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10 avril 2010 6 10 /04 /avril /2010 02:26

È stata pubblicata sull'edizione domenicale della Tageszeitung (TAZ, quotidiano berlinese di sinistra) del 21.3.2010, l'intervista agli esuli tedeschi in Francia Sonja e Christian, che trovate qui in versione italiana. Sul caso si può vedere anche il post 'Quando la memoria si fa vendetta'.

RZ.jpgRevolutionäre Zellen

Sfuggiti per 22 anni ai cacciatori di terroristi. Sonja Suder e Christian Gauger sulla vita in clandestinità e su ciò che si prova quando si viene scoperti
"Guardi sempre se c'è qualcuno dietro di te"

di Andreas Fanizadeh

taz: Signora Suder, signor Gauger, quando vi siete accorti per la prima volta di essere osservati?

Sonja Suder:
Era l'estate 1978. Eravamo appena tornati a Francoforte da una gita nel sud della Francia. Alle 6 di mattina ci siamo mossi per montare il nostro stand al mercato delle pulci all'Eisernen Steg sul Mainufer.
E li avete notato che qualcuno vi seguiva?Suder
: Alle sei di mattina è evidente se qualcuno ti sta dietro dalla porta di casa fino al mercato, dove poi non monta un suo stand. Al pomeriggio l'abbiamo comprovato ed era chiaro: eravamo osservati. Era un caldo giorno d'estate a Francoforte, credo in agosto. E dovemmo prendere una decisione.
Perché?

Eh, erano tempi duri, era l'anno dopo il sequestro Schleyer e i morti di Stammheim. Decidemmo di andarcene via.

1978
. Chi si ricorda del 1978, l'anno in cui Sonja Suder e Christian Gauger scomparvero dalla scena, per restare introvabili nei successivi 22 anni? L'anno in cui l'Argentina visse i mondiali di calcio. O in cui nacque Katja Kipping, oggi vice capo del Partito Die Linke (La Sinistra). C'era ancora la RDT (Germania dell'Est) e l'Europa occidentale era nella fase finale del movimento del '68. In Nicaragua i Sandinisti attaccarono il Palazzo Nazionale, in Italia le Brigate Rosse uccisero il democristiano Aldo Moro.

Quando l'esplosivo scoppiò all'improvviso

E nella Repubblica Federale Tedesca, nel giugno del 1978, un conoscente -secondo la Procura penale- di Sonja Suder e Christian Gauger si preparò a piazzare una bomba al Consolato argentino di Monaco. Si chiamava Herrmann Feiling ed avrebbe agito, come Sonja Suder e Christian Gauger, nell'ambito delle cosiddette Cellule Rivoluzionarie (RZ). Le RZ erano per gli apparati di difesa dello Stato difficili da valutare, poiché dalla loro spaccatura del 1976/77 agivano senza una direzione riconoscibile. Il gruppo propagava attacchi con danni materiali e tentava, diversamente dalla RAF, di non fare vittime. Suder e Gauger avrebbero partecipato, dice oggi la Procura, a due attacchi contro imprese che lucravano sull'uranio con il Sudafrica, nel 1977, e ad un incendio al castello di Heidelberg, nel 1978. Perciò il 15 settembre 1978 un giudice istruttore federale emise un mandato d'arresto contro i due. Se Gauger, Suder e Feiling si conoscevano veramente, come ritiene la Procura, potevano senz'altro, nel 1978, considerare l'Argentina come uno Stato di non-diritto. Là i militari avevano fatto nel 1976 un colpo di stato con un seguito di 30'000 omicidi. In quel paese e in condizioni scandalose si giocarono i campionati mondiali di calcio. E la coalizione social-liberale di Bonn tollerava gli affari delle imprese tedesche con la dittatura argentina, mentre aiutava solo con molte esitazioni i cittadini germanici incarcerati e torturati in Argentina. V'erano insomma seri inconvenienti , anche se solo pochi come Herman Feiling tentarono di bucare con una bomba il muro del Consolato argentino. Ma l'attentato al Consolato non ebbe luogo. Per Hermann Feiling, il presunto conoscente di Suder e Gauger, la preparazione ebbe un esito fatale. L'esplosivo scoppiò il 23 giugno prima del previsto ad Heidelberg, e Feiling perse entrambe le gambe e gli occhi.
Il ferito grave venne palesemente interrogato dagli inquirenti già nella clinica universitaria di Heidelberg. Per settimane e mesi, dicono amici ed avvocati, gli inquirenti isolarono Feiling, per cercare di ottenere informazioni sulla struttura organizzative delle Cellule Rivoluzionarie. Gli inquirenti verbalizzarono ciò che Feiling avrebbe detto loro sotto l'effetto dei medicamenti e senza l'assistenza di un legale liberamente scelto, cose che poi egli ritrattò.
Poche settimane dopo l'incidente di Feiling, Suder e Gauger notarono la squadra di osservazione a Francoforte e si eclissarono. Da allora avrebbero vissuto da qualche parte all'estero senza più essere attivi -come lo erano in precedenza- in rapporto alle RZ.
Il sospetto contro Suder e Gauger "si appoggia in sostanza sulle dichiarazioni del testimone Feling nel 1978" conferma oggi, su richiesta, la Procura di Francoforte. Solo nel 1999 si aggiunse secondo le autorità un ulteriore sospetto contro Sonja Suder. Accusa: partecipazione all'attacco contro l'OPEP a Vienna nel 1975 e complicità in omicidio. I termini di prescrizione per gli attentati originariamente imputati a Suder e Gauger è di 20 anni. Sarebbero quindi prescritti dal 1998. Ma, sostiene la Procura pubblica, la prescrizione è stata "interrotta più volte" e può andare "al massimo fino al doppio del tempo previsto, dunque a 40 anni". Un attacco incendiario del 1978 (prescrizione: 10 anni) può essere trasformato in un attacco incendiario con messa in pericolo della vita altrui (prescrizione: 20 anni) e così allungare la prescrizione a 40 anni.
È del 2000 la spettacolare scoperta con immediato arresto dei due "pensionati delle RZ", come vennero definiti, a Parigi. Da allora le autorità francesi e tedesche si affannano su Suder e Gauger. Nel 2001 la Francia respinse una domanda di estradizione della Germania. Ora la pagina potrebbe voltarsi, grazie al nuovo mandato di cattura europeo, contro i due militanti della sinistra degli anni settanta. Il caso pende al momento presso la Corte costituzionale francese. Si ignora se la Francia estraderà.

