare un processo.- ancora: gli immigrati di Sollicciano stanno in carcere per pene detentive molto brevi (spesso per aver commesso un solo reato, laddove i residenti italiani espiano pene molto più lunghe e scontano la violazione di più fattispecie penali). Questo dimostra che gli immigrati non delinquono più degli italiani: solo subiscono, checché se ne dica nel becero qualunquismo dei giornali, un trattamento più severo, senza godere di arresti domiciliari o sanzioni amministrative alternative, senza l’applicazione di benefici condizionali e spesso senza un’assistenza forense decente (nessun patrocinio gratuito — per cui serve residenza e lavoro regolare, anche se mal pagato — e quindi il ripiego sull’avvocato d’ufficio che, nel minimo sforzo, cerca sempre il patteggiamento): tutto questo permette, ai tanti che agitano lo straccio della “tolleranza zero” di sostenere l’equazione criminale=immigrato.A questo va aggiunto:- che è in azione una tendenza persecutoria e paranoica che spinge chi ha subito un furto a denunciare di principio uno straniero;- che questa tendenza è rafforzata spesso dagli agenti di pubblica sicurezza che raccolgono le denunce;- che infine le cifre sui cosiddetti crimini degli immigrati sono ingigantite da un elemento chiave: il fatto che essendo gli immigrati stati dichiarati illegali, in quanto obbligati in tanti alla clandestinità, sono ipso facto criminali, e delinquono per il fatto stesso di respirare dentro all'italico suolo. Visto tutto ciò si può affermare che, in genere, gli immigrati non delinquono più degli italiani. E, se anche accadesse, sarebbe comprensibile che comportamenti illegali siano più diffusi in quei gruppi sociali che soffrono di una situazione di disuguaglianza di accesso alle risorse economiche e di riconoscimento sociale. Ripassiamo adesso alcuni luoghi comuni contro i rom e i sinti, in maniera un po’ affrettata (non sono comunque più ragionati i luoghi comuni di chi stigmatizza gli “zingari” tra un aperitivo e un altro). Non mandano i loro figli a scuolaSi può anche discutere l’ipotesi che la scuola, come la conosciamo, sia l’unico modo per creare un percorso educativo, ma non è questo il luogo adatto. Di certo esiste una corrente di pensiero che parla di descolarizzazione (si pensi agli scritti di Ivan Illich e alle vie alternative al sistema-scuola nella costruzione di un percorso educativo), mentre altre ipotesi valorizzano le culture orali e non letterate, evidenziando alcune facoltà cognitive che la scrittura e l’alfabetizzazione in qualche modo fanno appassire.Ma non voglio parlare di questo. Voglio parlare di quei bambini che si trovano la casa sfasciata dalle ruspe, con i cingoli che passano sopra i loro quaderni. Coi loro genitori costretti a sbaraccare, a raccattare tra le lamiere qualche misero bene. Costretti a traslocare ogni tre mesi in qualche posto sempre più lontano dalla tangenziale che cinge la città. Sempre più lontani dalla scuola. Una domanda. Riuscireste a mandare i vostri figli a scuola senza una macchina, vivendo a 15 km dalla scuola, costretti a un trasloco coatto ogni pochi mesi, e coi vostri cocci distrutti dalle ruspe? Riuscireste? E se anche ci riusciste, che ne dite se i vostri figli tornassero a casa imbronciati perché gli altri non rivolgono loro la parola? Perché i maestri sono stressati dato che i genitori degli altri bambini hanno minacciato di cambiare scuola solo perché in quella classe ci sono gli “zingari”… Allora… sono i rom che non mandano i bambini a scuola, o è la società italiana che fa di tutto perché i bambini rom non riescano neanche a arrivarci a scuola? (per non parlare dei progetti di scuole dentro ai campi, che sono delle scuole-ghetto che servono solo a mantenere l’apartheid tra rom e non rom). Devono parlare italiano se vogliono stare qui… (con la variante: sono stranieri…) Non si capisce perché. Nessuno va a dire una cosa del genere per esempio ai cittadini americani che vivono nel centro di Firenze. Una colonia di circa 5mila persone, molte delle quali vivono in Italia per un periodo di almeno sei mesi senza fare neanche lo sforzo di parlare italiano (non basta frequentare