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9 avril 2008 3 09 /04 /avril /2008 18:39

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Published by Oreste Scalzone
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sergio falcone 19/04/2008 15:31


Application de la clause humanitaire à Marina

Bonjour,Nous vous transmettons un texte concernant la situation actuelle deMarina, plongée dans un état qui nous inquiète beaucoup.Nous vous prions de le lire et de le diffuser.Vous pouvez signer ce texte en allant sur la pagewww.paroledonnee.infoou en envoyant un courriel à info@paroledonnee.infoAmitiésparoledonneeMarina Petrella est en danger !Marina Petrella, incarcérée depuis 8 mois à la prison de femmes de Fresnes - a été hospitalisée vendredi 11 avril dernierà l’hôpital de Villejuif, victime d'une grave dépression nerveuse.Militante italienne réfugiée en France depuis 1993 et y travaillant depuis lors comme assistante sociale, Marina Petrellafait l’objet d’une procédure d’extradition vers l’Italie. La Cour d’Appel de Versailles ayant rendu un avis favorable à cetteextradition - et la Cour de Cassation ayant rejeté le pourvoi entrepris contre cet avis - il revient aujourd’huiau gouvernement de la France de se prononcer sur cette extradition. Si les dirigeants français signent le décretd'extradition, Marina sera renvoyée en Italie où elle encourt une peine de prison à perpétuité pour des faits remontantà plus de 25 ans !Depuis le 21 août 2007, Marina Petrella a résisté avec force et courage à la terrible violence de l’emprisonnement,à la séparation d’avec ses deux filles – dont l’une âgée de 10 ans est née en France - et d’avec ses proches.Depuis 8 mois, les instances judiciaires françaises ont décidé que la seule perspective de Marina devait être la mort lentede l'enfermement à long terme. Cette situation absurde et inhumaine est en train de la détruire.En application de la clause humanitaire prévue dans les textes régissant l’extradition et parce que son intégrité physiqueet psychologique sont en danger,Nous, Familles des réfugiés italiens et Collectifs de solidarité avec Marina Petrella, ainsi que tous ceux et celles qui l’ontsoutenue (partis politiques, syndicats, élu-e-s, associatifs ou simples particuliers),Demandons une levée d'écrou immédiate ainsi que l'arrêt de la procédure d'extradition afin que soit respecté le droitde Marina Petrella à se soigner librement, dans des conditions favorables à sa guérison.L’extrader serait un crime !Ne laissons pas briser Marina Petrella !Les Collectifs de solidarité avec Marina PetrellaContacts : www.paroledonnee.infoCourriel pour signer : mailto:info@paroledonnee.info

