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6 septembre 2007 4 06 /09 /septembre /2007 02:18

"…per quanto voi vi crediate assolti, siete tutti coinvolti"
Vedi l'appello su http://www.donvitaliano.it/



Breve, conciso “biglietto” di sostegno di Oreste:

Carissimi,


                  lo schierarsi con Francesco contro lorsignori  è, direi, più che un dovere o un piacere, un riflesso. “Dell'ordine della necessità, in senso spinoziano, più ancora che della scelta, in senso sartriano”, come aveva scritto Cavailles, matematico, spiegando ai suoi amici che non poteva non partire con i ribelli - “partire, partirò, partir bisogna …” --  andando, con molto disincanto e senza troppe illusioni, nel maquis della Resistenza, da cui non sarebbe tornato.   Che uno come me si schieri, è dunque in qualche modo un truismo, come il cane che morde l'uomo … Non si tratta nemmeno di “far di virtù necessità”, perchè per una firma non si può certo parlare di virtù. Avrei piuttosto voluto (anzi, avevo cominciato a farlo)  scrivere una lettera personale e aperta, dunque diciamo socchiusa, a Francesco, per proporre a lui - e per suo tramite, come è proprio del genere in questione, alla Compagnerìa… insomma, prendendo un po' Francesco come "nuora" per parlare a tante "suocere" - per proporre, dunque, qualche ulteriore elemento di riflessione. Ma poi, come al solito, questo era divenuto un lungo incipit, anacoluto, ricominciato, suddividentesi in rivoli e ramificazioni. E poi, la vita ti taglia i tempi, e sopraggiungono voci, fatti, cose che ti risucchiano sempre da un'altra parte (o almeno a me succede quasi sempre così, e bravo chi sa difendersene!). 

      Il 'sopravveniente' in agguato, sempre pronto a ghermirti così come il suo fratello crudele, il malinteso, questa volta è stato la mazzata dell'arresto e della messa sotto procedura di estradizione di Marina Petrella. Questo (tanto per introdurre un elemento immediatamente umano, di emozione intima che riguarda il territorio esistenziale di chi scrive) il giorno prima del suo compleanno, questo 21 agosto del 2007 che è anche cinque anni esatti meno tre giorni dopo l'arresto di Paolo Persichetti a Parigi, questa volta per essere mandato direttamente in galera in Italia 'come un pacco postale'.     

      Ma non è questo il tema qui e ora. Mi si consenta di dire che i predatori allora in carica, i tagliagole dell'epoca, si chiamavano Giovagnoli Paolo, sostituto procuratore della Repubblica di Bologna, o Castelli il Guardasigilli, di cui mi è difficile ricordare il nome, a dispetto della mia buona memoria. Per funzione, il corrispettivo odierno è rappresentato da Mastella da Ceppaloni ; dall'ex avvocato dei pentiti sottosegretario Li Gotti, missino trasformista che Sofri ebbe a suo tempo a definire “un teppista” ; e non so se devo aggiungere il senatore sociologo Luigi Manconi da Lotta Continua, poi Verdi, ora Ds e domani Pd. Devo solo dire che, pur con tutta la volgarità “kitsch” da nuovo ricch…issimo, strenuo imitatore di look alla Franco Califano, il dottor Berlusconi Silvio non era arrivato all'empietà di sfoderare in uno sghignazzo i suoi 64 denti aguzzi, come ha fatto coi suoi -- denti da vecchio boiardo dell'industria di Stato, da esponente della "razza padrona" clerico-carrista -- il kapataz del Governo in carica Prodi Romano. Che lo ha fatto svergognatamente mentendo, non so se sapendolo o no (d'altronde non saprei dire cosa sia più grave), col suo straparlare vaniloquiante e sguaiato di “brillanti operazioni anti-terrorismo della polizia francese”, la quale avrebbe  “assicurato alla Giustizia una pericolosa latitante”. Ora, in una semiosfera non impazzita, un termine come “pericoloso” si riferirebbe a qualcosa di attuale, o di prossimo venturo: il Signor Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana ha dunque incontrovertibilmente mentito: meglio - innanzitutto per lui -- sarebbe che cercasse di far dimenticare almeno questa ulteriore abiezione dentro una già  infima storia ignobile, ritrattando una falsità patente. (…)  

     Nella lettera a Francesco dicevo - e tenterò, se potrò, di tornarci su - che non va comunque dimenticato che per la verità un tasso insopportabile di omicidî bianchi ha caratterizzato il sistema padronale italiano come fenomeno (si diceva un tempo) “strutturale”. E' probabile che la precarizzazione e le forme di super-sfruttamento che si scaricano in particolare sulla migranza, con condizioni di lavoro e di vita che arrivano in qualche caso a sfiorare le forme estreme del capitalismo dell' “economia socialista di mercato” nella Repubblica popolare cinese, producano un'ulteriore impennarsi di questo sterminio silenzioso. Certo è che né una modalità e forma, né una legge - che pure va combattuta - né i suoi mèntori e demiurghi devono finir per costituire un diversivo, una sinneddoche, una pars pro toto, che occulti la natura del “sistema mondiale integrato” (come lo definivano Deleuze e Guattari)  capitalistico-statale, o se si vuole, tecno-economico-politico. Ecco: ai compagni che pudicamente parlano sempre di "neo-liberalismo" e non oltre, più a fondo, alle radici, vorrei dire in proposito, in tutta fraternità : “camarades, encore un effort !”, ancora uno sforzo per essere sovversivi, con una qualche chance di effettualità… 

      Caro Francesco, solo per ricordarti ciò che sai: che i morti e i feriti sul lavoro sono appena la punta dell'iceberg dei morti di lavoro. I Gap di Giangiacomo Feltrinelli, “Osvaldo”, cominciarono col sabotare le betoniere dei cantieri dei morti ammazzati per cupidigia padronale di profitto: nel nome di Canossi, che non era un eroe partigiano, ma un semplice muratore crepato cadendo da un'impalcatura. 

