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7 février 2006 2 07 /02 /février /2006 22:50
Il testo di Emanuele Severino apparso sul "Corriere della Sera" di Domenica 5 Febbraio, ci sembra portatore – in altri codici – di un approccio critico, fertile, in cui ritroviamo e riconosciamo molto di quanto noi pensiamo.
Sebbene possa sembrare, a vario titolo, paradossale (oltretutto perché la nostra audience è infinitesimale rispetto a quella del quotidiano più diffuso in Italia; solo che, invece, accade che molta parte delle "Compagnerìe"  non ha occasione di leggerlo, per più di un motivo), lo pubblichiamo nel Blog.

La cosa è un po' come leggere, a tavola, alle persone intime e care, un "qualcosa", ed il più delle volte finisce per trattarsi di un articolo di giornale (in casa "nostra" – "mia" quotidianamente da zero a diciott'anni,  mio padre ne faceva un "pane quotidiano", ed io lo accettavo di buon grado...).


"Siamo sempre più attenti alle prossime elezioni in Italia. All’estero se ne parla poco. Ovunque però l’interesse si concentra su come avere forza e aumentarla. Esso domina individui, istituzioni, Stati, forme culturali e religiose. Ovunque, da sempre, si cerca dove abiti la potenza, per allearvisi o impadronirsene. Anche l’uomo etico e religioso vuole salvarsi alleandosi con la suprema potenza di Dio. La volontà di avere potenza stabilisce oggi come ieri anche le tendenze della politica mondiale. L’Unione europea rafforza i propri legami con Russia e Cina; si consolidano quelli tra Usa, India, Giappone. L’Islam contrasta tutto questo insieme di forze, tendendo a porsi alla testa dei popoli non privilegiati. La semplice potenza non risolve i problemi del mondo. Però ogni buona volontà priva di potenza fallisce. Oggi la potenza maggiore è prodotta dalla tecnica.

Esistono tecniche della natura e dell’anima. Che «moltitudini » siano in lotta contro l’«impero» della globalizzazione capitalistica —un concetto che risale a Marx—è uno dei modi di ignorare il carattere decisivo della tecnica guidata dalla scienza moderna. Le moltitudini — lo dicevo trent’anni fa —sono infatti lo «spirito » in lotta c o n t r o l a «carne» dell’organizzazione occidentale della vita. Che però è «carne» sempre più sapiente, soprattutto perché viene alimentata da una potenza indispensabile allo «spirito»: quella, appunto, della tecnica. Se le «moltitudini» intendono dominare il mondo, debbono adottare proprio l’alimento decisivo dell’organizzazione occidentale dell’esistenza, cioè la tecnica. La distruzione dei popoli privilegiati ad opera dei non privilegiati, è possibile, ma non significherebbe altro che la maggiore capacità dei non privilegiati di gestire la potenza tecnologica. I poveri sostituirebbero i ricchi nel godimento della ricchezza prodotta da tale potenza. Avincere sarebbe la tecnica, non lo «spirito ». Una potenza, però, a lungo frenata. La tecnica ricostruisce il mondo. Oltrepassa limiti ritenuti inviolabili da millenni e che per alcuni secoli essa non ha violato. Soprattutto perché ha prestato ascolto alle voci che ne proclamavano l’inviolabilità: le voci della tradizione culturale dell’Occidente. La più udibile, il Cristianesimo. Si presta poca attenzione alla potenza di queste voci, che limitano la stessa potenza terrena. Attraverso l’uomo, scienza e tecnica prestano ascolto a quelle voci per diversi motivi: pregiudizi, abitudini sociali, fede nel messaggio cristiano, e altro. Ma è inevitabile che tali motivi siano erosi dal dubbio. Lungo la storia dell’Europa moderna si vede sempre meno la loro «verità». Certo, dietro di essi, v’è un convitato di pietra: la filosofia della tradizione occidentale. E altro è che scienza e tecnica prestino ascolto a pregiudizi, abitudini e alla stessa fede cristiana, altro è che l’ascolto lo prestino alla forma di sapere che da millenni ha tentato di indagare il senso della «verità ». E sino a che sono vive, tradizione e radice filosofica dell’Occidente, non stanno al di fuori del campo della scienza e della tecnica, ma lo delimitano, e la pressione del limite si fa sentire fino al centro del campo.

La potenza del campo della scienza è stabilita dalle convinzioni non scientifiche che lo delimitano, come la crescita di un albero dagli altri alberi che lo circondano. Poi, l’uomo che abita quel campo dubita anche della filosofia. Ma il dubbio è patrimonio inalienabile di essa: quando si dubita della filosofia è innanzitutto la filosofia stessa a dubitare della forma che essa si è data in una certa epoca storica. Le critiche alla filosofia che provengono da scienza, religione, arte, senso comune, spirito pratico, sono ben poca cosa rispetto a quelle provenienti dalla filosofia stessa: un riflesso più o meno debole. Accade cioè che il convitato di pietra si alzi e mostri che il suo precedente star seduto era un grande errore. In quanto si alza, egli è la filosofia del nostro tempo. Anche se spesso ignora di aver la capacità di interrompere il convivio, mostra che non possono esistere limiti inviolabili: né leggi divine o naturali, né ordinamenti e fondamenti immutabili del mondo. Toglie i limiti che comprimono il campo della scienza. Gli consente di espandersi all’infinito. Risveglia la potenza e rende realmente possibile la sua crescita. Chi sveglia i costruttori non è forse la vera radice del costruire? I dormienti sognano che la filosofia sia un sogno; ma questo presunto sogno li sveglia e rende possibile la crescita del loro agire, della loro potenza. La tecnica legata ai valori della tradizione è meno potente di quella che se ne emancipa. È quindi destinata a soccombere. Certo, si dovrà poi sondare il senso del legametra il convitato di pietra e la potenza. Per ora si tratta di prender confidenza con «l’utilità» straordinaria e temibile della filosofia. O invece si vuol essere dormienti che solo per caso abbiano potenza? Sonnambuli che debbano soltanto al sonno se non mettono i piedi in fallo?"

Emanuele  Severino  "Corriere della Sera" Domenica 5 Febbraio 2006

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Published by Oreste Scalzone - dans orestescalzone
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