2010.
Parigi, Saint Denis, vicino all'Università 8. Su piccolissimi appezzamenti di terreno sorgono piccole case, in lontananza si scorgono i profili di alcuni grattacieli. Non c'è nessuno per strada, è una giornata fredda e umida. In una delle casine, o meglio in una parte minuscola di una di quelle casine, vivono da quando vennero scoperti ed arrestati Sonja Suder e Christian Gauger. Sonja Suder ha compiuto nel frattempo 77 anni, Christian Gauger ne ha 68. Erano una coppia già prima della fuga nel 1978. È la prima volta che parlano con la stampa tedesca. Il colloquio è accompagnato da thé e torte. La loro cucina non arriva a 16 metri quadrati.

In clandestinità poco prima della laurea

Com'è, essere trovati e presi decine di anni dopo aver attaccato delle imprese tedesche per i loro affari con il Sudafrica dell'apartheid, dopo essere scomparsi ed aver vissuto una vita clandestina in Francia? Suder e Gauger sorridono. Su quei temi non parlano. Entrambi vogliono parlare con la TAZ a condizione di non dover rispondere a domande che possano avere un rilievo giuridico nel loro processo. Non dicono se, e se sì, per cosa, portano responsabilità.

taz: Da quando vive in esilio?

Sonja Suder:
Dal 1978.
Prima viveva a Francoforte?

Suder:
Si, studiavo medicina. Quando siamo partiti, avevo quasi finito.
Quanti anni aveva, allora?

Suder:
Dovevo averne 45.
E lei, signor Gauger?

Christian Gauger:
Anch'io vivevo a Francoforte. Avevo un diploma in psicologia e lavoravo con la pedagogia speciale all'Università.
Come collaboratore scientifico?

Gauger:
No, come 'servitore' scientifico. Così si chiamava allora.

Gauger squadra il giornalista. Beve un po' dalla sua tazza -thé d'erbe come quello di Suder- ed è calmo e concentrato. I suoi capelli bianchi li ha raccolti in una treccia, il viso è incorniciato da una barba sale e pepe tagliata corta. Con la sua camicia a fiori ed il leggero dialetto della regione dell'Hess potrebbe essere uscito direttamente da un negozio di antiquariato del quartiere Bockenheim a Francoforte. Sonja Suder dirige il dialogo. I suoi 77 anni non si notano. Una personalità agile, vivace e spontanea, con una voce decisa, è vestita sportivamente in nero, con capelli corti e scuri.

La camera a Saint Denis è arredata con mobili usati, comoda e pratica, come se ne vedono nelle comuni della scena alternativa. L'anticonsumismo sembra un'ideologia pratica per la vita spartana della clandestinità, senza pensione né entrate stabili. Tra i libri sugli scaffali si notano molti reggiposate. I reggiposate vengono volentieri usati in Francia per appoggiarvi le posate tra una portata e l'altra, per non sporcare il tavolo. Sono di porcellana, di diversi metalli nobili, rifiniti in modo semplice o artistico. Ogni uomo ha un hobby, e collezionare reggiposate è quello di Christian Gauger. Lui racconta lentamente, è quasi floscio. Nel 1997 ha subito un infarto ed ha dovuto essere riportato in vita.

