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31 janvier 2012 2 31 /01 /janvier /2012 10:35

 PERSISTENZE

quotidiano immaginario, esce il 29 febbraio

almanacco volante bisestile per la critica e clinica dell'al-di-qua

T_______R_______A_______C_______C_______I_______A_______N_______T_______I

 

Considerazioni inattuali dopo i fatti del quindici ottobre

lettera a puntate quotidiane in ventun quinterni

Antifona un po' “legenda”

Si dice a Napoli che “i semafori sono un consiglio”. Del pari, i programmi sono delle «idee direttrici» (come Foucault diceva dell'abolizione del carcere : non “utopia”,

velleitaria illusione di riforma, oppure obiettivo “palingenetico”, da solo o a corollario di generale palingenesi). Per non finir per essere, i programmi, come una pietra legata ad una caviglia e gettata in avanti, occorre che servano da attrattore di un movimento che li approssima, asintoticamente. Le scadenze, quan'è possibile, non devono essere perentorie, ansiogene, talché nella vertiginosa accelerazione del rush finale ci si costringe ad abborracciare con la doppia “cattiva coscienza”, di finire tardi o, tardi e, male. Per altro, non sono inutili perché fissano un 'virtuale' rispetto al quale concedersi delle dèroghe, 'scarti', tolleranze. Se questa linea virtuale non ci fosse, si potrebbe non conchiudere mai,” nella procrastinazione, nel differimento, indefinitamente : come in quelle ceramiche nelle botteghe che recano scritto «oggi non si fa credito, domani sì» – come dire, “oggi non si fa credito, ma domani...”. E il credito illusorio lo si nega, per cominciare e finire, a sé.

Senza date “orientative”di scadenze, si potrebbe proseguire ricominciare complessificare sempre, con un effetto sempre troppo/mai abbastanza, con una risultante-“somma zero”, un ricadere dall'infinito al niente. Niente e daccapo sintantoché ci sia respiro, e alla fine poi 'niente di niente'... Si capisce così La lettera fatale di Grivel «...Scriverò un giorno, e conchiuderò, una lettera totale, in cui avrò detto “tutto”, ricordato “tutto”, mi sarò finalmente spiegato. Ma ciò non potrà essere che...post mortem» – una sorta di iper-opsìa socializzata, messa a disposizione : fine di ogni debito, e morso di scupolo d'inadempienza, d' inevaso...

 

Le cifre, le date – come nelle ricorrenze – hanno un valore di gioco, di rito, di pietra miliare, di “nodo al fazzoletto”, segno sulla carta ; valore anche simbolico, in qualche piega, apotropaico – segnano, a consuntivo o in previsione che si vorrebbe autorealizzantesi almeno un po', dei passaggi, delle scansioni. I “cento giorni dopo...” è una formula, espediente comunicativo. Cento giorni dal 15 ottobre (nel mondo e a Roma), scadevano il 23. Oggi è il 26 gennaio, data anche di compleanno del sottoscritto (nascita prematura «in articulo mortis», scampo al rischio d'immatura e già cerchio conchiuso tra cosiddetto alfa ed omega), e ovviamente di altri ed altre anche nei nostri successivi rizòmi del momento, di cui a volta abbiamo festeggiato il «genetliaco» – per dirlo a fini d' understatement nell'espressione sussiegosa che ricorda il non-comleanno di Alice (quest'anno, festeggiamo quello di Nicola Pellecchia,

Oreste Scalzone con Alessandro Scalondro compagno).

 

Ecco dunque una data. Comunque, si può sempre dire che, a centotré giorni dai

“fatti”, la data di oggi fa esattamente cento dall'espressione 'a braccio', a voce, urlo e ragionamento, di un primo bilancio nel day after, affidato al megafono di Radi'Onda d'urto. Voilà.

Del 29 febbraio, del vecchio sogno di un quotidiano bisestile, 'punto fermo' quadriennale suscettibile di esser base e attracco di complementi, 'moduli', quinterni & fogli più o meno immaginarî, materiali e immateriali, in una sorta di coralità, fatta di contrappunti, tempi e controtempi, singolarità in inter[re]azione, di libera comunanza.