sergio falcone 19/04/2008 15:28

sabato 19 aprile 2008

25 aprile 2008. Appello

appello corteo 25 aprile roma

25 APRILE 2008 L'ANTIFASCISMO VIVE NELLE LOTTE SOCIALI CORTEO DA PORTA SAN PAOLO CONCENTRAMENTO DALLE ORE 10,30
Anche quest’anno le antifasciste e gli antifascisti di Roma scenderanno
in piazza il 25 aprile, nell’anniversario della Liberazione dal
nazi-fascismo. In quegli anni che sembrano ormai lontani una
generazione di giovani uomini e donne combatterono non solo contro la
dittatura ma anche per costruire un’Italia nuova fondata
sull’uguaglianza e sulla giustizia sociale. E’ questo tipo di memoria
storica che vogliamo rinnovare: la celebrazione del 25 aprile non è
infatti una mera commemorazione ma una giornata di lotta che affronta
le contraddizioni del presente. Come già avvenuto negli ultimi anni
scenderemo in piazza per ribadire la centralità delle lotte sociali
nella pratica antifascista, il loro carattere di nuova resistenza
contro il clima di deriva autoritaria che si respira nel paese. Le
recenti elezioni hanno purtroppo confermato questa tendenza, sciagurato
risultato di anni di revisionismo storico bipartisan, di politiche
securitarie e razziste, di attacco alle condizioni di vita delle classi
cosiddette subalterne, di militarizzazione della società. E’ infatti un
quadro difficile quello che ci troviamo ad affrontare. Nella nostra
città in particolare da alcuni anni lo squadrismo fascista ha messo in
campo una escalation di aggressioni, culminate nell’omicidio di Renato
Biagetti a Focene, contro centri sociali, case occupate, associazioni,
luoghi della sinistra, singole persone non conformi. E’ di questi
giorni la notizia dell’assalto al Circolo di cultura omosessuale Mario
Mieli, a cui va tutta la nostra solidarietà. La sostanziale impunità di
cui ha goduto la canaglia fascista deriva sicuramente dalle coperture
di cui gode negli apparati dello stato ma anche dall’atteggiamento
ambiguo di una sinistra scolorita che non ha trovato meglio da fare che
gridare agli opposti estremismi, derubricando l’antifascismo a retaggio
del passato. Intanto il conflitto sociale è stato criminalizzato in
quanto problema di ordine pubblico e messo in mano alla magistratura,
le contraddizioni sociali relegate a essere oggetto di “pacchi
sicurezza” dall’impianto razzista e classista, le libertà civili
ostaggio dell’arroganza clericale. Si apre una stagione densa di
incognite, ma anche di opportunità, in cui si dovrà fare i conti con la
sostanziale convergenza di maggioranza e opposizione per quanto
riguarda la gestione delle politiche economiche, sociali, di guerra.
Una stagione in cui il manganello sarà protagonista. In questo scenario
difficile rinnoviamo il nostro impegno antifascista attualizzandolo in
un percorso di lotta contro la svolta autoritaria. Sarà il 25 aprile di
chi lotta tutti i giorni, e non solo una volta l’anno, contro la
precarietà, contro le morti sul lavoro, contro le grandi opere che
devastano l’ambiente, contro la proprietà intellettuale, contro la
cultura patriarcale, omofobica e clerico-fascista, per il diritto alla
casa, per scuola e università fuori dalle logiche del mercato, per una
radicale redistribuzione della ricchezza, per aprire spazi di libertà.
Il corteo del 25 aprile di quest’anno si situa in una contingenza
storica particolare, a due giorni dal ballottaggio elettorale che vede
la possibilità che lo squadrista Alemanno divenga sindaco di Roma.
Ognuno e ognuna si regolerà come crede, legittimamente secondo la
propria coscienza, se astenersi o andare a votare. Ma una cosa deve
essere chiara: il corteo del 25 aprile non dovrà trasformarsi in una
kermesse elettoralistica di chi, opportunisticamente, riscopre
l’antifascismo a due giorni dal voto, dopo avere cancellato la
discriminante antifascista dai propri programmi, dopo avere fomentato
pogrom razzisti in nome della “sicurezza”, dopo avere indegnamente
flirtato con le politiche omofoniche e antiaboriste del vaticano, dopo
avere invitato alla repressione contro i movimenti sociali. In ogni
caso il fascistume di ogni risma deve sapere che si troveranno di
fronte, ogni giorno dell’anno, la determinazione delle antifasciste e
degli antifascisti di “questa città ribelle e mai domata” a ricacciarli
nelle fogne da dove sono sbucati.
L'appuntamento per tutti e tutte è venerdì 25 aprile alle ore 10,30 a Porta San Paolo.
Prima del corteo si avvieranno i lavori di ristrutturazione del
monumento contro il fascismo e il razzismo edificato nel 1995 grazie
all’impegno e alla sottoscrizione del movimento romano. Durante il
corteo, dedicato alle morti sul lavoro, verrà posto al colosseo un
totem in memoria dell'infinita strage perpetrata dai padroni.
L’assemblea degli antifascisti e delle antifasciste di Roma

 

sergio falcone 19/04/2008 15:26

sabato 19 aprile 2008

Anarchici contro il fascismo


Anarchici contro il Fascismo
gruppo anarchico - carlo cafiero - F.A.I. Roma



Perseguitati
fin dall’inizio del regime fascista, gli anarchici non hanno atteso
l’otto settembre per combattere contro il fascismo.L’iniziativa dal
basso, l’azione diretta, la pratica di lotta per la libertà hanno fatto
degli anarchici parte integrante di un movimento di popolo in rivolta
contro l’oppressione.
Nell’anniversario dell’insurrezione del 25
aprile, vogliamo ricordare il lato non ufficiale della Resistenza:
quello del popolo e delle borgate, quello dal basso, quello Anarchico.Riprendiamoci la nostra storia con l'approccio, diretto e critico, alle fonti e alle testimonianze.
Incontro-dibattito con il partigiano anarchico Marcello Cardone
24 Aprile 2008Blow, h. 20:30
Via di Porta Labicana 24, angolo Via dei Sabelli - San Lorenzo(Rinfresco sociale a sostegno delle attività del gruppo e stand di libri e saggi libertari.)

 





sergio falcone 13/04/2008 06:02

domenica 13 aprile 2008

Jean-Paul Sartre, Élections, piége a cons


Jean Paul Sartre: «Élections, piége a cons»