      I “sepolcri imbiancati” che attaccano Francesco sono, oltretutto, quelli che, nel quindicennio trascorso di vita malvissuta di questa caricatura sinistra che è la “prima Repubblica &mmezzo” in eterno corso d'opera,  hanno quasi integralmente sostituito nel cuore di quelli e quelle di cui son riusciti a manipolare l'infelicità, hanno sostituito, dicevamo, all'esercizio della critica radicale e, in fondo, all'inimicizia dichiarata, un' assurdità atroce, la denuncia, la propaganda peraltro “autistica”, a proprio uso e consumo, e divenuta succedaneo, 'prodotto di sostituzione' del pensare.

      Hanno sostituito a questo, alla confutazione, alla lotta, la spasmodica ricerca di un colpevole personale, il legittimismo vittimistico/

/colpevolizzante, l'ossessione del punire. Lo hanno fatto, per fini di pura faziosità da concorrenza di mercato (competitività/concorrenza sia pure talvolta feroce, 'a morte', che implica però sempre una relazione mimetica iperbolizzante la specularità omologica dei poli costituenti 'Coppia' ).

      Hanno sparso a piene mani la 'passione triste' del risentimento, nel mentre che esorcizzavano l'inimicizia, alla quale venivano a sostituire  un moralismo giustiziere ad hominem, una sorta di 'razzismo morale'  che prende la forma di pervasiva tossicomania penale:la quale, alla fine, si coalizza coll'odio di classe dall'alto in basso, censitario, contro i poveri, gli “stracciaculi”, la schiuma, e soprattutto quanti fra essi che si rifiutino di finire 'sommersi' e zitti, e anche semplicemente resistano.  C'è da aggiungere che, nella loro assoluta assenza di riflessività e simmetria dei giudizi, si sono ovviamente ben guardati dall' applicare al giustizierismo populista nella forma di terrorismo giudiziario le critiche che con aria da Soloni avevano tanto bene saputo sfoderare nei confronti di azioni dirette come quelle della “Brigata Gap Canossi”.   

      Caro Francesco, a questi esorcisti di ogni forma di insorgenza violenta e per questa via di ogni conflitto e perfino di ogni elementare gesto di libertà, occorre opporre, per cominciare, il più glaciale disprezzo. L'estraneità più ostile alle loro chiamate a schierarsi dietro, sotto le loro bandiere-specchietto per allodole. Anche quando assomigliano a qualcosa di accettabile. Anche quando possono assomigliare, occorre lasciarli andare da soli, e noi per nostro conto. Insomma : “a chi chiama / rispondiamo NO !”.

      Anche quando dovessero sembrar proporre nostri stessi obiettivi, resistenze, controffensive, attacchi, alle scadenze loro, sottraiamoci. Scegliamo date, piazze, tempi e luoghi diversi, distanti, che non s'incrocino. (Tra l'altro, questi “buoni a nulla capaci di tutto (il peggio) in nome di

niente (ormai, oltretutto)” sono anche come decerebrati : dunque all'inizio, puoi star tranquillo, sarebbero tutti contenti di una nostra diserzione dalle loro piazze, le “loro” piazze! Penserebbero che noialtri “sporchi e cattivi” togliamo il disturbo, e li lasciamo celebrare i loro spettacolONI, nei loro teatrini…, poi che prendono le strade delle città come i loro salotti buoni… E noi…, noi : basta, già dato! ). 

      Basta, già dato: Pensa solo al Trentagiugno 'opening night' (opening ni…cht?) del LuglioSessanta quarantasette anni fa a Genova, tra i carrugi della “Casbah” e piazza De Ferrari; pensa a quarantacinqu'anni fa, PiazzaStatuto - lo racconta in un bellissimo rap Sante Notarnicola, puoi trovarlo “su Internet” -- ; pensa a Praga a Goteborg a Genova 2001 ; pensa a Milano un paio d'anni fa… Basta con l'andargli a fare le teste di turco, gli ascari, le tricoteuses, la teppa populistica che - a prezzo di collaborare all'annientamento di ogni propria autonomia, fa da concime (del tipo del 'white shit' o dei 'cekisti'... eddiciamocelo!) all'instaurarsi di un potere, e anche di un 'Terrore' (nel senso specificamente della normalizzazione rivoluzionarista-controrivoluzionaria costituita dal modello giacobino reincarnato dal bolscevismo), di un regime statale del tipo di quello che Makajeskij definiva “il socialismo degli intellettuali”.

      Basta col precipitarci come il toro contro la muleta ad ogni loro 'chiamata'… che  poi il primo giorno va bene, ben-veniamo, e dopo due giorni cominciamo a puzzare - “magliette a strisce-lumpen, teppisti, sfascisti, schiuma, poco-di-buono, casseurs, 'selvaggiume', 'canaglia pezzente', lumpen-pronti-a-vendersi-per-niente”, diciamo pure 'racaille'… Il terzo giorno poi, diventiamo sospetti, “loschi, provocatori (con la O chiusa, proprio, manco aggettivo, no : pronome, 'sostantivo', come avviene per 'Terrorismo' e 'terroristi' nel caso dei  Paolo Bolognesi e dei loro infami Maestri tipo Tranfaglia col suo 'Doppio Stato'…[°°°]). Basta, insomma, con l'andare avanti, buttarci allo sbaraglio per loro, col rappresentare una nuova figura della “carne-da-cannone” come quella che “..Voi marciate ma, attenti! :  il nemico marcia alla vostra testa...”, come diceva Brecht della carne da trincee e “salta o crepa!”, salta fuori e bùttati contro reticolati, snipers e nidi di mitragliatrici, o crepa sparato alle spalle dall'ufficiale  (e si potrebbe/dovrebbe dire, piuttosto, oggi e da gran tempo, 'nella vostra testa'…).

      Basta con l' essere come 'destinati' già prima, già in partenza a fare poi da capri espiatorî  da sconfessare, stramaledire, “ingrassandosene” dunque prima e dopo, all'andata e al ritorno, al dritto, & al rovescio

      Basta : bisogna dire, e innanzitutto dirci, che, per cominciare, noi scegliamo date, luoghi, contesti, forme, obiettivi, passioni altri, radicalmente diversi, incompatibili.  Nojaltri : “ComuN'autonomi”, libertari… Nojaltri [al maschile, al femminile e comunque si voglia declinare], starei per dire, “Comunarderìa”...