Mi permetto di aggiungere una nota “strettamente personale” : che il bisogno 'stavolta è più acuto, e non solo per l'effetto di accelerazione, nel 'tempo soggettivo', del sentimento che «tempus fugit...», com'era scritto nei quadranti di antiche meridiane, con quel che ne segue (quantomeno, che appare, come quando un treno si muove nel binario accanto e, nella testa, ça revient au même, fa lo stesso)...

La necessità è più cogente per me, perché dal giorno dopo comincia l'avventura

sconosciuta di un lungo viaggio terapeutico [una triterapia per epatite C vecchia di 32 anni, ricordo di – incolpevole, preciso a scanso di illazioni cospirazioniste che non è

necessario aggiungere, a rischio ridondanza – trasfusione e intervento chirurgico in centro clinico “di massima sicurezza”. Per il solito caso (che in generale dipende dal fatto che, come dice Prigogijn, c'é più casualità che causalità necessaria ; e in più, come gli scontri dal traffico, le coincidenze si moltiplicano nella girandola caleidoscopica di situazioni, incroci, incontri, interrelazioni fitte, che si intensificano e velocizzano incessantemente, come un complessificarsi d'equazione per continua immissione di nuove incognite ed effetti di tracimazione svariati e molteplici e in sinergismo),la cosa avveniva nel mentre che si compiva l'evento della strage di Bologna, il 2 agosto dell' Ottanta del secolo scorso.]

Cominciamo dunque da oggi – come rigorosamente fedeli all'intempestività – a “mandare in onda” le 20 'puntate' di queste Considerazioni : la ventesima, “per non finire” conterrà quello che vorremmo dire oggi – chiudendo “a oggi” –, cominciando dalla fine e poi andando a ritroso, come nei curriculum vitæ : ma questo sarebbe, questa volta, irreparabile. Onde evitare malintesi o ombe di dubbio di melodramma, preciso : non definitivamente (almeno per ora, conviene sempre aggiungere), ma bensì pro tempore.

Solo che si diceva un tempo, che ci sono giorni che possono “valere anni” : sia nel senso dei “lunghi pomeriggi che non passano mai...”, del carcere, della naja o d'altri esilî, interni, esterni, 'sul posto', sia nelle accelerazioni, intensificazione di piani di consistenza, nell'immanenza... Se fosse davvero un non poter non essere “fuori gioco”, un anno sarà lungo... (beninteso, non “oggettivamente”, per 'fatti&cose', gli altri, “il mondo”..., ma per come soggettivamente, in modo inevitabilmente ego-centrato, lo si sente).

 

In questo senso, forse solo (ma non foss'altro che per questo...) consolazione, diciamo, nel senso di Stig Dagermann, l'unico vero sollievo – che anche segreto retropensiero e speranza – è che questo dispositivo dicorsivo-pratico venga ripreso, a cominciare da una 'band' a più voci, sufficientemente anche complice e affine oltreché cementata da affetti, senso di comunanza “di massima” e “di destini”. Basterebbe – in assenza di mezzi “cartacei” – un nuovo sito, blog o altro, come un tempo un megafono e una cassetta da frutta da Wobblyes, una radio, un foglio, un volantino, un giornale, rivista, fanzine, manifesto murale ... forme di “ipertestualità disseminata, diffusa.

Intanto, tracciando un “cerchio di gesso” immaginario, come un blow-up su un 'local...issimo', un territorio esistenziale “intimo-pubblico” da cui si dipartono ulteriori filamenti di rizòma, osiamo sperare che i primi che ci vengono in mente, tra complici di sempre, qualche “antico Maestro”, sodàli, amici, compagni in senso non usurato, inflazionato, dissipato, vogliano funzionare da primo più immediato “coro di controllo”, glosando, proponendo correzioni, arricchendo, mettendo accanto... ; nonché voler assumere 'in solido', in modo diversitariamente comune, il dibattito, la “conricerca” – probabilmente 'via' l'operatore della controversia – che ci auguriamo si metta in moto.

