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11 septembre 2007 2 11 /09 /septembre /2007 08:02





IL MANIFESTO

Mettete Scalzone alla guida dell'immaginario cinematografico
r.s.

Avete notato il silenzio assordante dei media rispetto al film di Demme sulla Palestina? Non è l'equivalente del grondar offese a Fanny Ardant, per aver proferito la dolce ovvietà del rispetto per le persone capaci di pagare per le loro idee (e che non le barattano in cambio di 40 monete d'oro)?
Sintomatico, no, del nostro stile democratico, che si genuflette automaticamente solo alla vista dei re nudi, per non vedere. Mentre se Carter ci invita a andare a Gaza a toccare con mano il retropalco di una «grande democrazia», nessuno vuole sentire e sapere. Il pensiero unico è anche rigido. E poi ci si chiede perché al Lido non ci sia più l'arrembaggio di giovani che si picchiavano per vedere e discutere Ridley Scott e Spielberg, ma anche Robert Kramer e Tawfiq Salah...

Qualche giorno fa, durante un dibattito mattutino di RaiNews24 sulla prepotenza antagonista di Hollywood oggi, «alta politica» rispetto ai maneggi privati della band Bush, riflettendo sul perché invece il nostro cinema sia così «embedded» e di corte, terrorizzato dal maneggiare fatti e retroscena della nostra storia mi è venuto di rispondere che gli Usa uscirono dall'incanto maccartista mettendo alla guida dell'immaginario alcuni leader delle lotte studentesche nei campus (Bob Rafelson, Sherry Lansing, la prima donna capo Major, la gang Orion..). Insomma risposero a Nixon che sganciava bombe senza autorizzazione per 5 anni sulla Cambogia (psicotizzando Pot Pot) con bombe spirituali e etiche di immane potenza che radiografarono il male interiore degli Usa, preparando l'empeachment senza spirito di vendetta, ma di giustizia superiore (e «costruendo» Hillary Clinton prima militante da campus che potrebbe vendicare i morti di Kent e Oakland). L'equivalente nostrano di quell'avvicendamento sarebbe stato affidare, a metà degli anni 70, il cinema, commerciale e di stato, invece che a zelanti yes men, a un altro tipo di «incompetenti», ai no-men stile Bartleby, come Negri o Scalzone. A esperti in soggettività desiderante (l'orizzonte che il grande cinema, come pure una politica di sinistra che vuol essere grande, deve conoscere, valorizzare, titillare: se no muore). Bava, Questi, Freda, Sollima e Sergio Corbucci avrebbero potuto ricreare, su loro spinta, un magnifico cinema di qualità commerciale (e Rossellini la superba tv che aveva in mente) e competitivo nel mondo, invece di farsi rubare ogni loro «forma insurrezionale» (che vediamo nitida nei western spaghetti) da Joe Dante, Landis e Tarantino. Ora, miracolo, Oreste Scalzone con la sua fisarmonica (regalatagli quando aveva 9 anni) è arrivato come un wobbly dal gilé comunardo, proprio sul Lido e ha organizzato un paio di concerti/dibattito da strada, forse il miglior contributo italiano d'immaginario della mostra 07, per richiamare l'attenzione su Marina Petrella, la brigatista rossa di cui l'Italia chiede l'estradizione dal 1994, pretendendo invece, in forme diverse da Erri De Luca preoccupato per Sarkozy, qualche giorno fa su Le Monde, una definitiva «soluzione politica di quella stagione», che pur riconoscendo tutti i fatti di sangue di quegli anni, ancora misteriosi o arrivati in Cassazione, come continua a sottolineare il giudice D'Ambrosio, inventi una via europea alla riconciliazione. Senza paura di indulti, amnistie o altre invenzioni giuridiche. Imitando Ruanda, Sudafrica e Giappone, e mettendo basi solide a quel «diritto d'asilo» che Mitterrand usò, anche forse strumentalmente (800/1000 combattenti armati italiani, costretti alla clandestinità in Francia, avrebbero se reso Action Directe una tentazione troppo forte per Chirac, Giscard e anche Rocard), ma che restano una delle eccezioni democratiche dello stile europeo, «generoso con i forti e intollerante con i deboli già vinti»

