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13 janvier 2009 2 13 /01 /janvier /2009 01:03
Quello che segue è il tentativo di "condensare" e "stralciare" un filo-di-discorso, per arrivare ad un testo nato da uno 'spunto'd'occasione: quella che chiamerei la piccola Controriforma che - quel ch'è peggio prendendosi per dimolto radicalmente antagonisti  - i dirigenti di Rifondazione comunista hanno scatenato contro la redazione e il direttore del quotidiano "Liberazione".
Qualche estratto di questo testo (che pare a chi scrive, magari a torto, vada al di là dell'occasione che è servita da spunto) è uscito su "Liberazione" di domenica 11 gennaio.



LA RIVOLUZIONE NON È AFFARE DI PARTITO


PREAMBOLO
    Poi che bisogna soprattutto evitare toni da necrologio, stile "Ciao, Piero!" col groppo alla gola (questo, poi, vale soprattutto per chi, come il sottoscritto, sia risolutamente fuori, da Rifondazione e dalle sue convulsioni attuali, e più in generale dalla forma della politica in cui comunque il PdRC  è stato sempre inscritto).  
    Poi che si può perdere "tutto", cioè ancora qualcosa di quel che resta, fuorché il 'potere di' accanirsi con disperata speranza e pessimistica volontà a tentar di capire, capirsi e capire come - come si possa ricominciare sempre la risata che seppellisce 'poteri su altrui'.
    Poi che per ripercorrere concetti argomenti e passioni aggrumati nella parola comunismo - nome, e rosa - chi vi scrive ha riempito nell'ultimo mese qualche centinaio di pagine restate anacolùte, e adesso c'è più o meno un'ora di tempo, o il silenzio.
    Poi che molto d'altro ci sarebbe da dire, per cominciare (e sempre a rischio del 'troppo e troppo poco'), vorrei solo - senza speranza, senza speranza di convincere alcuno - comunicare qualche sovrappensiero, con al massimo l'ambizione, neanche di esporre delle congetture al fine che siano prese in esame e all'occorrenza confutate, ma - ancor più modestamente - di "mettere qualche pulce in qualche orecchio", perché magari ci si applichi a vedere se mai certe tracce di riflessione possano esser considerate <non  manifestamente infondate> : niente di più, ma neanche di meno.

ANCORA PROLOGO

    Due sole premesse, neanche <metodologiche>, ma semplicemente date come un "codice tipografico", una "lista delle abbreviazioni", un cifrario, un'autocertificazione d'intenzioni (che comunque testimonia quantomeno dell'imago sui  che si coltiva e si propone, che si vorrebbe fosse percepita), per evitare almeno qualche malinteso, che poi - proiettato al limite - impedisce ogni possibilità di capirsi.
    Primo: di tutti i difetti che il sottoscritto può avere, che senz'altro ha ed ancora di più, non fa certo parte la sicumèra. Non per virtù, pregio - l' umiltà 'segno di sapienza e grandezza d'animo'... -, ma per cognizione lancinante del proprio non sapere, non-sapere ad oltranza, non-sapere specifico, singolare, ulteriore rispetto alla loro accecante ignoranza che è ricordata agli umani (<esseri parlanti>, gente di specie <specializzata nella parola> epperciostesso <pericolosa>, chè la parola ha 'tirato' con sé l'inferenza, il pensiero, l'astrazione, il concepirsi, la cognizione della mortalità, gli enigmi su inizio fine fini senso e no, la "maledizione del Due", la croc'&delizia dell'alterità della riflessività della conoscenza) - ... la propria ignoranza ricordata, dicevamo, a questa specie p[a]roletaria dall'inscrizione del frontone del tempio di Apollo a Delfo, <so di non sapere>.
    Secondo : anche qui non per un qualche pregio - forse solo, al fondo, per "empatismo parossistico" come proprio della <strutturazione nevrotica della personalità> (ciascun la propria, e guai a chi se le disconosca o presuma che sia <materialista> tener questo campo in non cale...a rischio poi di finir in braccio ai peggio guru), il sottoscritto sistematicamente rifiuta il terreno di processi e giudizî portati sulle intenzioni. Non per una sorta di angelistico eudaimonismo che rischia di scivolare a Panglosse, ma, primo, perché in buona filosofia elementare le intenzioni ultime, cioè prime, sia altrui che proprie sono in ultim'analisi inattingibili, salvo prendersi per il Sig.Dio o un suo interprete autorizzato ; e secondo, perché è assai più operativo, e introduce ad una critica assai più radicale, andare a vedere le buonefedi e buon'intenzioni di cui è lastricata la famosa "strada per l'inferno"...
    E dunque, facciamo conto che le economie - utilitaristiche o libidinali ; le competizioni - spesso e volentieri 'a morte' ; le concorrenze -più o meno mimetiche ; le fiere e mercati delle vanità, i giochi di rappresentazioni, le cupidigie di accumulazione di potere, gli argomenti di propaganda, le <passioni tristi> - rancori, figure varie del risentimento... facciamo conto che tutto questo non sia in gioco (e che comunque non sia significativo) : e che sia esclusivamente questione di malintesi, di equivoci di senso, ed eventualmente di <razionalizzazioni> - nel senso stretto che il termine ha nel campo psicoterapeutico - di qualcosa che s'agita sotto, sottofondo, e - più che inconfessato - insospettato.

