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30 juin 2009 2 30 /06 /juin /2009 00:53
" Sono le 16 e tutto va bene..." [madama la marchesa?] ... Forse è stato un falso allarme, "una vertigine, un falso batticuor...", un effetto-telefono senza fili (che il francese post-coloniale chiama "telefono arabo"), un pregiudizio da "paranoia", una sorta di attrazione fatale per l'abisso, specie di repulsione/attrazione...  Forse è stata solo una previsione fondatamente pessimistica sull'epilogo, solo un po' 'in anticipo' per un effetto di precipitazione... Comunque - che sia un bene o un male -, non c'è rischio qui ora di "peofezia autorealizzantesi"...
Vedremo. E nel frattempo, converrebbe pensare a che fare.

Giornal'immaginario Cronaca da uno dei tanti punti nevralgici nella 'mappa' della Cosmo-macchina
I) A che punto è la notte ?
La ronda 'rossobruna', nazional-padronale, della Confederation Génerale du Travail  "dai colori della Francia" contro «la migranza» in carn'& ossa

Paris, 25 giugno 2009

   Alle tre del mattino, poco prima del crepuscolo aurorale anticipato dai primi uccelli che sembrano risvegliare il sole chè venga a far luce, il largo marciapiede un po' sopraelevato che sul filo del tempo per così dire, ha visto passare genti, moltitudini a milioni, fiumane di ricorrenti ripetizioni dei cortei delle classes dangereuses che discendevano i faubourg, dalle ban-lieues, zone del bando e dei banditi, verso i cronotopi dei poteri costituiti, il largo marciapiede dicevamo, bagnato e corso da rigagnoli era coperto per duecento metri da quelli che arrivando in machina potevano sembrare fagotti di cenci.
    Immagine un po' apocalittica - vengono in mente quelle ormai banalizzate dall'occhio mass-mediatico che percorre il mondo, "globo terracqueo" fattosi nell'ultimo mezzo millennio reale 'locale', villaggio davanti alla porta di casa. Mondo come cantiere, in incessante autocostruzione, come una "ri-Genesi" : divenuto - a partire dal suo essere "fisico", di natura - Cosmo-macchina, storico-sociale, tecno-economica, militare e  culturale &quant'altro. Mondo, percorso, 'monitorato', come da raggio-laser, fascio di luce gettato da satelliti sovrastanti, che ne avvolge l'intera superficie come un filo di gomitolo. Ecco cosa vuol dire che la filosofia non può conoscere il mondo senza perciostesso trasformarlo, ricongiungersi con la volontà che riconosce la necessita radicale di ciò, e non può che ricongiungere la conoscenza e l'azione.
    L'ammasso di cenci circondato a chiuderlo da transenne metalliche guardate a vista da néré sagome di poliziotti d'intervento, a loro volta con le spalle coperte da teorie di camion, l'ammasso di cenci ne ricorda altri, su cui si sofferma nel tempo sospeso di qualche precipitazione di tragedia il laser sinottico della "civiltà dell'immagine", facendo un blow-up, indugiando sui dettagli e costituendo un 'calco' del tempo reale, come nella diretta interminabile dell'agonìa di Alfredino di Vermicino. Potrebb'essere uno scorcio di terre dopo uno Tsunami, un'immagine di piazzale di arrivo e smistamento di « campo », oppure una sala d'attesa d'aeroporto dove il cuore in angoscia attende paventandola conferma di un cattivo presagio logicamente fondato.
    Avvicinandosi, si cominciano a distinguere facce, sagome di corpi, qualche brace di sigaretta, iskra che buca la notte. Potrebbero essere corpi - morti o ancor vivi, eccola la nuda vita ! - di deportati, respinti, cacciati a forza verso esodo forzato, in fuga senza fine. O corpi decisamente morti, di massacrati, di sterminati, di espulsi dall'umano, "sotto-uomini" (il maschile tiene qui luogo di generale-astratto, declinabile quanto e come si vuole e si può).
    Sono bambini, donne, uomini avvoltolati in coperte, in sacchi a pelo - o in niente, sdraiati su qualche brandina più o meno da campo, chi raggomitolato in un sonno che si imagina buio, pesto e pesante e chissà se senza sogni, e incubi, o forse no. Parecchi stanno sollevati, appoggiati sul gomito a parlare. Overload di sottovoce, con qualche acuto, scoppio, abreazione, ragionamento.
