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2 février 2010 2 02 /02 /février /2010 12:05
Il Quotidiano della Calabria 24/01/2010
Rosarno l'alibi del razzismo e della 'Ndrangheta
di ELISABETTA DELLA CORTE e FRANCO PIPERNO

Sono trascorse alcune settimane dai fatti di Rosarno, ricostruiti ormai con dettaglio e commentati con dovizia, sui mezzi d'informazione; sicché è possibile fare il punto, per quanto provvisorio, su quel che è accaduto e sulle cause congetturali. Diciamo subito che, per noi, i moti di Rosarno, sono un segnale precursore dello scenario, inedito e maligno, che sembra aprirsi per l'agricoltura meridionale, in particolare per quella delle grandi piane. Invece, su quei fatti, gli opinionisti dei giornali del Nord hanno, di preferenza, cercato la genesi nella pulsione xenofoba, se non propriamente razzista, che abita l'anima calabrese; mentre i commentatori dei giornali del Sud hanno, per la gran parte, sposato la tesi secondo la quale tutto ha origine dalle cosche della 'ndrangheta: sono i boss che hanno fomentato la rivolta tanto tra i braccianti neri quanto tra i cittadini italiani della Piana. Noi riteniamo che entrambe queste spiegazioni finiscano col rendere ancor più confuso ciò che, in principio, avrebbero dovuto chiarire; e tutte e due approdano alla invocazione insana: più stato nel Meridione; come se, a datare dall'Unità d'Italia e per centocinquanta anni questa strategia non avesse procurato abbastanza danni.

Vediamo le cose più da vicino. Fuor di retorica, tanto la xenofobia, ovvero la paura del forestiero, quanto il razzismo, cioè il disconoscimento della comune natura per colui che ha caratteri somatici diversi, entrambi i sentimenti o i risentimenti, essendo, purtroppo, generalmente umani, si ritrovano certo tra gli abitanti di Rosarno, come a Treviso, a Biella o nel Cantone dei Grigioni. Ma sostenere che questi deplorevoli pregiudizi siano talmente egemoni da determinare la sentimentalità dei calabresi è contrario ad ogni evidenza da secoli, nella nostra regione, distribuite a macchia di leopardo, convivono con successo minoranze diverse per etnia, lingua o religione; nel recente passato, cioè negli ultimi venti anni, si sono verificati rari casi d'intolleranza verso i forestieri, certo molti di meno di quanto sia accaduto nel resto d'Europa; e, viceversa, tanto a Rosarno quanto a Badolato, a Riace come a Soverato non sono mancate esemplari occasioni d'accoglienza e di solidarietà verso i migranti, come ben mostra l'ultimo film di Wenders. Possiamo ragionevolmente concludere che il razzismo come chiave esplicativa risulta di una vaghezza frettolosa e frustrante. Quanto alla 'ndrangheta, l'attribuzione di responsabilità nei fatti di Rosarno non proviene da inchieste o ricostruzioni o studi documentati; piuttosto è una assunzione congetturale, anzi mitica; argomentata, grosso modo, così: data l'onnipotenza demoniaca della 'ndrangheta, sia quel che accade sia quel che non accade a Rosarno è riconducibile, in ultima analisi, alla strategia malavitosa; i criminali non possono non sapere, quindi tirano le file del gioco. Qui, la 'ndrangheta è divenuta una sorta di ³causa assoluta²; v'è all'opera, in questo modo di ragionare, uno sprovveduto rovesciamento cognitivo che scambia gli effetti con le cause: non sono le condizioni socio-culturali delle città della piana a generare e rigenerare la 'ndrangheta ma, viceversa, è la criminalità stessa a produrre quelle condizioni. Si noti che l'individuazione della 'ndrangheta come causa assoluta gode di particolare favore tra i professionisti dell'antimafia, per dirla con Sciascia.