Comunismo e identità
    [...] La maledizione del Due (<reductio ad...Duos>, e binarizzazione, dicotomizzazione, dialettiche, dilemmi morali correlati) ha colpito ancora!
    A costo  di esser accusato di fare dello psico-socio-culturalismo da giornalisti (o comunque dello "psicologismo sociale", o della "psicanalis...etta"), mi sembra di poter dire che spesso, nei territorî esistenziali di quelle che il sottoscritto definisce - con termine approssimativo, confidenziale e senza pretese di fondamento, per così dire, critico-razionale - "le Compagnerìe", giochino due fondamentali opzioni di valore, che cristallizzano in legittimità, in identità, e che a chi scrive sembrano riconducibili piuttosto ad un gioco di rappresentazioni ed auto-rappresentazioni : questione, insomma, d'imago, di auto-valorizzazioni ed etero-svalorizzazioni. Questione di 'fiere&mercati', più ancora e prima che coscientemente utilitaristici, riconducibili piuttosto ad economie narcisistiche.
    
    Potremmo tracciare delle serie, su due colonne. Da un lato, viene posto a fondamento di legittimità e pregio tutto ciò che è dell'ordine dell'originario, del 'classico', e - nella fattispecie che ci riguarda - del (supposto, preteso) concreto materiale, dello "scientificamente esatto", nell'accezione ormai classica propria della modernità industriale.
    Dall'altro lato, tutto ciò che è dell'ordine del "nuovo" vedi "nôvissimo", dell'inedito, dell'originale - e anche del leggero, dell'immateriale, del "neo-" & del "post" - neo- e post- questo...quello..."tutto"...
    Qualche elemento di una appena rapsodica casistica : Togliatti, per esempio, abusava con voluttà del termine autodefinitorio di <nuovo> (<Partito nuovo>, <nuova maggioranza>...). Al contempo, con una bulimia, una pulsione onnivora in materia di legittimità che per un verso traduce uno spasmodico egemonismo, e per l'altro comporta un' auto-diluizione (di questa sindrome - voler recuperare, coprire, sussumere, indossare "tutto", al contempo perciostesso perdendovisi, diventando un po' Zelig un po' un 'doppio', un mero 'calco' del reale, una superfetazione, come la carta del Celeste Impero della novella di Borges - un Veltroni, tanto per stare alla cronaca, rappresenta la degenerazione ultima - o magari, solo penultima : al peggio non c'è limite, ancorché....), il "togliattismo" pretendeva di detenere anche la legittimazione - nonché le chiavi del fonte battesimale che la legittimità dispensa - rappresentata dall'altro polo della coppia oppositiva : la detenzione dell'ortodossìa, dell'interpretazione autentica, fuori della quale c'è solo caos, follìa, perdizione nonché, se non a monte a valle, abiezione morale - <Veniamo di lontano, andiamo lontano>...