Taz: Com'era la situazione, quando veniste arrestati nel 2000?

Suder:
Eravamo arrivati da poco a Parigi e siamo usciti dall'albergo. Andò tutto molto in fretta: mani in alto! Poi volto e braccia contro il muro.
Polizia francese?

Suder:
Sì, polizia francese.
Nessun tedesco assieme a loro?

Suder:
No, solo più tardi, al distretto degli sbirri, lì c'erano anche dei tedeschi. Non si sono lasciati vedere, ma potevi sentire come parlavano tra di loro.
È importante per voi che si parli di 'sbirri'?

Suder [ride]:
No, possiamo anche dire polizia.
Ve l'aspettavate, di essere presi nel 2000?

Suder:
No. Non in quel particolare momento, anche se rispetto alla tua vita sai che potrebbe accadere in qualsiasi momento. Non si sa mai cosa stia effettivamente succedendo. In questo senso essenzialmente te lo aspetti.
Insomma non avevate nessun concreto indizio?

Suder:
No. E questo benché ci stessero sicuramente già addosso da un pezzo.
Sapete come vi hanno ritrovati dopo 22 anni?

Suder:
Non è chiaro. Avevamo avuto in incontro con un parente. Forse gli si sono appiccicati.
Intende dire che per tutto l'anno un commando di catturatori vi è stato addosso?

Suder:
Non credo. Fino alle dichiarazioni di Hans-Joachim Klein nel 1998/99 non eravamo neppure sempre indicati nelle ricerche per la cattura in Europa. La cosa deve essere cambiata dopo.
Hans-Joachim Klein partecipò nel 1975 all'attacco contro l'OPEP a Vienna. Si allontanò in seguito dal terrorismo ma venne preso solo nel 1998 in Francia. Dopo il suo arresto sostenne per la prima volta nel 1999 che Sonja Suder aveva potuto partecipare alla logistica dell'attacco all'OPEP. Fino al 1999 non c'era un ordine di arresto internazionale?

Suder:
No, secondo i nostri avvocati. È probabilmente per questo che prima abbiamo avuto abbastanza tranquillità.
Signor Gauger, si trattiene? Non vorrebbe partecipare alla nostra conversazione?

Gauger:
Di molte cose non ho più ricordi. Ho avuto un infarto e sono entrato in coma.
Quando è successo?

Suder:
1997.
Gauger:
Il cuore mi si fermò. Ero praticamente morto. Sonja mi ha riportato in vita. [Arresto cardiaco e infarto, con i conseguenti pregiudizi sul cervello e sulla capacità di memoria sono attestati da perizie mediche francesi].
Le vostre false identità erano così ben fatte che potevate chiedere delle cure mediche?

Suder:
Dovevamo! Già solo per il controllo e le medicine. La riabilitazione l'ho poi fatta io con lui. Era davvero una situazione assurda.E non vi hanno scoperti?
Suder:
No. A volte abbiamo dovuto trattenere il respiro, ma la nostra età fa sì che la gente non sia tanto malfidata.
Gauger:
Io avevo integralmente perduto la memoria.
Ma Sonja Suder l'ha riconosciuta?

Suder:
Fatto che mi stupì, devo dire.
Gauger:
Ma prima non sapevo neppure che esistesse, l'ho conosciuta solo quando è ritornata nella camera.
Che sentimento si prova, quando ci si è dimenticati tutto, si vive in clandestinità e ci si deve fidare di una persona che ci insegna chi si è?

Gauger:
Prima o poi viene la paura: cazzo, che succede se rimango stupido? Quando mi è venuto questo timore era però anche il momento in cui ho notato che potevo pensare da solo. La cosa è durata per un po'.
Sonja Suder le ha anche dovuto raccontare perché viveva in clandestinità?

Gauger:
Sì. Ma naturalmente non so se mi ha raccontato tutto. Semplicemente non lo so.
Suder:
Questo neppure si può. Non puoi raccontare un'intera vita. Se qualcuno lo chiede e se si lavora con certi testi di riabilitazione, si può ri-raccontare qualcosa, ma non si può sovraccaricare una cervello. La cosa funziona pezzetto per pezzetto.
1997 e 2000 - tra arresto cardiaco e incarcerazione non passò molto tempo.

Suder:
Sì, ma si era già stabilizzato. Il punto di cui prima parlava fu dopo un mezzo anno di riabilitazione. Ma ancora oggi Christian mi chiede cose sul suo passato, ed in pratica continuiamo ancora la riabilitazione.
Dopo l'incarcerazione siete stati immediatamente separati?

Suder:
Sì, subito.
Avete ancora famiglia in Germania?

Suder:
Sì, abbiamo contatto con le nostre rispettive sorelle.
Signor Gauger, allora adesso può verificare autonomamente se ciò che le ha raccontato la signora Suder è vero?

Gauger:
Sì, questo è almeno divenuto più facile.
Che atteggiamento avete avuto nei confronti dell'interrogatorio dopo l'arresto?