    Forse l'ora tarda, preceduta da una lunga difficile discussione, sovradeterminata da angoscia, sul che fare per legare con umile congiura la mano presidenziale che da un mese potrebbe ad ogni momento firmare la deportazione estradizionale dei nostri compagni, amici, "parenti" Sonja e Christian verso, per cominciare, un quattro anni di detenzione preventiva, pena anticipata come fatto compiuto trentacinque anni dopo i fatti di cui lo Stato della Repubblica di Germania li accusa, forse l'ora e la stanchezza come da ubriachi fa 'partire' per elucubrazioni un po' allucinate.
    Penso..., metto inevitabilmente 'in equazione' la dimensione, il carattere estremo di questa 'visione' di corpi notturnamente raggomitolati tra i rigagnoli - la portata della "questione" di sui sono solo un piccolo episodio, un sintomo, che è ulteriormente dilatato dal senso, al tempo stesso, di déjà vu e di se possibile, ancora "inaudito", relativamente ancor'inedito nella scala dei parossismi - e dei nostri, disparati e con denominatori e radici e sensi comuni, "variazioni-su-tema", dei nostri - dicevo - punti d'applicazione specifici, in qualche modo 'locali'. Quelli di questi giorni, dall' "eterna" emergenza per una, per qualche estradizione in agguato, allé campagne, le mobilitazioni, le scritturazioni, le notti bianche, le manifestazioni "con scontri e tutto" per gli arrestati "di Tarnac", gli altri, diversi e affini, incarcerati sotto il registro dell' « antiterrorismo », braccati, rastrellati, messi sotto controllo giudiziario, per "anarco-autonomia", per insurrezionalismo comunista, per ribellioni, tumulti, sabotaggi, & via così...
    Mi confermo nell'idea, che non bisogna lasciarsi afferrare dal virus del c'è ben altro..., del sempre altr'ove, altroquando, altrimenti ; del sì, ma..., che produce automortificazione, tarlo di sensi di colpa destinati, per respirare, ad essere - rovesciatisi in vittimismo, in legittimismo, in vertigine e pozzo senza fondo di competizioni che tirano in basso, insabbiano in sabbie mobili, destinano a nulla anticipato, mortificano - esportati proiettivamente su altrui...
    É évidente che il trascegliere - nella morsa dolorosa di un conàto di ubiquità, che va assieme a conati di onnipotenza, di Assoluto, di Unicità e di Identi[ci]tà... - che cosa si può tetare di faré Sulla base dell'identificazione di una sfera di pertinenza, di responsabilità, su base di prossimità, di un qualche 'locale', certo non risolve, ma è l'unico scampo, nel carnevale della Storia, nel crescere esponenziale di un'agghiacciante trasparenza, che svela, fa affiorare, porta alla luce pieghe, sfaccettature, recessi, sottofondi, rovesci di medaglie, effetti secondarî...
    La frase (forse di Stalin, comunque attribuitagli, come quell'altra su « Quante divisioni ? »), la formula ferocemente realista e cinica - nel senso del « cinismo moderno » giustapposto da Sloterdijk a quello antico, « cunismo » - che recita « un morto è una tragedia, un milione di morti è una statistica », è anche, epperciò tanto più terrificante, vera. Quel marciapiede di corpi non è il fondo del peggio, navigando erraticamente 'in rete' si può trovare dell'incommensurabilmente più grave, più significativo, più tremendo. Ma, questo marciapiede, è qui, ora, su un piano di consistenza immanente, non più consistente di altri in sé, 'di per sé', ma per noi. E quando tutto questo fosse livellato, da un trasferimento intero sull'immenso schermo virtuale di una second, o third o quel che si voglia, life, davvero l'impossibilità di stabilire criterî di scelta dell'applicazione propria, di priorità, porterebbe a uno sfacelo irreparabile. Sfacelo psichico, sfacelo logopatico, catastrofe della semiosfera, della logosfera. Catastrofe del mentale, etica, catastrofe umana - di questa specie animale anomala, singolare, d' « esseri parlanti », « specializzati nella parola » (epperciostesso « pericolosi »...), che potremmo definire paroletaria.
    Raggiungiamo i capannelli, si materializzano facce di compagni e compagne. Cerchiamo, troviamo quelli di "noialtri" che in questi quattordici o quindici mesi hanno dedicato passione, applicazione, tempo di vita a questa sorta di zattera ferma nel cuore di Parigi, fatto con i sans-papier giornali, radio, televisioni porta-a-porta, un sito nella Tela, dibattiti nella grande corte della Bourse de Travail di rue Charlot occupata, divenuta come una piazza di villaggio africano. (Bourse de Travail .... sono vecchie - potremmo dire, antiche, riandando all' Ottocento - istituizioni territoriali dei movimenti operai, presto "formattate" dalle strutture sindacali, di « Movimento Operaio » iniziali maiuscole).