    Ora, le vicissitudini dell'opportunismo evidente, esplicito, integrazionista - leggi, la socialdemocrazia (tedesca & filiazioni), il democraticismo, il "citoyennisme" repubblican-nazionale, il sub-liberalismo e altre ideologie da parvenus anelanti alla tavola dei ricchi, non ci interessano più di tanto. Anche se sono delle derivazioni di una storia che ci riguarda - quella dei movimenti operai e dintorni - si presentano ormai agli occhî anche i più sprovveduti come una variante, una sfaccettatura dell'ordine sociale, mentale, morale costituito, che ci è evidentemente nemico.
    Ci interessa invece, come più carico d'insidia per noi, perché male nostro, il carattere altrettanto subalterno, integrato ed effettualmente contro-rivoluzionario, anti-sovversivo, di rappresentazioni e auto-rappresentazioni che si pongano come (e tanto peggio quando in perfetta buonafede, dunque in modo tanto più incrollabile si prendano) sovversive, come radicalissime, come intellettualmente ed eticamente audaci, quando invece sono tutt'altro. Qui entriamo nel merito di quello che ci appare come un colossale, e disperante, malinteso. [Beninteso, diagnosticare malinteso - così come leggere sintomi,
diagnosticare resistenze, così come <razionalizzazioni> nel léssico psicoterapeutico in senso molteplice e largo - è inevitabilmente pratica di un giudizio, che può essere a buon titolo sentito come prevaricatorio, autoritario, violento : ma crediamo che il punto vero sia di merito, sia stabilire con scrupolo se si ritiene che questo giudizio sia nel merito fondato. ]
Ora, una cosa è certa : se è incontrovertibilmente dimostrabile che delle conseguenze sono contraddittorie con le loro stesse premesse, è chiaro che la confutazione appare incontestabile. Sarà dunque a qualche esempio di questo tipo che ci terremo, ancorché non siano necessariamente le questioni in sé più importanti.
    Se si irride alle pretese "novistiche", giudicandole delle vanitas, fatue, frivole, eventualmente mosse da più o meno confessabili ragioni (la corsa alla moda, il conformarsi all'air du temps, il voler "montrer patte blanche", far professione di ravveduto realismo, avere le carte in regola per essere riaccolti...),  e si afferma come un valore in sé la "fedeltà al proprio passato", una sorta di pervicacia che definisce <coerenza> quella che appare come identi[ci]tà rispetto a se stessi, che senso ha un attaccamento a ciò a cui rinvia il raccapricciante, revisionistico neologismo <marxismo-leninismo>?
    Già nell'auto-denominazione, il pastiche costituito da questa "filosofia del trattino" (che con civetteria tace il terzo autore, il filosofo pratico di una specifica filosofia della Storia - dunque, in quanto tale, sempre perfettamente idealistica, come diceva Atlan - il demiurgo Joseph Vissarionovich Djugasvilhi, detto Acciaio o Koba, come dire batjuska, papà) non è forse un'ibridazione degna del kitsch post-moderno in architettura?
    Se si considera come valore legittimante l'originarietà, perché mai si lega ciò che si chiama <comunismo> ad una narrazione novecentesca, ad un'epopea che (a parte un proemio sul 1905, coi suoi binarî di tram e le figure di folla che corre e cade a San Pietroburgo) comincia soltanto con la fine della colossale macelleria della Grande guerra che apre il <secolo breve>, con un treno di Finlandia e correlata iconografia...la chapka di Lenin che si sporge dalle tavole di un rustico podio...il tutto che si confonde con i fotogrammi di Eisenstein, la carrozzina giù dalla scalinata, i marinai - operai-soldati - dell'Aurora... E poi i disegni di El Lisitskij, le foto di Rodcenko, i fucili bolscevichi e <la guardia è stanca!>...?
    Come mai non si comincia - tanto per dire - da quel <1848, mille volte maledetto dai borghesi> ; non si comincia dall'Associazione internazionale degli operai (quella che i suoi affossatori etichetteranno postumamente "Prima", cioè proto, nel caso migliore come la preistoria...) ; non si comincia dalla Comune di Parigi, la <forma finalmente scoperta che mostra come il proletariato non possa liberarsi che da sé> (per dirla con Marx, non foss'altro che in questa fase esplicitamente teorico della reciproca consustanzialità di comunanza e autonomia, cioè comun'autonomizzazione; Marx, come scrive con chiaroveggente verve provocatoria Maximilian Rubel, <teorico dell'anarchia>)?
    Ma, già, così come per la socialdemocrazia che finirà al "macellaio Noske", anche per la filiazione bolscevica (la branca "di sinistra" della socialdemocrazia "post-kautskiana" che aveva rotto la socialdemocrazia russa dopo aver conquistato la maggioranza nel Partito, e aveva ripreso a proprio conto - apponendovi un rigido copy-right depositato all'anagrafe della Storia: copyright esclusivo, sempre più sigillato col sangue dei supposti/pretesi "eretici" - la definizione di <comunista>), anche per l'autodecretata ortodossia kominternista la Comune è una specie di embrionale, imperfetta preistoria : <Non siam più la Comune di Parigi/che tu, borghese, schiacciasti nel sangue. Non più plebi umiliate e derise, ma la gran massa dei lavorator...>. Insomma, la Comune, epperchénno' Marx, tra gli altri, come il révenant anarchico, perduto nei fumi dei passati e sperduto nel presente, di <San Michele aveva un gallo> dei F.lli Taviani... [...]

