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15 février 2012 3 15 /02 /février /2012 20:12

Dopo una vera/falsa partenza, riprendiamo la sequenza delle puntate della lettera «Considerazioni (inattuali ?) sui fatti del quindici [ottobre 2011, a Roma], e a partire da essi ».

Avevamo detto, che “un programma è fatto per essere cambiato”, figurarsi un'agenda, uno scadenzario : essi servono, almeno per noi, nelle condizioni date – nell'inadeguatezza forzosa e nell' evidente povertà dei mezzi, nell' indigenza crescente di risorse e innanzitutto di tempo, tempo che manca crudelmente, che « fugit » in ogni senso, sfugge –, come “traccia direttrice”, in filigrana, per 'render l'idea', dare una determinazione 'di massima', situare, imporci un punto finale di un altrimenti incessante lavorìo, “ruminazione” e secrezione di un 'bolo', filatura e tessitura discorsiva, in situ...

E via, ricominciamo : le puntate restano 21, almeno per ora : “sdoppiate” in scritturazione “centrale”, e scolii, glosse, ex-cursivi, e chissà cos'altro ci apparirà formula, espediente comunicativo per un tentativo, almeno, di spiegarsi, mai “una volta per tutte” e in modo compiuto, ma quantomeno un po' e per un po', quanto possa sembrarci bastare, in modo per qualche passaggio e respirazione sempre provvisoriamente definitivo, per poter pensare di 'passar oltre', possibilmente e necessariamente, “de force, avec d'autres”.

Accanto, come in una rubrica 'a latere' « ...e frattanto », correranno degli interventi, incursivi verso altrove, che in qualche modo sono anche tracimazioni, esondazioni dal 'corso' e dal 'campo' : chi volesse, potrebbe trovarli nel « BlackBlog, rivista di critica del tempo a cura di Oreste Scalzone & Complici » ; in “post” sulla vetrina di Facebook ; e anche 'a latere', appunto, di questa lettera, nel suo 'luogo' specifico che sarà l'opificio ancorato a Terni <http://persistenze.blogspot.com> ; nonché in siti, blogs, strumenti di comunicazione sociale sodali e disponibili a linkare.

(Per altro, da parte strettamente sua, il sottoscritto OS segnala che comunque non ha lasciato cadere “nel dimenticatoio” un'intrapresa” lettera intermittente intempestiva d'auguri per un anno bisestile”. Non che “io sottoscritto” pensi che altri ne sentano la mancanza, il bisogno : sono io che lo sento, e questo 'movente' potrebbe anche bastare...).

Questa puntata ha finito per diventare – tra testo che corre e scolio – di una lunghezza un po' “mostruosa”. Osiamo sperare che questo non scoraggi o, indispettendo e anche preoccupando per il seguito, costituisca una controindicazione controproducente, e faccia schermo ; si doveva infatti

(o comunque, il locutore all'origine della traduzione scritturata non poteva inibirselo, avendo la sensazione che, altrimenti, si sarebbe trattato di un “falso movimento” ) provare a dar conto, subito, rendendone almeno l'idea, di un annodamento cruciale attorno ad un punto dolente, che è al tempo stesso un qualcosa che sembra oscurare l'orizzonte : quell'aspetto della critica dell'esistente, e in essa dei modi comuni di pensarlo, rapportarvisi, muoversi in esso, che è costituito dall'arrovesciamento ideologico di concetti, teoria, pratiche viventi, la loro contraffazione mortiferante, tessuta di “stupri semantici” e già terminologici e onomastici, che traducono, e al contempo proseguono, accelerano intensificano, una inesorabile autocontraddizione. L'urlo troppo a lungo trattenuto e sommesso “not in my name!” non è soprassalto, purismo “identitario”, ma lacerante convinzione amaramente centellinata giorno dopo giorno, di un esito paradossale e terribile di tanto accanito lavorìo... A rischio che inizialmente risulti ancora oscuro, occorreva “dichiararlo” in questo ennesimo reinizio, come “chiave di comprensione” in filigrana, in una congiuntura in cui è assai probabile che non ci sarà, per un pezzo, un'altra chance.

