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19 janvier 2013 6 19 /01 /janvier /2013 10:42

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E così, il “contadino nella metropoli”, se n'è andato anche lui. Sempre, di “un uomo che muore”, si potrebbe venire a dire tutto un concatenamento,
 una matassa anche aggrovigliata di cose, più o meno 'rapsodicamente' e senza l'assurda pretesa di poter racchiudere chicchessìa in un giudizio, una biografia, un ritratto.


 

Qui, tanti approcci possibili : “Prospero come Prospero”, la persona ;
Prospero nei contesti, sincronicamente e diacronicamente ; Prospero e
 le mutazioni d'epoca, di “spirito del tempo”, Zeit Geist ; Prospero 
nella lunga onda lunga, onda alta della sovversione, nei movimenti che 
nelle cronologie possiamo periodizzare come seguìti al Sessantotto, 
e

chiamare “Sessantotto lungo”, lungo un anno, un lustro, e poi due, e più ;
Prospero uno di noi in senso largo quanto si po', dando per buone in generale le auto-certificazioni ; Prospero e i più strettamente “suoi” ; Prospero e
nojaltri in senso stretto ; e in tanti potremmo scrivere di “Prospero e io”. Si potrebbe per esempio cominciare da un Brecht in cui aveva trovato 
qualcuno che gli dava voce : tra l' Elogio dell'agitatore nella
cassa di zinco e l' Ode del lavoro clandestino – «Bello è / levare la
voce nella lotta dclasse»...

 

Si potrebbe cominciare dal riaffiorare di ricordi, remoti, recenti...

Ma la rapsodìa
diverrebbe troppo lunga. La vita che tira per la giacca, strattona, la vita 'che tossisce tutta la notte e non vuol lasciarti dormire', le voci che sopravvengono incessanti spintonandosi accavallandosi, fatti e cose, sussurri e grida, chiamate, perentorie domande, interrogazioni, replicate da echi, mutazioni mutanti e mutagene, variazioni su tema,

che insorgono come voci-di-dentro : così il <tempo di nostra vita (…) – e qui per evitare equivoci, malintesi e illazioni di dualismi differimenti impliciti, introdurrei d'arbitrio una virgola – (…), mortale>, così, anche così si autodivora, tempus fugit, si restringe, fugge, sfugge, si consuma – il tempo, manca.

 

Nel dispotismo, insomma, crudele della misura del tempo, crono-metrìa, <invenzione degli uomini incapaci d’amare>, non c’è spazio più di tanto per piangere su noi stessi, che ad ogni addìo ci sentiamo un po’ più soli, e dobbiamo apprendere a elaborare il lutto della nostra mortalità di esseri di <razza umana>, specie di esseri parlanti, la cui singolarità – che è innanzitutto il “sapersi” e il “sapersi sapere”, a cominciare dall'inferenza della mortalità e dell'alterità,

sé/altro : conoscenza/dannazione, ché conoscere implica separazione, distinzione, divisione, strappamento –, la cui peculiarità è il guardarsi vivere sapendosi morir[n]e, strappati alla pienezza di un presente attanagliato dai tempi che lo riducono a una linea sottile inconsistente, come a zero.

 

Corrono così giorni prima che chi vi scrive, sempre più intempestivamente anche qui, riesca a “metter nero su bianco” almeno un po' di quanto aveva cominciato a 'traghettare' dalla girandola di emozioni e riflessioni, al foglio scritto : per tentare di mettere in comune, per quanto è possibile, la tristezza, il sentirsi ancora un po' più soli per la disparizione dalla scena – dal 'Gran Teatro del Mondo', e dalle proprie psico-cartografie più o meno immaginarie di territori esistenziali, di tutto un arcipelago, <gruppo di isole unite da ciò che le separa> – di un amico. E cominciare il lavorìo, il travaglio, travail, dell'elaborazione del lutto per quest'altro, ultimo addìo, per la morte – che per noi è la perdita, per lui la “fine-del-mondo” – di un compagno, amico, che evoca il pane spezzate condiviso, 'il pane e anche le rose' ; la lotta, le spine e le ferite, il <mi rivolto, dunque siamo>, la 'vita materiale' e il 'sogno di una cosa' – espressione che non è di Pasolini, è di Marx...

(strana sempre, sorprendente la <chimica mentale>, le reazioniconcatenate, associazioni, sinergismi...mi affiora alle labbra, finalmente, uno e poi un altro brandello dell'Urlo di Ginsberg<...sono con te a Rockland, dove venticinquemila compagni matti cantano tutti insieme le ultime strofe dell'Internazionale. Sono con te a Rockland...>, e il verso di Miguel Hernandez <alle anime alate delle rose […] ti chiamo, ché dobbiamo parlare di molte cose, compañero de l'alma, compñnero>).