[Qui, caro Francesco, si aprirebbero porte dietro porte dietro porte... C'è una canzone -vedi?- che a prima vista sembra rivoluzionaria, ma traduce la doppia arroganza e il segno della controrivoluzione lassalliana[forse che dovrei citare, come luogo dove trovare una qualche 'divulgazione' sul “praxèma-Lassalle” &tcetera, il piccolo <Vademecum>, di Orest'&C, immaginapoli edizioni, libro al 'top one' dell'invenduto ?], traduce l'arroganza “becchina” delle due prime 'Vulgate' lassallo-kautskiane, quella socialdemocratica, in ispecie tedesca, e quella bolscevica.

Recita, la canzone : 'Non siam più la Comune di Parigi / che tu, borghese, schiacciasti nel sangue/ Non più plebi umiliate e derise / ma la gran massa dei lavorator '. Ah, si? “Plebi umiliate e derise” le moltitudini della primavera '71? Quelle del “18 marzo, che sarà sempre e dovunque la più gran festa del proletariato” ? Quella Comune che fa parlare Marx di “forma finalmente scoperta” che mostra che “il proletariato non può liberarsi che da sé” ? [...]. 

  Mi vengono alcune considerazioni : invece di seguire in toto o esecrare in blocco le considerazioni di Marco Revelli sulle macerie anche 'antropologiche' novecentesche da abbandonare, perché - non foss'altro che, in qualche caso, per astuzia da 'puer fortis et malitiosus' - non si circoscrive ciò che va rigettato alla contraffazione d'origine kautskiana di un Marx “lassallizzato”, di un 'asse ereditario' giacobino-bolscevico ricostituito post festum, a ritroso, e il cui specifico è non già l'inimicizia e la violenza ma la sua forma “eccezional-statalista”, e più specificamente la falsariga del 'Terrore'

  Su questi nodi, Francesco, credo si dovrebbe anche applicarsi e riapplicarsi: per quanto mi riguarda, sto mettendo a punto alcuni contributi che da qui si dipartono]. 

      Se no, se non almeno questo, cosa vuol dire, di grazia, “esodo”?  Sarà, o no, più facile praticare, intanto, una risoluta fuoriuscita, un radicale distanziamento rispetto a questa superfetativa 'munnezza' figurata, la loro, che svincolarci dai tentacoli sistemici a livello di “vita materiale” (sistemi di trasporto, energia, acqua, telecomunicazioni…, e chi più ne ha più ne aggiunga… che so, pompe funebri, salute…) ?. 

Ora devo 'staccare'. 'Tu chiamale, se vuoi…ossessioni', per me fa lo stesso.

                    

            Intanto ti/vi saluto,

Sapri, 28 agosto 2007                                          Oreste

                                                                                                                 (segu…irebbe, continu...erebbe.

      E potrebbero anche seguire interventi, adesioni, o correzioni di quanti e quante in qualche modo si riconoscessero nel drittofilo di questo punto di vista. Ah, dimenticavo: quasi non correggo per evitare di (ri)riaprire il file e non finirla più).   

                                                                    Un abbraccio.  Os   

                                                                                                                                   
 

                                                                                 


 

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Published by Oreste Scalzone - dans orestescalzone
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sergio falcone 08/09/2007 12:30




Il '77 secondo Cossiga

[Gnosis, la rivista dei Servizi Segreti italiani pubblica una lunga intervista a Francesco Cossiga sul '77. La proponiamo, lasciando piena autonomia di giudizio rispetto a quanto Cossiga va dichiarando]
Sul 1977 in Italia, in occasione del trentennale, le rievocazioni si moltiplicano. Memoria, storia, analisi socioeconomica, letteratura, critica, persino autocritica. Le riflessioni ruotano attorno ad alcuni interrogativi. L'antagonismo nasce dalla struttura sociale? O dalle culture politiche? Oppure dalle chiusure della politica ufficiale?
Coloro i quali ritengono che l'inizio, la madre del 1977, sia stato il '68, sbagliano. Che alcune delle idee, alcune delle persone del '68 siano poi venute al '77, in varie forme, questo è vero. Ma ciò perché il '68 italiano era una grande contestazione dell'esistente in una speranza del futuro; anche se non ebbe quello slogan eccezionale che fu lanciato in Francia: "l'immaginazione al potere".