Suder:
Se prima hai concordato "se succede qualcosa, nessuna parola, niente dichiarazioni", hai allora un buon sentimento di sicurezza.
Quanto siete rimasti in carcere preventivo nella prima procedura del 2000/2001?

Suder:
Meno di tre mesi. Christian era detenuto a Parigi, il carcere femminile era fuori.
È stata la vostra prima volta in carcere?

Suder:
Sì, io ero alla fine dei miei 60 anni, Christian all'inizio dei suoi.
Com'era in carcere?

Suder:
Si dice che le prigioni francesi siano le peggiori del mondo. Io però non posso affermarlo. Sono stata messa in cella e avevo la normale ora d'aria nel cortile. Ho incontrato subito due donne basche. Da quel momento mi è stato organizzato tutto ciò di cui avevo bisogno, in modo naturale e ovviamente sottobanco. Insomma ero quasi un po' privilegiata. Quella solidarietà era affascinante.
Qual'era la cosa più noiosa in carcere?

Suder:
Di fatto, il baccano. Ad ogni passaggio ci sono porte d'acciaio, che vengono in permanenza aperte e sbattute rumorosamente. Sono dei botti continui. Un baccano incredibile. L'essere rinchiusa non era per me così brutto, per quello ti prepari un po' prima. Devi subito vedere di fare qualcosa, come esercizi sportivi e letture.
Signor Gauger, come fu per lei?

Gauger:
Al passeggio, è venuto subito uno da me. Sapeva già. Così poi sono stato sempre con lui e con un altro al passeggio. In cella eravamo in tre. I letti a castello erano scomodi; sul terzo, sopra, si è ben in alto, ti possono venire le vertigini. Altrimenti: topi e scarafaggi, che sono però animali domestici. Meglio che una cella singola tutta bianca, dove non vedi né senti nessuno.
Che si pensa, quando si è arrestati dopo 20 anni di esilio?

Suder:
Adesso ci hanno proprio beccati.
Gauger:
E io ho pensato: questo non è necessario.
Sapete ciò che concretamente vi viene rimproverato?

Suder:
Tre attentati, due contro il programma atomico dell'allora regime dell'apartheid sudafricano, ed un attacco contro la ristrutturazione della città di Heidelberg. A me, inoltre, Vienna. Questa storia dell'OPEP. E con essa l'accusa: complicità in omicidio. In Francia questo sarebbe già prescritto. Le sole cose che qui non vanno in prescrizione sono i crimini contro l'Umanità.
L'accusa di partecipazione all'attacco contro l'OPEP l'ha sorpresa?

Suder:
Sì.

1975.
L'arresto di Klein nel 1998 fu un fulmine a ciel sereno, proprio come la sua affermazione della partecipazione di Suder. Klein aveva fatto parte nel 1975 di un commando diretto da Ilich Ramirez Sanchez, detto 'Carlos', e che si rese responsabile della morte di tre persone. A Klein, ferito durante l'azione, riuscì di partire con gli altri membri del commando e con i ministri dell'OPEP in ostaggio. Poi nel 1976 un commando tedesco-palestinese dirottò un aereo dell'Air France su Entebbe; in quell'occasione morirono Wilfried Böse e Brigitte Kühlmann, considerati dirigenti delle prime RZ. In seguito le RZ si rifondarono, distanziandosi da gruppi e formazioni del vicino oriente come quella di Carlos. Criticarono l'antiamericanismo e l'antisionismo della 'sinistra antiimperialista' e propagarono forme di attacco che non producessero morti.
Su richiesta, la Procura pubblica di Francoforte conferma oggi che, fino al 1999 ed a parte le affermazioni di Klein, non v'è mai stato il minimo indizio che Suder sia stata coinvolta nella prima fase delle RZ fino al 1976. Klein, la cui credibilità viene spesso paragonata con l'ex-membro della RAF e raccontatore di storie Peter-Jürgen Boock, accusò dei militanti delle RZ ed altre persone di aver partecipato all'attacco contro l'OPEP. Rudolf Schindler venne per questo processato dal tribunale di Francoforte. E venne assolto dall'accusa di complicità nell'attaco all'OPEP, smentendo l'accusa di Klein. La corte dubitò della sua "certezza di identificazione nel riconoscimento fotografico del 2.9.1999". In quell'occasione accusò assieme a Schindler anche Suder, "benché in precedenza non avesse mai accennato ad un'altra donna", affermò il tribunale già 2001. A parte la dichiarazione di Klein, ancora oggi la procura penale non ha null'altro in mano contro Suder per l'attacco all'OPEP.

TAZ: Quanto presenti sono state per voi in questi anni le accuse dei '70, di una fase sempre più lontana delle vostre vite? Avete potuto avere una vita normale?