 

{ A questo punto, per intanto, trascrivo qui di seguito delle prime riflessioni, che avevamo messo in circolo 'a caldo', poche ore dopo la notizia della morte di Prospero. Il tempo manca, ora – ma proseguiremo nei prossimi giorni il 'filo-del-discorso' }

 

Innanzitutto, di Prospero Gallinari, un paio di cose. Primo, quando nello <spazio pubblico> si discuteva della sospensione per gravissimi motivi di salute della pena che stava scontando, ciò che faceva ostacolo, come un macigno, all’applicazionedi questa misura di scarcerazione che la stessa legge prevedeva perqualsivoglia persona detenuta fosse in condizioni fisiche gravi ed arischio, era una considerazione extra-giudiziaria, d’ordineideologico-politico, di natura <sostanzialista>, a carattere“tipologico”, ad personam: la – diciamo pure – convinzione, asserita come certezza, dai Palazzi alle strade, da “scrittori e popolo”, che Prospero fosse stato attore diretto, anche materiale, dell’esecuzionedell’onorevole Aldo Moro.

 

[ In generale, sempre, questa tracimazione dal piano della <veritàgiudiziaria> – che nello stesso Diritto penale una volta mondanizzato e non più sorretto dalla presa in conto di un’ipotesi-Dio, non può che essere un <come se>, una congettura, più o meno decentementefondata, ma mai, “pe’ la contraddition che nol consente”, certezzaassoluta, talchè una sentenza è pur sempre un <dispositivo diproduzione di effetti di verità> – , questo spostamento ed irruzionesu quello detto nel léssico giuridico <verità storica>, è arbitraria,abusiva.

 

La più plebiscitaria, unanime <vox populi> non può mai, in punto logico, avere la valenza che in altri codici e paradigmi è attribuita alla <vox Dei>, una volta che questa sia stata dichiarata caduca, o comunque per convenzione tenuta fuori del campo normativo. Nel campo penale più che in ogn’altro, la più convincente delle deduzioni, la più forte delle verosimiglianze, non può essere asseritacome Verità assoluta, come la <Verità> : questo vorrebbe dire istituire, appunto, un <Ministero della Verità>...

 

Questa pretesa diveridizione assoluta, “obiettiva”, rende perciostesso falsità ogni illazione, nel momento stesso in cui la spaccia per certezza avventurandosi sul terreno di ciò che, in buona filosofia, è inattingibile, salvo ad una eventuale onniscienza – nello strettosenso teologico – che “non è di questo mondo”. ]

 

Come si è visto poi, con una successiva e ultima approssimazione alla verità fattuale che è stata omologata dalla stessa parola finale sulpiano della ricostruzione e decretazione giudiziaria della “verità” inpunto di fatto, nel caso specifico l’illazione aveva un contenutofalso. Ebbene, nell’altalena di un’ipoteca radicale sul suo destino –questione “di vita o di morte” in senso stretto e immediato, a dire ditutte le perizie mediche –, Prospero Gallinari non si lasciò mai estorcere alcuna confessione d’innocenza.

 

Senza alcuna iattanza,vociferazione altisonante, enfasi grandiloquente sui bordi delle economie narcisistiche del “Guerriero” e del “Martire”, dell’eroismostile <capace di morire di mille ferite pur di disarcionarel’Imperatore>, del sacrificio, e poi dell’auto-identificazione comevittima. Semplicemente, un po’ come il<Bartheleby di Melville, Prospero taceva o rispondeva di non aver nulla da dire, <I’ld prefernot to>.

 

Esprimeva un rifiuto di entrare nella dialettica dell’Innocenza e della Colpa. E anche dopo, non ritenne, pur incalzato da domande che trasudavano innanzitutto stupore come di fronte a un qualcosa d’impensato e impensabile, non aggiunse una mezza parola che potesse anche semplicemente validare l’ipotesi affermatasi e non fatta oggetto di confutazione alcuna. La cosa parla da sé, non richiede commenti.

 

Secondo. Prospero che, secondo testimonianze molteplici, convergentie al di fuori della minima ombra di sospetto di logica utilitaristica,perché fuori di ogni possibile “mercato penale”, mercato “delleGiustizie e delle Grazie”, delle punizioni e delle indulgenze, aveva pianto, non solo salutando un’ultima volta Aldo Moro, su questa morte. Viene in mente la tragedia, etica, logica, del rompicapo, del vero eproprio <dilemma morale>, della <Canzone di Piero> di De André. Inquel caso, dentro il carattere cogente come forza di gravità di un’inimicizia in quel caso prescritta, comandata e subita, ma comunque materialmente vigente, stato-di-fatto, il soldato Piero esita e non spara per primo.