Vorremmo – col loro assenso – indicarne quanto prima i nomi, e associarli al “chiasso” assembleare su cui scommettiamo.

Poscritto : Arriva dal tam-tam telefonico la notizia di una “retata giudiziaria” di 42 arresti «su tutto il territorio nazionale» per i fatti di fine giugno e luglio in Val di Susa, nella lotta contro la TAV. Ulteriormente illuminante! Come “tutti”, ne parleremo anche noi, e soprattutto uniremo il nostro grido, per cominciare. Ancora una 'piega' personale : tra gli arrestati anche Maurizio Ferrari, che considero “in credito” col sistema penale, la società, lo Stato, per aver fatto trentadue anni filati di galera, in gran parte per condanne – assai rivelatrici – per “crimini di parola”, dalle gabbie dei loro Tribunali. Spero Maurizio non si 'offuschi', schivo com'è, se ricordo che – essendo “fuori con l'accuso” da tutti i limiti – aveva l'aria (i mezzi di lotta essendo quelli a disposizione) di rispondere ad una eventuale domanda “Vuoi qualcosa? Ti serve, mi chiedi qualcosa?” come si dice di Diogene dall'entrata della sua botte ad Alessandro Magno : «Che ti sposti un po', perché mi copri il sole». In mancanza, sul momento, di meglio, un po' il Bartheleby di Melville, se si può : «I'ld prefer not to». Certo, non è un obbligo – ma se si può, può concorrere a innescare concatenamenti, che vanno lontano.

26 gennaio 2012, .............................................................................................................................................................................................................................................................. o.s.

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PERSISTENZE

quotidiano immaginario, esce il 29 febbraio

almanacco volante bisestile per la critica e clinica dell'al-di-qua

Oreste Scalzone

con Alessandro Scalondro

T_______R_______A_______C_______C_______I_______A_______N_______T_______I Considerazioni inattuali dopo i fatti del quindici ottobre

lettera a puntate quotidiane in ventun quinterni Sommario

I. Fuoricampo – II. Bisogna cercare nuove armi – III. Totalitarismo e ipermodernità – 1. “All Cops Are Bastards” – 2. Più umano dell’umano – 3. S’i’ fosse foco, ardere’ lo monno – 4. Pornofonia e antipolitica – 5. Todos caballeros – 6. Il desiderio mimetico della compagneria – 7. La doppia morale di Giorgio Napolitano – 8. La fabbrica di Nichi e i laboratori dei microfascismi – 9. Il monopolio legale della violenza – 10. Indignarsi non basta – 11. Dall’indignazione alla delazione? – 12. La violenza dei “non violenti” – 13. I giustizieri della Repubblica – 14. «La violenza non è né buona né cattiva, la violenza è» – 15. Rivolta e rivoluzione – 16. Uno solo o molti cavalli pazzi? – 17. In extremis – 18. Per non finire

***

I. Fuoricampo

Ogni volta un “fiume di parole” che deborda da tutte le parti, mentre sulla pagina già madida di segni continuano ad affluirne altre. Si infiltrano, straripano e ne sommergono altrettante. Non arrivano mai a farsi “filo del discorso” che possa in qualche modo intessersi, foss’anche solo come una tela di Penelope che si disfi la notte. Lo stesso ci è accaduto nel corso di questi ultimi “cento giorni di solitudine” che ci separano dal quindici ottobre scorso. «Video meliora proboque, deteriora sequor», diceva il poeta. Così è stato anche delle nostre parole di allora che continuavano, come loro solito, a scontrarsi innanzitutto con sé stesse, a giustapporsi e ad elidersi a vicenda, come afferrate dall’oscuro presagio di poter divenire esse stesse preda dei medesimi «meccanismi sociali di controllo e di esclusione» di cui parlava Foucault ne L’ordine del discorso. Tra la difficile metabolizzazione dei «ritornelli» identitari “du côté de chez nous”; la morte annunciata di «Little Italy»; il delirio riterritorializzante dell’Europa della «moneta unica»; gli echi e i bagliori dei fuochi delle altre sponde del Mediterraneo, e quant’altro ancora, la decisione di mettere il punto finale a queste “considerazioni inattuali” ci è sembrata diventare, giorno dopo giorno, un atto sempre più arbitrario a cui è stato difficile risolversi. Abbiamo proceduto come si suol dire “a singhiozzo”, ma non senza renderci anche noi ben presto conto del fatto che era pur sempre la stessa identica domanda quella che, ogni giorno sempre più del precedente e sempre