Ecco tutto, il minimo. Con l'ardire di una “preghiera di leggere”, e possibilmente reagire, un saluto

 

PERSISTENZE
Giornale immaginario, esce il 29 febbraio
Almanacco bisestile per la critica e clinica dell'al-di-qua

Oreste Scalzone
con
Alessandro Scalondro

TRACCIANTI
Considerazioni inattuali sui fatti del quindici ottobre
Lettera a puntate estemporanee in venti quinterni

* * *

Sommario

1. Fuoricampo – 2. Bisogna cercare nuove armi – 3. Totalitarismo e ipermodernità – 4. All Cops Are Bastards – 5. Più umano dell’umano – 6. «S’i’ fosse foco, arderei lo monno» – 7. Pornofonia e antipolitica – 8. Todos caballeros – 9. Il desiderio mimetico della compagneria – 10. La doppia morale di Giorgio Napolitano – 11. La fabbrica di Nichi e i laboratori del microfascismo – 12. Il monopolio legale della violenza – 13. Indignarsi non basta – 14. Dall’indignazione alla delazione? – 15. La violenza dei “non violenti” – 16. I giustizieri della Repubblica – 17. «La violenza non è né buona né cattiva, la violenza è» – 18. Rivolta e rivoluzione – 19. Uno solo o molti cavalli pazzi? 20. Per non finire

