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11 mai 2009 1 11 /05 /mai /2009 14:33
Repubblica - 10 maggio 2009   pagina 2   sezione: POLITICA INTERNA
Scalzone: Pino fu ucciso dallo Stato D' Ambrosio: le perizie lo escludono


ROMA - «L' avevo previsto che il gesto di Napolitano, che ho interpretato come un segnale di pacificazione, poteva riaprire la polemica sulla morte di Pinelli e far riparlare di omicidio». Gerardo D' Ambrosio, oggi senatore Pd, fu il giudice istruttore del caso. Quando ascolta quanto ha detto a Parigi l' ex leader di Potere operaio Oreste Scalzone reagisce come chi vede confermata una certezza. Scalzone legge il passo del Colle così: «è chiaro che hanno riconosciuto, a quarant' anni di distanza, che fu un omicidio di Stato». D' Ambrosio non vorrebbe rinfocolare le polemiche: «Stavolta almeno non parlano di omicidio volontario, non lo fa neppure Sofri, ma di "omicidio di Stato". Nell' inchiesta stabilii che Pinelli non era responsabile dei reati per cui la polizia sospettava gli anarchici, le bombe sui treni di aprile e di agosto. Era estraneo a piazza Fontana, come dimostrai con una ricostruzione minuziosa di quello che aveva fatto quel 12 dicembre». Scalzone non la pensa così: «Se un uomo, fermato, entra con i suoi piedi in questura e ne esce volando da una finestra, la responsabilità è dello Stato». D' Ambrosio replica paziente: «Non trovai alcuna prova per dire che Pinelli era stato ucciso e che il commissario Calabresi era in quella stanza». E non fu suicidio: «Non aveva nessun motivo per compiere un simile gesto perché era del tutto estraneo alla bomba. Ipotizzai un malore dopo i tre giorni da trattenuto in questura e contestati ai poliziotti il reato di arresto abusivo». Per Scalzone la tesi del «malore attivo» fu «il frutto del compromesso storico antelitteram». D' Ambrosio s' arrabbia: «Ma che compromesso... Fu Panorama a usare l' espressione, non io. E compromesso su cosa? Uno che non ha né mangiato né dormito per tre giorni è molto più facile che abbia un malore piuttosto che si suicidi. E non fu ucciso: le perizie esclusero che gli avessero fatto l' agopuntura, dato il siero della verità o un colpo di karate, i poliziotti furono assolti. La verità è che fu una vittima innocente della strage di piazza Fontana». - LIANA MILELLA

Apcom
Pinelli/ Scalzone: Riconosciuto l'omicidio di Stato

"Ma fu errore personalizzare campagna contro Calabresi"
Milano, 9 mag. (Apcom) - "Comunque la si voglia abbigliare è chiaro che invitando al Quirinale la vedova di Pino Pinelli hanno risconosciuto a quarant'anni di distanza l'omicidio di Stato". Lo dice al telefono da Parigi parlando con Apcom l'ex leader di Potere Operaio e di Autonomia Operaia Oreste Scalzone, condannato in processi di terrorismo, rifugiato in Francia dal 1980 e poi libero per intervenuta prescrizione. Scalzone spiega di tenere a precisare "un'altra cosa importante, che poi è quello che noi di Potop abbiamo sempre pensato. Sulla morte di Pinelli fu giusta la campagna contro lo Stato, ma non la personalizzazione della stessa contro il commissario Luigi Calabresi perchè a noi non interessava l'individuazione di un colpevole. Colpevole era lo Stato, il 'sistema'. Se un pacco postale viene distrutto la responsabilità è delle poste. Fu una mancanza di radicalità contro lo Stato da parte del movimento puntare il dito contro Calabresi. Non potevamo noi rappresentare l'occhio di Dio sulla verità. La sanzione giudiziaria non ci interessa. Mai.". "Se un uomo, fermato, entra con i suoi piedi in questura - dice Scalzone - e ne esce volando da una finestra, la responsabilità è dello Stato. Il movimento se ne ha la forza rade al suolo la questura ma non se la prende con il singolo funzionario di polizia come persona". C'è una sentenza del 1975 che parla di "malore attivo"... "Quella sentenza - replica l'ex leader di Potere Operaio - è il simbolo del compromesso storico antelitteram che ha retto la Repubblica italiana fin dall'inizio. Quando nel 1997 il progetto di indulto sugli anni della lotta armata fu seppellito dal populismo penale, all'emergenza si sostituì il culto della punizione assoluta e infinita, la privatizzazione della giustizia penale e il passaggio dello Stato a braccio secolare delle parti civili private. Il discorso su memoria e oblìo è diventato il terreno di una crescente abiezione. Con il risultato di consegnare un pugno di uomini e di donne a una dannazione infinita quasi che fossero gli unici e più diabolici responsabili di violenza, quasi che fossero responsabili di crimini contro l'umanità, gli unici imprescrittibili e sottoposti alla legge di Norimberga".

