Vendredi 18 mai 5 18 /05 /Mai 10:04

 

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Ascolta l’intervista con Oreste Scalzone

 

 

Abbiamo raggiunto nella sua casa di Parigi Oreste Scalzone per commentare con lui il testo della rivendicazione della F.A.I. in relazione all’attentato di Genova all’ a.d. di Ansaldo Nucleare Adinolfi. E’ sempre penoso rilevare, in queste occasioni, la trita retorica politica e massmediatica volta a vendere una ricostruzione degli anni della lotta armata come un’epoca di terrore generalizzato e diffuso, quando invece è pacifico che se in quegli anni l’aria era irrespirabile per qualcuno lo era certo per le classi dirigenti e l’apparato tecnico-intellettuale e massmediatico che le sosteneva. Tanto che gli accorati appelli dei magistrati (provenienza PCI, Caselli in testa) alla delazione nei confronti di chi flirtava con il lottarmatismo in fabbrica caddero quasi sempre nel vuoto. Altrettanto penoso è rilevare lo spazio abnorme che i media riservano a episodi simili, con opinionisti bulimici impegnati a spiegarci questo e quello, quando la violenza sistemica, la violenza del potere e dello stato, mietono quotidianamente migliaia di vittime. Ma si sa, e Oreste ce lo ricorda, “un morto è una tragedia, milioni di morti solo una statistica”. Il riferimento ideologico degli estensori affonda, nell’analisi di Scalzone, in quella tradizione anarchica che rifiuta e rifugge le lotte sociali (la lotta di classe tout court) come una dinamica interna al dominio del capitale che in qualche misura lo rafforza avendo la socialdemocrazia per orizzonte. Allo stesso tempo, l’azione e la rivendicazione che sicuramente sono parte di un percorso di rivolta contro l’economico, il tecnoscientifico, lo statuale e il societale, restano invischiate in un processo di mimesi verso un aspetto ben più antico antico del capitale stesso: la dialettica colpa-innocenza. Dialettica che ammorba la storia umana da millenni e che parla il linguaggio del dominio.


Il secondo aspetto di critica riguarda il passaggio della rivendicazione: “non consideriamo un referente i cittadini indignati per qualche malfunzionamento di un sistema di cui vogliono continuare a essere parte”. Qui Oreste sottolinea il fatto che nelle nostre società siamo ormai ben oltre il “discorso” di La Boétie e la servitù volontaria è diventata una sorta di compenetrazione, una consustanzialità tra uomo e capitale, uomo e dominio, che non lascia spazio a critiche e accuse che rimuovono e negano l’ambivalenza in cui, volenti o nolenti, tutti sguazziamo.
Il terzo aspetto di critica riguarda la scelta della vittima simbolica che col suo sacrificio nasconde il meccanismo ben più ampio e meno afferrabile di cui è parte (il consiglio di amministrazione, il capitale stesso). La vittima non è che un ennesimo capro espiatorio che funge da mito fondativo e identitario del gruppo (in questo caso la cellula che ha sparato).

 

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