i corsi di lingua: è noto che le lingue si imparano per strada, mescolandosi con gli indigeni). A Firenze in centro parla inglese il giornalaio, il trippaio, anche il trombaio (non spaventatevi: è solo l’idraulico). Bene, ormai in centro a Firenze si parla innanzitutto inglese. E nessuno si lamenta.Si lamentano invece dei rom, che di solito parlano almeno due lingue (cioè il rromaì e l’italiano, più in molti il rumeno, o il serbo, o altre lingue del loro paese di origine): essendo i primi veri europei, i primi ad avere una coscienza multiculturale, la loro lingua sembra cominciare ad ospitare tante lingue diverse, quasi fosse un esperanto (o almeno a me, che certo non sono un esperto di rromanì, e quindi può darsi che mi sbaglio, ha fatto questo effetto ascoltare per alcune ore di seguito alcune conversazioni di rom). Sul fatto di essere stranieri. Beh, non è mica una colpa. Per me anzi è un pregio. Ricordo ancora quei bei vecchietti internazionalisti che si vantavano d’esser stati “stranieri in ogni luogo” (variante libertaria) o “cittadini del mondo” (variante comunista). Beh, adesso gli stranieri (poveri) sono visti come barbari invasori… ma siete sicuri che i sinti siano stranieri? Guardate che in Italia non ci sono solo i siciliani, i romani, i piemontesi e via dicendo… in Italia — anche se le istituzioni tardano a riconoscerlo (o forse proprio per questo) — la gente non si rende conto che si parlano lingue non italiane che non sono immigrate: sono lingue di italiani che vivono da secoli nella penisola. I sinti sono italiani quanto i piemontesi o i toscani… sono italiani da sempre, almeno dal cinquecento,quando anche i miei avi probabilmente erano arabi o normanni. Ci sono rom che parlano l’italiano come lingua seconda e sinti e rom che parlano l’italiano come lingua madre, anzi, neanche un italiano regionale, ma parlano dialetto veneto stretto. Eppure è comodo non riconoscere questa minoranza linguistica, parlare di loro come se fossero degli stranieri (al punto che a farsi carico di loro, anche in Veneto e nonostante le loro carte d’identità, in certi casi è l’ufficio stranieri!). Sono nomadi… non vogliono una casa…In realtà pochi rom sono nomadi ai nostri giorni. Molti vivono in case, facendosi spennare ogni mese con affitti sempre più esosi, come noi. Altri vivono in quei ghetti che si chiamano campi nomadi. Più che nomadi, questi ultimi sono concentrati in ghetti. Molti rom, soprattutto quelli rifugiatisi in Italia dopo i conflitti nella ex-Jugoslavia, prima di arrivare in Italia avevano una casa. Adesso li chiamano nomadi, alimentando l’idea che non siano sedentari. Invece sono solo degli sfollati a cui l’Italia non riconosce il diritto di un tetto. Sono stati “nomadizzati” in maniera coatta. Molti in realtà non sono affatto nomadi: sono semplicemente senza fissa dimora (secondo alcune stime le persone senza fissa dimora in Italia sono tra i 65 e i 100mila).Oggi solo pochi continuano la vita veramente nomade del tempi andati, coi camper che sostituiscono i carretti d’un tempo. E hanno tutto il diritto di farlo. L’umanità ha un passato lungo e meraviglioso di nomadismo alle spalle. Ma non si può agitare l’etichetta di nomadi solo per giustificare i continui traslochi. Questo non è nomadismo: è deportazione. Non hanno voglia di lavorare…Oggi i rom possono accedere solo ai lavori pagati peggio, ai lavori più duri, in nero, nelle condizioni di sicurezza meno garantite. (E non so se nelle loro condizioni gli onesti italiani avrebbero tanta voglia di lavorare). Spesso per continuare a lavorare devono nascondere il fatto che vivono in un campo nomadi. Altri sono in Italia come richiedenti l’asilo politico, e secondo una legge paradossale non possono lavorare mentre attendono il riconoscimento della loro domanda: a volte devono aspettare anche due anni, e al massimo possono ottenere una borsa lavoro di qualche euro. Spesso non trovano lavoro perché i datori di lavoro hanno paura di loro.Infine faccio presente che non aver voglia di lavorare non significa essere disumani. Direi che è un comprensibile comportamento umano. Molti popoli di cacciatori e raccoglitori dedicano