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Da Venezia
IL GIORNALE
Michele Anselmi
Scalzone a Venezia, show per i br

La cattiva maestrina e il cattivo maestro. È la strana coppia che la Mostra del cinema ha idealmente riunito, a sorpresa, nello scorcio finale, mentre i giurati litigavano sul tribolato palmarès. Lei è Fanny Ardant, lui Oreste Scalzone. Non si sono incrociati per una manciata di ore: l'una ripartiva, dopo l'anteprima poco esaltante di L'ora di punta, silenziosamente contestata dai giovani di Alleanza nazionale, per nulla disposti a perdonarle le scemenze su Curcio («un eroe») e le Br («Un fenomeno molto coinvolgente e passionale»); l'altro arrivava di prima mattina, ieri, col suo bagaglio di rabbia e citazioni, pronto invece a perdonarla e a dare battaglia nel nome della brigatista Marina Petrella, l'amica brigatista arrestata qualche settimana fa in Francia, ora in attesa di estradizione.

Una mossa azzeccata, almeno sul piano mediatico. Anche se alla fine se ne sono accorti in pochi in questa cittadella del festival ormai vuota, solcata solo da giornalisti. «Ma che esagerazione, non la si può crocifiggere per quelle frasi! Fanny Ardant diceva un sentimento, un'emozione. Per fortuna non tutti ci tirano le pietre in faccia», ha scandito il fu leader di Potere Operaio. Rivelando un retroscena, diciamo, gustoso: «Una settimana dopo l'intervista dell'attrice ho chiamato Renato (Curcio, ndr) per dirgli: ti invidiamo tutti, almeno mandale delle rose visto che ti chiama eroe». L'eroe non deve avergli dato retta. In compenso Scalzone è venuto qui anche per ringraziare la sospirosa Ardant, nella speranza di farla aderire al comitato pro-Petrella che sta mettendo in piedi.

A suo modo, uno show. Improvvisato a un centinaio di metri dalla facciata del Palazzo del cinema. Smagrito e ossuto, già in tenuta invernale, con cappello di feltro, maglietta, doppia camicia, gilé e giaccone di velluto nero, il «comunardo» (si definisce così) ha dato spettacolo nella curiosità crescente di televisioni e passanti. Tre quarti d'ora, un po' comizio e un po' performance, perché a un certo punto ha tirato fuori dal gigantesco zaino che sembrava annientarlo una fisarmonica rossa. E sono partite le note di O Venezia che sei la più bella, canzone popolare già rifatta da Francesco De Gregori e Giovanna Marini: «E i feriti sul campo di guerra / e tutto il popolo chiamava pietà», intonava Scalzone con piglio brechtiano, raddoppiando l'effetto da canzoniere sessantottino col refrain di Addio Lugano bella, tanto per restare in tema.

Il resto dello show, punteggiato da una ruvida schermaglia ideologica con un ciclista già del Pci, s'è tradotto in un'appassionata perorazione in favore della Petrella e dei «compagni ghermiti dalla polizia e riportati a discutere di cose successe trent'anni fa». Dice proprio «cose»: non omicidi, lutti, feriti, famiglie spezzate. Naturalmente Scalzone, nel suo eloquio forbito, anche elegante, da leader in servizio permanente, se la prende con i francesi che hanno revocato la famosa «dottrina Mitterrand». Lui la descrive come un «fazzoletto di terra per i rifugiati, un'eccezione che ha permesso a molti di noi, terroristi per un certo linguaggio codificato, di tornare a sperare». Revocare quell'asilo, per Scalzone, significa «non avere senso del tragico», perché in Francia «Marina ha fatto una figlia, s'è rifatta una vita». Insomma, «la giustizia infinita non esiste, è una roba da Sant'Uffizio, così facendo il male si aggiunge, l'unica soluzione è: rinunciare alla pena». Insomma, una nuova amnistia.