    Cerchiamo, troviamo o ci dicono che sono qua o là - bisogna stare attenti a camminare per non calpestare coperte, quando non corpi -, Claudio, François o Michel, complici nella facitura di un aperiodico Quotidién des sans-papiers, poi del Journal de la Bourse du travail occupée, e altro ancora... Incontriamo un sacco di gente, sans-papiers, "compagnerìa".
    Ci dicono tutti quello che poi stamattina troviamo, chiunque può trovare, confermato sulla Stampa, nella 'rete', addirittura sfrontatamente rivendicato nei comunicati.
    É stata una squadraccia, una squadra d'azione del Servizio d'Ordine della CGT, la Confederazione generale del lavoro, padrona dei luoghi, gerente l'edificio, che - dopo aver "schiumato" per tutti i quattordici mesi dell'occupazione, ieri verso mezzogiorno è passata all'atto.
    Tutti i disagî, i disfunzionamenti, le ragioni accampate hanno un loro fondamento (ma questo vale sempre, o comunque in tanti altri casi...). Al limite, per 'uno come me', forse sarebbe stato ancora peggiore se avessero fatto la stessa cosa per interposta polizia invece che passando all'azione diretta, terrorizzando 'in proprio' per primi i bambini, con una brutalità che a torto si usa - con termine etnocentrista e civilizzatore - definire « barbara » e « selvaggia ». Ma queste sono sfumature, dettagli. Resta, che hanno compiuto un passo, un salto mortale, uno strappo, che non è nuovo ma è sempre un po' nuovo e un po' diverso.
    Fa di nuovo irruzione sulla scena lo chauvinismo del « socialismo dai colori della Francia » che aveva spinto al crimine trent'anni fa il sindaco-PCF ("nazional-comunista" ?) di Vitry, il quale  aveva rotto un tabù mandando le ruspe a radere al suolo un foyer d'immigrati magrebini (con il pretesto - che, come sempre, o quasi, aveva anche degli elementi di fondamento : e allora ?, questo vale, appunto, quasi sempre, non è qui il nodo della cosa ! - che gl'immigrati doveva prenderseli il sindaco giscardiano del commune attiguo, ché la dislocazione delle residenze degli immigrati veniva fatta dalle autorità in modo non casuale, e provocava la spirale viziosa dell'impoverimento crescente dei comuni le cui entrate fiscali si abbassano in modo corrispondente alla modificazione della composizione sociale dei residenti, con i relativi effetti di degrado).
    Allora, la breccia aperta dal sindaco di Vitry aveva creato le pre-condizioni dell'irruzione della forma "lepenista" di questo stesso riflesso, di queste passioni tristi, di questo risentimento intruppato in mentalità e comportamenti da white-shit, di populismo, "popolaccismo" xenofobo, nutrito di antiche ossessioni anti-semite e di più recenti pozzi neri viscerali e mentali colonialisti, post-colonialisti, corporativi, servo/padronali... (Comportamenti e mentalità che in Francia, in generale, non sono passati all'azione diretta, e sono restati piuttosto su quella ideologico-elettorale : comunque più grave dei 'picchi' arrivati a sfiorare il 20%, soprattutto per il suo effetto indiretto, di scatenare una corsa a "rasar l'erba sotto i piedi di Le Pen" sottraendogli, facendo proprie, le rivendicazioni e proposte che incarnava. Giusta il noto modello di un fascismo per motivi antifascisti...).
    Nella sequenza di ferro e fuoco degli anni '20 e '30, risoluzioni congressuali del Komintern (la « Terza internazionale » bolscevìca) avevano parlato - nella fase della dottrina della « classe contro classe » che recuperava strumentalmente, pro tempore e in chiave di Real-politik,  uno schema che all'apparenza sembrava riecheggiare le tematiche del comunismo di sinistra, internazionalista, consiliare, neo-comunardo -, di « social-fascismo »  a proposito della socialdemocrazia, su un filo di discorso che arrivò fino al patto Molotov-Ribbentropp (poi, naturalmente, sulla base della medesima "disinvoltura", questo schéma fu arrovesciato, e fu Yalta, la pratica e la mistica dei fronti popolari e democratico-antifascisti con le "demo-plutocrazie" nord-occidentali...).