    [...] In una lettera ad Engels (ricordata da Foucault in Difendere la società), Marx dice grosso modo <Chi per attaccarci, chi per lodarci, ci attribuiscono la paternità delle cose più diverse : la concettualizzazione della lotta di classe, la legge del valore...Ma la legge del valore non l'abbiamo inventata noi, è Ricardo... E la lotta di classe, l'abbiamo identificata andando a frugare nei testi degli storici francesi, che descrivevano la lotta dei popoli, delle etnìe... Se un concetto noi abbiamo "fabbricato", esso è quello di <plusvalore>.
    Ecco : per chi si richiami, voglia richiamarsi a Marx, è concetto centrale quello di estrazione del plusvalore. Ora, che parentela può mai avere con Marx un comunismo che, non si dice prescinda, ma anche solo ponga questo concetto in secondo piano, in seconda linea?
Senza dubbio, qualcuno dirà, "Ma chi ti dice, come ti permetti di affermare che noi prescindiamo ?". Bé, siamo costretti - solo per alludere 'a sorvolo' alla questione - ad una digressione. Estrazione del plusvalore, capitale, accumulazione del capitale, merce, denaro, lavoro, mercato del lavoro, non sono evidenze epifenomeniche. Si tratta di <astrazioni concrete>, operatori identificabili per via concettuale.  Essi sono delle costanti, sono operatori - più o meno visibili 'ad occhio nudo' - che vigono come agenti, che agiscono, sotto, nella stiva del reale.
    Ora, ci sono due modi - che obiettivamente si coalizzano contro la teoria critica, la critica dell'economia politica - di disconoscere il concetto di plusvalore e la sua estrazione. L'uno è (e poco importa se, o in che misura, "in buona fede" oppure no, e per interesse privato : in ogni caso tra i due estremi si inserisce come operatore interpretativo il concetto di <falsa coscienza> ), ...l'uno - dicevamo - è l'ideologia cosiddetta post-, ultra- modernistica - che risulta perfettamente adeguata alle esigenze del capitale - che prende la scomparsa di alcune forme, o comunque la loro metamorfosi, il loro carattere mutante, per mutamento di natura : nella fattispecie, l'occultamento, per via di diffusione, come di propagazione microfisica, una sorta di "nebulizzazione", una deterritorializzazione ; la scomparsa delle forme evidenti, "territorializzate" della produzione, la fine del tempo di lavoro individuale dell'operaio come base della valorizzazione, innanzitutto (per dirla con la frase-chiave del Frammento sulle macchine  dei Grundrisse in cui si definisce il concetto di <General intellect> e quello di <sussunzione reale>  [...] ), vengono presi, vengono scambiati per fine del rapporto sociale di capitale, del concetto di plusvalore e di sua estrazione. Un esempio di questo abbagliamento sono i "nuovi filosofi", intesi in senso lato - insomma, i neofiti e parvenus dell'ideologia capitalistica più volgare, quelli <passati dal collo alla Mao al Rotary club>, come scriveva più di vent'anni fa Guy Hoquengheim.
    L'altro modo - l'altra ganascia della medesima tenaglia - è un'ideologia, diciamo,  tradizionalista, 'classicista' (dove la "tradizione" e la "classicità" si fondano sull'industrialismo del <moderno>) che deve negare le modificazioni epifenomenali, della forma - delle forme del lavoro, dell'attività produttiva, delle forme di organizzazione statuale-sociale - condannandosi così a subire un vertiginoso incessante restringimento del proprio referente. (E consolandosi e 'rifacendosi' poi con una piroetta, un cambio di messa a fuoco che - con una carrellata che si allarga ad una panoramica che comprende la carta del globo terracqueo -, vede come il lavoro produttivo - nella sua forma a questo punto definibile classicamente, tradizionalmente industriale, all'occorrenza tayloristica, con la corrispondente centralità della figura dell'operaio-massa - cresca nei paesi di recente sviluppo...).
    Così come, negli anni in cui la figura dell'operaio-massa diventava centrale, questa posizione arricciava il naso e trascinava una rappresentazione dell'operaio calcata sul modello dell'operaio professionale dell'atelier manchesteriano, oggi essa inalbera la bandiera dell'<operaio massa> contro quello che è stato definito <operaio sociale>...
    Il primo risultato di questa posizione, è sviluppare un discorso  in perfetta "oggettiva" sintonia con la propaganda ideologica, con l'ideologia/propaganda del sistema, che punta ad occultare la funzione di produzione, la condizione di sfruttati di una serie di figure e strati, per consegnarli ad un'autoidentificazione come ceti medî... Cui prodest questo schematismo a base identitaria ? [...]