Il pubblico di curiosi non sa che fare. C'è chi fotografa, chi s'informa, chi lo prende per un barbone, chi s'arrabbia e se ne va. Specie quando, in un crescendo di voce accusa il governo di centrosinistra. «Mi vergogno di Prodi, un piccolo uomo ignobile dal sorriso sguaiato, coi suoi sessantaquattro denti da ex boiardo dell'Iri. E anche di Amato: quando dichiara guerra ai lavavetri mi fa schifo». Poi richiude la fisarmonica e se ne va al bar.

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Corriere della Sera
ALLA MOSTRA DI VENEZIA
 
Scalzone, show per la Petrella «In Francia si è rifatta una vita»

             
MILANO - «I morti delle Br non devono seppellire i vivi». Show fuori programma di Oreste Scalzone (foto) alla Mostra del Cinema di Venezia. Con la sua fisarmonica a tracolla, Scalzone si è posizionato tra l' Excelsior e il Palazzo del Cinema per perorare la causa di Marina Petrella, l' ex brigatista recentemente arrestata in Francia di cui l' Italia ha chiesto l' estradizione. «Le sentenze vanno rispettate ma grazie alla dottrina Mitterrand c' è chi si è rifatto una vita, come Marina che oggi ha una figlia innocente». Scalzone ha «intrattenuto» una piccola folla di per circa un' ora, durante la quale non ha risparmiato invettive contro il presidente del Consiglio Romano Prodi («La figlia della Petrella subisce un' iniquità»), attacchi al ministro Amato e ai sindaci Domenici e Cofferati («Sono peggio di Gentilini»). Scalzone ha terminato la sua «esibizione» suonando alla fisarmonica O Venezia che sei la più bella.

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Published by blackblog - dans orestescalzone
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sergio falcone 11/09/2007 21:07





Une histoire politique de l'amnistie

di Paolo Persichetti

Solo pochi decenni fa l’amnistia era considerata ancora una parola di Sinistra. Nata con la democrazia ateniese, era parte del repertorio delle forze che si dicevano democratiche. Fin dalle origini aveva animato le battaglie di libertà del movimento operaio. Convogliava un’idea di società tollerante e progressiva, conteneva una domanda di giustizia moderatrice consapevole dell’importanza che il ricorso a strumenti di correzione politica della fermezza penale, ispirati a quella mitezza tratta dalle vecchie massime latine che richiamano prudenza ed equità nell’applicazione della legge, svolgeva una funzione riparatrice delle ingiustizie.

