Overblog
Suivre ce blog
Editer l'article Administration Créer mon blog
13 août 2007 1 13 /08 /août /2007 19:09
13 Ago. 18.39 - AUTONOMI E MOVIMENTO DEL '77
Resoconto del dibattito tenutosi alla festa di radio onda d'urto sabato 11 agosto dal tema: Autonomi e movimento del 77.
Sentiremo estratti degli inteventi di Oreste Scalzone, Vincenzo Miliucci e Marcello Tarì.

[Scarica il contributo audio, durata: 48'.23'']

Partager cet article

Published by blackblog - dans orestescalzone
commenter cet article

commentaires

sergio falcone 19/08/2007 22:31


Chi ha aperto i centri di permanenza temporanea nel 1997?LAGER DI SINISTRACiò che molti non sanno, ciò che molti fanno finta di non sapere, ciò che molti hanno dimenticato è che tutta la Sinistra ha votato a favore della legge Turco-Napolitano che ha istituito i cpt. Anche Rifondazione Comunista e i Verdi hanno contribuito alla costruzione di quei lager la cui esistenza oggi pare indignarli.Ecco come hanno votato i deputati di Rifondazione Comunista e dei Verdi in quel lontano 1997.Votazione nominale del ddl n. 3240: disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero (in relazione alla creazione dei cpt). Seduta del 19 novembre 1997 presieduta da Luciano Violante. Rifondazione Comunista Bertinotti Fausto: assente Baghetta Ugo: favorevole Bonato Francesco: favorevole Cangemi Luca: assente De Cesaris Walter: favorevole Giordano Francesco: favorevole Lenti Maria: favorevole Malavenda Mara: assente Malentacchi Giorgio: favorevole Mantovani Ramon: favorevole Nardini Maria Celeste: favorevole Pisapia Giuliano: favorevole Rossi Edo: favorevole Santoli Emiliana: assente Valpiana Tiziana: favorevole Vendola Nichi: favorevole Verdi Boato Marco: favorevoleCento Paolo: favorevole Corleone Franco: assente De Benetti Lino: favorevole Galletti Paolo: favorevole Gardiol Giorgio: favorevole Leccese Vito: favorevole Mattioli Gianni Francesco: assente Pecoraro Scanio Alfonso: assente Procacci Annamaria: favorevole Scalia Massimo: favorevole Turroni Sauro: favorevole

contro la stupidità gli stessi dèi lottano invano friedrich schiller la pulzella d'orléans

sergio falcone 19/08/2007 05:55


I giornali a processo: il caso 7 aprile - Seconda puntata

di Luca Barbieri
(c) 2002 - Si consente la riproduzione parziale o totale dell'opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.
CAPITOLO I - IL CONTESTO STORICO
1. Perché un capitolo storico
Parlare del caso “7 aprile” richiede uno sforzo particolare. Non si tratta, con tutta evidenza, di un processo qualsiasi. Per leggere correttamente l’evento, e il modo in cui esso fu raccontato, bisogna tener conto della storia (anzi delle storie) dei protagonisti, dei tempi in cui questa vicenda matura e si inserisce. Occorre, senza eccessive pretese, tentare di gettare uno sguardo sinottico, un fascio di luce sulla storia repubblicana dal 1960 al 1980. Questa ricostruzione non è l’oggetto di questo lavoro e non ne occuperà quindi una parte troppo rilevante. Il primo capitolo servirà a porre le premesse indispensabili per capire i riferimenti e le riflessioni che verranno sviluppate nei capitoli seguenti. Non mi dilungherò troppo. Ma tutti gli elementi essenziali nella preparazione del lavoro, viaggeranno in background attraverso i capitoli e i paragrafi, emergendo qualora ce ne fosse la necessità.