Il comunismo non può essere affare di partito...
[...]Il tempo, com'è noto, ci uccide - la parte superiore della clessidra è quasi vuota, e sono appena a mezzo del cammino di questa "scaletta", che è sempre 'troppo e troppo poco. Ricorro dunque ad un espediente, un marchingegno retorico per rendere almeno l'idea di qualcosa...
[...]Ve la vedete la faccia che avrebbe fatto Marx, non so, a leggere la frase con cui il Segretario generale dell'Unione degli scrittori della DDR commentò i moti operai del '53 a Berlino-Est : <La classe operaia di Berlino ha tradito la fiducia che il Partito aveva riposto in essa: ora dovrà lavorare duro per riguadagnarsela!> (è la frase che Brecht aveva parafrasato col celebre <Il Comitato Centrale ha deciso : poi che il popolo non è d'accordo, si tratta di nominare un nuovo popolo>).
    Ve la vedete la faccia di Marx, di fronte alla vista dell' <economia socialista di mercato>, ai livelli salariali nella Cina popolare (per non parlare del resto, dagli OGM alla pena di morte, e così via) ? Ve la vedete la faccia di un tipo come Marx, a sentire, se non una sorta d'identificazione, di affetto per  "la Compagna Cina!", quantomeno un silenzio imbarazzato, una sospensione delle categorie critiche, di analisi e giudizio sulla natura di una società, una certa corrività, non foss'altro che "per tattica", perché "il nemico del nemico (<principale>) è nostro <amico>"...?
    Ve la vedete la faccia di Marx, a sentir dire - e  da qualcuno professantesi "comunista" ! -  che <La legalità è il potere dei senza potere> ?
    Ve la vedete la faccia di Marx, a sentir parlare di "identità comunista" ? Il <movimento reale che... hebt auf [distrugge, oltrepassa, abolisce, deborda, esorbita da - come un'eruzione vulcanica rispetto al cratere - da Aufheben...] lo stato di cose presente> ridotto a identità, dunque a patrimonio, a qualcosa che rinvia ad "assi ereditarî", cioè a qualcosa di proprietario ?
    Ridotta a "brand", a segno distintivo, a "logotipo", a qualcosa che - sostenuto dalla pubblicità/propaganda - è messo sul mercato (mercato politico, stricto sensu weberiano, mercato della rappresentanza, col gioco di domanda e offerta relative...)?
    Credo si possa pensare, e debba dire, che <identità>, nelle sue due fondamentali accezioni - quella di identicità, e quella di distinzione, di identificazione per differenza - è opposto a comune. Nel primo significato, identità richiama la serialità, come nella produzione di serie, nell'astratta egalizzazione [n.d.s. : la diavolerìa del correttore automatico, non richiesto, del computer, sistematicamente corregge - astuzia inconsapevole! - in legalizzazione...] dei soggetti, come nel caso del cittadino, dell'elettore... Nel secondo, richiama l'astrazione dell'individuo, distinto, differenziato dagli altri e contrassegnato in modo corrispondente, come col numero di serie. Comunismo, comunanza, comunità, messa-in-comune, è altra cosa rispetto ad entrambi i termini : dovrebbe designare il <denominator comune>, gli elementi comuni, fra singolarità concrete.
    Ve la vedete, Compagnivirgola (declinato quanto si vuole e può...), ve la vedete la faccia di Marx, al sentir dire che la liberazione del proletariato - e in generale  liberazione sociale, o umana, come dir si voglia, dalle logiche di utilizzazione strumentale, di dominazione, di assoggettamento, possesso, distruzione -, può esser realizzata dall'alto, a mezzo di governo, cioè nelle relazioni di statalità, nel quadro e ad opera di una qualsivoglia forma di Stato?
    Ve la vedete dunque la faccia di Marx, che scrive quello che scrive nella Critica del programma di Gotha contro lo statalismo di Lassalle e dei lassalliani (a proposito : sarebbe divertente far rileggere a tanti che si son detti, o si credono, comunisti, alcuni passi a proposito della "educazione pubblica, gratuita e gestita dallo Stato"!...), leggere i delirî statolatrici delle più diverse correnti, spesso definentisi <comuniste> ?
    I kautsko-lassalliani inconfessati (e, probabilmente, insospettati) che poi si chiameranno marxisti-leninisti - hanno messo sugli altari la Critica del programma di Gotha, brandendola contro la socialdemocrazia ma solamente contro di essa ; mentre quella radente critica della contradictio in adjecto dello statalismo ha forza di presagio se la si mette a riscontro con lo statalismo del "socialismo reale". Statalismo, se possibile, ancor più mortale antidoto della rivoluzione - perché dotato di più forte potere di mistificazione, potere di attrazione di moltitudini di gente autenticamente sovversiva - che quello delle correnti riformiste, socialdemocratiche, delle derive "destrorse" che sono incitate nei movimenti...
    Non avendo visto la natura dei rapporti sociali nelle società "post-rivoluzionarie", questi rivoluzionarî immaginarî/portatori di controrivoluzione reale, nel caso migliore hanno incessantemente finito per tentar di applicare la "nefasta utopia" del programma di Gotha ! [...].
    Continuiamo ancora un po', con qualche altro 'test'. Ve la vedete la faccia di Marx, a sentirsi dire che il comunismo è morto, è  mezzo morto, è nato, sta di casa..., e roba simile? A sentir parlare di un <comunismo> patriottico, o penale ?
 [...] Ve la vedete, compagne e compagni, la faccia di Marx, a vedere che una serie di "fronti" di lotta - lotta a fascismi, a colonialismi, imperialismi, a dominazioni e oppressioni d'ogni tipo, antiche e moderne, locali e globali ; a logiche misogine, omòfobe, etnocentriste, a dispotismi dai più diversi caratteri - divengono alternativi alla lotta per oltrepassare, abolire, esorbitare, fuoriuscire dal sistema integrato capitalistico-statale che è la tendenza dominante dalla modernità in qua ?
    Ve la vedete la faccia di Marx, di fronte a discorsi, ideologie e pratiche che  hanno assolutizzato questi temi e ambiti di lotta fino a considerarli non già, in alcuni casi estensioni e corollarî del <comunismo>, in altri terreni primordiali che si condividono anche con altri ; ma a considerarli piuttosto come ragione sociale e come appannaggio di una "identità comunista" (talché divengono delle vere e proprie "culture e ideologie di sostituzione" della pratica teorica e pratica della critica radicale, della sovversione)?
    Ve la vedete la faccia di Marx  difronte ai laceranti psicodrammi e alle vociferazioni che alimentano inestricabili irresolubili <dilemmi morali> del tipo di quello che, all'epoca della guerra delle Malvine, lacerava singoli e gruppi : dilemma assurdo, tra il doversi, per ant'imperialismo, schierare col regime di Videla, oppure, per antifascismo, con l'imperialismo occidentale, predatore planetario, incarnato dalla flotta tatcheriana...

