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22 septembre 2008 1 22 /09 /septembre /2008 22:00



 

20 settembre: una giornata di lotta autorganizzata contro il razzismo

La cronaca in breve:

Sabato a Milano diverse migliaia di persone hanno sfilato per le vie del centro, in ricordo di Abba e contro il razzismo, partendo da P.ta Venezia.
Un folto gruppo di giovani, (proletari/e, immigrati/e, giovani "di seconda generazione", provenienti da tutte le parti del mondo e che insieme ad Abba si incontravano in S.Babila da anni per suonare e ballare) si sono invece dati un appuntamento separato, per poi andare incontro alla manifestazione.
Primo colpo di scena: all'altezza di Corso Venezia, giunti di fronte al corteo, iniziano dei sit-in e con comizi e slogan continui decidono di contenderne la testa costringendo il servizio d'ordine del corteo, guidato da militanti del PRC,  a fare i salti mortali per riprendersela e riportare la manifestazione dentro i binari prestabiliti.

Ma giunti a S.Babila nuovo colpo di scena: spazientiti dallo scavalcamento dei "politici bianchi", e sfruttando il presidio del comitato antirazzista, la testa del corteo si blocca e, dopo aver radunato altri 300 manifestanti, si dirige verso il Duomo deviando dal percorso prestabilito.
Raggiunta piazza Duomo, di fronte a un nuovo tentativo di scavalcamento e di controllo da parte degli apparati, nuovo e definitivo colpo di scena: il corteo spontaneo decide di recarsi in via Zuretti, dove Abba è stato ucciso. A questo punto la polizia cerca di costituire un cordone per contenere il corteo non autorizzato, ma questo diventa un segnale per i manifestanti che, al grido di "Abba vive e lotta insieme a noi", "basta razzismo" e "Giustizia!", travolgono il cordone della polizia e cominciano a correre verso la meta, distante quasi 5 km da piazza Duomo.

Poliziotti, giornalisti e militanti della sinistra istituzionale, rincorrono la testa del corteo ansimando, ma ogni qualvolta riescono a ricostruire un argine, grazie soprattutto a pattuglie che affluiscono con mezzi mobili, il corteo rompe nuovamente il cordone e riparte, sempre di corsa e gridando slogan.
La scena si ripeterà più volte fino in via Zuretti dove un imponente schieramento di forze dell'ordine impedisce ai manifestanti, diventati ormai 600, l'accesso al bar del linciaggio di Abba.
Solo a quel punto, gli organizzatori della manifestazione, insieme alla Digos, riuscivano a riportare la calma e a ottenere una sorta di momentanea pacificazione della piazza, (contestata da buona parte di coloro che avevano imposto con l'azione diretta l'arrivo in via Zuretti), che ha segnato la conclusione della giornata, ben lontana dal previsto comizio di chi aveva convocato l'iniziativa.

Alcuni elementi di bilancio politico

E' quasi superfluo sottolineare che il dato politicamente più significativo della giornata sia stato l'irrompere prepotente della rabbia e della determinazione di una parte consistente degli/delle immigrati/e in piazza, capaci anche di comprendere le manovre di pacificazione degli apparati e muoversi di conseguenza. La scelta iniziale di un concentramento si è poi trasformata in volontà di prenderne la testa, imporre ritmi, contenuti e percorso, fuori da ogni logica di controllo dall'alto.
Con la loro autorganizzazione hanno messo in campo un nuovo e incontrollabile soggetto politico che mette paura all'intera classe dirigente. Ne è una chiara dimostrazione la copertura mediatica della manifestazione, tesa quasi unanimemente a occultare questo protagonismo, criminalizzandone l'azione o cercando di spiegarla attraverso la presenza di oscuri "mandanti".
Come Comitato Antirazzista avevamo scelto di non aderire ufficialmente alla manifestazione, ma di parteciparvi chiamando ad un concentramento indipendente, proprio per cercare di essere strumento e punto di riferimento per il settore che, nella settimana che ha preceduto la manifestazione, era emerso come l'unico in grado di imprimere alla manifestazione il necessario senso di lotta.
Un settore di giovani proletari/e, immigrati/e, giovani "di seconda generazione", che ha preso l'iniziativa, indirizzato costantemente la presenza, più che altro la nostra corsa, all'interno della manifestazione, dato un segnale di autodeterminazione e di rottura con la politica di palazzo e  indicato anche il percorso da seguire per le lotte future.

Comitato antirazzista milanese - info@antirazzistimilano.org

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Published by Oreste Scalzone
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sergio falcone 23/09/2008 13:22