    Potremmo dire, tagliando rozzamente, che una serie di parole composte più radicali che una lama di rasoio possono essere applicate, come definizioni critiche e criticisime, sia alla socialdemocrazia che - a maggior ragione data la sua potenza di mi[s]tificazione, e innanzitutto il potere di contraffazione onomastica e di manipolazione nel profondo delle "soggettività", fino alle passioni, agli affetti più viscerali - alla variante "boscevica", social-©omunista, del 'corpus' del "marxismo volgare, anti-marxiano", kautsko-lassalliano, vera e propria controrivoluzione contro il comunismo "comunardo". Possiamo parlare di socialismi lavoristi/padronali, capitalistici, statali, e dunque anche nazionalisti, colonialisti, imperialisti, xenofobi, razzisti,  "fascisti"...
    D'altronde, il fascismo, il nazional-socialismo non sono forse, tra l'altro, nella loro effettualità sociale, l'intruppamento di milioni di proletarî, e di operai, in forme 'stornate', deformate, mostruose che "formattano" l'odio di classe internamente corrompendolo, snaturandolo, trainandolo verso una conseguenza abbietta, il 'rifarsela' sugli ancor più deboli, il riprodurre relazioni di sopraffazione, di sottomissione, a catena, a cascata, in una corsa miserabile spinta da concorrenza mimetica, in un gioco di scaricabarile o comunque, al massimo, di  specularità subalterna, come ritorsione ?
    Senza rischiare di doverci sentir accusare di « banalizzazione », non possiamo vedere nell'uovo del serpente del cumulo di ambivalenze risolventisi in ambiguità a premessa di successive decantazioni, che connotava le prime scorribande delle S.A. nelle strade di Weimar, l'embrione di quello che sarà lo scenario risolutamente apocalittico degli ultimi anni '30 e della prima méta dei '40 ?
    Niente si ripete mai identicamente (e la frase di Marx sulla farsa come 'calco' e réplica della tragedia non è certo una regoletta catechistica). Niente si ripete identicamente, ma questo non vuol dire che ogni volta si pensi all' assolutamente inedito - è per questo che, nel finale dell'Arturo Ui, Brecht attira l'attenzione sul grembo sempre fertile che partorì la bestia immonda.
    Dev'essere però mostrato con chiarezza che ciò che ha deciso e fatto eseguire da elementi della sua truppa la CGT ieri, è della stessa natura di ciò che la Lega Nord o i caricaturali nazistoidi di Saja stanno inscenando nelle strade delle città italiane. Si tratta di "formattazione" del male di vivere nelle forme che, in una luminosa definizione benjaminiana, sono le più antitetiche all'autocognizione come classe, che è dunque forma autopoïetica. White-shit, soldataglia coloniale, turba fascista, teppa shalamoviana - ognuna inquadrata dai corrispondenti gerarchi e relative catene : queste sono le definizioni appropriate.
Se il nostro urlo è se possibile, ancora più forte, questo viene non foss'altro che dal fatto della confusione e delle mistificazioni (con eventuale esito di disincanto irreparabilmente totale) che una relazione quantomeno di omonimia recano con sé. I Thibaud (il segretario generale dlla CGT - NdO) non sono, in sé, "migliori" o "peggiori" dei Maroni o Hortefeux (il suo omologo di Francia) - questa problematica comparatista su migliori, peggiori, men-peggiori ci sembra insensata. Sono - e chi non lo aveva rivelato interamente prima, in questo passaggio e "momento della verità" lo mostra inequivocabilmente - dei veri e proprî nemici. Ma rispetto ad autorappresentazioni e proiezioni d'attesa e fiducia che essi irradiano, a partire dall'onomastica, i Thibaud rappresentano la componente dell'infamia. Non perché realmente «tradiscano» qualcosa (ché, per come si ponevano ed erano, son sempre stati,  c'era poco o niente da tradire...), ma perché la lunga persistenza del peso delle parole li ha legati, per ragioni di catene genealogiche di cui resta comunque una conseguenza onomastica pregna di mistificazione ed equivoco,  una conseguenza - non foss'altro che questo - di omonimia.
    Se si farà - come il sottoscritto, con altri - pensa si dovrebbe, un corteo alla sede della CGT a porte de Montreuil, non sarà questione di psicodrammi e di "lacreme e parole ammare", ma il dirigere la contestazione, la lotta, volta a volta, là dove risiede il potere costituito responsabile di un atto di ostilità, di vera e propria guerra sociale.
    Una nota - non già di speranza, ma di scommessa : dopo più di ventiquattrore, sono ancora tutti e tutte lì, su quel marciapiede, e a rischio di una retata che li porti in un centro di detenzione, e di smistamento per la deportazione. La vita nuda mostra così la sua irriducibile potenza, disperata vitalità, potenza di persistere nel proprio essere.
                           