2. Gli anni Sessanta e la “rottura” della società italiana
Agli anni Settanta, che sono parte consistente, nel loro linguaggio, nelle loro vicende e nella loro mitologia, del processo 7 aprile, si arriva ripercorrendo da vicino la storia del “movimento” nato in Italia, come nel resto del mondo, negli anni Sessanta. Sono anni che segnano l’avvio di una rivoluzione culturale: con la scolarizzazione di massa, l’inurbazione, il boom economico, la società del nostro Paese cambia faccia. Cambiano i costumi, i rapporti all’interno della famiglia e anche le lingue (nasce l’Italiano di massa). Le conseguenze dal punto di vista politico, sono rilevantissime. Sia nella gestione del potere, che negli equilibri tra le forze politiche. All’interno della sinistra, quella storica, si affacciano nuove esigenze e nuove istanze. E’ in parte una guerra dei figli contro i padri. E’ in parte, nella mitologia della sinistra italiana, la continuazione della guerra di Resistenza.
Più corretto appare, soprattutto in riferimento ai protagonisti del caso in esame, far risalire questo movimento non tanto al ’68, l’anno simbolo di un intero processo, quanto ai primissimi anni Sessanta con la nascita, dopo i fatti di Piazza Statuto, di un gruppo di intellettuali socialisti di stampo “operaista” che si riuniscono inizialmente attorno alla pubblicazione dei Quaderni Rossi. Dimensione internazionale
Il 1968 (in simbolica contrapposizione al 1848) segna la comparsa di un nuovo movimento a livello internazionale che nasce essenzialmente nell’università per espandersi, abbastanza rapidamente, anche ad altri luoghi di socialità. Dalle università alle fabbriche e viceversa. Così in Francia come in Italia. Il rapido contagio della protesta segna un processo di contrapposizione tra quella che verrà poi designata “vecchia sinistra” (i partiti comunisti ma anche i socialdemocratici della sinistra storica) e la “nuova sinistra”, una galassia di movimenti e gruppi che coinvolgono non più solamente la classe operaia ma diversi elementi della società. Come dice Marco Revelli:
I movimenti antisistemici dei tardi anni Sessanta al contrario, si costituiscono secondo una logica di esternità assoluta rispetto allo Stato nazionale. Con un rapporto, potremmo dire, “fuori e contro” nei confronti della statualità. Espressione e motore di un diffuso processo di nazionalizzazione delle masse, essi si fanno portatori di un parallelo effetto di de-statalizzazione della politica. (1)
Ma se la miccia viene accesa, quasi in contemporanea, in tutto il mondo, diversi saranno gli effetti e le durate. In sostanza gli esiti dei molteplici ’68 si possono localizzare tra due estremi: da un parte c’è il completo riassorbimento della protesta e del movimento da parte del sistema politico nazionale (ritorno alla legalità e immissione di nuova linfa nei partiti della sinistra), e dall’altro situazioni che si incancreniscono prolungando per quasi un decennio livelli di conflittualità altissimi.
Specificità italiana
Nello scenario italiano il ’68 e il ’69 non segnano, come avviene per la maggior parte degli Stati, il momento critico di un processo che porterà poi ad un nuovo equilibrio. La situazione italiana rimane invece di forte squilibrio per più di un decennio (a testimoniarlo ci sono anche le statistiche sulle ore di sciopero, utilizzate come indice per capire il livello di conflittualità). Tanto che, a leggere il monte ore di sciopero nelle fabbriche, il culmine delle lotte si può più giustamente porre nel 1971 che nel 1968. Da quell’anno in avanti la conflittualità comincerà lentamente a decrescere, ma rimarrà sempre a livelli molto elevati per tutto il periodo dal 1968 all’inizio degli anni Ottanta. Responsabile di questa perenne turbolenza la capacità del movimento di spiazzare continuamente sia sindacati che partiti di sinistra. Una perenne fuga in avanti che le strutture storiche del movimento operaio non avranno mai in pugno.
Ma la situazione italiana è sicuramente influenzata anche da fattori esogeni. Risente notevolmente insomma della tensione internazionale cui il nostro paese per motivi storici e geografici è sottoposto per tutta la “guerra fredda”. Paese di confine tra i paesi dell’Alleanza atlantica e quelli del Patto di Varsavia, l’Italia è per quasi vent’anni terreno di scontro tra i servizi segreti dei due scacchieri. Il nostro Paese inoltre ospita il più grande partito comunista dell’Occidente. E’ un sistema apparentemente bloccato. Dove il Partito comunista, forte di più di un terzo dei consensi del Paese, è essenzialmente un partito “antisistema”. Un partito cui la gestione del potere, a parte quello delle amministrazioni locali, è precluso. L’apertura della Democrazia cristiana ai primi governi di centrosinistra segna un avanzamento del riformismo italiano. Ma si tratta sempre di riforme che, se da un lato liberano nuove energie, dall’altra creano situazioni di forte tensione sociale. La riforma scolastica ad esempio rimane a metà. L’accesso all’università viene liberalizzato ma le strutture rimangono quelle arcaiche di prima, assolutamente insufficienti alle trasformazioni del Paese. Fattori di tensione che fanno delle università italiane luoghi di diffuso disagio. Con segnali di crescente intraprendenza da parte delle nuove figure sociali, con la costante crescita del Partito Comunista, si sviluppano, in ambienti filoatlantici e post-repubblichini, tentativi di scaricare sulla sinistra (sul movimento più che sul PCI) la responsabilità di tutti gli atti di violenza. Tentazioni di una spinta repressiva che dia un giro di vite alle crescenti richieste di democratizzazione. Si arriverà, come scritto sui manuali di storia e nelle sentenze dei tribunali, alla progettazione di veri e propri golpe, alle stragi fasciste appoggiate da ambienti statunitensi.
La strategia della tensione, che prende origine proprio nell’autunno-inverno 1969 e che si prolungherà profondamente nel decennio successivo, è esattamente questo: il tentativo di risoluzione delle contraddizioni politiche e sociali espresse dai movimenti impiegando non una risorsa tipica della società politica (come appunto la mobilitazione, il controllo di essa e la mediazione) ma una risorsa tipica dello Stato – apparato (come la forza) […] L’inconsistenza della mobilitazione di piazza della cosiddetta ‘maggioranza silenziosa’, ridottasi in pratica al puro uso squadristico di gruppi neofascisti, da una parte; la difficoltà della Dc di sfruttare elettoralmente il panico dei ceti medi di fronte alla protesta sociale…dovettero convincere una parte consistente della classe dirigente italiana a considerare l’illegalità come una chance accettabile se non addirittura opportuna (2).
1) M. Revelli, Movimenti sociali e spazio politico, in F.Barbagallo, “Storia dell’Italia Contemporanea”, Torino, Enaudi, 1995, p. 394. 2) Ivi, p.467.
(2-CONTINUA)