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Published by Oreste Scalzone
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commentaires

vittoria oliva 12/05/2009 08:35

carissimo compagno Oreste, questa volta non condivido le tue valutazionipuoi leggere le mie quihttp://lombardia.indymedia.org/node/17449con immutato affetto e con la stima di semprevittoria

sergio falcone 11/05/2009 19:46

lunedì 11 maggio 2009

I MORTI NON SONO TUTTI UGUALI
I MORTI NON SONO TUTTI UGUALISe abbiamo una certezza nella tragica vicenda della strage di Piazza Fontana di quarant'anni fa è che essa fu concepita, organizzata e attuata dallo Stato italiano, dai suoi servizi segreti e dalla manovalanza fascista. Decenni di processi farsa, di menzogne spudorate, di persecuzioni di innocenti non sono riusciti ad occultare una verità ormai acquisita dal popolo italiano più consapevole, una verità che nessun regime riuscirà mai ad occultare, anche in tempi come i nostri caratterizzati da rigurgiti fascisti, da istanze golpiste più o meno mascherate e da un razzismo crescente che rimanda al periodo più buio del regime mussoliniano. L'iniziativa del Presidente della Repubblica di celebrare la data del 9 Maggio come giornata dedicata alla memoria di tutte le vittime del terrorismo e delle stragi, sintetizzata dalla presenza al Quirinale delle vedove del commissario Calabresi e del compagno Pinelli, sembra alla Federazione Anarchica Italiana e - riteniamo - a tutti gli anarchici di lingua italiana, iniziativa grave, ambigua e gratuitamente autoassolutoria per lo Stato e le sue istituzioni, anche se in qualche modo e per la prima volta si adombra, ufficialmente, la mano omicida dietro la defenestrazione del compagno Pinelli. Non vi è dubbio, infatti, che nella strage di Piazza Fontana e in tutte le altre stragi che insanguinarono dopo di essa la Penisola, vi furono vittime e carnefici: delle vittime rimangono le lapidi e il ricordo straziante dei sopravvissuti; dei carnefici si sono perse le tracce, soprattutto per la complicità degli organi giudiziari e repressivi dello Stato. In questa situazione nella quale grande assente è la verità dei fatti, che dovrebbe essere ratificata in modo chiaro e inoppugnabile con l'individuazione e la condanna degli assassini e dei loro mandanti e con la scelta di campo non generica né consolatoria delle istituzioni, ci sembra francamente improponibile il richiamo a una riconciliazione che premierebbe ancora una volta i carnefici e lascerebbe non pacificata la memoria delle vittime. La Commissione di Corrispondenza della FAI, nel rispetto dovuto al dolore individuale di chi in quegli anni terribili ha perduto un congiunto o una persona cara, intende decisamente dissociarsi da ogni tentativo di seppellire con celebrazioni di facciata un periodo storico cruciale per le sorti del Paese e ancora tutto da rivisitare in termini di verità.Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana - FAIPalermo, 08/05/2009 cdc@federazioneanarchica.org www.federazioneanarchica.org Altri comunicati della CdC