II) Mal d'aurora ?                                       
Ancora in forma di 'diario intimo/pubblico'
Paris 28 giugno

    Avevamo intitolato l'inizio di questa Cronaca rapsodica, "A che punto è la notte". Ecco, possiamo dire che la notte è ferma, e segna il passo.
    Se vai all'alba, un po' prima, nell'ora che - come l'ultimo lucore del tramonto - si chiama anch'essa crepuscolo (me l'aveva detto un amico colto e piccolo editore, Michel Valensi de L'Eclat, quando cercava la parola francese 'giusta' per tradurre il titolo de Il declino del Politico di Tronti - controllai sul dizionario, è così)...se ci vai nel mal-d'aurore, Maldoror, la distesa di sacchi a pelo azzurrini, striati di coperte avanastre, color "can-che-fugge", può sembrare una mareggiata. La vita continua, la vita è là, potente, irriducibile.  Epperò come 'a credito', attesta, sospesa, come una libertà provvisoria, e condizionale. Non sono al corrente dei geroglifici micro-politici, micro-politicistici che ci sono dietro, ma stavolta questa vita è quasi sola. Forse questi qua "della Bourse du Travail occupata" si sono messi in una terra di nessuno, troppo "radicalizzata" per certuni, troppo poco per cert'altri ; troppo "rivendicativa" per questi, troppo in rotta di collisione con la citoyenneté de La République per altri ; troppo "sociale" per gli uni, troppo "etno-anticoloniale" per altri... Forse, chissà. Preso dall'aggrovigliarsi e complicarsi crescente della vita, che a momenti sembra arrivato al punto di 'collasso', come d'ingorgo inestricabile, di crosta di ghiaccio che cede, di punto-di-non-ritorno del marasma e di crack !, chi scrive non sa se arrivera a porre la questione. Che qualcuno lo facesse, sarebbe decisamente il caso.
    Ciò premesso, come 'pezza d'appoggio' metterei un qualcosa, scritto un po' come una pagina di diario del giorno dopo, un po' come poscritto.