Anche il '68 aveva però una forte carica di antagonismo politico.
Salvo qualche sporadica e direi fisiologica manifestazione di violenza (non vorrei però essere frainteso) il '68 non si manifestò in modo cruento. E si estinse. La cosa strana è che il '68 fu guardato con attenzione dalle organizzazioni cattoliche e fu guardato da quelle socialiste; ma con interesse culturale. Fu guardato diversamente dal Partito Comunista: che ne fu deluso, perché pensava di poterne fare uno strumento per la propria politica. Lo pensava, sbagliando. Se c'è una cosa che non può aver nulla a che vedere con la disciplina ferrea propria del marxismo leninismo stalinismo è lo spontaneismo. Non dimentichiamoci che il marxismo, ortodosso, comunista, condannò Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht perché li considerava spontaneisti. Lo spontaneismo è una deviazione classica. E il '68 era un modello di spontaneismo.
Gli attori del '68 fruivano anche di un'appartenenza sociale diversa da quella dei protagonisti del 1977.
Il '68 fu essenzialmente un movimento intellettuale, studentesco. I temi che agitava erano di élite. Qualche operaio specializzato, autodidatta che studiava, poteva esserci. Ma il '68 non era cosa da fabbriche. Era cosa da figli della borghesia che desideravano diventare padri. Il '68 ruotava attorno alle occupazioni universitarie.
Ci sono stati però dei cambiamenti. L'autunno caldo, i grandi scioperi dei metalmeccanici. Si poteva dire che gli studenti avessero influenzato la fabbrica. Nel '77 l'itinerario è inverso.
Dopo il '68 si manifestano alcuni fenomeni diversi. C'è il movimento che era ispirato in maniera confusa ai principi del socialismo e del comunismo, molto influenzato dal sudamericanismo, dal guevarismo. Poi ci sono i movimenti e infine l'Autonomia.
Un mix di questi fattori provoca le occupazioni delle università. Senza, in un primo momento, una reazione istituzionale.
Mandare per disoccupare le università, come poi mandai, i blindati dei Carabinieri e della Polizia e sfasciare i cancelli che erano stati chiusi, sarebbe stato un fatto molto forte. A partire dall'insurrezione di Vienna del 1848, nella storia del liberalismo c'è la questione dell'immunità delle università; anche se non sta scritta in nessuna legge!
La CGIL e il PCI pensano quindi di svolgere un ruolo "sussidiario". Mandano Luciano Lama alla " Sapienza" occupata.
Io da parte mia e Ugo Pecchioli da parte sua scongiurammo Lama di non andare.Ma bisogna tener conto dell'autorità morale e politica del sindacato in quel tempo, e di quella di Lama stesso. Nessuno - egli pensava - avrebbe avuto il coraggio di contestarlo.
Lama non veniva dalla tradizione del PCI e parlava senza reticenze.
Era un giovane socialista poi diventato comunista. Ed era politicamente un moderato. Andò all'università dove non c'era la Polizia ma dove già sorgeva qualcosa. Ad accoglierlo trovò l'Autonomia, trovò i movimenti ad essa collegati, trovò i militanti dell'ex Potere Operaio quelli di Lotta Continua che si era disciolta. Sugli scontri c'è il bellissimo libro della mia amica Lucia Annunziata che racconta di come lo hanno aggredito, come lo hanno costretto a scappare. Lucia Annunziata racconta anche che in borsetta portava un...
Sampietrino?
Porfido, un cubo di porfido. Cubetti che 'come ti pigliano ti ammazzano' dice Pasquale Chessa. Lì e in quel momento cominciano i grossi scontri di piazza.
Il PCI che si sforza di capire il 1968 si chiude a riccio nel 1977.
C'è il rifiuto. Il PCI considera l'estremismo una malattia infantile del comunismo. Ancor più, quello che agita le proteste del 1977 va contro il principio gerarchico. Nella tradizione comunista si può compiere anche l'atto più duro se e quando è necessario alla causa. Ma si deve prima riunire la Direzione! Il Partito Comunista non è il partito dell'iniziativa spontanea ma della discussione prima dell'azione e dell'obbedienza. Vanno riletti alcuni scritti di Lenin sul terrorismo. Persino il terrorismo è legittimo ma se organizzato dal Partito e solo per innescare la rivoluzione.
Ma c'è anche una ostilità di base.
Di quadri. L'ostilità è di quadri. L'avversione è ancora maggiore perché i quadri temono l'infezione della classe. I superiori di un seminario i cui studenti sono affascinati dal modernismo, non gli debbono far leggere neanche Leone XIII, la Rerum Novarum! Al massimo Pio V, Gregorio XVI, Pio IX. Nulla di più!
Nel 1968 non c'è questa ostilità da parte del PCI.
Non c'è perché il '68 non era un movimento politico. Si capiva che non poteva diventare qualcosa di politico. Il PCI in Italia ci si infiltra per cercare di utilizzarlo; così alcuni dei ragazzi del '68 sono diventati comunisti; ma in piccola parte. Dal '68 in Francia invece nessuno è diventato comunista. Cohn Bendit è diventato verde ma non comunista. A ben vedere il '68, con il suo spontaneismo, è la negazione del comunismo. L'immaginazione al potere è quanto di meno marxista, di più lontano dalla pretesa scientista del marxismo, che si possa pensare.
Con la rottura si accelerano anche gli itinerari verso la lotta armata.
Li ho conosciuti quasi tutti. Sono andato a trovarli quando non ero più Presidente. Cosa che non è stata apprezzata da molti. La lotta armata ha due inneschi. Il primo è ideologico. I protagonisti erano e si proclamano tutti comunisti. E sono tutti marxisti leninisti. Anzi affermano di essere marxisti leninisti non deviazionisti. Non sono stalinisti. Sono dotati di intelligenza e di forte cultura comunista. Pensiamo a Gallinari, contadino ed operaio, autodidatta. Il secondo innesco è storico, sta nella Resistenza. Si parte dalla memoria storica della Resistenza tradita e della Resistenza interrotta. La Resistenza doveva, per trascinare le folle, essere una guerra patriottica, poi doveva essere una guerra civile antifascista, infine, come è avvenuto nell'Est, una rivoluzione di classe.