Suder:
All'inizio no. Ti guardi sempre dietro per vedere se c'è qualcuno. Se parla tedesco.
Gauger:
Il meno possibile contatti con dei tedeschi, questo è molto importante.
Signora Suder, signor Gauger, non vi è mai venuto in mente in tutti quegli anni: la storia è così vecchia, che senso ha, vogliamo ritornare e affrontiamo il passato?

Suder:
Insomma, a me no. E a te, Christian?
Gauger:
Certo, se avessero revocato i mandati di cattura.
Suder:
Molto divertente. Ora è però chiaro: se la Francia ci estrada, saremo processati in Germania.
Il gruppo al quale avreste appartenuto si è sciolto definitivamente all'inizio degli anni novanta. Questo ha qualche influenza sul processo?

Suder:
Giuridicamente nessuna. Dopo l'entrata in vigore degli accordi penali europei, siamo stati arrstati una seconda volta nel 2007. Christian per quattordici giorni ed io per un mese. E dal 2009 dobbiamo contare ogni giorno sull'eventualità di un'estradizione, benché il tribunale francese avesse già negato l'estradizione nel 2001.Dopo la vostra scoperta nell'anno 2000 e il rifiuto della domanda di estradizione avete vissuto a Parigi per la prima volta di nuovo legalmente. Com'è stato per voi?
Suder:
Quando vivi sempre con una leggenda, non ti puoi costruire delle vere amicizie. Abbiamo vissuto tutti quegli anni molto ritirati. A Parigi in un primo tempo non avevamo nessun contatto. La nostra avvocatessa ci ha trovato dei compagni italiani, così da avere almeno un indirizzo da indicare per poter essere scarcerati. Poi una bravissima donna ci ha ospitati. Credo che in Germania sarebbe stato più difficile. Ma la cultura repubblicana ha in Francia una ricca e secolare tradizione di offrire rifugio agli esuli. Persone che non conoscevamo ci hanno lasciato la loro casa per mezzo anno, sono andati ad abitare nel sud della Francia permettendoci così di cercarci una nostra abitazione a Parigi. Praticamente non conoscevano né noi né la nostra storia, e ci hanno semplicemente aiutati. Ci siamo poi integrati in fretta nell'ambiente, abbastanza grande, degli esuli italiani, i militanti degli anni '70 qui rifugiati, con le loro discussioni e le loro feste. Sono molto solidali. Abbiamo avuto fortuna.


Da Francoforte a Parigi

1. Clandestini
: Nell'estate 1978 a Francoforte Sonja Suder e Christian Gauger si accorsero di essere spiati. Partirono all'estero ed assunsero false identità. Probabilmente vissero in Francia, a Lille. Nel 1997 Gauger subì un colpo apoplettico e perse la sua memoria -della falsa come della vera identità.
2. Scoperti
: Nel 2000 vennero scoperti ed arrestati davanti ad un albergo a Parigi. Separati, passarono alcuni mesi in carcere preventivo. Da allora Suder, 77 anni, e Gauger, 68, vivono a Parigi. La Germania ne chiede alla Francia l'estradizione -fin'ora invano.
3. Incolpati
: La Procura di Francoforte sul Meno accusa oggi la coppia di aver partecipato ad attentati contro imprese nel 1977 e contro il castello di Heidelberg nel 1978. Suder è inoltre accusata di complicità in omicidio: per l'attacco alla conferenza dei ministri dell'OPEP a Vienna nel 1975, dove tre persone persero la vita. Questa accusa è basata soltanto sulle dichiarazioni dell'ex-terrorista Hans-Joachim Klein.


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Published by Oreste Scalzone
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sergio falcone 08/05/2010 12:27



[antirazzisti MI] Sabato 8 maggio - 2a consegna collettiva al Cie di Via Corelli







[antirazzisti MI] Sabato 8 maggio - 2a consegna collettiva
al Cie di Via Corelli

Dopo la prima consegna collettiva avvenuta la mattina del primo maggio
che ha visto presenti circa settanta solidali sotto le mura del Cie di Via
Corelli a Milano (e che ha visto il solito sproporzionato schieramento
di polizia tutto teso a impedire che i solidali presenti riuscissero a portare
acqua e succhi di frutta ai reclusi)
Rilanciamo e invitiamo a partecipare al secondo appuntamento di consegna
collettiva di acqua, succhi di frutta, frutta e cioccolata ai reclusi in
sciopero della fame per sabato 8 maggio ore 16 al Cie di via corelli a Milano.


Inoltriamo di seguito uno scritto che riassume bene quanto sta accadendo
intorno alla questione cibo/Cie

Comitato Antirazzista Milanese


L’uomo è ciò che mangia, recita un vecchio adagio materialista.