26.VI.2009

"Ieri arriviamo sul marciapiede brulicante-di-vita sotto la Bourse du travail verso le otto di sera, venendo dalla settimanale "assemblea a cielo aperto" sulla piazza-sagrato del Beaubourg dove - come "ieri" contro l'estradizione di Marina Petrella, oggi testimoniamo della determinazione a interporci coi nostri corpi ad una eventuale sciagurata decisione di estradare i nostri fraterni amici e compagni Sonja e Christian.  I CRS che, a loro volta circondati dalla lunga teoria dei loro camion, circondano il marciapiede e "massa umana" che lo riempie di - anche se disperata, vita -, ti bloccano e ti chiedono di aprire borsa o zaino per controllare. Non già "armi improprie", o "proprie" - che so, metti a uno come me che in un libro di Valcarenghi sulla Milano dei Seventies veniva chiamato "Scalzolotov". No, controllano che non si faccia entrare del cibo ! D'altra parte, ci raccontano dei compagni, conosciuti e sconosciuti, e delle donne ed uomini accampati, che la sera prima si è sfiorata la Battaglia perché gendarmes e CRS eseguivano con puntiglio da banalità del male l'ordine di non lasciar accedere, nemmeno le donne, ad un paio di quei moderni vespasiani d'acciaio, a moneta ed apertura automatica, che troneggiano sui marciapiedi della metropoli. Il motivo, « non lasciar deteriorare delle attrezzature urbane ». Stessa cultura - polizia e sindacati di Stato, servo/padronali - di quella specie di Franti d'altobordo, che - senza nemmeno la virtù democristiana, togliattiana, clerico-liberale e clerico-stalinista di ipocrisie e doppiezze - apre l'impermeabile dell'esibizionista per parlare di « quantitativi di donne » e relativi « utilizzatori » (sto parlando, tanto per non far nomi, dell'On. Avv. Ghedini... non ricordo il prenome di quest'infimo).
    Per fortuna, un paio di compagne vanno a cuocere chili di riso ed altro, e tornano riuscendo a lanciare i sacchetti, un po' come "il cuore oltre i reticolati", e i bambini fanno cena.  A proposito, devo scappare a salutare, con altri uomini e donne della rifugiaterìa parigina, i compagni di Sensibili alle foglie (Marita, Renato e la figlia Cloe ; Nicola, Pierofumarola e qualche altro nuovo amico), che ripartono dopo un convegno su Georges Lapassade, la socioanalisi, gli incroci con la Critica della vita quotidiana di Henri Léfebvre, con la schizoanalisi, la psicoterapia istituzionale, e molto altro. Si è discusso, nell'ultima giornata, di « socio-analisi narrativa », di « stati modificati di coscienza », di tarantula, "morso e rimorso", ed altro. Si discute, qualcuno irrompe cantando e ballando tammurriate, si va avanti fino a tardi. Saluti, appuntamenti, abbracci. Rientro qualche minuto troppo tardi per evitarmi lo scroscio di un acquazzone imponente dopo la cappa del caldo. Crollo a dormire un po', e al risveglio piove ancora.
Nella congiunzione fra fragilità fisica, "salute cagionevole" (da - reale o, reale e decretato da ipocondria esportata e proiettatami addosso dalla prima infanzia - "scampato" di giustezza a complicanze da prematuri), e vigilanza iperestesìaca un po' ipertrofica, penso che una notte di pioggia battente non sia stata sopportabile per la gente di quell'odioso marciapiede. Arrivo là per cercar notizie, e trovo "tutto il villaggio". I teli azzurri di plastica dura coprono le povere cose accatastate contro il muro di pietra e merda della cattedrale sindacale, i bambini scorrazzano, parlano a voce alta le donne in gruppo, gli uomini fumano silenziosi e a domanda ti raccontano.
    Sono tornato a casa solo per scrivere, alla meno peggio, quanto segue. Lo dico in fretta, d'un fiato, senza ripensarci, senza spiegare, spiegarmi, spaccar capelli, farmi avvocato del diavolo, tentar di tagliare la strada a malintesi e altro del genere : devo tornare là, e dunque mi arrendo  ad un assurdo nodo d'ingiunzioni contraddittorie, alla prescrizione, intimazione a doppio taglio, doppio vincolo, nodo scorsoio, groviglio di intimazioni autocontraddittorie, quale « in fretta e breve, conciso e semplice e chiaro e nel linguaggio corrente » ...
"Infame società..." , cantava la romanza anarcomunista "Battan l'otto", originariamente chiamata "Quelli dello sciopero di Terni" (sciopero poi serrata dell'anno millenovecento - moi nonn'Oreste Fabbri lo raccontava, raccontava dei treni coi bambini che partivano per essere accolti dalle braccia fraterne delle famiglie operaie del nord, o di proletari "terroni").
Oggi, ecco, I had a dream. Che una fiumana di gente senza troppi striscioni, bandière, distintivi, orpelli, investa il palazzo rossiccio e vetro della sede centrale della CGT qui a tre passi da dove abitiamo noi, a porte de Montreuil.