* * *

2. Bisogna cercare nuove armi

Arriva alla gola il rigurgito di un crescendo di stupore, di furia e sgomento per le innumerevoli batracomiomachie che si levano anche dal “nostro campo”, quello della “nostra gente”, quello di cui – per storia, divenire, fraternità, complicità, «affetti primari» e «comunità di destino» – facciamo anche noi volenti o nolenti parte, quale che possa essere il nostro particulare giudizio di fatto e/o di valore sulle sue attuali derive e i suoi approdi. (Anzi, sicuramente volenti, ancorché lacerati e trattenuti, per così dire, in sospeso tra «affects» e «raison», «fraternité» e «terreur», empatismi e non-affinità, doppi vincoli e distanze critiche al limite dell’estraneità ostile).
Non abbiamo difficoltà alcuna, ancor più se ciò può essere in qualche modo utile ad evitare che il nostro filo del discorso possa cominciare ad essere frainteso e/o distorto prima ancora quasi di iniziare a dipanarsi, a rinunciare all’utilizzo di «categorie del politico» di difficile e controversa applicazione soggettiva e oggettiva quali «movimento», «compagneria» o affini. Qualora lo si reputasse maggiormente pertinente, saremmo inclini anzi a parlare sin da subito di «piazza», nel senso proprio di arengo, di sfera pubblica autonoma e/o statuale, o di luogo di elezione degli uomini e delle donne più o meno “contro”. Almeno sotto questo profilo, essa dovrebbe essere incontestabilmente per tutti e per ciascuno un “fatto” e non un’“interpretazione”, ancorché non si fosse mai stati, non si sia né, tantomeno, si dovesse mai essere tra coloro che continuano a riproporsi ossessivamente di confluirci tutti assieme, sia pure ciascuno con i propri rispettivi retropensieri e intenti di scontro.
Il nostro discorso vale per quelle componenti più o meno consapevolmente subalterne ai disegni egemonici della «sinistra di Stato», lanciate a spron battuto all’inseguimento dell’ultimo idola tribus che gli dovrebbe spalancare ipso facto – anche se non si capisce poi bene il perché – le porte del Parlamento (che poi, al limite, una cosa sarebbe l’“uso movimentista del Parlamento” e altra cosa ancora l’“uso parlamentare del movimento”). Ma vale anche, e soprattutto, per quella che, almeno per noialtri, è ancora la «meglio gioventù», ancorché sia divenuta anch’essa – non foss’altro che per il carattere sostanzialmente «mimetico», «contro-imitativo» o, per meglio dire, di “calco arrovesciato” del suo stesso desiderio di «cambiare il mondo» e «la vita» – facile preda di modi di razionalità e di relazione della stessa natura strutturale e funzionale di quelli del nostro «nemico» comune. Quasi che il suo essersi, a suo tempo, “voltata indietro a guardare” l’amaro destino spettato ai primi avesse fatto diventare anch’essa una statua di sale, come la moglie di Lot, o come se anche Perseo fosse rimasto pietrificato dallo sguardo diretto della Gorgone.
Vale, dunque, per i «riformisti del capitale» tanto quanto per quelli «operai», per la «sinistra della borghesia» tanto quanto per la «destra del proletariato», vale per gli uni tanto quanto per gli altri – così si sarebbe detto, in modo forse eccessivamente tranciante ma, ciò nondimeno, senza alcun tatticismo che rischia sempre di risultare sospetto, «al tempo di nostra vita mortale», quello dell’«assalto al cielo».
Epperò, se ci limitassimo a ripeterci per l’ennesima volta solo e soltanto questo, non riusciremmo forse a dire tutto. O, perlomeno, a dire in modo sufficientemente esplicito – ed è quello che più ci preme – che, se il disagio per questa drammatica scissione fra un sentimento di contiguità, fatto anche di pregresse appartenenze comuni, e una divergenza che va ben oltre la critica e diventa divaricazione anche etica, profonda e forse irreparabile, vale per tanta parte di queste componenti, ben altra è per noi la sua insopportabilità allorché essa arriva a dividerci da coloro con i quali continuiamo ad avvertire il persistere di una medesima comunità di intenti.
Alludiamo ai refrattari, agli ammutinati, a quelli che il loro «male di vivere» lo traducono in rivolta, e non già in farsesche trasgressioni, in querimoniali indignazioni e/o in denunce a buon mercato, che si attestano sempre al di sotto del bordo oltre il quale c’è la messa in gioco del proprio corpo. Messa in gioco che, al di là di ogni equivoca etica e/o epica del sacrificio, è sempre un riscontro certo di autenticità, una garanzia del fatto che non si giochi mai fatuamente, pronti a cavarsela con una piroetta leggera o, ancor peggio, de-responsabilizzandosi del tutto rispetto alle conseguenze e ai costi a cui dovessero, per propria causa, andare incontro i propri sodali.