al lavoro una parte minima della loro vita quotidiana. Ma anche qui finirei per aprire un altro margine di discorso, e quindi mi fermo. Infine… chi difenderà i sacri confini?Il problema se l’è posto anche Beppe Grillo, spaventato da troppa televisione (non basta non andarci, a volte è anche meglio non guardarla: sennò si finisce a credere che il mondo sia pieno di invasori alieni di lingua romena, e poi bisogna leggersi Carmilla, che è anche una rivista fantascienza, per farsi dire che non è vero). Gli rispondo con le parole dell’antropologo David Graber. A chi difende il diritto di circolazione delle merci, limitando il diritto di circolazione delle persone, Graeber obietta: “se dobbiamo essere globalizzati, facciamolo fino in fondo: eliminiamo i confini nazionali. Lasciamo che la gente vada e venga come vuole, e viva là dove più desidera” Paura? Arriveranno i barbari ad abbeverarsi a San Pietro, come sognava quel romantico di Coerderoy? Ma facciamo ancora parlare Graeber, che secondo me coglie il nocciolo della questione: “ Nel momento in cui un abitante della Tanzania o del Laos non avrà più problemi legali per andare a vivere a Minneapolis o a Rotterdam, i governi dei paesi ricchi e potenti faranno di tutto per assicurarsi che la gente della Tanzania o del Laos preferisca starsene a casa propria.” Sostituite Laos con Romania e Rotterdam con Milano: il gioco è fatto. Se non volete essere invasi, finite di invadere. Fino a quando gli uomini d’affari italiani creeranno povertà nei paesi più deboli, non potranno ottenere altro che flussi di sventurati che vengono a bussare alle loro porte. Eppure questo non basta. Perché se anche non ci fossero invasori nei due sensi di marcia, anche allora bisognerebbe difendere il diritto alla mobilità della gente. Perché non si può lasciare la mobilità ai viaggiatori con la VISA e la Lonely Placet. E’ bello anche gettare la propria vita nell’ignoto, spostarsi in un altro paese, anche a costo di balbettare una lingua estranea, anche solo per inventarsi un’altra vita. E’ questo che cercano tanti ragazzi rumeni. Farsi un’esperienza di vita e lavoro in Italia. Come abbiamo fatto tutti noi a Londra. E’ tanto strano? DedicaDedico questa serie di articoli a P.N., una bambina rom che un giorno, mentre si trovava su un’auto coi suoi genitori, si è ritrovata con un proiettile conficcato in testa. Era il 22 maggio 1998 quando i carabinieri di Montaione, 40 km a sud-ovest di Firenze, ricevettero una chiamata che segnalava la presenza di un’automobile sospetta con alcuni “zingari” a bordo. Secondo la versione officiale l’auto non si è fermata all’alt e i carabinieri hanno sparato. Questa versione è stata accolta dagli inquirenti e i militari sono stati prosciolti da ogni addebito. La bambina, a quasi dieci anni da questo episodio, è ancora in coma. 

luc 20/12/2007 19:53

Appel et signatures en soutien à Marina Petrella   Dés 1981 le président de la République François Mitterrand affirme sa volonté d'accorder asile aux italiens engagés dans la lutte armée pour autant qu'ils renoncent à toute forme de violence;   Faisant foi à cette promesse quelques centaines de militants italiens traqués par les autorités de leur pays s'exilent dans l'hexagone; ce sont des gens ayant pratiqué ou côtoyé la lutte armée, il s'agit de personnes inculpées, puis lourdement condamnées, dans le cadre d'atteinte à la personne et sûreté de l'état; pour le code pénal italien les faits poursuivis sont donc politiquement qualifiés. . Le 20 avril 1985 en réponse aux insistantes pressions italiennes, le chef de l'état lors du 65eme congrès de la ligue des droits de l'homme prononce ces paroles: « j'ai dit au gouvernement italien que ces 300 Italiens ... qui ont participé à l'action terroriste en Italie ont rompu depuis des années avec la machine infernale dans laquelle ils s'étaient engagés... et sont donc à l'abri de toute sanction par voie d'extradition. » On peut être d'accord ou pas, mais ces mots qui engagent la République Française sont sans équivoques. Ces faits graves sont bien de nature politique et il y a bien assurance d'asile en pleine connaissance de la gravité des faits couverts. Il ne peut y avoir d'extradition qu'en cas de reprise de la lutte armée.   