Ma alla fine del Novecento una drastica inversione di tendenza sospinge paesi e società civili occidentali a ripudiare questo strumento di soluzione dei conflitti. Ciò non è vero ovunque, basti pensare alla Gran Bretagna di Blair che, nell’ambito del processo di soluzione politica della questione nord-irlandese, ha amnistiato tutti i militanti coinvolti negli scontri armati. Anche se l’esperienza più innovatrice viene dal Sud Africa di Mandela che, ispirandosi ai principi della giustizia ricostruttiva, ha scartato la via penale tradizionale per istituire un criterio d’accertamento dei fatti in cambio di clemenza e risarcimento pubblico delle vittime. Operazione che però ha messo sullo steso piano la violenza istituzionale che appoggiava il sistema segregazionista e quella antistituzionale che lottava in armi contro l’apartheid. Ipotesi che terrorizzerebbe qualsiasi esponente, passato e presente, dello Stato italiano, chiamato a dover rispondere delle stragi della strategia della tensione e delle centinaia di morti che hanno insanguinato la gestione dell’ordine pubblico nei prmi decenni della repubblica, quando nessuno a Sinistra aveva ancora scelto la strada della violenza. Tuttavia queste due esperienze restano episodi minoritari rispetto ad un diritto penale internazionale sempre più ostile alle istituzioni della clemenza.Proprio dal tentativo di trovare una risposta a questo discredito parte l’opera collettanea curata da Sophie Wahnich, storica e ricercatrice del CNRS, Une histoire politique de l’amnistie (PUF, Paris 2007, pp. 263, € 24). Il volume, frutto di una ricerca multidisciplinare avviata nel 2003 e condotta su scala comparativa tra diversi paesi europei, poggia sulla convinzione che ormai, date le interdipendenze, una soluzione amnistiale per le insorgenze politiche degli anni 70-80 possa essere trovata unicamente coinvolgendo i livelli istituzionali dell’Unione europea, attraverso nuove forme di clemenza sopranazionale.Storicamente le amnistie sono state sempre accompagnate da dispositivi di riscrittura della storia, spesso opposti tra loro: far dimenticare, accertare la verità o renderla illeggibile. Molto diversa è poi la natura delle clemenze che sanciscono forme d’impunità preventiva, tipiche dei poteri costituiti, come accaduto per le dittature militari sudamericane o per i colpi di spugna sui reati economico-finanziari. In questo caso l’amnistia ha aiutato l’oscuramento dei fatti. Altro significato hanno invece le clemenze che temperano, dopo decenni di carcere, le dure repressioni contro gli oppositori politici, ripristinando quando ormai gli eventi sono ampiamente accertati una situazione di normalità giudiziaria stravolta dalle misure d’eccezione.Ma tutte queste distinzioni scompaiono di fronte all’attuale tendenza a voler confondere qualunque amnistia con l’impunità. È questo l’atteggiamento tenuto in Italia da un ceto politico che ha tutto l’interesse a far dimenticare le proprie ascendenze riversando sui reprobi degli anni 70 le pagine più ingombranti del proprio Novecento. Una rimozione che impedendo la chiusura di quel decennio riemerge continuamente sotto forma di spettri che agitano fobie, polemiche, grottesche imitazioni del passato, ciniche speculazioni delle agenzie repressive, col risultato di avvelenare lo spazio pubblico.Ma la regressione della clemenza ha altre ragioni ancora più strutturali che investono la mutazione dei sistemi politici occidentali insieme all’emergere impetuoso del paradigma vittimario. Le democrazie occidentali sono ben lontane dal costituire degli esempi di superamento dell’inimicizia politica. E ciò anche in ragione di un’ideologia umanitaria che attorno al «criterio dell’inerme» ha perso ogni capacità di discernimento tra i crimini di lesa umanità universalmente riconosciuti, come