meno del successivo, si riproponeva immutata. «Più cambia, più resta lo stesso?» – laddove, poiché il nostro stato è il moto, “lo stesso” ci è sembrato essere sin da subito “il peggio”.

Seppur virtualmente rivolto a tutti e a chicchessia, a «uno, nessuno e centomila», il testo che segue è di fatto indirizzato soprattutto alla «nostra compagnia clandestina», insieme alla quale, come per una sorta di attrazione fatale («Compañero de l'alma, compañero...»), ci ritroviamo a calcare sempre gli stessi acciottolati, le stesse strade e gli stessi marciapiedi del «sogno di una cosa». Un libro, come dice Sloterdijk, è sempre «una lunga lettera agli amici», una «lettera totale» in cui poter dire tutto e riuscirsi finalmente a spiegare. Lo stesso vorremmo si potesse dire di questo «commentario», o almeno questa sarebbe la nostra più segreta ambizione.

Ci rivolgiamo, si parva licet, innanzitutto alla “gente nostra”, quella che non può né vuole adattarsi, conformarsi o, men che meno, rassegnarsi alla logica del dominio, alle regole e alle eccezioni, all’ordine e al disordine della “cosmo-macchina” storico-sociale – intreccio vieppiù inestricabile di prima, di seconda e di ulteriori «nature» ancora largamente insondate. Vorremmo poter parlare prima di tutto di “noialtri sovversivi”, ma non già a partire da più o meno implicite genealogie o cartografie immaginarie, bensì assumendo e facendo in prima approssimazione nostre le autocertificazioni di chi si dichiara e vede come tale.

 

Altrove e altroquando si tenterà di tracciare una sorta di “storia e geografia delle idee”, o anche di “critica e clinica delle ideologie”, così come di ritornare su alcuni elementi di analisi di quella che si era un tempo chiamata la «composizione tecnica e politica di classe». Qui e ora, si cercherà piuttosto di tenere un approccio più strettamente “antropologico”, o meglio ancora “antropo- critico”, cercando di introdurre alcuni ulteriori elementi atti a delineare un’“antropologia dei rivoltosi”, cercando di coglierne i caratteri più generali, indicandone gli angoli morti, i coni d’ombra, i paradossi e le contraddizioni che ci appaiono più vertiginosi e disperanti.

Un esercizio di spietata riflessività critica, proposta con fraterno furore a quello che in modo semiserio potremmo definire l’“individuo sovversivo medio”. (Qui inteso, né più e né meno, che come una mera “astrazione indeterminata”, fino al limite incorporeo di una «media statistica» che non richieda di dover ulteriormente declinare, “sessuare” o “gendrizzare”, il proprio discorso). Non c’è più tempo, o almeno così a noi sembra, per lasciarsi ancora una volta irretire dalle solite argomentazioni paralogiche o sofistiche delle obiezioni preventive di sempre, anche qualora esse siano dettate dalla «corrispondenza di amorosi sensi» di chi ci volesse distogliere “per il nostro bene” dal nostro bersaglio polemico, segnalandoci il carattere potenzialmente auto-contraddittorio della nostra posizione critica: quello di poter cadere noi stessi preda della “denuncia della denuncia”, del “risentimento contro il risentimento”, della “passione triste contro la passione triste”.

 

 

Tanto meno ci si lascerà irretire dal ricatto sentimentale (o, peggio ancora, dall’auto-ricatto) della tante volte subita «mozione degli affetti» di chi sembra non volere, o non potere, in alcun modo comprendere la vera ragione per cui l’oggetto della nostra vis critica sia innanzitutto l’arcipelago dei nostri «territori esistenziali». Quello di “noialtri” stricto sensu e quello di “quegl’altri” che – sia pure per tutta una serie di malintesi fuorvianti – sono ancora ritenuti a noi contigui, non foss’altro che per presunte e ormai vetuste omonimie.