Treize ans plus tard, la 4 mars 1998, le premier ministre Lionel Jospin reprend cette position dans une lettre adressée aux avocats des réfugiés: « mon gouvernement n'a pas l'intention de modifier l'attitude qui a été celle de la France jusqu'à présent, c'est pourquoi il n'a fait et ne fera droit à aucune demande d'extradition des ressortissants italiens venus chez nous dans les conditions que j'ai précédemment rappelées. »   Ces discours politiques comportent les effets que tout le monde connaît: régularisation administrative, formation de familles, naissance d'enfants, intégration au grand jour dans la société française.   Ces effets, tout en étant des droits formels, renvoient au concept des droits acquis du fait de leur source politique et de leur maintien dans le temps, toutes couleurs politiques confondues. C'est à dire qu'ils ne peuvent être piétinés sans faute vérifiés de la part des bénéficiaires.   Pourtant, c'est ce qui arrive en août 2002 avec l'extradition de PAOLO PERSICHETTI, puis en 2004 avec l'affaire BATTESTI quand le gouvernement utilise hypocritement l'émotion suscitée par l'attaque des twin towers, pour récuser la parole de la France.   Les arguments sécuritaires allégués sont faux ( depuis 25 ans les réfugiés italiens vivent paisiblement en France ) ou anachroniques ( on apprécie soudainement les arguments d'une époque révolue avec le regard et les craintes du contexte actuel ) ou affectifs ( légitime douleur des victimes instrumentalisées pour réclamer une punition sans fin ).   L'air du temps est ainsi fait, n'en déplaise à la raison et aux contraintes morales. Aujourd'hui, c'est au tour de MARINA PETRELLA d'en faire les frais. Cependant, nous ne voulons pas de cette logique perverse qui poursuit toute violence politique même vieille de 30 ans, traquant Marina Petrella, les autres réfugiés politiques ainsi que les '' sans papiers '' .   C'est pourquoi nous demandons aux autorités françaises de respecter la parole donnée par elle aux autorités italiennes de clore par une mesure politique adéquate les « années de plomb  », aux juges désormais chargés d'émettre un avis sur l'extradition de MARINA PETRELLA d'intégrer dans leur appréciation tous les éléments politiques et humains qui justifient incontestablement son maintien en France.   Nous avons rêvé les étoiles nous appartenant, les étoiles nous appartiennent, notre rêve est réalité!   COLLECTIF PAOLO PERSICHETTI – VALENCE – LYON – RHONE ALPES

sergio falcone 19/12/2007 14:20

mercoledì 19 dicembre 2007 Alberto Prunetti, Luoghi comuni contro rom e sinti. Parte terza: il caso L.S.C. (3 di 4) Luoghi comuni contro rom e sinti. Parte terza: il caso L.S.C. (3 di 4) di Alberto Prunetti Firenze, piazza della stazione di Santa Maria Novella. Sono circa le 23 del 5 ottobre 2007. I vigili urbani che pattugliano la zona, abituale ritrovo di tanti immigrati costretti a dormire all’aperto, identificano una coppia di rom rumeni, D.S. e D.S., e la loro bambina, L.S.C. La polizia municipale diffida il padre “a tenere la propria figlia L.S.C. in uno stato di disagio costringendola a dormire, durante tutto l’arco della giornata, all’aperto e allevandola conseguentemente in luoghi insalubri e pericolosi.” Il padre della piccola rom viene anche avvisato che “nel caso la bambina fosse rintracciata dagli organi di polizia continuamente in uno stato di disagio gli stessi, ai sensi dell’ art. 403 c.c., provvederanno a collocare la minore L.S.C. in un luogo sicuro[…]” Ma qual è la storia di questa coppia di rom che è costretta a vivere per strada? D.S. e D.S. — padre e madre hanno nomi diversi ma le stesse iniziali — arrivano un giorno a Firenze dalla Romania. Una coppia di trentenni in fuga dal loro paese, stanchi di soffrire la fame, di lavorare per i vari padroni di turno, molti dei quali italiani, un mese sì e tre no, in cambio di quattro spiccioli. Un giorno preparano sacchi e valigia e coi loro due bambini, il maschio più grandicello e la piccola, nata nel 2002, arrivano nel capoluogo toscano. Comincia una vita ancora più difficile, appoggiati