tortura, schiavitù, genocidio, misfatti coloniali, o quell’ orrorismo di cui ha recentemente scritto Adriana Cavarero (Feltrinelli 2007), e le infrazioni commesse da chi ha esercitato il diritto di resistenza.In realtà chi dice umanità vuole ingannare, metteva in guardia Proudhon. Il diritto penale umanitario (tragico ossimoro) è divenuto lo strumento di distinzione tra bene e male, tra barbaro e civilizzato, favorendo l’emergere di assoluti etico-morali che depoliticizzano e destoricizzano sistematicamente gli eventi, fino a smarrire la differenza che passa tra l’illegalità degli oppressi e quella dei poteri costituiti. Non stupisce allora che la retorica umanitaria sia diventata la nuova arma ideologica con la quale gli Stati hanno moltiplicato guerre e spogliato della loro veste politica le infrazioni commesse da chi si organizza contro l’oppressione, relegandole a mera fattispecie criminale. Ma non tutti gli assoluti richiedono di essere rispettati, così nulla impedisce di scendere a patti con i tagliatori di teste Talebani, o con chi pratica lo sterminio suicida come Hamas, mentre era assolutamente vietato negoziare con le Br. In questo caso, criterio non è più l’umano e l’inumano ma l’omologia tra le entità statali costituite dell’Occidente e quelle in formazione degli islamisti, radicalmente opposte al demone della rivoluzione sociale.Ciò rende più comprensibile anche quel grande stupro di senso che ha portato ad accomunare in un’unica giornata, non certo per ragioni di pietas, il ricordo delle vittime delle stragi di Stato e quelle della lotta armata. Resta da capire dove collocare i morti ammazzati come Pinelli o le centinaia di manifestanti falciati, dal 1946 fino a Carlo Giuliani, dalle forze dell’ordine. Vicende storiche opposte e inconciliabili sono riassunte in un unico paradigma che nulla c’entra col dolore ma assolve unicamente il potere. Altro che ricerca della verità e tentativo di riconciliazione. Il Sud Africa è lontano e le vittime delle stragi muoiono una seconda volta.L’uso strumentale della figura della vittima è uno dei passaggi centrali di questo processo. La Wahnich gli dedica un intero capitolo, nel quale mostra come il diritto alla riparazione simbolica dell’offeso sia lentamente scivolato verso un potere di punire quantificato in base alla natura e all’entità della pena da infliggere e al riconoscimento di una capacità d’interdizione e ostracismo perpetuo sul corpo del reo. Questo processo di privatizzazione della giustizia trae origine dalla convinzione che la liturgia del processo penale possa svolgere una funzione terapeutica. Il sistema giudiziario perde il proprio ruolo di ricerca delle responsabilità per rivestire la funzione di riparazione psicologica della persona offesa. Una svolta culturale cui sembra aver contribuito la nozione di «stress post-traumatico» introdotta dalla psicologia clinica anglosassone dopo la guerra del Vietnam.Ma può un eventuale sentimento d’ingiustizia considerarsi una «ferita psicologica» sanabile per il mezzo di una condanna penale? In questa prospettiva la ricerca della verità giudiziaria non offre scampo. Essendo un momento necessario all’elaborazione del lutto, la dichiarazione di colpevolezza e l’ostracismo perpetuo resta l’unica soluzione accettabile, perché il proscioglimento o la reintegrazione civile dell’accusato ostacolerebbero la guarigione mentale della vittima. L’uso strumentale della retorica vittimistica ha così legittimato il capovolgimento dell’onere della prova, il passaggio alla presunzione di colpevolezza, l’aggravamento delle sanzioni, la limitazione dei diritti dell’accusato e l’immoralità delle amnistie, fino al paradossale esercizio di un’etica selettiva che perde improvvisamente tutta la sua intransigenza di fronte a quella ragion di Stato che premia pentiti e dissociati.