sergio falcone 17/08/2007 21:09


No Dal Molin: lettera aperta a artisti e musicisti contro la guerra e le basi militari
Venerdì 17 agosto 2007

A Vicenza da oltre un anno, c’è una comunità in lotta, donne e uomini di tutte le età e provenienti da diverse esperienze cercano ogni giorno, tenacemente, di impedire la devastazione della propria città. Vicenza città dichiarata patrimonio dell’Unesco, è già altamente militarizzata: le nostre colline sono usate come depositi bellici, un intero quartiere è già occupato da migliaia di soldati Americani pronti a partire per vecchi e futuri teatri di guerra. E ancora non gli basta. A poche centinaia di metri dal centro cittadino, nell’area dell’aeroporto Dal Molin vogliono costruire la più grande base Americana d’Europa. Vicenza rifiuta di essere complice alla guerra globale; in questa lotta i Vicentini, cercando di resistere all’ipocrisia e all’arroganza di tutti governi, assieme alle altre realtà che si battono per la difesa dei beni comuni, si sono scoperti comunità e sono sempre più determinati a difendere la terra per un futuro senza basi di guerra. Per questo motivo dal 6 al 16 settembre il Presidio Permanente ha organizzato un Festival per ribadire attraverso azioni dirette, dibattiti, conferenze, concerti e spettacoli teatrali il No al Dal Molin e la nostra determinazione a bloccare le ruspe e fermare i lavori quando inizieranno. Ci appelliamo quindi a voi, artisti e musicisti, che condividono il nostro netto rifiuto alla guerra e alla militarizzazione dei territori, di essere con noi in questo grande laboratorio sociale come il 17 febbraio scorso in occasione dell’oceanica manifestazione per le vie della nostra città. Uniamoci per far sentire forte la voce di chi vuole fermare la guerra e il Dal Molin. Contattateci per organizzare la vostra presenza alla 10 giorni di eventi. comunicazione@nodalmolin.it

sergio falcone 17/08/2007 04:13


LIBERTA' PER PAOLO PERSICHETTI!
LIBERTA' PER I COMUNISTI!

