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18 juillet 2009 6 18 /07 /juillet /2009 11:57
Articolo apparso su "L'Altro"


« Me l'hanno ucciso due volte ! », « È come se l'avessero uccisa una seconda volta ! » : da qualche anno in qua, e in crescendo, questo grido, grida come queste, echeggiano per l'Europa, risuonando con altri urli straziati e agghiaccianti, che si levano nel, e dal mondo. Umano, umanissimo, troppo umano... Forse che non è umana - tra ferinità e culture, innato e acquisito ; tra strazî, voci, vociferazioni, echi, voci-di-dentro, ipostasi, trascendenze e loro calchi ri-mondanizzati, caso e necessità, passioni, pulsioni, economie libidinali, lutti ed elaborazioni, razionalizzazioni, e ancora - forse che non è umana la vendetta, l'infanticidio, il matricidio e parricidio, il massacro ? E che, lo stupro non è umano ? E il "far giustizia", far giustizia da sé, "giustiziare" lo stupratore con le proprie mani, forse che è fuori dall'umano, "sotto-umano" ? L'infanticida Maria Carrar, o Rina Fort, Pierre Rivière, o l'uomo che "in mite luce/strangolò il padre e la madre suoi", non sono fenomeni de l'umano ? Forse che anche tutto questo non è un proprio di questa specie anomala, « specializzata nella parola » epperciostesso « pericolosa », specie d'esseri parlanti, p[a]roletarî, sportisi fuori di sé, fuori dell'essere, riguardatisi, aventi inferito mortalità, alterità, scoperto/inventato Tempo, angoscia, infelicità, praticata con disperata vitalità - persistenza nel proprio essere - la propria potenza ? Cosa si vuol dire, obiettare, argomentare a una madre, figura archetipale assunta anche a simbolo di tante altre, che urli come un'Erinni, contro la vita e la morte e il destino e gli Dei, e tutto concentri, risentimento immenso mortale, contro qualcuno ritenuto responsabile dell'immensa tragedia "contro-natura" di dover sopravvivere a un figlio soppresso, sempre anzitempo, sempre come infinita nequizie ? Ma, giustamente, ogni con-vivenza possibile ha da trascendere l' « umano », essere anche, in certo senso, sovr'umana.


Qui sta il punto. Non appena, sol che strappiamo lo sguardo dall'immagine assoluta, decontestualizzata - épochè e blow-up, cronotopo di quell'urlo, le razionalizzazioni di quell'urlo - il suo attizzarlo, aizzarlo, ripercuoterlo, farlo risuonare ; il suo farne base di dottrina, il suo usarlo, legittimarlo, renderlo principio attivo, pubblica morale - è crimine, e al contempo mortale errore.


Cominciamo da figure, funzioni e personaggi, territorî esistenziali a noi lontani e nemici, nel senso di una radicale estraneità ostile. Gli "uomini pubblici", uomini "di Stato", in questa specifica vicenda dello sparo assassino del poliziotto Spaccarotella che ha stroncato la vita del giovane Sandri, si trovano stritolati tra due principî loro, e la loro torsione. Da un lato, qualsiasi giustificazione, qualsiasi minimizzazione dell'atto, comporta, al di là di tutto, di calpestare, di contraddire - mostrandone così il carattere mistificatorio, strumentale e fallace - loro fondamentali enunciati. Che spari così un uomo legalmente autorizzato a portare un'arma, in esecuzione del principio fondativo della forza legale, la detenzione del monopolio della forza legittima, rende l'atto ancor più grave, e non il contrario : chè consustanziale di questa facoltà, di questo autodecretato "diritto" dello Stato, è la necessaria autolimitazione di questa stessa forza, senza la quale esso diverrebbe realmente, nonché apparirebbe, come la banda più forte. Si chiuderebbe così il cerchio, rilegittimando la guerra di ciascuno, la « guerra di tutti contro tutti », di ciasuno contro ciascun altro. Qui, si rivelano pieni di vermi gli stracci, i lacerti di « legittimità » di chi pretende - nel mentre che uno stessa Autorità a cui è demandata la facoltà, il potere di decreto su ciò che si chiama Verità e Giustizia commina a chi sia decretato colpevole d'immigrazione clandestina, illegale, una stessa quantità di pena che quella irrogata all'uomo in armi e in divisa che si è ritenuto autorizzato a sentenziare ed eseguire l'assassinio di un senz'armi, « inerme » - di legiferare su un aumento incessante del ‘sorvegliare e punire' proponendolo al male di vivere come una soluzione, soluzione, appunto, penale di un'infelicità su cui si versa ogni giorno benzina.


Sono gli stessi - poteri costituiti, funzioni, circoli, correnti, attori istituzionali, politici - che, d'altro canto, hanno aizzato, sacralizzato, esercitato una torbida majeusi rispetto a quell'urlo assoluto, agghiacciante che chiede, che reclama dalla « Giustizia penale » il ruolo di cinghia di trasmissione, di braccio secolare, di dispositivo di esecuzione di quello che è sentito come un proprio bisogno assoluto di ottener vendetta, di esser dal castigo del colpevole risarcito, addirittura restituito alla vita, alla possibilità di elaborare il lutto.


Per questo, statisti, politicians, figure dei più diversi poteri sociali costituiti, "fabbricanti di Doxa", Opinion-makers istituzionali, produttori di pensiero-Propaganda, pensatori ‘dall'alto' , dall'alto-in-basso, da sovrastanti a sotto-posti, risultano, nel gestire con quelle che sono comunque delle nov.langues la messinscena, lo Spettacolo delle controversie su questo e consimili « dilemmi morali », dei tristi figuri che si contorcono in figurazioni di rara pornografia.

Il loro improvviso giustificazionismo ad hoc, sul piano etico-storico, risulta una forma, più o meno tartufesca, più o meno sfrontata, di vero e proprio negazionismo, con annessa predisposizione di una sorta di "licenza di uccidere". E - se possibile ancor peggiore - la loro demagogia micro-populista, che incoraggia e legittima la razionalizzazione politico-sociale della trasformazione della Giustizia penale in fiera e mercato della supremazìa del bisogno incoercibile di esecuzione legale della propria privata - atrocemente umana - vendetta, ne fa dei sanguinosi demagoghi di un populismo penale, spesso microfisico, votato ad una catastrofe dell'umano in accelerazione crescente.


Chi si ponga, con disperata -quantomeno - volontà in un'ottica di Battaglia per la liberazione sociale umana, deve, per cominciare, riconoscere il carattere di rompicapo, di « dilemma morale » in senso stretto, dell'alternativa così come viene posta, sia da speculari e complementari manicheismi, sia da tutta la gamma di sfumature intermedie, con i più svariati dosaggi e combinazioni di elementi, di concetti tutti schiacciati sul piano, bi-dimensionale, su cui si disegna il dilemma. Questo solo può permettere di tentare l'unica cosa che valga : non già schierarsi su un polo o l'opposto della "Coppia oppositiva" sbattutaci in faccia, o esercitarsi in tutte le variazioni possibili striscianti sempre sul medesimo piano ; ma cominciare ad operare un esodo, a ricercare una linea di fuga, a decostruire il piano stesso, esplorando altre dimensioni.

Su questo, chi scrive si permette di domandare la parola per poter sviluppare - a partire da alcune considerazioni critico-comparative, da alcuni ‘spunti' ad alta caratteristica sintomatica - un ragionamento, che ponga, argomentandole e offrendole a messa alla prova di confutazione, alcune domande radicali.


16 luglio 2009 Oreste Scalzone

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Published by Oreste Scalzone
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