Il “quartier generale” che, dall’alto e dalle retrovie, ordina in nome della «Patria!» di andare allo sbaraglio e fa fucilare nella schiena chi non è pronto a saltar fuori dalle trincee per darsi in pasto ai nidi di mitragliatrici. («Madri Patrie», o «Terre dei Padri», in nome delle quali, nella sussunzione utilitaristica a mezzo di mistica delle pulsioni identitarie di tutti e di ciascuno, bene che vada si finisce sempre e soltanto per annullarsi). “Il nemico che marcia alla nostra testa” di cui scriveva Brecht in Al momento di marciare molti non sanno («che alla loro testa marcia il nemico. / La voce che li comanda / è la voce del loro nemico. / E chi parla del nemico / è lui stesso il nemico»). Il “nemico che marcia nella nostra testa”, spacciando illusionismi, pensieri ridotti a ideologie, «neolingue». Allo stesso modo del tenente Ottolenghi/Gian Maria Volonté in Uomini contro (il film di Rosi tratto dal libro di memorie di Emilio Lussu Un anno sull’Altipiano), è innanzitutto contro di essi che bisognerebbe imparare a puntare le «armi della critica». E anche qui, «senza lacrime per le rose».

Vi è in particolare un «ritornello» fra i tanti, ripetuto dai pulpiti più disparati e tra loro confliggenti, ed è quello di chi lamenta, a volte deluso, altre volte sprezzante, altre volte ancora accorato, che tutti si fanno i fatti loro, ognuno i propri; che non c’è più solidarietà, attenzione per l’altro da sé, per le cause e i bisogni comuni; che c’è solo egoismo, individualismo, competitività sfrenata; conformismo, edonismo, frivolezza fatua e volgare. Il paradosso è quanto mai evidente, poiché tutti lo dicono e ciascuno lo dice parlando degli altri.

Anche dopo i fatti del 15 ottobre è andata così. Tutti si sono protestati puntualmente scevri da qualsivoglia seduzione “frontista”, così come da ogni corrività, o anche solo indulgenza, alla coazione a condividere quella «passione del risentimento» che ha subitamente infestato i principali organi di informazione nazionali. Una «passione triste» quanto mai altre che si fa per sua stessa natura diversivo, distorsione e schermo di ogni intelligenza critica e occasione di profferta di sé come “testa di turco” eticamente abbrutita, senza scampo né lume.

Quasi tutti, ognuno, si è dichiarato indenne dalla fosca alchimia di questa logica inquisitoriale di ritorno che ha sempre determinato un sistematico depistaggio dal tutto alla parte, dalla causa all’effetto, dal fenomeno all’epifenomeno, dall’azione alla reclamazione. Ma basterebbe mettersi una buona volta a frugare negli scaffali delle emeroteche, dai giornali degli anni più bui del “dalli all’untore” – quelli del primo grottesco simulacro di tirannicidio orchestrato dal circo massmediatico-giudiziario di “Citizen” Scalfari – fino a quelli di oggi, per rendersi conto che questo essere esenti, indenni, scevri, “distanti e distinti”, critici, estranei e ostili, senza concessioni, è un'autorappresentazione postuma, retrospettiva, retrodatata, magari fortissimamente creduta ma illusionistica e autoillusoria. Fantasmatica. Per la stragran parte dei “soggetti”, nella loro esistenza ed espressione reale – dalla microfisica della vita quotidiana, fin dalle battute da caffé, alle espressioni “pubbliche” – una rigorosa, agguerrita critica del populismo penale non c'è stata : e questo ha contagiato settori, correnti, “aree”, territori esistenziali per i quali è davvero stupefacente questo – quantomeno – lassismo e scivolamento nel “frontismo” più subalterno (sol perché in questo caso “cattivista”? – peraltro a chiacchiere, a denunce, a querimonie, a reclamazioni vociferanti e dipendenti, e dunque condannato a “ingripparsi” al più nella cazzimme [vedi un Dizionario filosofico-etimologico della lingua napoletana] : come se questa in sé fosse garanzia di “antagonismo” e radicalità !).