di Jean_Paul Sartre
Nel
gennaio-febbraio del 1976 uscì il primo numero della rivista
“Marxiana”, curata da Enzo Modugno, distribuita in libreria dalle
Edizioni Dedalo. Inutile dire che all’epoca eravamo più giovani e che i
tempi sembravano davvero far presagire qualche evento straordinario.
Quell’evento venne davvero. E fu il 1977. Enzo aveva in precedenza
curato l’edizione italiana di “Monthly Review”, la rivista di Sweezy e
Baran. Io ed altri provenivamo dal movimento libertario. Insieme
cercavamo la possibilità di coniugare Marx e le esperienze più radicali
del movimento operaio: dai Consigli tedeschi, all’IWW,
dal’anarcosindacalismo spagnolo ai moti studenteschi del ’68.L’esperienza
riuscì. "Marxiana" ebbe un successo editoriale incomparabile con le
poche forze che la sostenevano. Il movimento del ’77 la adottò come
rivista del movimento.Ripubblicare oggi un testo di J.P. Sartre,
scritto nel 1973, edito allora, non è filologia dei movimenti. Chiunque
lo legga con attenzione potrà trovarvi riferimenti alle scelte
elettorali che dovremo fare in questi giorni. E riflettere su cosa
fare. [Sbancor]
Nel 1789 fu stabilito il voto
censitario: significava far votare non gli uomini ma le proprietà, i
beni borghesi, che non potevano dare i suffragi che a se stessi. Questo
sistema era profondamente ingiusto poiché si escludeva dal corpo
elettorale la maggior parte della popolazione francese, ma non era
assurdo. Certo gli elettori votavano isolatamente e in segreto: questo
tornava a separarle gli uni dagli altri e a non ammettere tra i loro
suffragi che dei legami di esteriorità.