paolo persichetti

sergio falcone 11/09/2007 20:57






I giornali a processo: il caso 7 aprile - Quarta parte


di Luca Barbieri
(c) 2002 - Si consente la riproduzione parziale o totale dell'opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.
Potere Operaio
"La vicenda di Potere Operaio trova le sue origini nel discorso teorico di Quaderni Rossi, una rivista nata nel 1961 – ma in realtà era stata già pensata in precedenza – ad opera di alcuni intellettuali in prevalenza socialisti, ma anche comunisti, particolarmente attenti al fenomeno, che allora si andava compiendo, del passaggio dell’economia italiana dalla fase prevalentemente agricola a quella industriale-agricola, caratterizzata, come negli altri paesi di capitalismo maturo, dalla prevalenza del capitalismo monopolistico di Stato; e convinti della necessità per il movimento operaio di modificare profondamente, di conseguenza, la propria strategia […] La critica nei confronti della linea politica delle organizzazioni storiche del movimento operaio e la convinzione della necessità di una nuova strategia tengono uniti per qualche tempo coloro che hanno dato vita alla rivista, ma a un certo punto – è l’estate del 1963 – sorgono e si sviluppano motivi rilevanti di divisione.

All’interno dell’esperienza dei Quaderni Rossi nasce l’ipotesi di una sperimentazione immediata del processo rivoluzionario, nel convincimento che sia già possibile procedere concretamente a una prima organizzazione autonoma dell’'anarchia operaia' sulle linee elaborate dalla rivista. Avviene così una divisione (che ha anche motivazioni teoriche) fra coloro che credono a tale ipotesi e chi invece ritiene necessario, per l’inesistenza di qualsiasi organizzazione politica adeguata e per la difficoltà di costruirla a breve scadenza, un ancora lungo periodo di preparazione. Sono in sostanza 'interventisti' (Tronti, Asor Rosa, Negri) che escono dalla redazione e che danno vita, a partire dal 1964, a Classe Operaia; e nei Quaderni Rossi, rimasti in mano ai 'sociologi', nel 1966 avverrà l’ultima rottura con la fuoriuscita di un gruppo che dà vita al 'Potere Operaio' di Pisa e Massa." (6)
Una vicenda insomma molto disomogenea. Potere operaio, chiamato anche PotOp o PO, è formato da piccoli gruppi locali che si riconoscono e riuniscono in un’unica rivista. Una storia che si perde per mille rivoli, in peculiarità geografiche e storiche. Carattere principale è quello di unire una serie di intellettuali che sperimenteranno poi, come al Petrolchimico di Porto Marghera, le proprie analisi teoriche sul campo. Un’opera che vale loro il titolo di “operaisti”. L’ala veneta del gruppo risale al 1961 tra Padova e Venezia. Il gruppo, come abbiamo visto, ha dato vita alla rivista Progresso Veneto. Un’esperienza che si collega a quella sopraccitata dei Quaderni Rossi, e poi dà vita a Classe Operaia e, a livello locale, a Potere Operaio – redazione veneta di Classe Operaia.
A livello nazionale, in Classe Operaia si profilano, fin dai primi numeri, le due diverse “autonomie” – l’autonomia del politico, via via elaborata da Tronti e fatta propria dal gruppo che più tardi rientrerà nei partiti storici del movimento operaio, e l’autonomia operaia, teorizzata soprattutto da Negri e dalla maggior parte del gruppo veneto, con una crescente prevalenza della prima nell’ambito della rivista e una sostanziale egemonia della seconda nella pratica di chi faceva politica davanti alle fabbriche. Sicché, se la fine del 1966 vede il contrasto fra Tronti e Asor Rosa da una parte e Negri dall’altra, e se nel 1967 Classe Operaia cessa, come s’è detto, le pubblicazioni, il gruppo veneto continua il lavoro davanti alla fabbrica, trasformando il volantino citato nel giornale “Potere operaio – giornale politico degli operai di Porto Marghera”. Il gruppo, oltre che adesioni nel Veneto, trova ben presto – anche per la redazione del giornale – collegamenti operativi con un analogo gruppo sorto in Emilia, essenzialmente nelle città di Bologna, Modena e Ferrara (7).