 

Semplicemene, non foss'altro che per contagio, per dose di conformismo, timore di esser scambiati per altrui, passività, adeguamento timorato a una sorta di intimazione a sacrificare agli idola fori, paura di esser presi per “ambigui, poo chiari”, come ce ne sono stati tanti ; eppoi forse per una sorta di “vanità morale” che fa pensare che l'esibizione di “cattivismo”, ancorché all'occorrenza foriera di diversione, “depistaggio” che appanna, atrofizza e azzera la radicalità nel senso dell'albero che occulta la foresta, mina la capacità d'azione, disciolta da solubili “frontisti”, “popolari” e alla fine servili, alla gamma espressiva, argomentativa, passionale del “giustizierismo”, nei territori delle “Compagnerie” si è finito per esser massicciamente partecipi : se non corrivi, comunque acquiescenti. Come se l'azione penale fosse meno “robba del Padrone”, e la sua mitologia meno alienante, diversivo recuperatore, agente integrazionistico, di... che so, altro oppio delle genti , oltremondani o mondani... Tanto per dire : la neo.lingua “umanistica”, l'illusionismo “cittadinista”, democratico, sindacale, elettoralista, socialista, lavorista, “droit-de- l'Hommiste”, coi vari connessi “ant...ismi”, le promesse paradisiache, gli intruppamenti in mistiche “popolari” ; come se la superstizione del “cospirazionismo” diventasse “critica rivoluzionaria” quando si appunta a cripto-crazie, e non fosse invece come forma mentis una variante della stessa costitutiva dipendenza, autodivorante ogni possibile radicalità!

Quello che purtroppo tanti di “noi” hanno da sempre reclamato dentro, fuori o ai bordi di quello che da sempre si è più o meno impropriamente definito, e che tuttora si autodefinisce, come «il movimento» (coalescenza che si fa arcipelago, «gruppo di isole unite da ciò che le separa», e viceversa; congerie di «territori esistenziali» che, nel mentre pretende di riuscire a ricomporre le «forme di vita» più disparate, scade nella cristallizzazione di coaguli passionali in permanente

competizione mortale tra loro – nel senso della definizione deleuzo-guattariana di “microfascismi”, conati di identitarismo proprietario a vocazione assolutista) si è fin troppo spesso risolto principalmente in un misto di querimonia mendìca e di protervia punizionista. Una messa in scena di quella che almeno dovrebbe restare ob-, fuori-scena, oscena eruttazione, ejezione compulsiva di risentimento a buon mercato, ha finito per essere sistematicamente recuperata in un’immane détournement di ogni critica radicale e connessa azione indipendente, facendo da schermo ad ogni possibile «teoria pratica» e «pratica teorica» comune e liberamente autodeterminata, per poi affondare inesorabilmente nelle sabbie mobili della propaganda autoreferenziale, della denuncia legittimista e colpevolizzante o, peggio ancora, nell’alienazione legalistica e penale.

 

E tutto ciò, ad onta delle intenzioni dichiarate di ciascuno dei suoi attori – nelle èlites di testa ma anche, francamente, con propagaione metastatica che richiama il concetto di servitù, quantomeno in parte, volontaria – come effetto di una scadente “economia” che fa che si sia ossessionati dal perseguimento di un identico scopo: quello di riuscirsi ad immedesimare prima e meglio di ogni altro nel sempiterno ruolo della «vittima innocente» per procura, della «parte lesa» su commissione, sentendosi al tempo stesso «vox populi» e «Vox Dei», esecutori e committenti di una medesima restaurazione normativa in nome dei più diversi «Leviatani etici» a maggior gloria dell’incessante confisca da parte della “vampirizzazione” sistemica, della «potenza di vita» delle moltitudini. Vale a dire, finendo col prendere a pieno titolo parte – per crudele derisione, il più spesso senza averne coscienza, anzi! – alla conservazione di quella inerziale impresa di vampirizzazione sociale che comincia dall’inibizione, a favore del solito assioma gerarchico, di ogni fermento, lievito o embrione della pensabilità stessa di una possibile autodeterminazione singolare e collettiva, di una capacità di comunanza di autonomie singolari, di “autonomia comune”; e che in questa inibizione originaria si risolve incessantemente, rigenerandola senza sosta, facendo della sua stessa precondizione iniziale il suo ineludibile esito finale.