Sono in molti coloro che, anche sulla base delle analisi critiche dei
decenni passati, hanno sviluppato una maggiore sensibilità rispetto alla
questione del cibo. In essa si può infatti individuare la convergenza di
una molteplicità di fattori esistenziali e sociali: qualità della vita,
rapporto col proprio corpo, rapporto col vivente, analisi critica del
sistema di produzione e circolazione delle merci, con il suo portato di
distruzione e sfruttamento. Insomma, la questione del cibo ha costituito e
costituisce agli occhi di molti una modalità per affrontare, a partire dal
proprio corpo e dalla sue relazioni immediate, temi relativi alla vita e ai
rapporti sociali. Limiti e virtù di un simile approccio fanno parte di una
discussione di lunga data: se infatti da un lato un discorso di critica
radicale che non affronti i principali aspetti della vita quotidiana
rischia di essere un discorso vuoto, dall’altro lato un approccio che
attacchi la vita quotidiana senza una prospettiva di distruzione delle
strutture generali del dominio rischia di essere cieco.
I CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione, destinati agli immigrati
che non hanno i documenti in regola) rappresentano uno dei tasselli
fondamentali dell’attuale architettura del dominio, il punto di sintesi del
processo di clandestinizzazione dell’immigrato: governo dei flussi umani
prodotti dalle ingiustizie a livello planetario (predazione delle risorse,
distruzione dei territori, diffusione diretta o indiretta di scenari di
guerra, ecc.), intensificazione dello sfruttamento della manodopera (con
una gradazione ricattatoria al ribasso che, a partire dal clandestino,
passa attraverso l’immigrato regolare per colpire infine i lavoratori
tutti), controllo sociale e militarizzazione del territorio.
Che siano in pochi a sapere quanto accade dietro le mura dei Cie non deve
stupire, essendo quelle mura e il dispositivo che incarnano concepiti
proprio per non permettere la visibilità di quanto vi accade, del processo
di disumanizzazione che vi si pone in atto, dell’annullamento della dignità
individuale che vi si consuma. Il tutto agendo direttamente sui corpi degli
individui.
Sui corpi, infatti, si iscrive progressivamente il degrado ambientale di
un luogo privo delle più elementari condizioni igieniche, della dovuta
assistenza medica; sui corpi si serrano le manette e vengono branditi i
manganelli della rappresaglia poliziesca quando qualcuno ha l’ardire di
protestare di fronte al regime cui è sottoposto; sui corpi si posano infine
le moleste attenzioni dei carcerieri che ricorrono sistematicamente al
ricatto sessuale con la fatua promessa di concedere piccoli favori.
L’azione sistematica di annullamento del corpo è parte costitutiva del
processo di annichilimento dell’individuo, della sua riduzione a
“non-persona”, del suo abominio.
Nei CIE, la “politica del cibo” rientra in questa strategia di
deprivazione del vivente.
Il carattere scadente del cibo, sempre di pessima qualità, sovente
scaduto, è conforme allo scadimento indotto nell’individuo.
La sua fornitura fa parte della rete di interessi economici che ruotano
intorno alla gestione del Cie: ci sono infatti aziende (come la Sodexo a
Milano) che non hanno alcuna remora a fare profitti sulla pelle dei
reclusi.
Esso infine, sistematicamente alterato con psicofarmaci e sedativi,
funziona come ordinario strumento di controllo e repressione.
Lo sciopero della fame fa parte, storicamente, degli strumenti di lotta a
disposizione in qualsiasi situazione di reclusione, nelle prigioni come nei
CIE. Quando non si trova la via per un’evasione individuale o collettiva,
quando non si riesce a mettere a ferro e fuoco il luogo del proprio
internamento, quando si preferisce non ricorrere a gesti estremi di
autolesionismo o di suicidio, lo sciopero della fame resta una delle poche
armi che gli internati possono utilizzare. È quanto accade, regolarmente e
spontaneamente, nei Cie di tutta Italia.
Non si tratta pertanto di disquisire circa l’efficacia o i limiti di un
simile strumento di lotta.
Si tratta piuttosto di interrogarsi sulle possibili modalità con cui
intercettare tale gesto di resistenza, sulle possibilità pratiche di
solidarizzare attivamente con quella lotta, portandola almeno un metro al
di qua di quel muro.
È in questa prospettiva che il Comitato antirazzista milanese sostiene lo
sciopero della fame dei detenuti di Corelli che, cominciato agli inizi di
marzo, prosegue a staffetta da quasi due mesi, nella convinzione che esso
possa costituire un clima di tensione permanente all’interno dei CIE,
nonché alimentare la solidarizzazione tra i detenuti.
Lo strumento minimo in questa prospettiva (che non esclude nessun’altra
forma di intervento, ma anzi la sollecita) è stato individuato nella
fornitura di liquidi (acqua, succhi di frutta, soluzioni idrosaline) agli
scioperanti.
Non si tratta, è bene precisarlo, di una misura assistenziale, volta a
migliorare le miserabili condizioni di vita dei reclusi, bensì di un metodo
(parziale, limitato, monco, senz’altro, ma comunque concreto) per sostenere
una lotta in corso, ferma restando l’intenzione ultima di fare in modo, con
ogni mezzo necessario, che di quei luoghi infami restino solo macerie.