sergio falcone

sergio falcone 16/08/2007 20:25

I giornali a processo: il caso 7 aprile - Prima puntata

di Luca Barbieri

Ormai sappiamo tutti (con l’eccezione di Claudio Magris, che chissà dov’era negli ultimi trent’anni) che Toni Negri non era il capo delle Brigate Rosse, né il telefonista dei rapitori di Moro, né l’assassino di Carlo Saronio. Eppure un giudice, su basi così palesemente assurde, imbastì nel 1979 il processo simbolo del periodo dell’ “emergenza”, rimasto noto come “il caso 7 aprile”. Vi furono coinvolti prima una ventina di imputati, quasi tutti docenti e ricercatori della facoltà di Scienze Politiche di Padova, poi divenuti oltre un centinaio. Molti furono incarcerati, altri costretti all’esilio, uno (“Pedro”) perse la vita, ucciso dalle forze dell’ordine mentre era armato di un semplice ombrello. Inutile dire che gli assassini di Pedro rimasero impuniti, e che il magistrato che gestì il processo ha tranquillamente fatto carriera. L’impianto dell’inchiesta crollò solo grazie alle confessioni di Patrizio Peci, che dimostrarono come Negri, Scalzone e gli altri del 7 aprile, con le Brigate Rosse, non avessero nulla a che spartire.

Simile mostruosità giudiziaria, che vide applicate tutte le prassi inquisitorie denunciate da Italo Mereu in Storia dell’intolleranza in Europa (Bompiani), a partire dall’uso di pentiti lesti ad addossare ad altri le proprie colpe (nello specifico Carlo Fioroni, rapitore e assassino di Saronio), non sarebbe stato possibile senza il concorso della stampa, pronta a fare di Toni Negri, attraverso le sue “grandi firme” e con l’ausilio di qualche foto in cui l’intellettuale faceva smorfie, il mostro per eccellenza, il nemico di una nazione intera. Era già accaduto con Pietro Valpreda, accadrà di nuovo con Cesare Battisti.
Carmilla ha già pubblicato, tre anni fa, una nuova prefazione alla tesi di laurea di Luca Barbieri (oggi stimato giornalista) I giornali a processo: il caso 7 aprile. L’unica analisi completa, equilibrata ma agghiacciante, di come i quotidiani raccontarono ai lettori un errore giudiziario clamoroso, e influenzarono i suoi sviluppi. Ora proponiamo a puntate ampi stralci di quel testo, a partire dall’introduzione originaria. Nella speranza che qualcuno lo legga e riferisca finalmente a Claudio Magris che il telefonista delle BR non era Toni Negri, bensì Mario Moretti.] (V.E.)


INTRODUZIONE

a Guido Bianchini


(c) 2002 - Si consente la riproduzione parziale o totale dell'opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.

