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16 juillet 2005 6 16 /07 /juillet /2005 00:00

Stavolta, invece, voglio provare a partire da uno specifico punto, una malattia del pensiero, della parola, sintomo di una mutazione antropologica generale, dagherrotipo della compagneria: l’altrovismo. Una tecnica perseguita scientemente e scientificamente, con sapienza gesuitica e protervia maramalda, che negando le ragioni dell’altro persegue lo scopo perverso di fargli perdere la ragione. Con un metodo semplice: negare sempre la possibilità di determinare una specifica affermazione ma spostare sistematicamente il piano. Dal locale al globale e viceversa. Quando entra in gioco una posta reale, che impone un’assunzione  di responsabilità nella sfera dell’etica pratica, qui e ora, scatta inesorabilmente lo slittamento. All’altrodove. All’altroquando.

 

E’ l’incubo della doxa, della pappa informe dell’opinione pubblica, un pastone maleodorante dove tutto si confonde, la banalizzazione del grandioso: e così si finisce per equalizzare il Papa e Ranieri, Diana e le Twin Towers, lo tsunami e il Ruanda. Che a volte può avere il tratto naif delle vecchie tavole illustrate di Walter Molino per la Domenica del corriere e altre, invece, l’acutezza gelida e icastica eppur superficiale di Baudrillard. Ben maggiore profondità di scandaglio ci offre invece la radicalità critica di René Girard che di Bin Laden coglie l’aspetto inquietante di “concorrenza mimetica”. E su, su, lungo questo tracciato ben venga l’affondo di Emanuele Severino che nell’accelerazione postmoderna dello sceicco coglie non l’altro che si oppone ma una simulazione spettacolare del conflitto, ovvero: “Bin, se ci credi davvero, sei effettivamente dentro la morte di Dio”.

 

Bisognerebbe allora cominciare una lettera, per dirla con Giannino Stoppani, “scrivendo cose di molto intelligenti”, che parlino dell’attualità, cose vaste, colossali. Ma io voglio provare un complicato esercizio di stile. Contro la Doxa che chiede di discettare della crisi politica io voglio partire dalle questioni di principio. Non è il mio campo discettare di governicchio e ritorno alle urne, un’inquietante caso di polisemia, che evoca subito un contesto mortuario, laddove giganteggiano piccoli (i Casini e i Fini, i Follini e i Fassini) e grandi (i Berlusconi e i Veltroni). No, via da questa morta gora.

IMG: Umberto Boccioni

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Published by Oreste Scalzone - dans ESTATE 05
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