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16 août 2005 2 16 /08 /août /2005 00:00

Uno sciopero della fame, quand’anche fosse per la migliore delle cause, resta una cattiva azione. Ovvero una cattivazione: perché dietro la nobiltà dell’urlo non può non affiorare l’aspetto di ricatto, di strumentalità, la piccola oscenità da reality show. Non arrivo all’intransigenza bordighiana, venata di moralismo, per cui un libro firmato è la forma estrema del concetto proprietario. Invece penso che un libro è sempre un po’ una lunga lettera agli amici. Lo sciopero della fame, in questo senso, è sempre un messaggio nella bottiglia. Contro chi, per dirla con la freddura sul matrimonio?

Va quindi sempre equilibrato, per non (ab)usare di un rapporto di potere, necessario finché non finisca per castrare la potenza. Abbiamo imparato da Spinoza che il potere non è solo su ma anche di. I queruli si fissano sulla dialettica sopra-sotto e dimenticano la lezione foucaultiana sulla microfisica del potere, sulla loro natura (anche) di rapporti creativi. No, per me l’unico limite è lo strapotere.

Solo con quest’impianto culturale, allora, si può comprendere come un fatto globalmente positivo come la logica (e la pratica) della rivendicazione sia intrinsecamente ambiguo. I preti rossi di Servire il popolo accusavano di economicismo noi di Potop. Noi chiedevamo l’abolizione del cottimo e aumenti uguali per tutti, loro invece invocavano un egualitarismo al ribasso, con la ripartizione del cottimo alla pari, in puro soggettivismo. Eppure c’era qualcosa anche nel loro buonismo: negli stessi anni le batterie di bravi ragazzi che interpretavano il rifiuto del lavoro nella pratica del salto del bancone, rompendo la tradizionale spartizione gerarchica della vecchia mala, introducevano il metodo “comunista” della “stecca para” (uguale partecipazione al bottino tra chi aveva svolto il “lavoro” e chi no). Dal nostro canto noi non pensavamo alla rivendicazione “perfetta” come la tempesta del film, capace di far saltare il piano del capitale o di innescare, per via pedagogica, la rivoluzione. Eppure sapevamo bene che la rivendicazione riconosce la controparte ma non per questo, semplicemente, nega l’inimicizia. Ci ho messo più tempo a scoprire, invece, i dispositivi della dipendenza dispotica, fino al limite dell’assassinio, come il vampiro che ha bisogno del sangue delle sue vittime…

E seppure coglie nel segno Nietzsche quando intreccia i destini di odio e conoscenza, l’odio come odio non può rimanere tale. Certo, Bresci è violento ma l’odio che si arravuglia ignobilmente in sé senza attingere all’estremo gesto è ancora peggio: che cos’è il pensiero ridotto a propaganda, caccia al colpevole, risentimento se non un fiele impotente che impedisce il il passaggio all’atto*?

A questo punto possiamo anche mettere sul tavolo la domanda assoluta di Canetti: quando si smetterà di uccidere? Non si può governare senza crimine: prima di Sancho Pancia l’aveva spiegato Machiavelli. Gli statisti, quindi, sono TUTTI sepolcri imbiancati. Ma è un atteggiamento da fessi quello dei nostri che contrappongono: al vostro confronto NOI non siamo terroristi. Al limite questo discorso può valere sul terreno della punizione non dell’ontologia.

Per questo, la pur suggestiva idea della Commissione Sud Africa, riproposta in occasione della querelle sulla “prescrizione per Primavalle” con il suo codazzo osceno, è stata mal posta. Perché parte dal presupposto che noi siamo gli unici impuniti. In un Paese in cui l’unico processo per strage concluso con una condanna (la stazione di Bologna) vede liberi (grazie ai benefici penitenziari) i due colpevoli! Evidentemente perché neanche i giudici demandati all’esecuzione della condanna sono convinti della loro colpa: come potrebbero altrimenti loro, che credono alla potenza salvifica della pena, mettere fuori gli autori di tanto massacro? La commissione per la verità ha funzionato perché ha messo sullo stesso piano zulù e boeri, Mandela e Van De Klerk, aguzzini e vittime. Ecco: questo lo ammetto. Anche noi abbiamo bisogno di un’epoché per arrivare all’amnistia. E allora bisognerebbe convocare una conferenza sul tema “Crimine e politica” e allora potremmo starci anche noi, per tentare di rispondere alla domanda assoluta: quando si finirà di uccidere? Un’intenzione disperata, certo, finché prevarrà l’ossessione penalistica, dei teologi che non sopportano la felice intuizione di Balthazar: l’inferno è vuoto.

L’ho già detto. Lo sciopero della fame è contro qualcuno. E quindi lo sbatto in faccia a tanti. Anche ai colleghi combattenti. Anche ai rifugiati, che considero commensali, gente di famiglia. Sarà brutto ma la radicalità dell’atto, la dignità del mettermi in gioco anche per loro (o forse malgrado) mi permette di cantargliela cara. Per il loro bene. Come una felice mossa schizoanalitica, per dirla con Guattari. Proprio a partire dalla loro reazione: perché io sarei disposto veramente a pagare un benintenzionato capace di sfruttare cinicamente il mio sciopero della fame. E invece niente.



L’indignazione

Il discorso su questa benedetta indignazione è contiguo al problema dell’organizzazione della cazzimma. Spargere fiele su fiele non è la violenza, è molto peggio. Dalle parti nostre si parla sempre, si straparla della violenza, ma la violenza è un po’ una conseguenza e non è detto che sia la peggiore, se non diventa sterminio, o si manifesta su base deterministica e/o colpevolistica. L’anarchico che nel regicidio dà corso al suo odio di classe, seppure in forma elementare, si riscatta almeno in parte –  come dice Camus – per il fatto che si mette in gioco. E’ evidente la superiorità etica di un duello rispetto a un agguato, che poi è anche un riduttore della violenza che si usa. Il regicidio, a cavallo tra i due secoli, dà uno sbocco terribile sul piano umano eppure non privo di tenerezza e di speranza. Quando il fiele non ha più nemmeno quella base di una classe contro un’altra ma diventa semplicemente un fatto di faziosità più o meno a specchio, il fatto che poi non si passi all’atto per ideologia del legalismo, che è anche una messa in forma della paura e dell’orrore del rischio, rende non solo quel tipo di fiele una forma di risentimento impotente più ignobile di quello che passa all’atto, ma è anche più carico di distruzione. Perché magari uno non ammazza il re ma uccide moralmente o fisicamente a cominciare dai figli e da quelli che gli stanno intorno. E da se stesso.

O si mette in discussione la cosa a monte e più profonda o si parte dal problema di una censura della conseguenza del passaggio all’atto. E’ giusto,  non è giusto, o meglio: è ragionevole? Si potrebbe dimostrare che è controproducente proprio sul piano della dose di crudeltà, dell’infelicità che produce. Capisco che per una logica giudiziaria uno dei modi di non renderla totalitaria è introdurre la distinzione elementare che per la testa di uno può passare tutto, non si possono censurare non solo gli scritti ma neanche le intenzioni. Perché le intenzioni sono inattingibili. E’ un discorso di etica giudiziaria, non perché quello che passa per la testa – soprattutto se viene elaborato pubblicamente e messo in giro – sia in sé meno dannoso dell’atto materiale. Ognuno poi ha i suoi criteri…

 IMG: Diego Rivera

 

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Published by Oreste Scalzone - dans ESTATE 05
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