WALTER ROSSI, 30 settembre 1977 - 30 settembre 2008. CONTRO OGNI FASCISMO

WALTER ROSSI, 30 settembre 1977 – 30 settembre 2008.CONTRO OGNI FASCISMOLa svolta autoritaria, necessario strumento di controllo e gestione della crisi economica, e lo stato d'emergenza permanente si concretizzano in un razzismo istituzionale ed in una militarizzazione dei territori che rimanda ai teatri di guerra internazionali. E' una aperta ostilita' verso qualsiasi espressione della societa' che rivendica e agisce per una trasformazione del presente al di fuori del profitto che sfrutta e specula sulle nostre vite e sui nostri territori.La linea di continuita' fra tutto questo e le lame delle aggressioni squadriste che negli ultimi tempi hanno sostenuto gli ideali di una pseudocultura neofascista, e' la volonta' di intimidire, omologare e reprimere consentendo e legittimando chi a livello istituzionale determina tutto questo.31 anni fa veniva assassinato Walter Rossi, antifascista militante e attivista delle lotte sociali di allora, veniva ucciso per mano dei neofascisti del MSI, di Almirante, Fini e Alemanno, con la copertura della polizia di stato. L'assassino, Cristiano Fioravanti, vive ancora oggi sotto protezione dello stato.Questo a dimostrazione di quale fosse la connivenza tra estrema destra e apparati dello stato, che utilizzarono la manovalanza fascista nelle strategie eversive e terroristica che dalla fine degli anni '60 hanno caratterizzato la storia di questo paese.Come 31 anni fa, anche oggi rivediamo la stessa intenzione di insabbiare e coprire i reali responsabili della violenza squadrista oggi presenti e rappresentatati in parlamento. Tollerati da una mentalita' dell'equidistanza e ora addirittura legittimati da politiche che approvano le loro pratiche squadriste contro immigrati, nomadi, omosessuali, attivisti antifascisti, come strumento di controllo sociale e di prevenzione del dissenso.Dopo un'estate di rastrellamenti verso gli immigrati e i senza fissa dimora, le aggressioni come quella avvenuta a via Ostiense alla fine dell'iniziativa in ricordo di Renato Biagetti, torniamo in piazza a ribadire la nostra opposizione ai fascisti in camicia nera e in divisa, a rivendicare la libertà di determinare le proprie esistenze.Appuntamento martedì 30 settembre, ore 17.30, P.le degli Eroi - M Cipro

sergio falcone 23/09/2008 13:19

In uscita libro-intervista di Licia Pinelli

Sta per uscire un libro, edito da Manifestolibri, firmato dai giornalisti Sergio Sinigaglia e Francesco Barilli e introdotto dallo storico Giovanni De Luna, che attraverso le parole della vedova,ricostruisce la storia di Pino Pinelli , ferroviere, anarchico, precipitato nella notte tra il 15 e il 16 settembre 1969 da una finestra al quarto piano della Questura di Milano, dove era stato trattenuto in quanto (ingiustamente) sospettato di aver partecipato all'organizzazione della strage di piazza Fontana (17 morti per una bomba alla filiale della Banca dell'Agricoltura) avvenuta quattro giorni prima. “La piuma e la montagna. Storie degli anni Settanta”, così si intitola il libro, ricostruisce le storie di una dozzina di militanti della sinistra uccisi nel corso del lungo Sessantotto italiano. A proposito del commissario Calabresi, secondo la signora Licia, oggi ottantaduenne, che in tutti questi anni ha continuato a vivere a Milano, non c'è riconciliazione possibile tra le memorie e gli affetti di quelle che pure sono a pari titolo due vittime di quegli anni: «A volte penso - dice - che c'è stato un momento in cui se avessi incontrato per strada la vedova, con i bambini, forse avremmo potuto parlarci, avere un rapporto. Ma così, con tutto quello che è successo, no. C'è una distinzione netta, fra noi». La parte più dura e serrata del racconto di Licia Pinelli è quella in cui vengono ricostruite le ore della notte tra il 15 e il 16 dicembre, quando la storia del paese e quella della famiglia Pinelli si intrecciano una volta per tutte: «Vengono a bussare da me verso l'una. Io, le bambine e mia suocera eravamo già a letto. (…) Sono andata ad aprire e ho trovato questi due giornalisti. Sembravano affannati, dopo quattro piani di scale senza ascensore, e soprattutto davano l'impressione di farsi forza l'un altro, cercavano le parole per dirmelo: "Sembra che suo marito sia caduto da una finestra". Gli chiusi la porta in faccia e mi precipitai a telefonare alla questura. Chiesi di Calabresi e me lo passarono. Dissi che c'erano due giornalisti alla mia porta, gli riferii cosa m'avevano detto, chiesi perché non m'avevano avvertito. "Sa, signora, noi abbiamo molto da fare", mi rispose… Non so se gli ho detto ancora qualcosa, sicuramente gli ho sbattuto la cornetta in faccia. Dalla questura non seppi nulla: mentre Pino era all'ospedale, invece di chiamarci loro avevano indetto la famosa conferenza stampa…». Il racconto continua così: «Sempre quella notte, o poco più tardi, arrivarono a casa mia Camilla Cederna, Stajano, un dottore dell'Università Cattolica per cui avevo lavorato (che sulla vicenda in seguito scrisse un lungo articolo sull'Europeo), e qualcun altro ancora. Ad un certo punto non ce la facevo più a stare in quella stanza, volevo andarmene da sola in camera. Mi venne dietro mia suocera. Mi disse: "Vedrà, domani daranno a lui la colpa di tutto". "Va bene", risposi, "ma ci siamo anche noi, con cui dovranno fare i conti"». Nel giugno del 1971 la vedova Pinelli denunciò Calabresi e gli agenti presenti agli interrogatori cui era sottoposto il marito fra il 12 ed il 15 dicembre per omicidio volontario: il giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio mandò avvisi di reato a tutti i denunciati, ma l'inchiesta fu chiusa con il proscioglimento e la famigerata spiegazione del «malore attivo» quale causa del volo mortale: «Quando succede un fatto del genere - commenta la vedova - che vede coinvolti elementi delle forze dell'ordine, alla fine oltre a non arrivare alla verità si finisce con le promozioni. Lo stiamo vedendo anche oggi, per i fatti di Genova. (…) Alla tesi del suicidio, poi, non ho mai creduto. Pino non l'avrebbe mai fatto, era un'eventualità che non ammetteva. Una volta avevamo parlato di una ragazza che conoscevamo, che aveva tentato il suicidio, e lui era stravolto. Non era una scelta che concepiva, amava la vita, non l'avrebbe mai fatto».

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