TU COSA PUOI FARE ?

I nostri suggerimenti:

* Partecipare alla giornata del 1° maggio. Da tempo facciamo presenza
davanti al centro e sosteniamo la lotta dei reclusi, ma vorremmo fare del
1° maggio un'occasione di solidarietà, che può divenire “speciale”, se
anche tu vorrai essere presente portando, proprio in quella occasione,
bevande, succhi, frutta. Alle 11.30 del mattino del 1° maggio saremo lì.

* Garantire insieme a noi, nei successivi sabati del mese di maggio,
l'8, il 15, il 22 e il 29, dalle ore 16.0, la presenza al CIE per dare
continuità e regolarità alle consegne e quindi alla campagna.

* Autorganizzati. Ogni giorno, dalle 15 alle 18, avendo almeno un nome
di riferimento interno al CIE (telefona al comitato), è possibile
effettuare una consegna di bevande, succhi e frutta all'ingresso. Lì sarà
effettuato il controllo e sarà compilata, dai “tutori” del centro, in tua
presenza, una lista di quanto stai co




sergio falcone 08/05/2010 12:26



Kanellos, le chien révolutionnaire














Diaporama


Kanellos, le chien révolutionnaire


Il semble être de toutes les manifestations en Grèce depuis fin 2008. Son surnom sur Internet: Kanellos.


Par LIBÉRATION.FR





«
»


Photographié ici en décembre 2009, Kanellos ne serait en fait que le deuxième du nom. Un premier chien manifestant, Kanellos I, qui aurait eu ses habitudes sur le campus de la fac,
serait mort en 2008 après une paralysie des pattes arrières (AFP/ARIS MESSINIS).




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sergio falcone 08/05/2010 12:24



sergio falcone, Roma. Un episodio normale di normale razzismo di Stato






Roma. Un episodio normale di normale razzismo di Stato


Sab, 08/05/2010 - 08:39




autore:



sergio falcone






Sommario:



"Cos'è più la virtù?", Fernanda Pivano --- Cos'è più il senso d'umanità? Perché si è andato a smarrire? Ditemi: perché?










***


Ringrazio i compagni di Informa-azione per aver pubblicato questa testimonianza [ http://www.informa-azione.info/roma_la_quotidianit%C3%... ]. E per aver evitato di firmarla col mio nome per
esteso. Apprezzo la loro delicatezza d'animo. In questa sede scelgo di apparire con la mia identità. Non ho nulla da nascondere. s.f.


*********
IL FATTO
*********


Care compagne, cari compagni,


sono qui a raccontarvi quel che m'è successo domenica scorsa.


Erano le 15:30 all'incirca e passeggiavo per Campo de' Fiori, qui a Roma.


Ad un tratto vedo un migrante di colore, forse indiano, che veniva
trattenuto per un braccio da un uomo. Di fronte a lui c'era una donna,
bassa e corpulenta. Ho capito subito che si trattava di due poliziotti
municipali in borghese.
Ai loro piedi, la povera merce: un numero imprecisato di ombrelli di
tutti i tipi scaraventati per terra.
Al che mi avvicino e, vedendo quel povero ragazzo in lacrime, chiedo
che cosa avesse commesso di così grave da essere trattato in quel
modo.
Mi viene risposto che era un ambulante abusivo e che loro stavano
soltanto applicando la legge. E di farmi i fatti miei.
Di fronte a tanta arroganza, gli chiedo di mostrarmi il tesserino.
Non ho ricevuto risposta alcuna.


Hanno preso il ragazzo e lo hanno trascinato a Piazza Farnese per
identificarlo. In Piazza sostava una delle loro auto di servizio.
Ho continuato a ribadire il fatto che il loro comportamento non era
giustificato. Per tacitarmi e per spaventarmi, hanno chiamato i
carabinieri che sostano abitualmente di fronte all'ambasciata francese.


Il ragazzo gli ha mostrato una fotocopia forse del permesso di
soggiorno, o di chissà quale altro documento. Alla forza pubblica non
bastava quella copia, ma pretendeva il documento in originale. Mi sono
proposto come garante, ma inutilmente. Hanno continuato a fare orecchie
da mercante.
Intanto, attorno a noi s'era fatto un capannello di persone, molte
delle quali erano irritate da tanta violenza.
Il migrante continuava a piangere e dimostrava di non conoscere la
lingua italiana. I poliziotti hanno telefonato in centrale per chiamare
un traduttore... Arrivano "i rinforzi": due volanti della municipale,
con altri quattro vigili urbani.


Ho continuo a protestare. Sono stato spintonato ed insultato più
volte. E minacciato di denuncia.


