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28 juin 2009 7 28 /06 /juin /2009 15:07


Una nota - non già di speranza, ma di scommessa : dopo più di ventiquattrore, sono ancora tutti e tutte lì, su quel marciapiede, e a rischio di una retata che li porti in un centro di detenzione, e di smistamento per la deportazione. La vita nuda mostra così la sua irriducibile potenza, disperata vitalità, potenza di persistere nel proprio essere.

Paris, 25 giugno 2009                            

Oreste Scalzone


 


POSCRITTO , 26 giugno

Ieri arriviamo sul marciapiede brulicante-di-vita sotto la Bourse du travail verso le otto di sera, venendo dalla settimanale "assemblea a cielo aperto" sulla piazza-sagrato del Beaubourg dove - come "ieri" contro l'estradizione di Marina Petrella, oggi testimoniamo della determinazione a interporci coi nostri corpi ad una eventuale sciagurata decisione di estradare i nostri fraterni amici e compagni Sonja e Christian.  I CRS che, a loro volta circondati dalla lunga teoria dei loro camion, circondano il marciapiede e "massa umana" che lo riempie di - anche se disperata, vita -, ti bloccano e ti chiedono di aprire borsa o zaino per controllare. Non già "armi improprie", o "proprie" - che so, metti a uno come me che in un libro di Valcarenghi sulla Milano dei Seventies veniva chiamato "Scalzolotov". No, controllano che non si faccia entrare del cibo ! D'altra parte, ci raccontano dei compagni, conosciuti e sconosciuti, e delle donne ed uomini accampati, che la sera prima si è sfiorata la Battaglia perché gendarmes e CRS eseguivano con puntiglio da banalità del male l'ordine di non lasciar accedere, nemmeno le donne, ad un paio di quei moderni vespasiani d'acciaio, a moneta ed apertura automatica, che troneggiano sui marciapiedi della metropoli. Il motivo, « non lasciar deteriorare delle attrezzature urbane ». Stessa cultura - polizia e sindacati di Stato, servo/padronali - di quella specie di Franti d'altobordo, che - senza nemmeno la virtù democristiana, togliattiana, clerico-liberale e clerico-stalinista di ipocrisie e doppiezze - apre l'impermeabile dell'esibizionista per parlare di « quantitativi di donne » e relativi « utilizzatori » (sto parlando, tanto per non far nomi, dell'On. Avv. Ghedini... non ricordo il prenome di quest'infimo).

            Per fortuna, un paio di compagne vanno a cuocere chili di riso ed altro, e tornano riuscendo a lanciare i sacchetti, un po' come "il cuore oltre i reticolati", e i bambini fanno cena.  A proposito, devo scappare a salutare, con altri uomini e donne della rifugiaterìa parigina, i compagni di Sensibili alle foglie (Marita, Renato e la figlia Cloe ; Nicola, Pierofumarola e qualche altro nuovo amico), che ripartono dopo un convegno su Georges Lapassade, la socioanalisi, gli incroci con la Critica della vita quotidiana di Henri Léfebvre, con la schizoanalisi, la psicoterapia istituzionale, e molto altro. Si è discusso, nell'ultima giornata, di « socio-analisi narrativa », di « stati modificati di coscienza », di tarantula, "morso e rimorso", ed altro. Si discute, qualcuno irrompe cantando e ballando tammurriate, si va avanti fino a tardi. Saluti, appuntamenti, abbracci. Rientro qualche minuto troppo tardi per evitarmi lo scroscio di un acquazzone imponente dopo la cappa del caldo. Crollo a dormire un po', e al risveglio piove ancora.

Nella congiunzione fra fragilità fisica, "salute cagionevole" (da - reale o, reale e decretato da ipocondria esportata e proiettatami addosso dalla prima infanzia - "scampato" di giustezza a complicanze da prematuri), e vigilanza iperestesìaca un po' ipertrofica, penso che una notte di pioggia battente non sia stata sopportabile per la gente di quell'odioso marciapiede. Arrivo per cercar notizie, e trovo "tutto il villaggio". I teli azzurri di plastica dura coprono le povere cose accatastate contro il muro di pietra e merda della cattedrale sindacale, i bambini scorrazzano, parlano a voce alta le donne in gruppo, gli uomini fumano silenziosi e a domanda ti raccontano.