    Purtroppo, ormai non ora non qui  (ma certo altroquando e altr'ove, una buona volta!...) il sottoscritto si propone di fornire un catalogo quanto più completo possibile dell'assurdo, della condizione di irrimediabile subalternità omologica portata al parossismo di una specularità da <concorrenza mimetica>, a cui questa logica sembra proprio condurre.
    Professarsi <marxisti> prendendosi per marxiani, quando si sia sostituita l' accanita centralità di una critica delle relazioni con una sorta di "gioco della torre" fra <soggetti> (con la conseguenza di un comparatismo ossessivo fra entità statali, di una moralizzazione della geo-politica, e quant'altro va assieme, compresi ideologia "lavorista", erranza fra subalternità a critiche demo-liberali di fascismi, clericalismi e dispotismi locali, e subalternità a critiche all'occorrenza fascistiche, clericali etcetera di modernità, universalismi, modernismi, scientismi ed altre alienazioni societali ), è veramente assegnarsi un ben triste destino...
    Per non parlare del diffondersi di spiegazioni perfettamente paranoiche dei processi sociali (le "teorie del complotto", le non-congetture sofistiche, dunque mai suscettibili di confutazione ; l'adesione a forme di razionalizzazione pubblica di delirî identitaristici, vittimarî, di figure e varianti, variazioni-su-tema della <passione triste> del risentimento : razionalizzazione, innanzitutto, in termini di alienazione giustizierista, concime per il montante populismo penale degli Stati), e al contempo di una riduzione del pensiero a propaganda, in ultima analisi a proprio uso, consumo e autodistruzione mentale... [...]

