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10 janvier 2012 2 10 /01 /janvier /2012 00:48

Ultimi preludî

 

L'augurio si rinnova, “contraccambiando” le risposte a loro volta augurali, come incrocio di 'moti dell'animo' : al netto di “tutto”, senza (o comunque, prima di) chiedersi perché e come, e soprattutto che senso..., e metterci contenuti, o anche precisare che si tratta di un contenitore, come una bolla di sapone, iridescente, dove – se vuole – ognun metta ciò che vuole, che pensa...).

Tanto per dire : il Sessantotto, il più gigantesco sciopero generale mai visto – sciopero operaio, e sciopero umano –, era un anno bisestile (certo, '71 essendo numero non divisibile per quattro, l'anno della primavera della Comune di Parigi non era bisestile ; quanto alla Catalogna, e altri 'epicentri', non ho controllato : ma non si può avere tutto, anzi, poi, è meglio così, che sennò il gioco delle coincidenze simboliche può emanare luce di suggestione corroborante illazioni abduttive e credenze esoteriste la cui 'presa' è inquïetante...).


Ora, l'anno che viene è bisestile, personalmente ho la sensazione di avere un giorno in più, e la cosa disseta l'arsura del tempus fugit – il «tempo di nostra vita mortale», di comuni mortali, animali di razza umana, esseri parlanti di specie «specializzata nella parola», epperciostesso «pericolosa» [***].

 

Per intanto dunque (per tornare all'immediato 'degli affetti', rinnovo l'augurio lanciato di qui, con Lucia. E potrei cominciare il prosieguo della lettera, così, come segue.

 

Car'amici, amiche, compagni [& compagne] *

o anche [*come si è trovato di dire ai giorni “nostri” – così uscendo da una quæstio sempre più vexata, ingarbugliantesi vieppiù, “a complessità crescente”], Compagn*[VIRGOLA], persone care, Complici, Maestri, «compañeros de l'alma, compañeros»... & che e chi altro ancora... ,

ad ogni cambio di calendario – “anno, nuovo”! – si usa ripetere un rito infantile, ancestrale, apotropaico : bisogno di bilanci, previsioni, proponimenti, promesse, auguri (rivolti agli altri e, anche se non soprattutto, a se stessi) …

 

Si può obiettare, certo, che è un rito scontato, una procedura convenzionale, un riflesso gregario e conforme che sempre riproduce il medesimo ; o sennò – o anche – una coazione a un dispositivo di auto-rassicurazione illusoria, un esorcizzare l'angoscia 'via' un'autoincantamento, illusionistico, con aggiunta della saccarina dei Buoni Sentimenti – e chi più ne ha, più ne metta...

Epperò, questa ipercritica arcignetta e smagata, c'è da dire che ci pare, se possibile, quasi ancor più vieta, frusta, scontata – un 'siparietto' déjà vu... Viene da dire, “ma proprio su qualcosa che, all'occorrenza, consola ; proprio su un fugace re-incantamento, deve appuntarsi un rigore che si risolve nel cipiglio, che sa tanto di messinscena della propria pubblica intelligenza, requisito d'ordinanza di ossessionati dal fantasma dell'eccellenza, da veri 'sognatori di una vita riuscita' ? "


A sua volta, certo, anche questa  contr'obiezione è già sentita, sarebbe difficile sfuggire al contrappasso per chi fosse assillato dall'inedito come requisito prioritario. Ma non essendo il caso nostro, andiamo avanti.

Sputare, con aria disincantata fino allo sprezzo, su un gesto che, tra l'altro, più ancora che il «contenuto» dell'asserto, traduce una voglia di comunanza, ecco, questo mi parrebbe non già “infantile”, ma bensì infantilistico : cioè versione negativa, «razionalizzata» in ideologia, in Norma. Doppiamente finirebbe per esserlo, venendo da chi, etnoculturalisticamente, adora e sacralizza tutto quanto è dell'ordine del tradizionale e dell'ancestrale, ma a patto che sia esotico, conculcato dalla modernità e dunque espresso da vittime, di preferenza anch'esse esotiche : atteggiamento perfettamente speculare – un vero e proprio calco – all'egocentrismo etnocentrista e a qualsivoglia forma di identitarismo, sempre patrimoniale, proprietario, che pretende dare valore universale, fondamento di maggiore legittimità e qualità di paradigma del Bene, con effetto normativo, al proprio particulare, surrettiziamente universalizzato-sacralizzato.