Per dimostrargli che non ho paura e che sono sicuro delle mie azioni,
gli ho dato il passaporto in modo che prendessero le mie generalità.
Nella confusione, non mi sono accorto che hanno costretto quel ragazzo
a salire in una delle loro auto e che l'hanno portato via.


Mi auguro per lui che non sia finito recluso in qualche cie.


Non intendo fare nulla, perché non credo alla giustizia dei
tribunali.
Prima di consultare il mio legale, attendo che siano loro,
eventualmente, a fare la prima mossa.


Vi ringrazio per l'attenzione.


Un abbraccio affettuoso,


s.f.


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UN COMMENTO
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Quello che racconta Sergio mi ferisce profondamente, anche se purtroppo sta diventando una quotidianità


Al razzismo sempre più imperante (e non possiamo più far finta che non sia così solo perchè non andiamo [spesso] a dar fuoco ai diversi) si aggiunge l'idiosincrasia, la rabbia, la frustrazione di
non vivere poi così differentemente da loro: sempre più poveri, sempre più relegati a ruoli di nessun peso, sempre più mistificati, presi in giro, sottoposti ad arroganze inusuali e disumane.


In questa situazione basta poco per prendersela con chi ha ancora meno. A Napoli direbbero "il cane che muzzec' o stracciato".


Sono però contenta che in un momento del genere si sia materializzata una persona come Sergio, che non s'è paludato d'indifferenza, ma ha reagito.
Inutilmente, ma lo ha fatto.


Chi come me viene da un passato in cui era normalità reagire, sa che non possiamo aver dimenticato la lotta.
E non vogliamo averla dimenticata.


La lotta è anche orgoglio, dignità determinazione.


Lo ha riscoperto persino Bersani [orrore!] dopo vent'anni di leccare suole qua e là in attesa di un equilibrio capace di mettere d'accordo idealismo, lungimiranza, profitto ed equità, un
equilibrio che non può esistere in nessun luogo.


Se al posto di Sergio ci fossi stata io di sicuro mi sarei indignata, avrei forse provato a parlare, ma non avrei avuto -credo- il coraggio di farmi diverso, altro, sfruttato.


E' per questo che mi sento di ringraziare Sergio per quello che ha fatto, che va ben oltre i suoi sogni, le sue polemiche, la sua rabbia.
E' stato quello che ognuno di noi dovrebbe essere: solidale e fraterno. Anzi fratello.


Ecco, ormai il venditore "abusivo" sarà tornato fra i suoi ombrelli, oppure sarà stato fermato per qualche giorno, tanto per far vedere che la sicurezza in questa Roma sempre più bastarda c'è, si
tocca, si vede.


Però sarei pronta a testimoniare per il venditore, per tutti quelli che -al di là che siano o no per qualche istante della loro vita, al di fuori delle leggi del nostro [bel] paese- hanno diritto
alla loro dignità. Come ciascuno di noi.


Perchè non possiamo dimenticare che, in questo frangente storico, potrebbe capitare ad ognuno di noi di ritrovarsi a vendere ombrelli a Campo de' Fiori.


Scusate l'invasione.


Una cara amica


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LETTERA DI NICOLA SACCO AL FIGLIO DANTE
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Mio carissimo figlio e compagno, sin dal giorno che ti vidi per l'ultima volta ho sempre avuto idea di scriverti questa lettera: ma la durata del mio digiuno e il pensiero di non potermi
esprimere come era mio desiderio, mi hanno fatto attendere fino ad oggi. Non avrei mai pensato che il nostro inseparabile amore potesse così tragicamente finire! Ma questi sette anni di dolore mi
dicono che ciò è stato reso possibile. Però questa nostra separazione forzata non ha cambiato di un atomo il nostro affetto che rimane più saldo e più vivo che mai. Anzi, se ciò è possibile, si è
ingigantito ancor più. Molto abbiamo sofferto durante il nostro lungo calvario. Noi protestiamo oggi, come protestammo ieri e protesteremo sempre per la nostra libertà. Se cessai il mio sciopero
della fame, lo feci perchè in me non era rimasta ormai alcuna ombra di vita ed io scelsi quella forma di protesta per reclamare la vita e non la morte, il mio sacrificio era animato dal desiderio
vivissimo che vi era in me, per ritornare a stringere tra le mie braccia la tua piccola cara sorellina Ines, tua madre, te e tutti i miei cari amici e compagni di vita, non di morte. Perciò,
figlio, la vita di oggi torna calma e tranquilla a rianimare il mio povero corpo, se pure lo spirito rimane senza orizzonte e sempre sperduto tra tetre, nere visioni di morte. Ricordati anche di
ciò figlio mio. Non dimenticarti giammai, Dante, ogni qualvolta nella vita sarai felice, di non essere egoista: dividi sempre le tue gioie con quelli più infelici, più poveri e più deboli di te e
non essere mai sordo verso coloro che domandano soccorso. Aiuta i perseguitati e le vittime perchè essi saran



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