[...] Siamo nel mezzo di convulsioni immani, che aprono degli squarci in cui non sappiamo se sapremo infilarci, perché non sappiamo se ci saremo dati in tempo la capacità e la potenza di un rilancio della pratica teorica sovversiva, rivoluzionaria. Forse, la forma dell'azione rivoluzionaria oggi è quella di movimenti, "asintotici", in qualche modo oltre le "grandi Rivoluzioni" per così dire 'classiche'. In un certo senso, l'espressione <il fine è nulla, il movimento è tutto>, era sì inaccettabile perché il suo coniatore per movimento intendeva più o meno le cooperative ; però, posta in tutt'altro contesto di senso, essa può ben interpretarer la frase marxiana su ciò che "chiamiamo comunismo", e restituirci il senso di una scommessa sempre riaperta e sempre in corso.
    Certo però che, di fronte a queste sfide enormi, i piccoli legittimismi identitarî suonano davvero derisorî. [...]

    Tornando al nostro "mondo piccolo" : la fine di un laboratorio aperto qual è stato in questi anni "Liberazione  di Piero Sansonetti", è una ragione seppur piccola di disperare un po' più.
    <La rivoluzione - scriveva Otto Ruhle - non è 'affare di Partito'>. Non avrebbe dovuto mai esserlo -affare di Partito e di Stato - quello che abbiamo chiamato <comunismo>. Forse per questo questa parola è stata semanticamente violentata. Al punto che, nell'autismo comunicativo a cui si è arrivati in materia, bisogna procedere ad un'autoriforma terminologica: noi parleremmo di <comun'autonomia>... [...]

Paris, 10 gennaio 2009                                  
Oreste Scalzone

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commentaires

vittoria oliva 15/01/2009 18:10

Carissimo compagno leggerti è una fatica diciamo la verità ma proprio per questo in un presente non facile ma superficiale e iperfacile e super-artificioso è uno sforzo che vale!con stima e affettocomu autonomi sempre!contro ogni Stato ed i suoi affarivittoria

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