Una guerra di classe che si ferma nel 1945.
Togliatti, che aveva tutt'altri piani, datigli dall'Unione Sovietica come conseguenza degli accordi di Yalta, bloccò la rivoluzione di classe. Questo non impedì dopo il '45 il triangolo rosso. Anche gli antifascisti fucilati! Anche i partigiani fucilati!
Come si manifesta la continuità?
Uno di loro, comunista che uscì dal Partito e si dette alla lotta armata, mi riferì che un partigiano gli consegnò il mitra che aveva conservato dicendogli, "continua da dove ci hanno fermato". Il mito è la Resistenza incompiuta. L'idea di resistenza tradita serpeggia nel PCI e nella sinistra lungo il dopoguerra. Tutto precipita poi quando il PCI si allea con la DC. Si pensi che cosa deve essere stato per alcuni di loro l'alleanza con la DC.
Gli anni '70?
Il compromesso storico. Quella è stata la scintilla. E anche il fatto che il sindacato diventa una forza stabilizzatrice.
Nell'antagonismo del '77, quello che si manifesta nelle piazze, nei quartieri, in qualche fabbrica, c'è molto disagio sociale, emarginazione; nella lotta armata si percepisce invece politica e cultura politica.
Tra i brigatisti pochissimi gli operai poco qualificati, quelli collocati ai livelli più bassi. Contadini quasi nessuno. Salvo l'autodidatta Gallinari, che poi diventa operaio. Lo conosco benissimo. Alla televisione abbiamo presentato il suo libro assieme. Il prefetto Mosino si è scandalizzato ed è uscito dalla stanza. Nella lotta armata erano tutti tecnici, studenti, classe operaia superiore.
Nell'Autonomia invece, un mondo diverso.
E' un mondo disperato che nella politica non vede risposta. Che sconvolge Bologna. Il comunista fa l'insurrezione per occupare il Palazzo d'Inverno. Per un disegno politico. I comunisti fanno la rivoluzione quando si impadroniscono delle caserme e quando hanno un settore dello Stato a loro favore. Non occupano l'Università di Bologna, assaltano la sede della DC, saccheggiano ristoranti. Non scrivono Cossiga con la K, quando era a favore del compromesso storico! L'assurdo era questo: Kossiga che manda i blindati, col consenso del PCI e di Zangheri piangente.
La violenza del partito armato è invece strategica.
Le armi e la violenza vengono usate dalle BR non per compiere l'azione esemplare. Che è cosa da anarchici. Essi non credono al valore politicamente esemplare dell'atto. Giustificano la lotta armata come la guerra dei poveri contro i ricchi, dei deboli contro i forti, dei disarmati contro gli armati. Usano giustificazioni riprese dalle resistenze europee. Solo la Jugoslavia trasformò la resistenza in una lotta di tipo convenzionale. Con le brigate regolari. Con le armi mandate da inglesi e americani. Le altre erano resistenze di minoranza.
La violenza va interpretata.
Per me ha grande affetto e grande amicizia Fausto Bertinotti. Perché? Bertinotti è stato Segretario della Camera del Lavoro, a Torino. Io ci vado, pochi giorni dopo l'uccisione di Casalegno, come Ministro dell'Interno e lui viene a trovarmi. Tornato a casa dice alla moglie, "abbiamo il Ministro dell'Interno più democratico della storia della Repubblica. Mi ha chiesto se potevo spiegargli, io che vivo tra gli operai, per quale motivo c'è la lotta armata". Il Segretario della Camera del Lavoro era colpito da un Ministro dell'Interno che si occupava di sociologia della lotta armata. Il contrario di tutta la storia della DC, delle immagini di Scelba.
A quale logica rispondeva la lotta armata?
La lotta armata mirava ad alzare il livello dello scontro. A intimorire lo Stato. A disarticolarlo. Ma sempre con la grande speranza del Partito Comunista. I brigatisti non hanno mai creduto di sostituirsi al Partito Comunista. Solo i pazzi di Lotta continua ritenevano di fare, con Adriano Sofri, un grande partito alternativo. I brigatisti cercavano di elevare il livello dello scontro per provocare una reazione indiscriminata. Un morto ucciso nella fabbrica. La Polizia interviene e picchia tutti gli operai. Speravano di innescare una grande risposta di lotta.
Nel '77 oltre all'antagonismo c'è molto anticomunismo.
C'è un atteggiamento anti PCI. Molti guardavano piuttosto ai socialisti. Un movimento di massa spontaneo può andare d'accordo col socialismo. Col comunismo e il marxismo leninismo mai. Perché se non c'è l'ordine di Partito non sei autorizzato neppure a dire "abbasso Agnelli". E abbasso Agnelli non l'hanno mai detto. La forza che ha sempre difeso la FIAT e che ha salvato la FIAT sono i sindacati. Si capisce, erano posti di lavoro.
Nella lotta armata non c'è spontaneità, piuttosto progetto.
Volevano compiere atti di terrorismo per elevare il livello dello scontro. Provocare la repressione e cercare di fare rinsavire il Partito Comunista.
Proprio il PCI che li condanna come provocatori e criminali!
Il Partito Comunista ha fatto di tutto all'inizio per calmarli. Uno di loro riferisce che quando era già in clandestinità un esponente del partito, l'on. Malagugini, un bravo avvocato e un comunista dell'ala riformista che sarà poi giudice costituzionale, cerca contatti con loro. Non per usarli. Ma per convincerli a rientrare nella normalità. Altrimenti c'era il rischio che il Governo - a secondo di chi lo guidasse - potesse fare di ogni erba un fascio. Nei primi tempi, nel PCI dicevano "le cosiddette Brigate Rosse". Il messaggio non era diretto allo Stato, era diretto ai comunisti perché temevano che il brigatismo infettasse la base.
Le politiche di ordine pubblico erano adeguate? Non erano eccessive?
Era nulla rispetto al periodo precedente, in cui si sparava. Modena. E c'è una spiegazione. I movimenti di piazza di allora erano opera dei sindacati e guidati dal PCI. Non si capiva ancora bene se i comunisti avessero rinunciato o meno alla rivoluzione. E Scelba faceva sparare. Io l'ordine di sparare non l'ho mai dato.