Ma
questi elettori erano tutti dei possidenti, dunque già isolati dalle
loro proprietà che si richiudevano su di loro ridando alle cose; agli
uomini tutta la loro impenetrabilità materiale Le schede elettorali,
quantità discreta, non facevano che tradurre la separazione dei votanti
e si sperava, addizionando i suffragi, di far scaturire l'interesse
comune del più gran numero, cioè il loro interesse di classe. Nelle
stesso periodo la Costituente adottava la legge Le Chapelier il cui
fine confessato era di sopprimere le corporazioni ma che mirava,
inoltre, ad interdire ogni associazione dei lavoratori tra loro e
contro i loro datori di lavoro. Così i non-possidenti, cittadini
passivi che non avevano nessun accesso alla democrazia indiretta, cioè
al voto usato dai ricchi per eleggere il loro governo, si vedevano
ritirare, per sovramercato, ogni permesso di raggrupparsi e di
esercitare la democrazia popolare o diretta, la sola che si convenisse
loro poiché non erano suscettibili di essere separati dai loro beni.Quando,
quattro anni più tardi, la Convenzione rimpiazzò il suffragio
censitario col suffragio universale, non credette bene, tuttavia, di
abrogare la legge Le Chapelier, in modo che i lavoratori,
definitivamente privati della democrazia diretta, votarono come
proprietari anche se non possedevano niente. I raggruppamenti popolari,
vietati ma frequenti, divennero illegali rimanendo legittimi. Alle
assemblee elette dal suffragio universale si sono dunque opposti nel
1794, nel 1848 nella Seconda Repubblica e infine nel 1870, dei
raggruppamenti spontanei ma a volte molto estesi che dovevano essere
chiamati appunto classi popolari o popolo. Nel 1848, in particolare, si
credette di vedere, opposto ad una Camera eletta col riconquistato
suffragio universale, un potere operaio che si era costituito nelle
strade e negli Ateliers Nationaux. Si sa come finì: nel maggio-giugno
1848 la legalità massacrò la legittimità. Di fronte alla legittima
Comune di Parigi, l'ultralegale Assemblea di Bordeaux trasferita a
Versailles non ebbe che da imitare questo esempio. Alla fine del secolo
scorso e all'inizio di questo le cose sembrarono cambiare: si riconobbe
agli operai il diritto di sciopero, le organizzazioni sindacali furono
tollerate. Ma i presidenti del Consiglio, capi della legalità, non
sopportavano le spinte ricorrenti del potere popolare. Clemenceau in
particolare si distinse nel reprimere gli scioperi. Tutti, ossessionati
dalla paura dei due poteri, rifiutavano la coesistenza del potere
legittimo, nato qua e là dall'unità reale delle forze popolari, e di
quello, falsamente uno, che essi esercitavano e che riposava, in
definitiva, sull'infinita dispersione dei votanti. Di fatto erano
caduti in una contraddizione che non avrebbe potuto risolversi che con
la guerra civile, dal momento che l'uno aveva la funzione di disarmare
l'altro. Votando domani noi andiamo, ancora una volta, a sostituire il
potere legittimo col potere legale. Questo, preciso, di una chiarezza
in apparenza perfetta, atomizza i votanti in nome del suffragio
universale. Quello è ancora in embrione, diffuso, oscuro a se stesso:
fa tutt'uno, per il momento, con il vasto movimento antigerarchico e
libertario che si incontra dappertutto ma che non è ancora organizzato.
Gli elettori fanno parte dei raggruppamenti più diversi. Ma non è in
quanto membri di un gruppo bensì come cittadini che l'urna li aspetta.
Quella
cabina elettorale, piantata nell'aula di una scuola o di un municipio,
è il simbolo di tutti i tradimenti che l'individuo può commettere verso
i gruppi di cui fa parte. Essa dice a ciascuno: «Nessuno ti vede, non
dipendi che da te stesso; stai per decidere nell'isolamento e in
seguito potrai nascondere la tua decisione o mentire». Non c'è bisogno
di altro per trasformare tutti gli elettori che entrano nell'aula in
traditori in potenza gli uni degli altri. La diffidenza accresce la
distanza che li separa. Se noi vogliamo lottare contro l'atomizzazione
è necessario prima tentare di capirla. Gli uomini non nascono nella
separazione: vengono su nell'ambiente familiare che li fa durante i
loro primi anni. In seguito essi faranno parte di diverse comunità
socio-professionali e fonderanno essi stessi una famiglia. Li si
atomizza quando grandi forze sociali - le condizioni di lavoro in
regime capitalista, la proprietà privata, le istituzioni, ecc. - si
esercitano sui gruppi di cui essi fanno parte per . smembrarli e
ridurli alle unità di cui si pretende che essi si compongano.
L'esercito, per non citare che un esempio di istituzione, non considera
mai la persona concreta del richiamato, che non può afferrarsi che
sulla base della sua appartenenza a dei gruppi esistenti. Esso non vede
in lui che l'uomo, cioè il soldato, entità astratta che si definisce
per i doveri e per i rari diritti che rappresentano i suoi rapporti col
potere militare. Questo «soldato», che esattamente il richiamato non è
ma al quale il servizio militare intende ridurlo, è altro in sé da se
stesso e identicamente altro presso tutti i commilitoni di una stessa
classe. E' questa identità stessa che li separa poiché essa non
rappresenta per ciascuno che l'insieme prestabilito delle sue relazioni
con l'esercito. Così, durante le ore di addestramento, ciascuno è altro
da sé e, nello stesso tempo, identico a tutti gli Altri che sono altri
da se stessi. Egli non può avere rapporti reali con i suoi compagni che
se, durante i pasti o di sera, nella camerata, essi si spogliano tutti
insieme del loro essere-soldato. Tuttavia la parola atomizzazione, così
spesso impiegata, non rende la vera situazione delle -persone disperse
e alienate dalle istituzioni. Non si può ridurle alla solitudine
assoluta dell'atomo anche se si tenta di sostituire le loro relazioni