Questo lavoro nasce da un vuoto e dall’esigenza, tutta personale, di colmarlo. Nasce dalla percezione di una rimozione, di un tabù, di un’assenza che emerge ai confini del discorso politico e pubblico di Padova, la mia città, ma anche del resto di Italia. Un riferimento allusivo, che non si trasformava mai in spiegazione, a un fatto accaduto alla fine degli anni Settanta (sì, ma quando esattamente?) e che dava alla mia Università, quella che avrei frequentato, e quella che poi ho effettivamente iniziato a frequentare, un carattere “maledetto”. Mi sono sorpreso poi, una volta svelato il “mistero”, a ricollegare a questo “buco nero” tutti i riferimenti sentiti, e subiti, alla facoltà di Scienze politiche, gli ammonimenti a non frequentarla (non era una “facoltà seria”, dicevano). E poi altri discorsi confusi eppure unanimi: il voto politico, la violenza estremista della città che lì avrebbe trovato il suo epicentro. Infine un nome, uno solo, Toni Negri, capace di evocare allo stesso tempo scandalo, sdegno e quasi paura. Sì, ma perché? La sensazione era che molti ne parlassero senza sapere, che questo “non detto” della storia padovana fosse diventato semplicemente un luogo comune, che a me però pareva pesare come un macigno, indiscusso e indiscutibile.
Lo strappo decisivo, dalla percezione di un’assenza all’azione per colmarla, è stata la scoperta, quasi casuale, del volto degli altri attori della vicenda. Più importanti, nella loro “consistenza” ed “esistenza” di tutte le chiacchiere di questo mondo. Nomi e volti che conoscevo e che facevano parte del mio paesaggio urbano. Storie personali, percorsi culturali, emozioni (sofferenze e gioie) che hanno coinvolto centinaia di padovani. Un numero che chiedeva di essere raccontato e che invece era ancora imprigionato da un velo di silenzio. Perché?
Per questo, quello che ho scritto è in parte un lavoro sulla mia città, sui suoi silenziosi abitanti e su una storia che percepivo ma non riuscivo a leggere. E non ci riuscivo semplicemente perché non è mai stata scritta. Non esiste una “storia” del 7 aprile. Ne esistono giudizi, commenti, analisi, ricostruzioni parziali. E in maggior parte tutti lavori scritti e pubblicati nei primi anni Ottanta. Ma i processi poi, com’erano andati a finire? Alla fine di tutto, il professor Negri di cosa era stato riconosciuto colpevole? Mi sembrava una necessità così banale, ma importante, che mi meravigliavo che nessuno avesse provato a ricostruire in un libro la storia del processo 7 aprile. Dalle accuse iniziali alla sentenza. Mi sembrava, e mi sembra tuttora, il primo passo da compiere, per uno che non si intenda di diritto, per poter poi parlare di tutto il resto.

Da qui la necessità di ricorrere ai racconti personali e ai quotidiani per seguire l’evolversi della vicenda. Anche perché il ruolo della stampa nella vicenda era stato, si diceva, di gran rilievo. L’idea iniziale alla base di questo lavoro era quella di poter riuscire a confrontare due percorsi: quello della storia, e quello della storia raccontata dai quotidiani. Era un intento “ingenuo” perché i due percorsi in realtà si incrociano fino a dar forma ad un intreccio difficile da districare. Ne è uscito comunque un quadro, spero abbastanza chiaro, di quello che è stato il caso 7 aprile sulla stampa quotidiana, e cosa esso ha rappresentato per il Paese.

In questo lavoro ho tentato innanzitutto di ricostruire il contesto storico della vicenda sotto diversi aspetti: uno più generale, che ha dato vita al capitolo primo, e uno più particolare che riguarda la storia dell’operaismo, dei gruppi extraparlamentari e del terrorismo, con considerazioni ed elementi che sono stati sfruttati in diversi capitoli. Ho tentato poi, e questo forse è stato uno dei compiti più gravosi, di mettere ordine alla storia del 7 aprile (il capitolo secondo) prendendo ed incrociando informazioni da diverse fonti: i libri esistenti e le ricostruzioni giornalistiche. Informazioni abbastanza disomogenee e spesso incoerenti che hanno creato più di un grattacapo.
Ho proceduto poi all’analisi degli articoli recuperati nel corso di un anno, tra la fine del 2000 e il 2001, che ho utilizzato in due modi: tentare una ricostruzione della storia del 7 aprile come raccontata dai quotidiani (il capitolo terzo), ovvero la delineazione di una narrazione, e poi “estraendo” dagli stessi articoli il materiale che è servito ad individuare i ruoli e i personaggi che, nel racconto della carta stampata, “abitano” il 7 aprile (il capitolo quarto). Infine ho tentato di individuare nel capitolo quinto alcuni elementi strutturali, attinenti alla professione giornalistica, che hanno contribuito a creare “distorsioni” nel racconto della vicenda in esame; nel capitolo sesto, ho avanzato, anche grazie ai contributi di altri autori, qualche ipotesi sul ruolo della stampa nell’intera vicenda.

