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26 septembre 2005 1 26 /09 /septembre /2005 00:00

Questo aspetto della violenza (in questo caso) è il primo limite dello sciopero della fame: l’essere cioè un’extrema ratio che non può essere separata dall’urlo di autonomia, fino all’autismo. Lo stesso aspetto di irriducibilità – diluita fino allo stillicidio – insito nell’anoressia, uno sciopero della fame a oltranza, seppure a bassa intensità. C’era una forza assoluta in Jan Palach (e poi in Bobby Sands) o nei bonzi vietnamiti, che si esprimevano in altri codici: ma l’Unità della mia adolescenza li traduceva nei termini necessari e sufficienti per la quotidiana battaglia politica. Certo, ce ne vuole per avere la forza di non rivendicare niente.

Come Diogene. Per replicare all’Alessandro di turno che ti tenta con il brutale “A Fra’, che tte serve?” con un geniale “Grazie, basta che ti levi dal sole”.

Come il Bartleby di  Melville. Il suo “Non sopportarvi più un minuto”  - in inglese è ancor più potente: “I ‘ll like not too” e mi tenta sempre più spesso -  è un buon viatico per cominciare a lasciarsi morire.

O Mishima, con i suoi codici diversi, e non solo perché fascista. Ci faceva impazzire quel compagno giapponese di Potop (ne è passata di gente da noi…) che ci spiegava che per scioperare nel suo paese gli operai si mettevano una fascia in testa. Per me era incomprensibile come per loro lo scorno del padrone fosse più efficace del danno alla produzione. Eppure era vero: quest’impatto si rivelò, infatti, vincente, per Fosco Maraini. Internato con la famiglia dopo l’8 settembre, vedeva i suoi avviarsi alla morte per stenti. Così si recò dal comandante del campo e senza profferire parola si tagliò un dito. E subito furono aumentate le razioni.

Anche Pannella sa bene del rischio di autismo. Eppure anch’egli ha qualcosa di grande: lo sciopero della sete per uno con il suo cuore è un consapevole “o la va o la spacca”. Qualcuno poi maliziosamente potrà vederci un estremo gioco da artista, la ricerca della morte in palcoscenico. Come Berlinguer, che se l’è trovata.

Tutti lo sappiamo e dobbiamo dircelo, ma c’è anche la dipendenza dispotica del neonato che urla oltre lo sfinimento. E allora sono tante le immagini letterarie che si possono sovrapporre: la partita a scacchi del Settimo sigillo, la Signora delle camelie. La fine può essere tragica. Lo deve ben sapere il duro del piccolo partito della fermezza che al mio urlo replica invocando la facoltà di non rispondere, lasciandomi l’unica alternativa tra durare un minuto di più o cedere. Ma io non sono la Thatcher: e quindi dovrei fermarmi, non senza risentimento. Ma quello, per me, avrebbe finito di pontificare. Una fibbia “giapponese”: non la morte fisica, quindi, ma nel mio foro interiore. Per fargli sentire, ogni volta che tornerà a prendere la parola, un assillo.

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Published by Oreste Scalzone - dans ESTATE 05
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