concrete con le persone, con dei semplici legami di esteriorità. Non li
si può escludere da tutta la vita sociale: il soldato prende l'autobus,
compra il giornale, vota. Questo presuppone che egli usi dei
«collettivi» con gli Altri. Semplicemente, i collettivi si indirizzano
a lui come a un membro di una serie (quella di coloro che comprano i
giornali, dei telespettatori, ecc.). Egli diventa identico quanto
all'essenza a tutti gli altri membri, differendone solo per il suo
numero d'ordine. Noi diremo che è serializzato. La serializzazione
dell'azione la si ritrova nel campo pratico-inerte dove la materia si
fa mediazione tra gli uomini nella misura in cui gli uomini si fanno
mediazione tra gli oggetti materiali (dal momento che un uomo prende il
volante della sua auto egli non è altro che un guidatore tra gli altri
e perciò contribuisce a rallentare la velocità di tutti e la sua
stessa, e questo è il contrario di ciò che desiderava quando voleva
possedere lui stesso un'automobile).A partire da ciò nasce in me il
pensiero seriale che non è il mio proprio pensiero ma quello dell'Altro
che io sono e quello di tutti gli Altri; bisogna chiamarlo pensiero
d'impotenza perché io lo produco in quanto io sono l'Altro, nemico di
me stesso e degli Altri e in quanto io porto dovunque questo Altro con
me. Supponiamo un'azienda dove non c'è stato uno sciopero da venti o
trent'anni, ma dove il potere d'acquisto dell'operaio diminuisce
costantemente a causa del «caro-vita». Ciascun lavoratore comincia a
considerare una azione rivendicativa Ma i venti anni di « pace sociale
» hanno stabilito poco a poco tra i lavoratori relazioni di serialità.
Ogni sciopero - fosse anche di ventiquattr'ore - richiederebbe un
raggruppamento di lavoratori. In questo momento il pensiero seriale -
che separa - resiste fortemente alle prime manifestazioni del pensiero
di gruppo. Esso sarà razzista (gli immigrati non ci seguirebbero),
misogino (le donne non ci capirebbero), ostile alle altre categorie
sociali (i piccoli commercianti e i contadini non ci aiuterebbero),
diffidente (il mio vicino è un Altro; dunque non so come potrebbe
reagire), ecc. Tutte queste proposizioni di separazione non
rappresentano il pensiero degli operai stessi, ma quello degli altri
che essi sono e che vogliono mantenere il loro statuto d'identità e di
separazione. Se il raggruppamento riuscisse, non si troverebbe più
traccia di questa ideologia pessimista. Non aveva altra funzione che di
giustificare il mantenimento dell'ordine seriale e dell'impotenza in
parte subita, in parte accettata.
Il suffragio universale è
un'istituzione, dunque un collettivo, che atomizza o serializza gli
uomini concreti e si rivolge in essi a delle entità astratte, i
cittadini, definiti da un complesso di diritti e doveri politici, cioè
dal loro rapporto con lo Stato e le sue istituzioni. Lo Stato ne fa dei
cittadini dando loro, per esempio, il diritto di votare ogni quattro
anni, a condizione che essi rispondano a delle condizioni molto
generali - essere Francesi, avere più di ventun'anni - che non
caratterizzano veramente nessuno di loro. Da questo punto di vista
tutti i cittadini, siano essi nati a Perpignan o a Lilla, sono
perfettamente identici, come abbiamo visto che lo erano i soldati
nell'esercito: non ci si interessa dei loro problemi concreti che
nascono nelle loro famiglie o nei loro raggruppamenti
socio-professionali. Di fronte alle loro solitudini astratte e alle
loro separatezze si ergono gruppi o partiti che sollecitano i loro
voti. Si dice loro che essi delegano il loro potere a uno o più di
questi raggruppamenti politici. Ma, per «delegare la sua autorità»,
bisognerebbe che la serie costituita dall'istituzione del voto ne
possedesse almeno una piccola parte. Ora, questi cittadini, identici e
fabbricati dalla legge, disarmati, separati dalla diffidenza di
ciascuno verso gli altri, mistificati ma coscienti della loro
impotenza, non possono in nessun caso, fin quando hanno lo statuto
seriale, costituire questo gruppo sovrano del quale ci è stato detto
che emana tutti i poteri, il Popolo. Considerato che si è loro concesso
suffragio universale, l'abbiamo visto, per atomizzarli ed impedirgli di
raggrupparsi tra loro. Solo i Partiti, essendo originariamente dei
gruppi - d'altronde più o meno serializzati e burocratizzati -, possono
considerarsi come aventi un embrione di potere. In questo senso
bisognerebbe rovesciare la formula classica, e quando un Partito dice:
«Sceglietemi!», non intendere con ciò che gli elettori gli deleghino la
loro sovranità, ma che i votanti, rifiutando di unirsi in gruppo per
accedere alla sovranità, designano una o più comunità politiche già
costituite ad estendere il potere, che esse già possiedono, sino ai
confini nazionali. Nessun partito potrà rappresentare la serie di
cittadini perché esso deriva la sua potenza da se stesso, cioè dalla
sua struttura comunitaria; la serie d'impotenza non può, in alcun caso,
delegargli una porzione d'autorità. Ma al contrario il Partito, quale
che esso sia, usa la sua autorità per agire sulla serie reclamandone i
voti; e la sua autorità sui cittadini serializzati non è limitata che
da quella di tutti gli altri partiti messi insieme. In una parola,
quando io voto, io abdico al mio potere - cioè alla possibilità che è
in ciascuno di costituire con tutti gli altri un gruppo sovrano che non
ha nessun bisogno di rappresentanti - e affermo che noi, i votanti,
siamo sempre altri da noi stessi e che nessuno di noi può in alcun caso
abbandonare la serialità per il gruppo, se non per interposta persona.
Votare è senza dubbio, per il cittadino serializzato, dare il suo voto
a un Partito, ma è soprattutto votare per il voto, come dice Kravetz,
cioè per l'istituzione politica che ci mantiene nello stato d'impotenza