Infine, tra il novembre e il dicembre del 2001, ho ritenuto opportuno intervistare alcuni dei protagonisti di questa vicenda. Questo per due motivi: saperne di più, direttamente dai protagonisti, del rapporto stampa-magistratura, e avere in secondo luogo una “lettura” da parte di chi la vicenda 7 aprile l’ha vissuta abbastanza da vicino. Ho così contattato tre giornalisti (Corriere della Sera, Gazzettino, lUnità) e due magistrati (Giovanni Palombarini e Pietro Calogero). Purtroppo il Procuratore capo della Repubblica di Padova Pietro Calogero, pubblico ministero al processo 7 aprile, non ha accettato la mia richiesta. I testi completi delle quattro interviste effettuate costituiscono l’appendice.

Nota metodologica

Gli articoli alla base di questa analisi sono stati recuperati in gran parte nell’archivio del Corriere della Sera a Milano nella storica sede di via Solferino, e in parte attraverso la consultazione dei microfilm disponibili nella biblioteca di Scienze politiche dell’Università di Padova.

Degli articoli presenti nell’archivio del Corriere (diverse migliaia e di diverse testate), tutti archiviati sotto la voce Autonomia, ne sono stati selezionati e analizzati solamente alcuni in corrispondenza dei passaggi più significativi dell’inchiesta e del processo. Dai microfilm si sono invece recuperati principalmente i quotidiani del 1979 (Repubblica, Unità, Manifesto e lo stesso Corriere): in modo sistematico per quanto riguarda i mesi di aprile e maggio e poi in corrispondenza delle altre date significative dell’inchiesta.

Fin dal principio avevo scelto di soffermarmi più sugli articoli di cronaca che su quelli che solitamente fanno “opinione” (editoriali ed interventi). Questo per due ragioni: la prima è che questi sono già stati esaminati con più attenzione da altri autori, e la seconda è che essi rientrano difficilmente in una analisi del lavoro giornalistico. Seguono cioè un’altra logica, e sono meno utili per una ricostruzione di come la categoria dei giornalisti ha vissuto la vicenda.

Alla fine l’analisi sul testo intero dell’articolo è stata condotta su un corpus di 544 articoli. Di questi 256, circa la metà, riguardano l’annata 1979; 68 sono del 1980, 34 del 1981, 28 del 1982, 32 del 1983, 50 del 1984, e 46 degli anni dal 1985 al 1989. Una trentina di articoli riguardano gli anni Novanta. Per quanto riguarda le testate: 181 sono articoli dell’Unità, 127 del Corriere della Sera, 94 di Repubblica, 74 del Manifesto, i restanti di altre testate (Gazzettino, La Stampa, Il Giorno, Paese Sera, Corriere d’Informazione, Il Giornale, Gazzetta del Popolo, Lotta Continua, Avanti). Questi sono gli articoli di cui è stato utilizzato tutto il testo. Alcune considerazioni, in particolare sulla titolazione, sono state però condotte su testi consultati esclusivamente a video, attraverso i microfilm, ma non riprodotti. L’analisi di Unità e Repubblica è anche stata arricchita dal contributo di Pasquino Crupi, che ha condotto un esame abbastanza sistematico di queste due testate per l’anno 1979 nel suo libro Processo a mezzo stampa.

Cosa manca?

Avevo supposto all’inizio di riuscire ad offrire una disamina accurata anche di quanto raccontato sulla vicenda dai giornali locali (Gazzettino e Mattino di Padova). Non vi sono invece riuscito in modo sistematico per diverse difficoltà, non ultime una sterminata mole di materiale in più, e la sensazione che avrebbero in qualche modo modificato la prospettiva di un lavoro che si stava indirizzando maggiormente sulla stampa nazionale. In effetti l’atteggiamento della stampa locale, significativo e influenzato anche da dinamiche profondamente differenti rispetto alla stampa nazionale, meriterebbe un lavoro a parte.

(1-CONTINUA)

Archivio