Dobbiamo riconoscere che Scelba non condivide la scelta del governo Tambroni e il fuoco aperto a Reggio Emilia, nel luglio 1960.
Scelba era antifascista. Era stato il segretario di don Sturzo.
I controlli erano, secondo me, eccessivi, spesso controproducenti.
Però non si sparava. Si è risposto al fuoco, ma contro le Brigate Rosse. Mi fu chiesto di andare a trovare in carcere Gallinari. Si temeva che morisse, soffriva di cuore e poi nel conflitto con la Polizia era stato colpito al cervello. Io andai e prima del colloquio mi disse, "chiariamo una cosa: io sono e sarò sempre comunista, lei per me, sarà sempre il Ministro dell'Interno; io sono un povero autodidatta, non sono un uomo colto come altri che lei ha visitato in carcere". Chiarito questo, ci sediamo. E lui mi da atto del fatto che io non ero mai ricorso a metodi sporchi. Come in Francia per l'OAS. Si arrestavano parenti. Si "maltrattavano" le figlie. I francesi, sempre figli della rivoluzione e della ghigliottina sono!
Cosa volevano i militanti della lotta armata?
Non ritenevano di riuscire a conquistare da soli il potere, ma di smontare una perfida alleanza, provocando una reazione degli apparati statali tale da convincere i comunisti e i sindacati a rinunciare alla loro politica. In realtà il loro obiettivo, l'obiettivo da punire non avrebbe dovuto essere Moro ma Berlinguer. Però, siccome erano tutto fuorché stupidi e volevano sempre riconquistare la massa che era comunista, avevano presente il fatto che il sequestro e l'uccisione di Berlinguer avrebbe portato nelle fabbriche i comunisti a dare la caccia ai sospetti brigatisti. I quali sarebbero stati ritrovati dentro gli altiforni! Il Partito Comunista era sempre il loro Partito di riferimento. Andando a votare, mica avrebbero votato Lotta Continua, avrebbero votato Partito Comunista.
Ma anche l'Autonomia e la "sponteneità" venivano criminalizzate.
L'Autonomia è finita con Bologna. Io volli e consentii che si svolgesse il Convegno Internazionale sulla repressione. Quello dei 40 mila. Ricordo la telefonata di Scalfari, mi disse che ero pazzo. Ricordo la telefonata del Cardinale di Bologna che mi ricordò la coincidenza con il Corpus Domini, anzi con il Congresso Eucaristico, in San Petronio. "Eminenza, a che ora la funzione?", domandai. Il mio Capo gabinetto prospettava di far arrestare e espellere gli intellettuali francesi. Dissi di lasciarli venire. Finita le manifestazione, li avremmo rispediti. E la manifestazione ebbe la possibilità di svolgersi, libera. Alla fine dissi: aprite le autostrade, organizzate i treni, lasciateli andar via, a chi fa il matto però botte da orbi. E lì fu la morte dell'Autonomia.
Una linea di tolleranza garantista depotenzia la violenza.
Riflettendo su tutto questo si arriva a capire una mia famosa intervista alla televisione che ha meravigliato tanti, il dubbio e lo scrupolo che poi ho avuto. Non sarà che l'aver impedito le forme di violenza, a bassa e a breve intensità e di massa, abbia favorito la lotta armata? Quelli che partecipano alle manifestazioni di massa poi devono andare a casa a mangiare. Se tu usi metodi forti invece li trattieni e li attiri.
Il divieto di manifestazioni nella primavera del 1977 era necessario? Le organizzazioni del lavoro rinunciarono al 1° maggio in piazza.
Mentre non l'accettò Pannella. Io lo pregai in ginocchio e dissi che il divieto lo avevano accettato i sindacati i quali hanno un servizio d'ordine che isola i violenti, magari li pesta e poi li consegna alla Polizia, e che agisce d'accordo con la Questura. Gli dissi, "guarda che tu sarai infiltrato". E il 12 maggio successe la tragedia di Giorgiana Masi. Quando avevo parlato dei divieti coi sindacati questi subito avevano detto che non era il caso di creare problemi. Avevano un servizio d'ordine ma non potevano escludere un'infiltrazione armata. E accettarono di rinviare le loro manifestazioni. Allora i sindacati erano una cosa ben diversa. Non erano sindacati di oggi. I sindacati dei pensionati. Con più del 50% degli iscritti fatto di pensionati. Io facevo i comizi da Ministro dell'Interno, accompagnato da Franco Marini e col servizio d'ordine della CISL, che era fatto di ferrovieri e di operai tessili.
E si sentiva sicurissimo.
Più che con la Polizia. Quelli menavano senza guardare in faccia nessuno. Giustificati anche dall'identità di classe.
Perché vietare una manifestazione proprio il 12 maggio, la ricorrenza della conferma col referendum della legge sul divorzio?
Il divieto fu deliberato nel Comitato Interministeriale per l'Informazione e la Sicurezza, poi me ne assunsi io la responsabilità dopo che Franco Evangelisti mi disse che non avevo neanche il coraggio di proibire un corteo di Pannella. E lì successe il dramma. Di quel divieto, tanto lo considerava un banale incidente, non c'è neppure traccia nel diario di Andreotti. Con le grane che avevamo perché avremmo dovuto ostacolare una manifestazione dei radicali per l'anniversario del divorzio! La Democrazia Cristiana aveva privilegiato l'alleanza con i laici e con i socialisti all'indissolubilità del vincolo matrimoniale. La legge sull'aborto fu firmata da Andreotti. Noi votammo contro, ma ritenemmo più importante per il Paese prima l'alleanza di centro e poi quella di centro sinistra, piuttosto che opporsi al divorzio. Se i cattolici avessero detto che non avrebbero fatto nessun governo se i laici avessero votato quelle leggi, la coalizione si sarebbe sfasciata, ma aborto e divorzio non sarebbero passati.
Oggi molto è cambiato.
L'errore commesso oggi è di aver fatto firmare il disegno di legge sui Dico oltre che da una laica, ex comunista, come Barbara Pollastrini, da Rosy Bindi.