È per questo che, almeno per quanto ci riguarda, il rigurgito sale alle labbra senza più il ritegno che trattiene, l’orrore del malinteso che fa torto o la reticenza legata al timore di dare un dispiacere ai molti “qualcuno” a cui tante cose ci legano. Il tutto accompagnato da un estremo senso di nausea per tutti i sussurri, le chiacchiere e le grida, tanto più subalterne quanto più dominate dal fiele del risentimento, dall’esibizione della propria pubblica moralità o, peggio ancora, da quello stato di indignazione permanente che il più delle volte si risolve ambiguamente in denuncia, che ci siamo ritrovati ad ascoltare anche prima, durante e, soprattutto, dopo la manifestazione di Roma del 15 ottobre scorso.
Quel 15 di ottobre, se non per tutti almeno per noi, ha rappresentato infatti il momento in cui una tragedia a lungo annunciata è arrivata alfine a consumarsi, andando ben oltre quel paradossale malinteso tra «non violenza» e «legalitarismo», tra «etica» e «mercato politico», che ha fatto sì che taluni avessero iniziato da tempo a far mostra di pensare che, poiché bisognava essere necessariamente «non violenti», si dovesse per forza spaccare la testa a chiunque avesse solo pensato di spaccare una vetrina, scadendo nella vertiginosa contradictio in adjecto di dare istituzione ad una «non violenza» normativa, prescrittiva e garantita dalla forza, alla stessa stregua di una seconda forma di legalità all’interno della prima – quella del «Monopolio di Stato».
Il 15 ottobre è stato il momento in cui la dialettica politica tra le diverse componenti del movimento – ancorché già ampiamente inquinata da innumerevoli «passioni tristi», identitarismi su base legittimistico-vittimaria e altrettanti processi autofagici “a somma zero”, anzi a saldo negativo – è arrivata a tramutarsi in vera e propria denuncia massmediatico-giudiziaria, dando luogo a contese memoriali su “aggrediti” ed “aggressori”, rinfacciamenti reciproci di “torti” e “ingiustizie”, nonché a processi, di preferenza a mezzo Internet, su “intenzioni”, “mezzi” e “fini” più o meno occulti degli uni e degli altri.
Il 15 ottobre è stato il momento in cui taluni sono arrivati a superare persino il tabù della delazione en plein air: fatta, vale a dire, nella pubblica piazza, e non certo perché si sentissero ridotti a «nuda vita», sotto il giogo di un dominio incontrollato, nel fondo di una stanza delle torture o in quella che, nella nostra precedente vita, è stata la fabbrica dei rinnegamenti, delle “autocritiche fatte agli altri”, del mercato delle indulgenze, della rotta disordinata in cui per primi si sono calpestati i corpi dei propri vicini, dei “pentimenti” che hanno esportato espiazione, contrizione e si sono tradotti in identificazione funzionale con i propri aguzzini.
Il 15 ottobre è stato il momento in cui si è arrivati (e non già per lo “strappo d’impeto” di una qualche «singolarità qualunque», che pure avrebbe contenuto già in nuce tutto il peggio della storia del dominio dell’uomo sull’uomo, in tutte le sue declinazioni possibili) alla banalizzazione collettiva di un comportamento che ha sancito il passaggio ad un’«inimicizia assoluta» tra le parti che, nella sua qualità di guerra di annientamento reciproco, ha assunto lo stesso carattere illimitato della «guerra santa» di cui parlava Carl Schmitt ne Il nomos della terra. Un’inimicizia assoluta che ha reso di fatto secondaria la propria stessa inimicizia fondativa nei confronti del cosiddetto «ordine costituito», a cominciare proprio da quel monopolio statale della violenza, della legalità, della sorveglianza e della punizione che, a quanto pare, non si disdegna più di scimmiottare, senza nemmeno accorgersi dell’esserci finiti dentro come, se non peggio, di un «gorilla ammaestrato».
Non ultimo, quel 15 ottobre è stato per noi il momento in cui questa mutazione – sia pure iatrogena, e che ne richiama alla mente ben altre – si è manifestata in modo completamente dispiegato, arrivando al punto di coinvolgere nelle sue spire anche soggetti individuali e collettivi che – tali e tanti sono i grumi di vissuto che ci legano – ci risulta pressoché impossibile non continuare a percepire come a noi contigui.
Difficile credere che tutto ciò sia stato solo un mero effetto spurio, un «effetto non intenzionale delle proprie azioni intenzionali», non meno che un chiaro indice del proprio assoggettamento acritico all’air du temps: a quel mellifluo “cittadinismo democratico” fatto di messa in scena politicantesca della propria affidabilità, di un “buonismo” benpensante, “droits-de-l’hommistico” e/o politically-correct quanto si vuole, ma sempre e comunque con i denti più o meno aguzzi e affilati.
Non indugieremo in alcuna concessione “familistica”, liquidazione “omertosa” o attenuazione della nostra posizione critica, ancorché resistendo pervicacemente ad ogni tentazione ad emettere giudizi retroattivi o a retrodatare storicamente le origini di tale naufragio, scadendo a nostra volta nel più bieco moralismo colpevolista, in un genealogismo che sfocia nel determinismo o, ancor peggio, in una sorta di essenzialismo innatista.