Converrebbe comunque che chi sprezza, vuoi in nome di modernismi, vuoi di sorta d' iper-crisìa comunque ispirata, vigilasse piuttosto su ben altri elementi di omologìa,all'occorrenza esaltati in mimesi ad oltranza, e comunque di non-rottura con il “grande attrattore” dello stato e del moto dominanti, di modi di vita e affetti e logiche che gli sono consustanziali. Beninteso, pensare di poter essere scevri da tutto ciò, perfettamente estranei e indenni, equivale a pensarsi come Munchausen che si tira fuori da una buca senza alcun punto d'appoggio, sollevandosi verso l'alto col tirarsi per il codino. Ciò posto, quando si maledice in blocco la storia dei saperi e delle pratiche dell'Occidente, la chimica la clinica e il resto, converrebbe quantomeno – pur senza necessariamente conati di esodo integrale, romitaggi o frugalismi esemplari – tener vivo un grado di (pur sempre relativa, certo) indipendenza rispetto a tante altre cose.

 

Indipendenza, per cominciare, rispetto ad una partecipazione attiva, financo zelante, al «consumo produttivo» : esercitandosi a ricordarsi sempre che si può vivere anche senza iPad, senza low cost ; e persino comunicare senza FaceBook e telefonini, e financo Internet ; e soprattutto, che si può anche pensare che ci si possa ribellare e insorgere, senza passare per Twitter.

Si tratta di conservare almeno, con le unghie e coi denti, una messa in prospettiva, una distanza : persistere nel proprio essere, è non lasciar atrofizzare delle facoltà pregresse, che permettono di evitare di interamente affidarsi all'artifizio giunto alle soglie del “post-umano”.

Conviene, insomma, non pensare di salvarsi (l'anima?) accentuando fino all'integralismo forme di rigetto e rifiuto di alcuni aspetti delle logiche dominanti, e al contempo accomodandosi ad altre, concorrendo a “farne girare le turbine” : parliamo del denaro, parliamo del valore del lavoro, parliamo della proprietà, parliamo del principio gerarchico e del comando. Parliamo del discorso sofistico, parliamo del sospetto, del risentimento, della pulsione a sopraffare, parliamo delle dialettiche della colpa, parliamo delle neo-lingue e del potere arbitrario sul senso e sul passato, parliamo del “Giudizio di Dio” nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, della sua proliferazione metastatica – la metastatizzazione come “democratizzazione del cancro”, fino alla microfisica di miliardi di Giudizi di Io ; parliamo della riproduzione sub specie diversa, modernissimamente“riformattata”, con ibridazioni e remake, del rito antico del capro espiatorio, parliamo dell'alienazione legale e penale, della connivenza 'attivamente acquiescente' con l'incessante prescrizione di «dilemmi morali» ; parliamo delle «Guerre Giuste», dell'aberrante soggezione ad un comparatismo da “tifoserìe”, che baratta la critica che tende ad approssimare la radice delle cose, la natura delle relazioni, le logiche, le “leggi di movimento” : in altri termini, passando per un lavoro di scavo, di archeologie, genealogie, ricerche di eziopatogenesi, con lo schierarsi tra l'uno o l'altro polo di Coppie oppositive, l'una o l'altra faccia di una stessa medaglia, una testa o l'altra di una medesima Idra, l'una o l'altra forma... e questo, sulla base di una medesima forma-pensiero, invocando tra l'altro i medesimi principî e «Valori», applicando i medesimi metodi, schierandosi sull'uno o l'altro fronte tra speculari manicheismi, speculari negazionismi, speculari colpevolismi...

Se noi – in logica di concorrenza e/o di ritorsione, mossi da desiderio mimetico – finissimo a ridurci ad esser calco arrovesciato di ciò che “la sistemica” che ci è nemica incarna, allora davvero non ci sarebbe scampo. Non ci sarebbe alcuna ragionevole speranza sulla possibilità di fuoriuscire dall'orbita di tutto quanto crediamo di combattere […].

 

Ecco : diciamo che per quanto riguarda il mittente, sugli augurî si chiude qui . Si passa ai bilanci, e a ciò che ne segue.

[continua alla prossima puntata, domani ]

 

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Published by Oreste Scalzone
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