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4 janvier 2011 2 04 /01 /janvier /2011 13:17

Corriere della Sera 31-12-2010. Giovanni Bianconi

 

Il personaggio. L' ex «militante rivoluzionario» visto dai rifugiati in Francia . Gli altri fuoriusciti «Non dica però di essere innocente»

 

«Lui non si doveva sentire diverso dagli altri» Sono pronti a esultare, nonostante siano svanite le simpatie d' un tempo. Gli «ex compagni», come li ha chiamati lui stesso tracciando una linea di demarcazione, brinderanno convinti alla scampata estradizione (se davvero sarà così) di Cesare Battisti, ma la notizia attesa dal Brasile non cancellerà i dissapori accumulati nel periodo della latitanza e della carcerazione preventiva dell' ex militante dei Proletari armati per il comunismo.

 

Battisti era uno dei tanti rifugiati in Francia fino alla fuga dell' agosto 2004; una sorta di perseguitato politico da un regime poco meno che autoritario secondo la vulgata diffusa negli ultimi anni dai suoi supporter francesi. È in quel momento che si consuma il distacco fra Battisti e gli altri «esuli» corsi al riparo della «dottrina Mitterrand», che garantiva asilo politico agli ex terroristi o anche solo agli accusati di reati connessi purché uscissero allo scoperto e non combinassero altri guai. Battisti ha cambiato avvocati, abbandonando la coppia composta da Jean-Jacques De Felice e Irène Terrel che aveva difeso le ragioni di pressoché tutti i rifugiati italiani incappati nelle maglie della giustizia francese, e ha mutato linea difensiva. Sostenendo all' improvviso che lui era innocente e in Italia era stato condannato ingiustamente. Da giudici che avevano violato le regole, in «una democrazia con la mafia al potere e dove i fascisti non hanno mai abbandonato le posizioni di dominio»: parole dell' ex militante politico divenuto scrittore di grido più in Francia che in Italia in un' intervista del gennaio 2009. Per chi era passato dalle stesse corti e dalle stesse galere, e come Battisti aveva trovato ospitalità Oltralpe, è stata una scorretta rottura del fronte unitario. Fino a quel momento nessuno dei tanti sotto minaccia di estradizione aveva rivendicato la propria innocenza: perché non era quello il punto, né si trattava di rifare i processi. Il diritto d' asilo, ha sempre sostenuto la «compagneria» italiana radunatasi a Parigi, riguardava tutti, colpevoli compresi. «Desta seri dubbi il tono scelto per giustificare pubblicamente la decisione di passare alla difesa di merito - scrisse nell' ottobre 2004 l' ex brigatista Paolo Persichetti, unico estradato dalla Francia in questa sottostoria degli "anni di piombo" - Quasi che si volesse marcare una differenza individuale con le tradizionali condotte difensive degli altri fuoriusciti. Stupisce il bisogno di sottolineare una distanza col resto della comunità, come se la diversità fosse d' improvviso divenuta un valore aggiunto». Quel testo, inviato da una prigione italiana, era intitolato «Caso Battisti: risposta a Fred Vargas», perché la scrittrice di gialli francese stava spendendo fiumi di parole e d' inchiostro per dipingere come vittima innocente il suo «collega» dal passato un po' turbolento. Al quale la donna è stata e resta molto legata. La stessa Vargas aveva insinuato che in precedenza Battisti non aveva rivendicato la sua estraneità ai fatti per i quali era condannato, rinunciando così a difendersi nel merito delle accuse, per non nuocere al resto dei rifugiati. Come se vi fosse stato in qualche modo costretto, incastrato da una specie di ricatto morale esercitato dall' entourage frequentato fino a quel momento. Lo stesso Battisti, nel libro scritto durante l' ultima latitanza Ma Cavale, La mia fuga, pubblicato in Francia nel 2006, ha usato parole poco lusinghiere verso gli «ex compagni». Descrivendo con toni annoiati gli «incontri estenuanti» dove si respirava «un' aria lugubre e complottarda da comitato centrale», nei quali «qualche trombetta sfiatata degli anni rossi» avrebbe approfittato dell' improvvisa «popolarità acquisita dalla causa dei rifugiati», grazie al clamore suscitato dal suo caso, «per spolverare i vecchi abiti da leader politici». In pratica ha sostenuto che s' erano approfittati di lui, e probabilmente anche per questo aveva deciso di abbandonare la difesa comune per passare a quella individuale. Naturale che gli altri fuoriusciti - i quali non avevano mancato di radunarsi decisi e chiassosi davanti a carceri e tribunali durante la detenzione francese di Battisti, prima della liberazione che poi gli consentì la fuga - non la prendessero bene. E che si allentassero le simpatie verso questo ex ragazzo semplice, apparso un po' troppo supponente dopo i successi letterari. Il giovanotto nato in provincia di Latina nel 1954 da una famiglia proletaria e di convinzione comuniste, cresciuto in riformatorio e politicizzatosi in carcere su impulso di un militante dei gruppi armati che poi s' è pentito ed è diventato uno dei suoi accusatori, s' era ritrovato ad essere ospite ben accolto nei salotti e nei circoli letterari francesi. Grazie anche a un fascino derivante dall' aria malandrina che non l' ha mai abbandonato, da gestore di una lavanderia a gettone è passato a firmare copie dei suoi libri polizieschi e noir su richiesta dei lettori più appassionati. E probabilmente pure le nuove frequentazioni hanno contribuito a scavare il solco fra lui e gli altri ospiti della «dottrina Mitterrand», che d' un tratto gli sono andati stretti. Ma la tuttora contestata dichiarazione d' innocenza del rifugiato-scrittore non ha fatto venir meno la solidarietà verso chi rischia di passare in carcere il resto della vita. E lo stesso Battisti, dal carcere brasiliano in cui continua ad aspettare la decisione sul suo futuro, ha mandato a ringraziare chi in Italia ha contribuito a sostenere la causa della non-estradizione. Compreso Persichetti il quale, a prescindere dal dissenso sul cambio di linea difensiva, nella sua attività giornalistica di detenuto semilibero, ha dato voce alle ragioni giuridiche che hanno portato l' ex ministro della giustizia brasiliano a concedere all' ex terrorista lo status di rifugiato politico. «Aspettiamo col fiato sospeso la notizia del no alla riconsegna di un compagno di destino - dice da Parigi Oreste Scalzone, inossidabile leader dei rifugiati italiani -. Per la riaffermazione di un principio e di un precedente. L' appoggio alla causa è incondizionato anche da parte di chi, come me, non ha condiviso le sue ultime scelte di difesa, politicamente e culturalmente poco fondate, oltre che dettate da una intellighenzia di romanzieri abituata a lavorare di fantasia piuttosto che al rigore pertinente della critica».

 


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Published by Oreste Scalzone
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