Perseguiamo un solo ed unico obiettivo, ben sapendo di poter essere facilmente fraintesi da più parti, e di dar scandalo in più direzioni, confidando però nel fatto che solo un «colpo schizoanalitico» ben assestato potrebbe forse riuscire a produrre un disvelamento catartico. Quello di cui vorremmo più di ogni altra cosa venire a capo, anche a costo di ritrovarci a scavare alla cieca come una talpa, sono le radici teorico-pratiche di tale vertiginosa «eterogenesi dei fini», provando a decostruirne le economie libidinali e utilitaristiche, le aporie e i malintesi, i vizi e le degenerazioni fondative che ne sono alla base. Sappiamo che questa sorta di Aleph è forse introvabile, ma, se non ci si rassegna mai ad una sua approssimazione sia pure insoddisfacente, anche lo sforzo di cercarlo sarebbe «conatus» vano.
Ci sono momenti nella vita, come quello in cui si aspetta che venga estratto «Capatosta» – il numero ritardatario per antonomasia – sulla ruota di Napoli. È una superstizione pensare che non possa prima o poi non uscire, così come pensare che, tanto, non uscirà più. Si dice che rispetto al caso e alla probabilità tutto è estremamente complesso, e che ogni volta si ricominci da capo. Ma può succedere anche che, per i motivi più disparati – la vita che ti taglia i tempi o la goccia che fa traboccare il vaso –, ad un punto di svolta prima o poi si finisca per arrivare lo stesso. Questo può essere catastrofico nel senso classico del termine, o «catastrofico» nel senso delle matematiche di René Thom, cioè un punto di deviazione, o un «clinamen», anche catartico, che ti può permettere finalmente di “vuotare il sacco”.
Non è soltanto un’estrapolazione al limite, iperbolica, parossistica, senza più misura così come senza più misura è, a quanto pare, una situazione di crisi radicale come la nostra. È la prima esigenza che si avverte quando il tempus fugit non fa più problema, perché si comincia a sentire direttamente sulla propria pelle che il tempo sta smettendo di fuggire, che potrebbe essere finito per sempre e che si rischia davvero di non poter ricominciare più come quando tutto si arresta post mortem – come nella «lettera fatale» di Grivel.
Forse tutto ciò sembrerà avere un tono un po’ “testamentario”. Inutile dire che non lo è né, tantomeno, vorremmo che lo fosse. Trattasi tutt’al più di un “arrivederci” prima di un viaggio da cui si sa già che si farà ritorno («Notre vie est un voyage / Dans l'Hiver et dans la Nuit, / Nous cherchons notre passage / Dans le Ciel où rien ne luit»). Ma, anche se così non fosse, non ci sarebbe niente di meno tragico di un testamento: c’è un vecchio detto zen che dice che in fondo si dovrebbe vivere sempre come se non si dovesse morire mai, e come se si potesse morire da un momento all’altro.
La critica contro il risentimento. Il dubbio contro le certezze sicumeriche. La riflessività contro le sentenze di condanna. Il ragionamento anche appassionato contro chi pensa di dover estrarre sempre la pistola per primo e sparare nel mucchio. La ricerca della verità contro la supponente ignoranza di certi resoconti giornalistici che sbagliano volutamente, giacché è certo che non sbagliano mai tra un «mammasantissima» e l’altro perché quelli stanno nel «cielo della politica» e noi no, mentre andare all’ingrosso significa sempre sottolineare che non può che trattarsi che di un “formicaio di merda”: tutto questo, si sa, è perdente, è «pena perduta», e non arriva mai.
Forse, bisognerebbe portarsi definitivamente al di fuori da questa “fiera delle vanità”, popolata soltanto da vociferazioni talmente ineffettuali da risultare sconce. Forse ha ragione chi, come Gaspare De Caro, lo dice da sempre. Cercare di essere, non solo «intempestivi», ma proprio altrove, perché tanto non si arriverebbe mai in tempo lo stesso. Perché – te lo dicono e a volte lo pensi anche – puoi pure arrancare rantolando, tanto ti ritroverai sempre come chi insegue la sua ombra per doppiarla quando il sole gli viene da dietro o come chi, quando il sole per una volta gli sta in faccia, conti di poter sfuggire alla sua ombra che lo insegue.
Forse è proprio così. Però c’è anche una parabola di Kafka che ha per titolo “Er” (“Egli”), citata da Hannah Arendt ne La vita della mente, il cui «personaggio concettuale», sentendosi artigliato dal proprio futuro anteriore e vedendosi venire incontro minacciosamente il suo nuovo avvenire, riesce comunque a trovare una «linea di fuga» saltando verso l’alto. Ma quale sarebbe, viene da chiedersi, questo salto verso l’alto di cui noialtri non siamo ancora capaci, talché il più delle volte ci ritroviamo malinconicamente ad auspicare che, se non noi, almeno la «critica dei topi» possa un giorno riuscire ad avere ragione di tutta questa spessa cortina di neolingue e menzogne.

(continua – anche su: “Persistenze. Almanacco bisestile per la critica e clinica dell’al-di-qua. Giornale immaginario, esce il 29 febbraio”. http://persistenze.blogspot.com/)

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Published by Oreste Scalzone
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