a situazioni di fortuna, nella periferia fiorentina. Le loro condizioni attirano l’attenzione degli assistenti sociali, che invece di darsi da fare per fornire, come si fa nella maggior parte dei paesi europei, un aiuto all’alloggio e un sussidio, cominciano a togliere alla coppia il figlio maggiore, che viene trasferito in una comunità in provincia di Arezzo.Intanto il padre, attraverso il tam-tam dei migranti, riesce a inserirsi nel giro dei lavavetri. Il lavoro ai semafori è integrato da un’altra attività precaria: D.S. è bravo con la fisarmonica, e la sera gira per i ristoranti per ottenere qualche euro dai turisti. Ma, in attuazione dell’ordinanza del sindaco Domenici contro i lavavetri, i vigili urbani gli sequestrano lo spazzolone col secchio. Gli rimane ancora la fisarmonica e con questa continua per un po’ a suonare per i ristoranti. Peccato che a Firenze ci sono tanti intrattenitori di successo e un intrattenitore abusivo non serve a niente: gli portano via anche la fisarmonica.Eccolo qui il sogno italiano di questo rom rumeno, costretto a vivere ormai di elemosina con moglie e figlia appoggiate contro il muro della stazione. Finora gli italiani gli hanno portato via un figlio, lo spazzolone, la fisarmonica. Ma non è finita. Dopo quella sera del 5 ottobre, gli portano via anche L.S.C., la bambina più piccola: prima “tradotta” presso il Centro Sicuro di Firenze e in seguito spostata in un luogo segreto. Nonostante il dolore e i pochi mezzi, i genitori non si danno per vinti. Devono sbrigarsi ed evitare altri colpi della sfortuna: dovessero ricevere in base al decreto Amato un’ingiunzione di allontanamento dal territorio nazionale, i servizi sociali avviserebbero il Tribunale dei Minori del fatto che i genitori non si sono curati di ricercare la bambina e dopo cinque o sei mesi L.S.C. verrebbe data in adozione. Attivano alcuni canali. Grazie a una associazione di volontariato vengono a sapere che la bambina è stata trasferita in provincia di Grosseto. Si muovono anche dei loro amici rom che vivono sul territorio maremmano. Alla fine scoprono che L.S.C. si trova in un istituto nei pressi di Follonica.A questo punto l’associazione di volontariato aiuta i genitori a ottenere un colloquio col Tribunale dei Minori. Per ora il primo risultato è stato che la bambina, accompagnata dal personale dell’Istituto, è stata condotta a Firenze, per un colloquio coi genitori di due ore. Poi via: ritorno nella prigione maremmana. “Troppo bella per essere una zingara”Questo caso non è una eccezione. Potrei citarne altri, ma sarebbe un elenco lungo. Rimando alla casistica indicata in due rapporti sulla discriminazione di rom e sinti in Italia, che cito in coda a questo articolo. Cito solo un caso, perché paradossale, contenuto in un articolo pubblicato sul sito dell’European Roma Rights Center, e visibile qui in inglese. E’ il caso di una bambina rom, Elvizia M., cresciuta nel campo Casilino 700, che il 14 giugno del 1999 fu tolta ai genitori - sulla base del presupposto che l’avessero rubata - per il colore degli occhi della bambina: “troppo bella per essere una zingara”, dissero le autorità, guardando gli occhi celesti della bambina, lontani dallo stereotipo del rom scuro. Il padre dovette correre dalla Romania e presentarsi al tribunale per far vedere un paio di occhi, celesti, belli e sicuramente più umani di quelli che lo circondavano nell’aula. A quel punto la bambina poté tornare ad abbracciare i suoi genitori. Il fatto che essere belli significhi non essere rom, o che solo questo basta a togliere un bambino ai suo genitori, dimostra allo stesso tempo i pregiudizi degli italiani e la debolezza dei rom nella nostra società. Pratiche di deziganizzazioneGià prima della seconda guerra mondiale, i figli dei rom venivano sottratti ai loro genitori per consegnarli a famiglie sedentarie, al fine di disperdere la continuità culturale ed etnica del loro popolo. La difficoltà sta (come nel caso della Pro Iuventute svizzera degli anni '50, che allontanò qualche centinaio di bambini jenish dalle loro famiglie) nel fatto che l'operazione passa sempre per caritatevole ed i genitori per