sergio falcone 08/09/2007 12:26





I giornali a processo: il caso 7 aprile - Terza parte


di Luca Barbieri

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3. Sigle, movimenti, terrorismiAlla sinistra del PCI
In questo contesto bloccato, dopo il golpe cileno il Partito comunista guidato da Enrico Berlinguer si convince che non sia possibile, in quel contesto internazionale, un governo autonomo delle sinistre. Inizia il lento ma inesorabile avvicinamento dei comunisti alla Democrazia cristiana, dalla sinistra al centro dello schieramento politico. La possibilità di arrivare al “compromesso storico” crea forti tensioni e radicalizzazioni all’interno della sinistra e negli ambienti più filoamericani della Democrazia cristiana. In Italia l’onda lunga del ’68 arriva a una situazione di “guerra civile strisciante”. Il Partito comunista in questa lunga marcia verso il governo del Paese è costretto a una costante dimostrazione di responsabilità che dovrebbe avvicinarlo ai ceti medi.Ma se il movimento nasce a sinistra, se il più grande Partito comunista d’Occidente è costretto a guardare al centro, senza poter al tempo stesso essere scavalcato a sinistra, come sarà il suo rapporto con esso?

Contrariamente al sindacato, infatti, il principale partito della sinistra non opta in questa fase per la mobilitazione competitiva. O comunque non sembra privilegiare la via della competizione diretta con le nuove identità politiche all’interno dei movimenti stessi, sul piano della capacità di estendere e di radicalizzare la protesta sociale. Al contrario, pur con contraddizioni e differenze da situazione a situazione, lascia prevalere una linea di crescente distacco, e sempre più spesso di contrapposizione rispetto ai contenuti e alle forme di lotta prevalenti nell’area della protesta (3).
L’atteggiamento del PCI lascia così libero il campo alle diverse anime del movimento. Avviene quella che Revelli chiama ”civilizzazione del conflitto politico”, la tendenza cioè da parte di soggetti tipicamente appartenenti alla società civile ad assumere il ruolo di soggetto politico generale.
Inutile sottolineare che il danno arrecato dai nuovi movimenti ai partiti, soprattutto a sinistra, è rilevante. Il PCI da principale attore politico dell’opposizione subisce un mutamento del proprio posizionamento. Subisce una profonda erosione delle risorse identitarie. Non più padrone della protesta operaia e partito esegeta del marxismo bensì partito “pesante”, poco presente sul luogo del conflitto e in cerca di potere più che di rappresentanza.
Il discorso è leggermente diverso per la CGIL. Il sindacato ha un rapporto dialettico con il movimento per molteplici ragioni. Sviluppatosi tardi, relativamente debole in alcune regioni a forte radicamento religioso come il Veneto e la Brianza, il sindacato deve misurarsi con una nuova generazione di operai che, principalmente immigrati dal sud, si scontrano con i durissimi ritmi della produzione di fine anni Sessanta. «La debolezza sindacale spiega l’iniziale tentativo di sfruttare la spontaneità come risorsa organizzativa», sostiene Revelli.
L’esperienza dei Quaderni Rossi
Ma dove e quando nasce il “dissenso” alla sinistra del PCI? Bisogna fare un salto indietro all’inizio degli anni Sessanta con la nascita di una rivista, i Quaderni Rossi, che avrà un peso enorme nella storia della riflessione teorica della sinistra italiana. E’ ad essa infatti che si fa risalire l’atto di fondazione della corrente che prenderà il nome poi di “operaismo”. In essa traggono infatti origine sia il gruppo di Potere Operaio che quello di Lotta Continua.Il primo numero dei Quaderni Rossi viene pubblicato il 30 settembre del 1961: si tratta di un volume interamente dedicato alle “Lotte operaie nello sviluppo capitalistico”. Vi scrivono, tra gli altri, Vittorio Foa, Sergio Garavini, Vittorio Rieser e Renato Alquati. Si tratta di una rivista teorica di studio della conflittualità operaia, e nel primo numero l’attenzione si incentra sulla situazione della FIAT. I temi affrontati dalla rivista permeeranno il dibattito politico nei primi anni Settanta: il rifiuto del lavoro, l’autonomia della classe operaia, i problemi legati al lavoro salariato.La storia dei Quaderni Rossi è ricostruita con puntualità dal giudice istruttore del troncone padovano del processo 7 aprile, Giovanni Palombarini:
Pensata già nel 1959 e preparata da indagini condotte nelle fabbriche (Olivetti, Fiat) esce nell’ottobre del 1961, rivelandosi subito come un’espressione di rottura rispetto alla tradizione politica e culturale di larga parte del movimento operaio. Com’è stato sottolineato, la rivista si pone infatti come “il tentativo di un gruppo rivoluzionario di formazione prevalentemente intellettuale di abbandonare un ambito accademico di ricerca per immergere determinate ipotesi teoriche dentro la viva esperienza di lotta operaia, assunta come momento decisivo di verifica conoscitiva e politica e di stimolo e orientamento del successivo sviluppo teorico”. Ed è un’esperienza che si articola, principalmente, lungo tre filoni di ricerca: un’attenta rilettura del Capitale e la “scoperta” dei Grundrisse di Marx (soprattutto Panzieri e Mario Tronti), l’analisi condotta attraverso la “conricerca” della nuova composizione della classe operaia, osservata nei punti alti dello sviluppo. Questa esperienza, come s’è accennato, accomuna militanti della sinistra di diversa provenienza, che non di rado rimangono divisi su alcuni temi politici di fondo (il rapporto con l’antagonismo operaio, quello con le organizzazioni storiche del movimento operaio). Tali divisioni sono già evidenti nel primo numero della rivista, quando accanto alla linea interventista di Alquati e alla linea dei sociologi (Vittorio Rieser), appare – di notevole consistenza – quella della sinistra radicale (Foa, Sergio Garavini, Emilio Pugno), ancora legata alla precedente tematica del “controllo operaio”; e si ripropongono nei numeri successivi quando si evidenzia la divaricazione tra la posizione di Panzieri e quella di Tronti. All’inizio del 1962, appena apertosi il dibattito sul primo numero della rivista, da questa si ritira il gruppo dei sindacalisti; nel luglio dello stesso anno, dopo i fatti di Piazza Statuto, vi è una prima uscita di interventisti (che danno vita al foglio “Gatto Selvaggio”).Tuttavia, ancora per qualche tempo Quaderni Rossi è capace di un forte intervento nel dibattito politico: è radicata in molti redattori – i cosiddetti interventisti – la convinzione della sussistenza di “un processo di crescita organizzativa dell’Autonomia operaia già in atto, in cui occorreva inserirsi per estenderne e svilupparne al massimo la portata”. Nel quarto fascicolo dei Quaderni Rossi, la scheda che conclude la rivista afferma esplicitamente che “i Quaderni Rossi sono partiti dalla convinzione che la crisi ideologica e teorica del movimento operaio non consente soluzioni che rispettino una continuità e si inseriscano in una tradizione, ma richiede un lavoro nuovo di costruzione ex novo”. Un momento di rottura, come s’è già detto, nella storia del movimento operaio . [...] La critica nei confronti della linea politica delle organizzazioni storiche del movimento operaio e la convinzione della necessità di una nuova strategia tengono uniti per qualche tempo coloro che hanno dato vita alla rivista, ma a un certo punto – è l’estate del 1963 – sorgono e si sviluppano motivi rilevanti di divisioni (4).
La divisione di cui parla Palombarini riguarda l’ipotesi di sperimentare immediatamente la possibilità di organizzare l’anarchia operaia. Da una parte, in una prospettiva teorica di “riavvicinamento” al PCI, c’è Panzieri, e dall’altra ci sono Tronti, Asor Rosa e Negri che daranno vita nel gennaio del 1964 a Classe Operaia. L’esperienza dei Quaderni Rossi si esaurisce definitivamente nel 1966.In Veneto, negli stessi anni in cui prende corpo il progetto dei Quaderni Rossi, nasce un’esperienza analoga. Già dal 1959 esce infatti il quindicinale socialista Il Progresso Veneto. Le due testate sono accomunate dalla presenza tra i propri redattori di Toni Negri, allora consigliere comunale del PSI a Padova. Direttore responsabile di Progresso Veneto, stampato in un migliaio di copie e con una uscita quindicinale, era Francesco Tolin, anch’egli del PSI (nel 1969 verrà incarcerato, in qualità di direttore responsabile di Potere Operaio per un articolo dal titolo “Si alla violenza operaia”). Sulla rivista appaiono frequentemente i nomi di Massimo Cacciari, Silvio Lanaro, Luciano Ferrari Bravo, Toni Negri, Mario Isnenghi e di Gianni De Michelis.«Il Progresso Veneto – dice Luigi Urettini - è stato tra il dicembre 1961 e il marzo del 1962 il primo laboratorio politico dell’operaismo veneto (in particolare di Porto Marghera), destinato a segnare fortemente le lotte operaie degli anni sessanta e settanta» (5).I rapporti tra le due riviste sono molto frequenti: Panzieri, Asor Rosa, Tronti e Alquati vengono spesso a Venezia e istituiscono un collegamento teorico stabile. In pratica la rivista veneta si trova ad affiancare a livello regionale i Quaderni Rossi nel trattare i temi dell’operaismo nascente: quelli legati al risveglio della conflittualità nelle fabbriche e all’evoluzione del sistema capitalistico italiano. La rivista veneta morirà a causa di una profonda frattura tra operaisti e socialisti che si consuma con il numero 54 del giugno 1963.Come abbiamo accennato prima, nel 1964 da una rottura all’interno della redazione dei Quaderni Rossi nascerà Classe Operaia, rivista strettamente legata alla casa editrice Marsilio, cui partecipa anche una parte degli operaisti di Progresso Veneto. La nuova rivista è diretta da Mario Tronti: vi partecipano, almeno inizialmente anche Negri, Cacciari e Ferrari Bravo. Nuova rivista, nuova rottura: la redazione veneta di Classe Operaia inizia un lento processo di distacco da quella romana. Terreno di scontro, anche questa volta, l’operaismo e il rapporto con il “partito”. La redazione veneta dà vita a Potere Operaio, una “rivista-volantino” distribuito come supplemento di Classe Operaia. I due gruppi, quello Veneto che si aggrega attorno a Potere Operaio e quello romano, con l’avvicinamento di quest’ultimo al PCI e il progressivo radicamento di quella veneto-emiliana tra le fabbriche di Porto Marghera, si allontanano definitivamente. Classe Operaia entra in agonia nel 1965 ma l’ultimo fascicolo è del marzo 1967. Nello stesso mese nasce Potere Operaio, giornale politico degli operai di Porto Marghera.
3) M. Revelli, Movimenti sociali e spazio politico, in F.Barbagallo, “Storia dell’Italia Contemporanea”, Torino, Enaudi, 1995, p. 467.4) G.Palombarini, 7 aprile: il processo e la storia, Venezia, Arsenale Cooperativa Editrice, 1982, pp. 40-42.5) Adagio C., Cerrato R., Urso S., a cura di, Il lungo decennio, l’Italia prima del 68, Verona, Cierre edizioni, 1999, p.173.
(3-CONTINUA)