Non già per distrazione, per grandezza o grandezzatad’animo, o altre Elette virtù (in paradigmi diversi da quellodell’egocentrismo parossistico del patriottismo, dei patriottismi“eguali e contrari” il cui manifestarsi perfettamente all’unisomo nonpuò che, perciostesso, divenire massacro) : semplicemente, per un personalissimo egoismo, che gli renderebbe insopportabile <vedere gliocchi di un uomo che muore>, sopportare lo sguardo di uno che muore per tua mano – è tutto.

 

Ora, la Storia – soprattutto quella per narrazioni di Grandi eventi,è piena di chi per “interesse privato” e propensione istintuale,radicata nella disperata lotta per la sopravvivenza, nella dedizionealla predazione, alla sopraffazione, all’uso strumentale, al comando,al possesso, fino all’annichilazione d’altrui.

Chiunque abbia praticato la decisione, l’impresa, il governo, il comando, ha preso su di sé la responsabilità terribile di causare,direttamente o indirettamente, la morte d’altrui. Condottieri, profeti, fondatori di città e d’imperi, sovrani…

 

Nelle forme moderne in cui tutto questo appare più “automatico”, invisibile,“oggettivo”, “tecnico”, necessitante, “naturale”. <Non si governa senza crimine>, come nota Machiavelli nel Principe. […]. e Foscolo riferendosi al trono " alle genti svela. di che lagrime grondi e di che sangue".

 

Che <un morto sia tragedia e crimine, un milione di morti, statistica>, è frase terribile, può essere stolta se scagliata come ritorsione animata da manicheismo, auto-negazionismo e surrettizia“universalizzazione come Bene” della propria partigianità, ma è pursempre attualmente incontrovertibile.

 

Certo, questo vale anche per chi è ricorso alla violenza per moventi opposti, d’insorgenza contro tutto questo ; ma, dal nostro irriducibile punto di vita all'opposto di quello istituito e imposto come 'corrente', con una natura radicalmente diversa (sia pure contutti i benefici secondari, d’ordine narcisistica, che può motivarequesta condotta del ribelle).

 

Certo, non si sono mai viste rivoluzioni (e non solo quelle segnateda una fondamentale omologia e mimetiche, marcate dalla contraddizionein termini di una rivoluzione statale, ciò che ad avviso di chi scrivecondanna senza appello ad una eterogenesi dei fini e in unatrasformazione nel proprio più atroce contrario […] ; ma in generaleanche insurrezioni, guerriglie di resistenza) al netto del sangue.

 

Ciò detto, una distinzione di tipo etico si può fare, tra chi è dotato di riflessività, consapevole delle sue responsabilità, e non pretende – a mezzo della falsificazione delle propagande – di operare una trasmutazione alchemica che faccia diventare ciò che intrinsecamente è “male”, intrinsecamente “Bene”, “buono”(addirittura pretendendo di convincerne chi lo subisce) – e chi no.

 

Tra chi si trincera, si nasconde dietro l’invisibilizzazione per astrattizzazione “statistica” – tanto maggiore quanto più alto è il numero degli schiacciati e sterminati, più indiretta, invisibilizzata,la responsabilità, occultata da un concatenamento ferreo ma nonimmediatamente evidente di cause ed effetti, di decisioni econseguenze –, e chi non sfugge il senso tragico della propriaresponsabilità.

 

Tra chi “manda”, e chi “va”. Nell’emergere sempre più incontestabile di una corsa delle logiche istituite ad un crescente assurdo, con tutti i corrispondenti scenari,la ‘cifra’ etica di un Prospero Gallinari rende tanti irriducibili Soloni d’ogni taglia e bordo, dei sinistri e grotteschi nanerottoli.

 

Per intanto una frase : <Sarà difficile ridurre all’obbedienza chinon ama comandare>... […]

 

il 19 gennaio 2013, prima di partire per Reggio Emilia,

 

Oreste Scalzone, & qualche complice

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Published by Oreste Scalzone
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Ignazio 20/01/2013 12:40


Todo pasa, todo queda. Hasta siempre compañero


 


Caminante no hay camino

Todo pasa y todo queda,
pero lo nuestro es pasar,
pasar haciendo caminos,
caminos sobre el mar.

Nunca persequí la gloria,
ni dejar en la memoria
de los hombres mi canción;
yo amo los mundos sutiles,
ingrávidos y gentiles,
como pompas de jabón.

Me gusta verlos pintarse
de sol y grana, volar
bajo el cielo azul, temblar
súbitamente y quebrarse...

Nunca perseguí la gloria.

Caminante, son tus huellas
el camino y nada más;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.

Al andar se hace camino
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.

Caminante no hay camino
sino estelas en la mar...


 


 

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