Pubblicato da sergio falcone a 7:35 PM
Etichette: federazione anarchica italiana




sergio falcone 11/05/2009 19:44

domenica 10 maggio 2009

L'onore perduto dell'anarchico Giuseppe Pinelli


L'onore perduto dell'anarchico Giuseppe Pinelli

Ci sono peri talmente alti che a cascarci giù ci si impiegano 40 anni prima di toccare il suolo. Ne ha fatto l'esperienza il presidente Giorgio Napolitano, ricevendo, tra le vittime della strage di Piazza Fontana, anche Licia Pinelli, la compagna dell'anarchico caduto dalla finestra al quarto piano della questura di Milano la notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, al termine di un interrogatorio. Napolitano ha parlato di «ridare e riaffermare l'onore di Pinelli» e di «rompere il silenzio su una ferita non separabile da quella dei 17 che persero la vita a piazza Fontana». Forse il presidente si riferiva alla sua propria persona, e alla riunione della direzione del PCI (della quale era membro) del 19 dicembre 1969, dove, alla presenza del segretario Enrico Berlinguer, si convenne che era politicamente più saggio denunciare gli anarchici come "provocatori" piuttosto che difendere i compagni caduti dalla finestra (come Pinelli) o in galera (come Valpreda). Per rendere giustizia non solo a Giuseppe Pinelli, ma anche ai tanti che non possono "rompere il silenzio" perché in silenzio non sono mai stati, riportiamo qui il capitolo sulla morte dell'anarchico Pinelli tratto dalla controinchiesta La strage di Stato, integralmente leggibile qui [G.D.M.].

Come è morto Giuseppe Pinelli
È circa la mezzanotte di lunedi 15 dicembre 1969. Un uomo discende lentamente lo scalone principale della questura di Milano. Giunto nell'atrio dell'ingresso principale di via Fatebenefratelli si ferma un momento, accende una sigaretta. È indeciso se uscire, andarsene a casa, oppure rimanere ancora qualche minuto, fare un attimo il giro negli uffici della squadra mobile che stanno lì di fronte a lui, dall'altra parte del cortile. Sono giornate faticose queste per i cronisti milanesi e lui in particolare si sente stanco, avvilito: si sa già che nella mattina è stato arrestato un anarchico di nome Valpreda; c'entrerà davvero con le bombe di Piazza Fontana? E poi nelle camere di sicurezza della questura, nelle stanze al quarto piano dell' ufficio politico ci sono ancora almeno un centinaio tra anarchici e giovani della sinistra extraparlamentare che da tre giorni, dal venerdì delle bombe, sono sottoposti a continui interrogatori.
L'uomo, Aldo Palumbo, cronista de l'Unità di Milano, muove i primi passi per attraversare il cortile. E sente un tonfo, poi altri due, ed è un corpo che cade dall'alto, che batte sul primo cornicione del muro, rimbalza su quello sottostante e infine si schianta al suolo, per metà sul selciato del cortile, per metà sulla terra soffice dell'aiuola. Palumbo rimane paralizzato per qualche secondo al centro del cortile, poi si avvicina al corpo, ne distingue i contorni del viso. E subito corre a dare l'allarme, agli agenti della squadra mobile, agli altri cronisti che sono rimasti in sala stampa quando lui è uscito.
La mattina dopo tutti i quotidiani escono a grossi titoli con la notizia del suicidio di Giuseppe Pinelli. Di questi giornali, quelli che al momento dell'incidente avevano il loro cronista in questura scrivono che il suicidio è avvenuto a mezzanotte e tre minuti. Nei giorni seguenti, stranamente questo particolare del tempo viene modificato: prima lo si corregge a "circa mezzanotte", poi lo si sposta ancora indietro, sino ad arrivare ad un tempo ufficiale: "Pinelli è morto alle ore undici e 57 minuti del lunedì notte 15 dicembre".
Ai primi di Febbraio, dall'inchiesta condotta dalla magistratura trapela un particolare: la chiamata fatta quella notte dalla questura di Milano al centralino telefonico dei vigili urbani per richiedere l'intervento di una autoambulanza, è stata registrata da uno speciale apparecchio e quindi si può stabilire con certezza l'attimo esatto, che risulta essere mezzanotte e 58 secondi. Come a dire due minuti e due secondi prima della caduta di Pinelli, se si sta al tempo segnalato da tutti i giornalisti che erano in questura quella notte. Si è trattato di una svista collettiva, e abbastanza clamorosa per gente abituata ad avere delle reazioni automatiche, professionali, quali il guardare per prima cosa l'orologio quando avviene un incidente del genere? È un fatto però che nel frattempo sono successe due cose strane.
