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8 février 2012 3 08 /02 /février /2012 15:21

Singolari e assieme, ognuno irripetibile, ciascun’e tutti e comuni, “variazioni infinite su tema”, comuni mortali che si sanno tali, siamo “fatti d’altri”, costitutivamente. Così noialtri di <razza umana> viviamo, e andiamo morendo, sapendolo. Il nostro tempo di vita, fatto di tanti altri tempi va come tarlandosi, con buchi come ferite aperte, squarci che non si rimarginano, vuoti che vanno via via riducendo il tessuto vivente.


Oggi è Tommaso che viene a mancarci. Ogni volta come fosse la prima, lo stesso doloroso stupore, il doppio lutto : quello “mettendosi nella sua pelle” di quando era ancora vivo -- gli occhi, il sentimento di sé, la vita che se ne va, il mondo che va oscurandosi ; e quello per e di noi, che siamo privati di pezzi della nostra vita, che ci sentiamo mutilati di qualcosa, e conserviamo il dolore alle parti amputate.

Si può anche non essersi visti per anni (e non è questo il caso), ma si vive sapendo che un altro è là, e quando non c’è più, in qualche modo è tutta la nostra vita che si contrae ancora un po’ e si destabilizza, diventa in ogni caso un residuo di quella di prima, decurtata.

In questi momenti, <il nostro bisogno di consolazione non è dissetabile> : questa frase di Stig Dagermann rende bene una condizione che all’inizio è di stupefazione, stupefazione prima dell’affioramento dei ricordi, del loro montaggio e rimontaggio in sempre diverse figurazioni.

Tommaso, “zio Masino”, “l’avvocato Mancini” -- “l’avvocato mio” nel romanesco carcerario, al secolo il “Prof.Avv. Tommaso Mancini” --, era entrato nella nostra vita

(la mia e quelle di qualch’altro e altra) nel vivo degli anni della lunga onda d’urto sovversiva, dei furori e della persistenza, della cresta e dell’onda : portato da un compagno di Poter’Operaio – scritto così, o per esteso, o ancora, che so, potereoperaio – che era stato suo allievo all’Università, e gli aveva chiesto se sarebbe stato disponibile a difender compagni e compagne, assai “carichi” di accuse, e in attesa del “loro” processo.

Era entrato come un gatto, ed era diventato subito compagno, compagno nella pratica comune di strappare vite ‘altrimenti destinate a cent’anni di solitudine’, ad un destino annunciato di “lunghi pomeriggi che non passano mai”.

Compagno, incondizionatamente e senza limiti d’intensità e d’applicazione d’intelligenza e passione, in una pratica comune di forme di vita e d’azione.

 

Voglio consolarmi un po’ dell’assenza – forzata e frustrante -- alla “cerimonia degli addìi”, che in ultima istanza serve a noi, una volta presa in pieno petto la notizia di quest’altro addìo, di un altro pezzo di vita che realmente se ne va : per questo vorrei inviare un’eco della mia ‘voce di dentro’. Devo chiudere qui, per non arrivare fuoritempo, e per poter far arrivare lì – tra voi che siete insieme al tempietto egizio, per Tommaso e per condividere un addìo che non è omaggio formale, rituale codificato e svuotato – almeno l’eco di una voce, mia propria e in comune con altri.

Devo chiudere ora, non cominciando neanche il viaggio delle memorie “tra lacrime e sorrisi”, rimandandolo ad altrove ed altroquando. E’ come se portassi anche, innanzitutto a Mila, a Chiara, la tristezza profonda di tante e tanti uomini e donne, di cui Tommaso è stato difensore accanito ed efficace, testardamente fedele, fraterno nelle battaglie e nella vita, fratello.

 

2 gennaio 2012, Milano in provenienza da Parigi,

Derisoriamente ‘a mezza strada’, più vicino ma dunque derisoriamente ‘a mezza strada’, più vicino ma  non abbastanza per poter essere in tempo con voi lì.

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Published by Oreste Scalzone
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