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17 août 2006 4 17 /08 /août /2006 14:32
PER INTANTO...
Con questa 'citazione', una prima ri/apertura del contenzioso su Paolo Persichetti. Promettiamo che, se continua così, la campagna contro questo scandalo sarà, a nostra cura, un "tormentone" dell'autunno. Ma proprio, da "guerra dei nervi", "guerra psicologica" contro chi di dovere.
Rigorosamente <nonviolenta>, ma una serie di persone avranno modo di capire che, a volte, sono meno duri i "colpi-di-testa" che i corporalmente innocui contrappunti di parole e silenzî e gesti e messaggi.
Cosa diceva il vecchio adagio per cui <Le mie prigioni> era <costato all'Austria più di una battaglia perduta?> e, questo, peraltro, in epoca non certo di <capitalismo cognitivo>, di sistema integrato, capitalistico-statale,'psicosomatico' -- nonché, in modo crescente, psicopatico/psicopatogeno...; non certo in epoca in cui si puo' parlare di tendenza al <general intellect>,  di bio-politiche, di psicopolitiche, di "localizzazione del 'globale' in ogni cervello", di "catene di montaggio dei sentimenti"... e anche della reversibilità di tutto questo, che è quant'altro mai ambivalente, confrontato alla 'potenza di persistere nel proprio essere', alla potenza, comunque, alle resistenze della vita?

A risentirci, "prossimamente su questo schermo", arrivederci (in qualche "Filippi"...), chi vuol sghignazzare sghignazzi, si vedrà...
Oreste, ferragosto 2006



A.Man. (il manifesto, 9 agosto 2006)

Benefici carcerari negati a Persichetti (ex Ucc): non basta «il pluriennale rispetto delle regole», occorre «la condivisione dei valori del sistema». Sotto accusa il suo libro "Esilio e castigo"

Non basta che Paolo Persichetti abbia chiuso con la lotta armata nell'87, a 25 anni, quando fu arrestato per la prima volta come appartenente all'Ucc, l'Unione dei comunisti combattenti nata da una scissione delle Br-Pcc. Non basta che da allora abbia fatto una vita tranquilla, passando dalla Sapienza occupata nel '90 dalla Pantera al lungo «esilio» nella capitale francese, dove al momento della cattura e della consegna all'Italia, nel 2002, era professore a contratto di scienze politiche all'università Paris VIII. Non basta che oggi, dal carcere di Viterbo, egli collabori stabilmente con Liberazione, giornale di un partito di governo come Rifondazione. A Persichetti non basta neanche aver scontato quasi otto dei ventidue anni inflittigli in contumacia per banda armata e per concorso nell'omicidio del generale Licio Giorgieri (20 marzo '87), che pure equivalgono a oltre un quarto della pena ovvero al primo requisito previsto per i permessi cosiddetti «premio».
Come da manuale dello stato etico ci vuole l'autocritica, diciamo pure l'abiura: «All'esclusivo fine della fruizione di benefici penitenziari, occorre che sia avviata una riflessione in termini di effettiva revisione critica dei commessi reati», scrive la giudice che ha negato l'ultimo permesso, spiegando che non è sufficiente «un percorso di risocializzazione» a suo dire meramente «formale» ed «esplicitato - si legge ancora nel provvedimento di diniego - dalla pluriennale adesione alle regole di civile convivenza». Il punto sarebbe «l'adesione ai valori di legalità» e «l'inquadramento in termini etici del commesso delitto».
Con il metro della dottoressa Albertina Carpitella, magistrato di sorveglianza a Viterbo, ai benefici carcerari accederebbero solo pentiti e dissociati, ammesso che sappiano convincerla della sincerità del pentimento e della dissociazone. La giudice ha ritenuto di dover indagare sulle manifestazioni del pensiero di Persichetti, sulla sua «visione istituzionale». Così è andata a leggere il libro scritto da in carcere dal detenuto, Esilio e castigo - Retroscena di un'estradizione (ed. La città del sole), nel quale l'ex militante Ucc denuncia la grottesca persecuzione ai suoi danni da parte della procura di Bologna che lo accusava dell'omicidio di Marco Biagi (ipotesi poi archiviata su richiesta dello stesso pm, ma a suo tempo utilizzata per ottenere l'estradizione, l'unica concessa da Parigi) e scrive peste e corna dei «giustizialisti» e dei «girotondini», di quelli che negli anni 70 e 80 facevano la guerra a tutto ciò che si muoveva alla loro sinistra (non solo a chi sparava) e più tardi pretendevano di cambiare l'Italia a colpi di indagini giudiziarie. Sono le stesse cose che Persichetti, fino all'ultimo arresto, diceva e scriveva a Parigi insieme all'amico Oreste Scalzone, le stesse che peraltro si dicono e si scrivono in certi ambienti del parlamento o sul manifesto. E alla giudice il libro non è piaciuto: «Risulta evidente - osserva la dottoressa Carpitella nel motivare il rifiuto del permesso - che Persichetti si considera appartenente a una parte politica che definisce gli 'sconfitti' e che concepisce come controparte rispetto a tutte le istituzioni pubbliche, accusate di riscrivere la storia da vincitori, assumendo atteggiamenti vendicativi attraverso le relazioni delle commissioni parlamentari, le sentenze della magistratura ecc...». Di qui il verdetto: nonostante «una maturità che gli consente di esporre le proprie idee in modo da rispettare le regole sociali», come indicato nella relazione degli operatori del carcere, Persichetti «non condivide i valori fondanti del sistema giuridico-democratico italiano». Insomma l'ex brigatista finge di essere cambiato. Simula e dissimula. Ma è sempre un terrorista, almeno potenzialmente.
La giudice è senz'altro convinta di applicare la legge che le richiede una valutazione prognostica della «pericolosità sociale» del condannato, ma nel provvedimento si ritrova proprio l'atteggiamento «vendicativo» che Persichetti rimprovera a larga parte della magistratura e della sinistra. In realtà tra l'ex Ucc e la sua giudice c'è lo stesso dibattito che attraversa, o dovrebbe attraversare, larga parte della società italiana. Tra coloro che anche oggi imbracciano le leggi speciali antiterrorismo contro gruppetti innocui o contro la libera espressione dei movimenti - a Bologna la procura contesta l'aggravante di eversione anche per l'autoriduzione al cinema o alla mensa universitaria - e coloro che da anni reclamano una «soluzione politica» per una storia, quella in cui rimase impigliato Persichetti, che è finita da un pezzo. E non è ricominciata neanche quando un gruppuscolo fuori dal tempo, subito identificato come «nuove Br» e poi liquidato dalla polizia, ha ricominciato a uccidere utilizzando la stella a cinque punte, senza trovare alcuna indulgenza in Persichetti. Per numerosi e autorevoli ex brigatisti quella era anzi un'«appropriazione indebita» di nome e simbolo.

A.Man. (il manifesto, 9 agosto 2006)

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Published by Oreste Scalzone - dans orestescalzone
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