criminali. Si tratta di una situazione paradossale, ingiusta, che nasce dall’idea di proteggere i bambini, ma che non comprende né le ragioni del disagio né si interessa delle sofferenze dei genitori. Anzi: diciamo che gli stessi promotori di queste azioni sono spesso i principali protagonisti della repressione ai danni dei rom, ovvero collaborano fattivamente ai traslochi forzati, agli sgomberi, alle distruzioni periodiche degli accampamenti di fortuna dei rom. Ovvero: sono loro a creare il disagio che poi si riflette sui bambini. Si può anche pensare che magistrati, assistenti sociali, polizia e vigili urbani agiscano in buona fede quando si preoccupano della sorte dei piccoli rom: è umano preoccuparsi del fatto che una bambina di tre anni dorma per strada alla stazione. Ma non capisco chi ipocritamente dice di preoccuparsi, quando poi è lo stesso che il giorno prima l’ha sfrattata, lei e la sua famiglia, o le ha distrutto la roulotte, sbattendola per strada, o ha negato a suo padre la possibilità di racimolare qualche spicciolo, col sequestro di una fisarmonica e dello spazzolone lavavetri. Questo non è una preoccupazione morale per la sorte dei bambini. Anzi. Si fa un uso ipocrita della loro sorte: producendo la miseria che permette poi di gridare allo scandalo, si fa solo campagna contro i rom, favorendo la deziganizzazione dei loro bambini e alimentando uno stereotipo negativo. Continua [Ringrazio Piero Colacicchi per la conversazione telefonica e il fotografo Stefano Pacini per le splendide foto. Devo spendere qualche parole per questo taciturno fotografo che da anni si trascina la sua 35mm, caricata con una pellicola ad alta sensibilità, per cogliere la “grana grossa” del mondo che lo circonda] A.P. [Fonti: OsservAzione (centro di ricerca azione conto la discriminazione di rom e sinti); ERRC (European Roma Rights Center); ERRC, Il paese dei campi, Roma, Carta, 2000; Sigona N., Monista L. (a cura di), Cittadinanze imperfette, Santa Maria Capua Vetere, Edizioni Spartaco, 2006.]

sergio falcone 19/12/2007 06:31

martedì 18 dicembre 2007 Questo stasera mi vado chiedendo Delfo Zorzi, terrorista nazifascista,colui che viene indicato come l'autore materialedella strage di Piazza Fontana (Milano, 12 dicembre 1969),vive ora in Giappone ed è diventato un ricchissimo mercante.E chi è ricco può.Può comprarsi anche l'impunità.Chi è ricco e al servizio della borghesia.Nessuno ha mai reclamato la sua estradizione.A pagare per tutti,nell'Italietta provinciale e mafiosa,dove la corruzione è diventata strutturale,complice il silenzio opportunistico del popolo,saranno unicamente Paolo Persichetti, Marina Petrella e gli altri rivoluzionari in esilio,assieme alle migliaia di poveri diseredati che affollano le patrie galere?Questo stasera mi vado chiedendo.sergio falconeCARL HAMBLIN [Questa poesia dell'"Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Master è incisa sulla lapide dell'anarchico Giuseppe Pinelli] La macchina del «Clarion» di Spoon River venne distrutta,e io incatramato e impiumato,per aver pubblicato questo, il giorno che gli Anarchici furono impiccati a Chicago:«Io vidi una donna bellissima, con gli occhi bendatiritta sui gradini di un tempio marmoreo.Una gran folla le passava dinanzi,alzando al suo volto il volto implorante. Nella sinistra impugnava una spada.Brandiva questa spada,colpendo ora un bimbo, ora un operaio,ora una donna che tentava di ritrarsi, ora un folle.Nella desta teneva una bilancia;nella bilancia venivano gettate monete d'oroda coloro che schivavano i colpi di spada.Un uomo in toga nera lesse da un manoscritto:"Non guarda in faccia a nessuno".Poi un giovane col berretto rossobalzò al suo fianco e le strappò la benda.Ed ecco, le ciglia erano tutte corosesulle palpebre marce;le pupille buciate da un muco latteo;la follia di un'anima morentele era scritta sul volto.Ma la folla vide perché portava la benda». (traduzione di Fernanda Pivano)

sergio falcone 18/12/2007 21:37

Al loro posto, dovremmo essere noi ad iniziare uno sciopero della fame. Uomini e donne di buona volontà.Chi aderisce?sergio falcone

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