7 aprile 1979

sergio falcone 07/09/2007 00:32

"Non possiamo rimanere insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi", Cavour.A distanza di qualche giorno dall'arresto di Marina Petrella, qualche piccola considerazione ed un primo bilancio. Alle iniziative, meritorie, di tante intelligenze francesi, non corrisponde altrettanto slancio da parte italiana. Leggo di petizioni, di appelli, uno dei quali (se non erro) è stato firmato da un ex ambasciatore francese. E in Italia? Per il momento sembrerebbe che tutto taccia, o quasi.Cari connazionali, così non va!Permetteremo che la comunità dei compagni rifugiati in Francia, assieme a lavavetri, "diversi", prostitute, writers e quant'altri-non-so, paghi tutti i delitti di questo paese dove la corruzione è diventata strutturale? Per me è moralmente inaccettabile.Tanto per iniziare, in parlamento siedono 24 personaggi che sono stati condannati in via definitiva, con sentenza della Cassazione. Nessuno ipotizza, nemmeno lontanamente, anche solo una loro destituzione.Devo elencare la lunga serie di scandali nei quali sono coinvolti uomini e donne di potere? Un vero esercito.Qualcosa mi si ribella nel profondo. E non riesco a trovare pace. Ma vedo tanta indifferenza nei volti di chi mi circonda.Vorrei, dal mio piccolissimo, rivolgere un appello perché qualcuno,... affinché in tanti si rompa questa congiura del silenzio.Ma ho appena finito di scrivere queste poche righe che mi arriva, fulmine a ciel sereno, la notizia che alcuni dei firmatari del documento, cui diedero la propria adesione 800 intellettuali, in solidarietà al compagno Giuseppe Pinelli, stanno ritrattando. Tale documento, tra l'altro, definiva il commissario Luigi Calabresi «un torturatore», lo accusava quale «responsabile della morte di Pinelli» e chiedeva di ricusare i «commissari torturatori, i magistrati persecutori, i giudici indegni». Costoro sostengono di aver firmato per errore. Uno per tutti, Ripa di Meana...E mi si gela il sangue.sergio falcone

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