Che li si copra di mmerda, li si chiami coi nomi che gli spettano, "Servi dei servi dei servi dei servi", servo/padroni, corporativi, prosseneti, razzisti, stalino-fascisti, teppa, white-shit ! Altro che Lama !
L'affare delle ruspe segno, come un presagio, una profezìa che si autorealizza, l'inizio del declino inesorabile del PCF. Questa vergogna deve segnare l'inizio della fine di un cancro che mina ogni possibilità di anche solo pensare, non si dice la rivoluzione sempre più necessaria e sempre più difficile, fino a sfiorare l'impensabile, ma anche semplicemente delle lotte, foss'anche di adeguate resistenze...
Malgrado a tanti possa far male al cuore, non si può non far soffrire "Billancourt"... * [* L'espressione fu usata da Jean-Paul Sartre, Simone De Beauvoir, Simone Signoret e Yves Montand di ritorno da un ultimo viaggio in URSS dopo il disincantamento. A domanda sul perché non avessero detto a suo tempo, sin da quando se ne erano resi conto, che il « socialismo reale » era innanzitutto una dittatura sul proletariato, risposero « Non potevamo gettare nella disperazione 'Billancourt' » : il nome della fabbrica alludeva, simboleggiava la classe operaia e tutto il gigantesco rizoma di movimenti sociali che, nella sua schiacciante maggioranza, aveva riposto e continuava a riporre in quella che per noi era una contradictio in adjecto allo stato puro, la mostruosa Chimera di una "Patria della liberazione umana", di uno strano attrattore che confiscava le speranze, di un Leviathano travestito in tuta blu e stella rossa sul berretto... Dicevano i quattro, che non se l'erano sentita di provare a sfatare la loro fede, a rischio - quasi certo - di gettarli nello sconforto, in una disillusione senza né via d'uscita, e nemmeno consolazione possibile.  Certo, gli si sarebbe potuta opporre un'osservazione di Marx : "se noi strappiamo via i fiori di carta che ammantano, coprendola, la nuda catena dello sfruttamento, non è per lasciare i proletarî ancora più disperati e soli ; ma bensì perché, riconoscendola, possano spezzare la catena e cogliere i fiori vivi...". Voilà]
Bisogna andare a 'dare il fatto loro' a tutti i poteri costituiti, la catena di commando sociale che sta dietro questo orrore ed oscenità. Qui si, l'indignazione non è quella cosa 'a corrente continua', tra sindrome di querulenza e pensiero-propaganda, che finisce per diventare giaculatoria un po' abietta, autoriconoscimento, vanitas al fondo identitaria (cioé dell'ordine del patrimoniale, degli assi ereditarî, cioé del proprietario ; e del rappresentarsi).
    Sinora, le "Compagnerìe" intese nel senso più lato, più indiscriminato, brillano per la loro assenza. Se si tratta delle "difficolà della vita", del caldo, dell'impossibile ubiquità..., foss'anche del "tengo famiglia", pazienza. Ma me interessano gli uomini e le donne con cui- al netto di tutto - dividiamo tanto tempo-di-vita, di ascolto e di parola. Insomma, i territorî esistenziali più rivoltosi, quelli che, al netto di tutti gli spaccamenti di capelli in due, quattro, otto, sessantaquattro..., considero la mia gente, compagni di battaglie. Ecco : se malauguratamente si trattasse del fatto che tante persone, circoli, reti e rizomi, ribelli, critici, rivoltosi, ultraradicali, "antagonisti", mantenessero una tiepida distanza, magari in nome di critiche, obiezioni, magari di tipo "più radicale", più "puro e duro", più "rivoluzionario", non potrei che dir loro che questo, 'peggio che un crimine', sarebbe un errore. Si porrebbero infatti di colpo come tanti praticanti una critica della critica critica, poco importa se di parole, d'atti o d'entrambi. Diventerebbero autoreferenziali, in qualche modo "di lusso", facile oggetto su sarcasmi sui dimolto rivoluzionarî...
Questa volta, la tempestività si impone, sui piani e per gli ordini di considerazione più diversi. Svicolare questa 'linea di fronte', significherebbe essere ben partiti per un'àlgida vita virtuale, un'altrettanto virtuale rivoluzionarietà ".

Oreste Scalzone

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vittoria oliva 30/06/2009 08:19

"Ma rispetto ad autorappresentazioni e proiezioni d'attesa e fiducia che essi irradiano, a partire dall'onomastica, i Thibaud rappresentano la componente dell'infamia. Non perché realmente «tradiscano» qualcosa (ché, per come si ponevano ed erano, son sempre stati,  c'era poco o niente da tradire...), "ma chi.....Lama?e chi mai li ha amati?ti voglio bene Oreste!vittoria

sergio falcone 30/06/2009 05:02

Ho pubblicato sul mio blog e su Roma Indymedia quel che andavi via via scrivendo, sulle vicende dei sans papiers parigini.Bellissime parole. Bellissime, sincere ed oneste. E coraggiose.Sul mio blog e su Roma Indymedia, ahimé!, nessun commento. E' ben difficile che i compagni si mettano in discussione.sergio

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