Ciò che ci sembra di vedere ogni giorno di più all’opera anche e soprattutto all’altezza delle nostre latitudini esistenziali, e che ci lavora da dentro come un malsottile (lo confessiamo senza timore alcuno di offrire il destro per una liquidazione in termini meramente psicopatologici di ciò che ossessivamente, essendone ossessionati, tentiamo di segnalare), è il perpetuo rinnovarsi di questo arrovesciamento della teoria critica in ideologia; della radicalità in denuncia, risentimento, propaganda e desiderio di ritorsione. Un arrovesciamento che si estenua in una specularità manichea che fa immancabilmente propri tutti i presupposti impliciti, gli imperativi categorici, la struttura dei problemi e il campionario delle soluzioni dell’esistente dato, scivolando in schieramenti precostituiti, imposti e subiti, accettando di abiurare al pensabile come primo passo del fattibile. Una densa “nuvola di fiele” che è divenuta costume, postura, modo d’esserci e compulsione mimetica, si è ritorta – e come avrebbe potuto essere altrimenti ? – introflettendosi all’interno del nostro stesso campo nelle scale le più varie e disparate.

Forse non c’è assolutamente niente di “nuovo”, sia sul piano descrittivo che su quello interpretativo, in ciò che andiamo dicendo, ma la nostra ossessione non è certo il “nuovismo”, la ricerca spasmodica dell’inedito o della legittimazione originaria dei savants. Non foss’altro però che per la nostra singolare condizione esistenziale che ha la sua ragion d’essere, o se si vuole la sua eziopatogenesi, in una esperienza ruminata fino all’estenuazione di queste che consideriamo come delle vere e proprie sindromi psico-pato[ideo-]logiche che contengono un esito di “radicale autocontraddizione ed eterogenesi dei fini”, avvertiamo la necessità di riuscire quanto meno a farne parola nell’evidenza di un naufragio non più annunciato, ma già in corso.

 

Non si tratta di pretendere di mettere a forza i propri puntini sulle “i”, per il solo piacere, mediocremente révanchista, di volersi vedere riconosciute postumamente le proprie ragioni critiche (né, d’altronde, vi potrebbe essere il ben che minimo interesse a farlo, giacché, come osservava La Rochefoucauld, così come «è difficile farsi perdonare da qualcuno di averlo aiutato», è altrettanto «imperdonabile aver avuto ragione troppo presto» : dunque questa sarebbe, da parte nostra, solo l’ennesima irreparabile ingenuità, che rischierebbe soltanto di rendere ancor più difficile l’unica reazione che ci interessi davvero: il fatto che un discorso come questo nostro (di cui porteremo una assai sintomatica, impressionante casistica) possa in qualche modo circolare ed essere preso in esame, sia pure solo come una “pulce nell’orecchio”.

Non bisogna certo stare lì a chiedersi se la facoltà di «pensare altrimenti», senza alcun tipo di assicurazione o di garanzia, verrà concessa o meno, di grazia, concessa a tutti noi, almeno una tantum, come l’ultima parola dell’imputato prima della sentenza, l’ultima sigaretta prima dell’esecuzione, oppure il «semel in anno licet insanire» di una notte di Carnevale. Se non si è almeno una volta nella vita pronti a prepararsi al peggio, all’esser liberi dall’idea di avere qualcosa da perdere o, ancor più, da guadagnare, se non si è atterriti all'idea della solitudine dei folli, dell'esser bollati come dei “matti da legare”, si rischia solo una mortificante e sterile autocensura. (...)

(continua)

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Published by Oreste Scalzone
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