seriale. Lo si è visto, nel giugno 1968, quando de Gaulle ha chiesto
alla Francia, in piedi e costituitasi in gruppi, di votare, cioè di
andare a dormire e di avvolgersi nella serialità. I gruppi
non-istituzionali diffidarono; gli elettori, identici e separati,
votarono per l'U.D.R. che prometteva di difenderli contro l'azione dei
gruppi che essi, solo qualche giorno prima, costituivano. Lo si vede
ancora oggi quando Séguy chiede tre mesi di pace sociale per non
spaventare gli elettori, in verità perché le elezioni siano possibili,
cosa che non sarebbero più se quindici milioni di scioperanti, decisi e
istruiti dall'esperienza del 1968, rifiutassero di votare e passassero
all'azione diretta. L'elettore deve continuare a dormire e
compenetrarsi della sua impotenza; così sceglierà dei Partiti che
esercitino la loro autorità e non la sua. Così ciascuno, chiuso sul suo
diritto di voto come il proprietario sulla sua proprietà, sceglierà i
suoi padroni per quattro anni senza vedere che questo preteso diritto
di voto non è che l'interdizione di unirsi agli altri per risolvere con
la praxis i veri problemi.
Il tipo di scrutinio, sempre
scelto dai gruppi dell'Assemblea e mai dagli elettori, aggrava le cose.
La proporzionale non strappava i votanti alla serialità, ma almeno
utilizzava tutti i voti. L'Assemblea dava una immagine corretta della
Francia politica, cioè serializzata, poiché i Partiti erano
rappresentati proporzionalmente al numero dei voti che ciascuno aveva
ottenuto. Il nostro scrutinio al contrario, si ispira al principio
opposto che è, diceva assai giustamente un giornalista, 49% = 0. Se in
una circoscrizione al secondo turno, i candidati dell'U.R.D. ottengono
il 50% dei voti, vengono tutti eletti. Il 49% dell'opposizione
precipita nel nulla: corrisponde a circa la metà della popolazione che
non ha il diritto di essere rappresentata.
Con questo sistema,
prendiamo un elettore che ha votato comunista nel 1968 e i cui
candidati non sono stati eletti. Egli vota - supponiamo - per lo stesso
P.C. nel 1973. Se i risultati sono differenti da quelli del 1968, ciò
non dipenderà da lui poiché egli avrà, nei due casi, dato il suo voto
agli stessi candidati. Perché il suo voto sia utile, è necessario che
un certo numero di elettori che hanno votato nel 1968 per la
maggioranza attuale, se ne distacchino, stanchi e decidano di votare
più a sinistra. Ma, intanto, non è affare del nostro uomo farli
decidere; e poi, essi sono verosimilmente di un altro ambiente, e lui
non li conosce nemmeno. Tutto avviene altrove e altrimenti: con la
propaganda dei partiti, con certi organi di stampa. L'elettore del
P.C., quanto a lui, non ha che da votare, è tutto quello che gli si
chiede: egli voterà ma non parteciperà alle azioni che mirano a
modificare il senso del suo voto. E poi, molti di quelli ai quali si
potrebbe far cambiare idea sono ostili all'U.D.R. ma visceralmente
anticomunisti: essi preferiscono eleggere dei «riformatori» che
diventeranno così gli arbitri della situazione. E non è verosimile che
questi si schierino con P.S. e P.C.; essi apporteranno la loro forza
complementare all'U.D.R. che come loro vuole conservare il regime
capitalista. L'alleanza dell'U.D.R. e dei riformatori, questo è il
senso oggettivo del voto dell'elettore comunista: che in effetti è
necessario perché il P.C. conservi i suoi suffragi e li aumenti, ed è
questo aumento che diminuirà il numero degli eletti della maggioranza e
li determinerà a gettarsi nelle braccia dei riformatori. Non c'è niente
da dire se si accettano le regole di questo gioco da coglioni. Ma, in
quanto il nostro elettore è se stesso, cioè in quanto uomo concreto, il
risultato che egli avrà ottenuto come Altro identico non lo soddisferà
affatto. I suoi interessi di classe e le sue determinazioni individuali
coincidono per fargli scegliere una maggioranza di sinistra. Egli avrà
contribuito a inviare all'Assemblea una maggioranza di destra e di
centro dove il partito più importante sarà ancora l'U.D.R. Così quando
quest'uomo metterà la scheda nell'urna, questa riceverà dagli altri un
significato altro da quello che egli aveva inteso darle: ritroviamo qui
l'azione seriale che abbiamo trovato nel settore pratico-inerte.Andiamo
ancora più in là: poiché io affermo, votando, la mia impotenza
istituzionalizzata, la maggioranza in carica non ci pensa due volte a
dividere e manipolare il corpo elettorale, avvantaggiando le campagne e
le città che «votano bene» a spese delle periferie e dei sobborghi che
«votano male». Tanto che perfino la serialità dell'elettorato viene
trasformata. Se era perfetta, un voto valeva l'altro. Siamo lontani dal
conto: servono centoventimila voti per eleggere un deputato comunista,
trentamila per mandare all'Assemblea un U.D.R. Un elettore della
maggioranza vale quattro elettori del P.C. Egli vota contro ciò che
bisogna chiamare una supermaggioranza, cioè contro una maggioranza che
vuole mantenersi in carica con altri mezzi che la serialità pura dei
voti.Perché voterò? Perché mi hanno convinto che il solo atto
politico della mia vita consiste nel portare il mio suffragio nell'urna
una volta ogni quattro anni? Ma è il contrario di un atto. Io non
faccio che rivelare la mia impotenza ed obbedire al potere di un
Partito. Inoltre, io dispongo di un voto di valore variabile se
obbedisco all'uno o all'altro. Per questa ragione, la maggioranza della
futura Assemblea non riposerà che su una coalizione e le decisioni che
prenderà saranno dei compromessi che potranno non riflettere affatto i
desideri che esprimeva il mio voto. Nel 1959 la maggioranza ha votato
per Guy Mollet perché egli pretendeva di fare al più presto la pace in
Algeria. Il governo socialista che prese il potere decise di