            Sono tornato a casa solo per scrivere, alla meno peggio, quanto segue. Lo dico in fretta, d'un fiato, senza ripensarci, senza spiegare, spiegarmi, spaccar capelli, farmi avvocato del diavolo, tentar di tagliare la strada a malintesi e altro del genere : devo tornare , e dunque mi arrendo  ad un assurdo nodo d'ingiunzioni contraddittorie, alla prescrizione, intimazione a doppio taglio, doppio vincolo, nodo scorsoio, groviglio di intimazioni autocontraddittorie, quale « in fretta ee semplice e chiaro e nel linguaggio corrente » ... breve, conciso

"Infame società..." , cantava la romanza anarcomunista "Battan l'otto", originariamente chiamata "Quelli dello sciopero di Terni" (sciopero poi serrata dell'anno millenovecento - moi nonn'Oreste Fabbri lo raccontava, raccontava dei treni coi bambini che partivano per essere accolti dalle braccia fraterne delle famiglie operaie del nord, o di proletari "terroni").

Oggi, ecco, I had a dream. Che una fiumana di gente senza troppi striscioni, bandière, distintivi, orpelli, investa il palazzo rossiccio e vetro della sede centrale della CGT qui a tre passi da dove abitiamo noi, a porte de Montreuil.

Che li si copra di mmerda, li si chiami coi nomi che gli spettano, "Servi dei servi dei servi dei servi", servo/padroni, corporativi, prosseneti, razzisti, stalino-fascisti, teppa, white-shit ! Altro che Lama !

L'affare delle ruspe segno, come un presagio, una profezìa che si autorealizza, l'inizio del declino inesorabile del PCF. Questa vergogna deve segnare l'inizio della fine di un cancro che mina ogni possibilità di anche solo pensare, non si dice la rivoluzione sempre più necessaria e sempre più difficile, fino a sfiorare l'impensabile, ma anche semplicemente delle lotte, foss'anche di adeguate resistenze...

Malgrado a tanti possa far male al cuore, non si può non far soffrire "Billancourt"... * [* L'espressione fu usata da Jean-Paul Sartre, Simone De Beauvoir, Simone Signoret e Yves Montand di ritorno da un ultimo viaggio in URSS dopo il disincantamento. A domanda sul perché non avessero detto a suo tempo, sin da quando se ne erano resi conto, che il « socialismo reale » era innanzitutto una dittatura sul proletariato, risposero « Non potevamo gettare nella disperazione 'Billancourt' » : il nome della fabbrica alludeva, simboleggiava la classe operaia e tutto il gigantesco rizoma di movimenti sociali che, nella sua schiacciante maggioranza, aveva riposto e continuava a riporre in quella che per noi era una contradictio in adjecto allo stato puro, la mostruosa Chimera di una "Patria della liberazione umana", di uno strano attrattore che confiscava le speranze, di un Leviathano travestito in tuta blu e stella rossa sul berretto... Dicevano i quattro, che non se l'erano sentita di provare a sfatare la loro fede, a rischio - quasi certo - di gettarli nello sconforto, in una disillusione senza né via d'uscita, e nemmeno consolazione possibile.  Certo, gli si sarebbe potuta opporre un'osservazione di Marx : "se noi strappiamo via i fiori di carta che ammantano, coprendola, la nuda catena dello sfruttamento, non è per lasciare i proletarî ancora più disperati e soli ; ma bensì perché, riconoscendola, possano spezzare la catena e cogliere i fiori vivi...". Voilà]

Bisogna andare a 'dare il fatto loro' a tutti i poteri costituiti, la catena di commando sociale che sta dietro questo orrore ed oscenità. Qui si, l'indignazione non è quella cosa 'a corrente continua', tra sindrome di querulenza e pensiero-propaganda, che finisce per diventare giaculatoria un po' abietta, autoriconoscimento, vanitas al fondo identitaria (cioé dell'ordine del patrimoniale, degli assi ereditarî, cioé del proprietario ; e del rappresentarsi).

Sinora, le "Compagnerìe" intese nel senso più lato, più indiscriminato, brillano per la loro assenza. Se si tratta delle "difficolà della vita", del caldo, dell'impossibile ubiquità..., foss'anche del "tengo famiglia", pazienza. Ma me interessano gli uomini e le donne con cui dividiamo tanto - al netto di tutto - tempo-di-vita, di ascolto e di parola. Se malauguratamente tante persone, circoli, reti e rizomi, ribelli, critici, rivoltosi, ultraradicali, "antagonisti", mantenessero una tiepida distanza, magari in nome di critiche, obiezioni, magari di tipo "più radicale", più "puro e duro", più "rivoluzionario", non potrei che dir loro che questo, 'peggio che un crimine', sarebbe un errore. Si porrebbero infatti di colpo come tanti praticanti una critica della critica critica, poco importa se di parole, d'atti o d'entrambi. Diventerebbero autoreferenziali, in qualche modo "di lusso", facile oggetto su sarcasmi sui dimolto rivoluzionarî...

Questa volta, la tempestività si impone, sui piani e per gli ordini di considerazione più diversi. Svicolare questa 'linea di fronte', significherebbe essere ben partiti per un'àlgida vita virtuale, un'altrettanto virtuale rivoluzionarietà.


26.VI.2009                                Oreste Scalzone


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