Ma Potere operaio pur tentando, come gli altri gruppi della sinistra extraparlamentare, di darsi una struttura nazionale vive delle vicende autonome dei singoli gruppi. Anche la sua distribuzione geografica è altamente insoddisfacente. PotOp vivrà tra continue scissioni (il gruppo pisano di Potere Operaio con Adriano Sofri ad esempio darà vita a Lotta continua) e tentativi di aggregazione con altre formazioni (tentata più volte quella con il gruppo de Il Manifesto), di collaborazioni estemporanee e convergenze con altri gruppi e gruppuscoli (come i Gap di Giangiacomo Feltrinelli).Secondo Palombarini «il gruppo unisce i militanti del Potere operaio veneto-emiliano (con Antonio Negri, Emilio Vesce e Guido Bianchini: quest’ultimo continua a rappresentare in particolare i militanti di Modena, Ferrara e Bologna), uno spezzone del movimento studentesco romano facente capo a Franco Piperno e Oreste Scalzone, militanti lombardi (Sergio Bologna, Ferruccio Gambino, Giairo Daghini) e piemontesi (Alberto Magnaghi)».La rivista Potere Operaio, voce ufficiale del movimento, nasce il 18 settembre del 1969 (l’inizio dell’autunno caldo) e muore, assieme al gruppo, nel giugno del 1973 (gruppi locali sopravvissero fino all’estate successiva). Punto decisivo della crisi il convegno di Rosolina il 28 maggio del 1973, che segna la rottura del movimento. Il mito sempre inseguito della costruzione del “partito” contrapposto agli enormi problemi organizzativi che facevano dubitare della possibilità di poter concretamente perseguire l’obbiettivo, ha portato Potere operaio allo scioglimento per la convinzione di molti suoi esponenti della necessità di trovare altre forme organizzative della autonomia operaia.
PO fu innanzitutto un gruppo politico nato nelle fabbriche e nelle università tutto teso a valorizzare la centralità politica di una figura di operaio, l’operaio-massa, che in quegli anni, tra il 1968 e il 1970 si era reso protagonista di lotte dure e generalizzate; e quella figura ideologicizzò sulla base di una rilettura dei classici del marxismo, dal Marx dei Grundrisse al Lenin del 1905.Ed è nell’ambito di queste analisi che via via, con rovesciamenti improvvisi (proprio nei confronti dell’Autonomia operaia vi furono atteggiamenti diversi), con divergenze interne (la linea di Negri si distinse ben presto da quella di Piperno) e con un distacco crescente da talune nuove realtà operaie (l’incomprensione dei delegati fu sintomatica a tale proposito), una parte dei suoi dirigenti ritenne maturo uno scontro diretto contro lo Stato, teorizzando la via dell’insurrezione armata e nella pratica dando vita, da un certo momento in poi, a forme invero artigianali di livelli clandestini, cercando contatti con quelle forze che, a sinistra, si erano poste o dicevano di essersi poste sulla via della rivoluzione (8).
Le attività dei suoi singoli esponenti, dopo lo scioglimento del gruppo, continueranno travasandosi in parte in altri gruppi, alcuni nell’esperienze dell’autonomia altri riconfluendo nel sindacato. Altri, non entreranno più in nessuna formazione politica terminando così la stagione del proprio impegno politico. Per alcuni, si può dire che la storia del movimento, del tentativo di conciliare i temi dell’autonomia operaia con una struttura tutto sommato classica, si concluda qui. Come ricorda Lanzardo:
Ho vissuto molto intensamente la fase di storia di 15 anni che inizia con le lotte del triennio 1960-62 e si conclude nel ’74 con il recupero dell’egemonia politica da parte del PCI sull’insieme del movimento di classe. E come tutti quelli che hanno militato alla sinistra del PCI, ho fondato la mia ricerca di identità politico-sociale, cioè il mio ruolo nella lotta di classe, sulla ipotesi-osservazione diretta della “autonomia operaia” intesa come autonomia della lotta di ampi strati di classe non solo dal comando capitalistico, ma anche dalle tradizioni del Movimento operaio, dalla cultura dominante, dalla politica partitica; in alternativa, cioè, alla pratica che faceva coincidere gli interessi della classe operaia con la linea delle organizzazioni del Movimento operaio (PCI, PSI, CGIL) (9).
Ma non per tutti la fine di Potere operaio è la fine della lotta.
(6) G.Palombarini, 7 aprile: il processo e la storia, Venezia, Arsenale Cooperativa Editrice, 1982, pp. 40-42.(7) Ivi, p. 45.(8) Ivi, p. 51.(9) D.Lanzardo, La rivolta di Piazza Statuto, Milano, Feltrinelli, 1979, p. 5.
(4-CONTINUA)

7 aprile 1979

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