intensificare la guerra: ciò che portò molti elettori a passare dalla
serie, che non sa mai per chi vota né per che cosa, al gruppo d'azione
clandestina. E' ciò che essi avrebbero dovuto fare molto prima ma, di
fatto, fu l'improbabile risultato dei loro voti che denunciò
l'impotenza del suffragio universale.
In verità tutto è chiaro
se si riflette e si arriva alla conclusione che la democrazia indiretta
è una mistificazione. Si pretende che l'Assemblea eletta sia quella che
riflette meglio l'opinione pubblica. Ma non c'è opinione pubblica che
non sia seriale. L'imbecillità dei mass-media, le dichiarazioni del
governo, la maniera parziale o monca in cui i giornali riflettono gli
avvenimenti, tutto ciò viene a cercarci nella nostra solitudine seriale
e ci zavorra di idee di pietra, fatte di ciò che noi pensiamo che gli
altri pensino. Senza dubbio in fondo a noi stessi ci sono esigenze e
proteste ma, invece di essere convalidate dagli altri, si annientano in
noi lasciando dei «bleus à l'ȃme» e un senso di frustrazione. Così,
quando ci chiamano a votare, io, io Altro, ho la testa farcita di idee
pietrificate che la stampa e la televisione vi hanno accatastato e sono
queste idee seriali che si esprimono col mio voto ma non sono le mie
idee. L'insieme delle istituzioni della democrazia borghese mi sdoppia:
ci sono io e tutti gli Altri che mi si dice che io sono (Francese,
soldato, lavoratore, contribuente, cittadino, ecc.). Questo
sdoppiamento ci fa vivere in quella che gli psichiatri chiamano una
crisi d'identità perpetua. Insomma chi sono io? Un altro identico a
tutti gli altri e abitato da questi pensieri d'impotenza che nascono
dovunque e non sono pensieri in nessun posto, o sono me stesso? E chi
vota? Io non mi riconosco più.
Tuttavia ci sono quelli che
votano come essi dicono, «per cambiare i mascalzoni», il che vuol dire
che ai loro occhi il rovesciamento della maggioranza U.D.R. ha priorità
assoluta. E io riconosco che sarebbe bello far cadere per terra questi
politici bacati. Ma si è riflettuto che per rovesciarli si deve mettere
al loro posto un'altra maggioranza che conserva gli stessi principi
elettorali?
U.D.R., riformatori e P.C.-P.S. sono concorrenti:
questi partiti si mettono su un terreno comune che è la rappresentanza
indiretta, il loro potere gerarchico e l'impotenza dei cittadini: in
breve, il «sistema borghese». Che il P.C. che si pretende
rivoluzionario si sia ridotto, dopo la coesistenza pacifica, a cercare
il potere borghesemente accettando l'istituzione del suffragio
borghese, dovrebbe far riflettere. È a chi addormenterà meglio i
cittadini: l'U.D.R. parla di ordine, di pace sociale, il P.C. tenta di
far dimenticare la sua immagine di marca rivoluzionaria. Ci riesce così
bene, di questi tempi, con l'aiuto dato dai socialisti, che, se
riuscisse a prendere il potere grazie ai nostri voti, respingerebbe sine die la rivoluzione e diventerebbe il più stabile dei partiti elettorali. Ci
sono tanti vantaggi a cambiare? In ogni caso, si annegherà la
Rivoluzione nelle urne, cosa che non deve stupire, poiché, in ogni
caso, sono fatte per questo.
Certi, tuttavia, vogliono essere
machiavellici, cioè servirsi dei loro suffragi per ottenere un
risultato altro che seriale. Essi sperano, mandando, se possono, una
maggioranza P.C.-P.S. alla nuova Assemblea, di costringere Pompidou a
gettare la maschera, a sciogliere la Camera, in altri termini a
forzarci alla lotta attiva, classe contro classe o piuttosto gruppo
contro gruppo, forse alla guerra civile. Che strana idea, di lasciarci
serializzarci conformemente ai voti del nemico perché reagisca con la
violenza e ci obblighi a costituire dei gruppi. E' un errore. Il
machiavellismo ha bisogno di partire da dati certi e di cui si può
prevedere l'effetto. Non è questo il caso: non si possono prevedere a
colpo sicuro i risultati di un suffragio serializzato: è prevedibile
che l'U.D.R. perderà dei seggi e che il P.S.-P.C. e riformatori ne
guadagneranno; il resto non è così probabile da definirvi su una
tattica. Un solo segno: il sondaggio dell'I.F.O.P. pubblicato da
France-Soir il 4 dicembre: 45% a P.C.-P.S., 40% all'U.D.R., 15% ai
riformatori. E questa curiosa constatazione: ci sono molti più suffragi
per P.C.-P.S. che gente persuasa che questa coalizione vincerà. Dunque
ci sarà molta gente - tenuto conto di tutte le incertezze di un
sondaggio - che voterà per la sinistra con la certezza che questa non
raccoglierà la maggioranza dei suffragi: ancora di questa gente per la
quale l'eliminazione dell'U.D.R. è prioritaria ma che non ha tanta
voglia di rimpiazzarla con la sinistra. Queste osservazioni danno
dunque, nel momento in cui scrivo, 5 gennaio 1973, per probabile una
maggioranza U.D.R.-Riformatori. In questo caso, Pompidou non scioglierà
l'Assemblea, preferirà mettersi d'accordo con i riformatori: la
maggioranza si ammorbidirà un po', ci saranno meno scandali, cioè ci si
metterà d'accordo perché siano meno facilmente scoperti, J.-J. S.-S. e
Lecanuet entreranno nel governo. E' tutto. Il machiavellismo si
ritorcerà dunque contro i piccoli Machiavelli.Se essi vogliono
tornare alla democrazia diretta, quella del popolo in lotta contro il
sistema, quella degli uomini concreti contro la serializzazione che li
trasforma in cose, perché non cominciare da qui? Votare, non votare è
lo stesso. Astenersi, in effetti, è confermare la nuova maggioranza,
quale essa sia. Qualunque cosa si faccia a questo proposito, non si
sarà fatto niente se non si lotta nello stesso tempo, questo vuol dire
fin da oggi, contro il sistema della democrazia indiretta che ci riduce
deliberatamente all'impotenza, tentando, ciascuno secondo le sue
risorse, di organizzare il vasto movimento antigerarchico che contesta
dappertutto le istituzioni.
(«Les Temps Modernes», gennaio 1973).
 