Qualche giorno dopo la morte di Giuseppe Pinelli, due agenti della squadra politica della questura si sono presentati al centralino telefonico dei vigili urbani per controllare il momento esatto di registrazione della chiamata. Cosa significa questo zelo del tutto gratuito dato che è la magistratura, e non la polizia, che si occupa dell'inchiesta sulla morte di Pinelli? Perché preoccuparsi tanto dell'orario di chiamata dell'ambulanza se le cose si sono svolte così come sono state raccontate? La risposta potrebbe essere questa: la chiamata e stata fatta prima che Giuseppe Pinelli cadesse dalla finestra.
Verso i primi di gennaio il giornalista Aldo Palumbo, la prima persona che si è avvicinata a Giuseppe Pinelli morente nel cortile della questura, trova la sua abitazione sottosopra. Qualcuno è entrato, ha rovistato dappertutto, ha aperto cassetti, rovesciato mobili, frugato armadi. Ladri? Sarebbero ladri ben strani considerato che non hanno rubato né le tredicimila lire che erano in una borsa, e che pure devono aver visto poiché la borsa è stata aperta, e neppure quei pochi gioielli nascosti in un'altra borsa, pure essa trovata aperta. Due quindi le ipotesi: o gli ignoti cercavano qualcosa, qualcosa collegato agli ultimi istanti in qui il giornalista fu vicino, e da solo, a Giuseppe Pinelli morente; oppure si è trattato di un avvertimento, un monito a tenere la bocca chiusa rivolto a chi, come Aldo Palumbo, poteva essere sospettato di sapere qualcosa, forse di aver sentito mormorare da Pinelli un nome, una frase.
Basterebbero questi primi, pochi elementi per formulare pesanti sospetti sulla versione dell'anarchico morto suicida. In realtà ce ne sono molti altri, e sono questi.
Pinelli cade letteralmente scivolando lungo il muro, tanto che rimbalza su ambedue gli stretti cornicioni sottostanti la finestra dell'ufficio politico; non si è dato quindi nessuno slancio.
Cade senza un grido e i medici stabiliranno che le sue mani non presentano segni di escoriazione, non ha avuto cioè nessuna reazione a livello istintivo, incontrollabile, nemmeno quella di portare le mani a proteggersi durante la "scivolata".
La polizia fornisce nell'arco di un mese tre versioni contrastanti sulla meccanica del suicidio. La prima: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo ma senza riuscirci. La seconda: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo e ci siamo parzialmente riusciti, nel senso che ne abbiamo fermato lo slancio: come dire, ecco perchè è scivolato lungo il muro. Ma questa versione è stata resa a posteriori, dopo cioè che i giornali avevano fatto rilevare la stranezza della caduta. Infine l'ultima, la più credibile, fornita in "esclusiva" il 17 gennaio 1970 al Corriere della sera: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo ed uno dei sottufficiali presenti, il brigadiere Vito Panessa, con un balzo "cercò di afferrarlo e salvarlo; in mano gli rimase una scarpa del suicida". I giornalisti che sono accorsi nel cortile, subito dopo l'allarme lanciato da Aldo Palumbo, ricordavano benissimo che l'anarchico aveva ambedue le scarpe ai piedi.
Poi la polizia fornisce due versioni contrastanti anche sul movente anche sul movente del suicidio. Primo: Pinelli era coinvolto negli attentati, il suo alibi per il pomeriggio del 12 dicembre era crollato, e sentendosi ormai perduto ha scelto la soluzione estrema, gridando "È la fine dell'anarchia". Seconda versione, fornita anche questa a posteriori, dopo che l'alibi era risultato assolutamente valido: Pinelli, innocente, bravo ragazzo, nessuno riesce a capacitarsi del suo gesto.
Dando questa seconda versione, la polizia afferma anche che la tragedia è esplosa nel c

Franco Senia 11/05/2009 15:47

Oreste, ciao.La campagna contro Calabresi ERA una campagna contro lo stato! E la "personalizzazione" non atteneva ceramente alla richiesta di una pena giudiziaria. Lo stato è colpevole in quanto stato, e non in quanto ha stritolato una o più vite umane nei suoi ingranaggi, così come è avvenuto con Pinelli. La "colpevolizzazione" di Calabresi, così come è avvenuta nell'inchiesta avveratasi nel libro "La strage di stato", indicava la solerzia di chi si era guadagnato il nome di commissario finestra. Non mi ritrovo in un approccio che, nel tentativo di astrazione, dimentica come nella storia della classe serva anche additare le colpe di chi - gli esempi sono tanti, ma - uno per tutti - ti rimando al bel film di Zinneman " e venne il giorno della vendetta" - dicevo ad additare le colpe di chi ... eccede in solerzia. Un modo, questo, anche di dar respiro ai compagni che cadranno nelle loro mani.salud

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