sergio falcone 13/04/2008 05:25

domenica 13 aprile 2008

Serge Quadruppani, Le ragioni dell'altro


LE RAGIONI DELL'ALTRO

di Serge Quadruppani
Venerdì
4 aprile, prima vera giornata di primavera parigina, la dolcezza e la
luminosità che c'era nell'aria si accordava perfettamente con la
personalità di Roberto Silvi, morto tre giorni prima, e al quale
abbiamo detto addio quel giorno, al cimitero di Père Lachaise. La
cerimonia, con dei canti di lotta, letture di poesia, prese di parola e
scherzi in napoletano, è stata di una bellezza all'altezza del ricordo
del nostro amico. Tra i presenti, oltre alla sua famiglia e a Jani, la
sua fervente e incrollabile compagna, c'erano molti esiliati italiani,
quelli che non possono ancora rientrare nel loro paese, perseguiti
dalla vendetta di Stato. Affetto da una malattia degenerativa, Roberto
Silvi viveva da molto tempo su una sedia a rotelle.

E' stato membro fondatore dei Proletari armati per il comunismo. La sua personalità ha ispirato uno dei personaggi de L'ultimo sparo,
il romanzo autobiografico del suo amico Cesare Battisti, (e Roberto ha
peraltro partecipato, all’inizio, alla redazione del libro). Seconda
una cara amica sua, Paola de Luca, era “un napoletano che sembrava
inglese, un appassionato spesso glaciale, un discreto curiosissimo, un
riservato con migliaia di amici, insomma : un tipo palindromico e
ossimorico, davvero speciale”. Ma per cogliere precisamente chi era
Roberto, quel che era stato e quel che era diventato, bisogna leggere,
e ancor di più vedere Le ragioni dell'altro.
Questa pièce di teatro, scritta con Cecilia Calvi, può far capire
perché noi l'amavamo tanto: nella sua opera come nella vita, portava lo
stesso sguardo sul passato e sul presente. Quello sguardo combinava la
malizia dell'humor, l'acutezza dell'autoanalisi e una critica politica
senza concessioni. Senza niente cedere sulle buone ragioni di
ribellarsi che esistevano allora e che esistono sempre, sapeva anche
distinguere, come pochi sono capaci di fare, i meccanismi individuali e
collettivi (e anche i loro lati oscuri) che hanno condotto certuni alla
scelta della lotta armata. In questa pièce dove si schizza un affresco
degli anni 70 in Italia, Roberto mette a confronto, attraverso due
personaggi, quel che è diventato con il giovane combattente che è
stato. Il terzo personaggio, una donna amata, ricorda le contraddizioni
sentimentali sulle quali si dibatteva allora - e che non sono state
superate. Impietoso con se stesso, tenero con i fratelli umani: così
era Roberto, così è la sua pièce.Si potrà vedere Le ragioni dell'altro a Roma al teatro Colosseo (Via Capo d'Africa 5) dal 22 al 27 aprile, tutti i giorni alle 19, tranne il 27 alle 17.La
pièce è pubblicata in versione bilingue francese/italiano dalla
Cooperativa Colibrì, Via Zoti Zelati 49 - 20030 Paderno Dugnano (MI)
con introduzioni di Erri De Luca, Paola De Luca, Prospero Gallinari,
Roberto Mander, Oreste Scalzone, postfazione degli autori.

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