Questi, così, oltre ad assicurasi quattro paghe per il lesso, finiscono con l'assolvere dalle responsabilità specifiche in ordine alla degradazione della vita civile calabrese, i politici nazionali e locali, nonché tutto il ceto dirigente della regione, imprenditori, giornalisti e universitari compresi. Val la pena sottolineare l'intrinseca inconsistenza di questa spiegazione: da una parte, la cattiva potenza della 'ndrangheta viene amplificata oltre ogni misura, attribuendole, nella rappresentazione, una strategia assai astuta ed un'efficacia paranoica; dall'altra le vengono addebitate azioni e gesti che si rivelano idioti, inconcludenti e suicidi, ancora prima che criminali. Infatti, per dirne una, che tornaconto potrebbe mai avere la 'ndrangheta a fomentare rivolte nei territori che controlla? Stante la dimensione internazionale delle sue imprese, essa, con ogni evidenza, è interessata a svolgere i propri affari nella quiete sociale; quiete che, certo, non desidera l'arrivo massiccio di magistrati, forze dell'ordine, giornalisti e studiosi della domenica.  Il miracolo economico dei giardini e la condizione di vita del migrante  Per noi, la genesi dei fatti di Rosarno va, di sicuro, cercata localmente; ma non già nella malavita piuttosto nella struttura economico-sociale del luogo. Per ricostruire, per l'essenziale, questa struttura ci serviremo liberamente delle ricerche dei sociologi dell'Università della Calabria, in particolare cfr. Tesi di Antonio Sanguinetti, La resistenza dei migranti: il caso Rosarno, 2009, Unical). Rosarno, cinquemila famiglie, ha da lungo tempo una economia incentrata sulla produzione agricola, in particolare oliveti ed agrumeti. La proprietà della terra, decisamente frantumata, è distribuita tra poco meno di duemila famiglie, ciascuna delle quali possiede in media un ettaro o poco più; insomma ad ognuna un ³giardino², come dicono a Rosarno. Fino a qualche hanno fa, vi erano oltre mille e seicento aziende agricole, quasi una a famiglia, che davano lavoro, più o meno continuativo, a circa tremila braccianti rosarnesi, poco meno di due per azienda. A partire dagli anni Novanta e fino al 2008, i contributi finanziari europei per l'agricoltura meridionale venivano concessi in proporzione alla quantità di agrumi prodotta; questo faceva sì che per ogni ettaro il proprietario percepisse una sorta di rendita fondiaria annua, garantita dalla burocrazia europea, nella misura di circa ottomila euro per ettaro. Per i tremila braccianti v'era la protezione previdenziale dell'Inps: bastava lavorare cinquantuno giorni, cinque in caso di calamità naturali, per aver poi diritto ad un assegno di disoccupazione per tutto l'anno. In effetti, molti tra i braccianti rosarnesi preferiscono, oggi come allora, percepire l'indennità di disoccupazione e svolgere altri lavori; dal momento che, negli agrumeti, a raccogliere le arance, basta ed avanza la fatica penosa dei migranti stranieri, totalmente flessibile ed a costi irrisori. Così, gli agrumi di Rosarno erano competitivi sul mercato delle derrate alimentari, data la stabilità del prezzo di vendita. Anzi di più: per oltre un decennio la produzione dei giardini è costantemente cresciuta; e la città ha vissuto un generale aumento del reddito monetario. A vero dire, questo incremento della quantità di arance, realizzato con continuità senza alcuna miglioria nelle tecniche agricole, aveva qualcosa che sembrava venire dal nulla, un atto creativo. Ma nessuna autorità nazionale o locale appariva inquieta per quella stranezza, non uno tra i numerosi ³predicatori di legalitಠne era turbato, non un solo studioso si mostrava incuriosito; e perfino tra i giovani cronisti a caccia di ³scoop² non se ne trovava uno che prestasse attenzione a quella bizzarria. Infatti, il miracolo economico nella piana tirrenica si basava sulla frode e la pubblica menzogna; come per altro accadeva in quegli stessi anni alla produzione lattiera nell'Italia del Nord, o, globalmente, alla finanza creativa. La cosa funzionava così: le cooperative dei piccoli proprietari, raccoglievano le arance per poi smerciarle verso i grandi mercati ortofrutticoli e le industrie alimentari del Nord.

Queste stesse associazioni, dirette da un personale proveniente equamente dal ceto politico di centrosinistra e di centrodestra, gestivano i contributi europei. Poiché questi ultimi erano proporzionali alle quantità di agrumi conferiti dai contadini alle cooperative, Rosarno produceva una sterminata quantità di arance, molte sugli alberi, ma molte di più sulla carta. Se il contadino portava un certo ammontare di agrumi, l'associazione, nella fattura, ne dichiarava tre, cinque, perfino dieci volte tanto. I proprietari degli agrumeti incassavano così dei contributi finanziari gonfiati, che, in misura assai modesta, stornavano ai contadini per assicurarsi, a buon mercato, la complicità collettiva per quella dei disoccupati rosarnesi ci pensava, come abbiamo notato, l'Inps con i suoi elenchi falsi e senza fine di braccianti agricoli per i quali non veniva versato quanto dovuto alla previdenza. Attorno a questa truffa di massa, ne erano sbocciate poi svariate altre, sempre sui fondi europei; in particolare erano sorte numerose industrie che trasformavano le arance di carta in succhi di carta, come è giusto che sia.

A Rosarno, dagli anni Novanta e fino a poco fa, s'è venuto così delineando un insolito modo di produzione che intreccia tra loro epoche o meglio temporalità diverse; temporalità che, nella storia dell'occidente, s'erano snodate secondo un prima ed un poi, appaiono nella Piana tutte insieme contemporaneamente. Intanto, v'è una temporalità protocapitalistica, quella dell'accumulazione primitiva. Di questa temporalità partecipano tanto i proprietari dei giardini quanto i migranti che lavorano come stagionali in quegli agrumeti. I primi, ³capitalisti pezzenti², posseduti dal funesto desiderio di arricchirsi in fretta, non vanno tanto per il sottile; e manifestano senza ritegno quella ferocia sociale, quello spirito animale proprio del capitalismo nella fase nascente. Essi esercitano la loro egemonia sui braccianti agricoli rosarnesi attraverso la pratica del tutto discrezionale delle assunzioni, tanto di quelle vere quanto, e soprattutto, di quelle false. Gli altri, i migranti, in maggioranza africani, sono, come al tempo della manifattura nell'Inghilterra dell'inizio Ottocento, nuda forza-lavoro, priva di mutua, contratto e protezione sindacale. Non solo lavorano al nero, come del resto accade frequentemente e più in generale nell'economia calabrese anche per i cittadini italiani; ma percepiscono un salario nero che è meno della metà di quello, pur sempre nero, corrisposto al bracciante indigeno. V'è poi l'intrico della previdenza sociale, dove il bizantinismo delle regole riporta alla politica agraria corporativa, al tempo di Bonomi, al regime democristiano nel secondo Dopoguerra. Infine, v'è la temporalità post-moderna, quella propria alla burocrazia europea che nella sua illuminata astrazione finisce col favorire l'agricoltura creativa, di carta; così come ha reso possibile la finanza creativa, quella appunto di carta. Questo improbabile assetto economico ha retto bene per quasi un ventennio; ma, ecco che, pochi anni fa, si sono avvertiti i primi scricchiolii; qualcuno tra i magistrati assopiti nella lotta alla mafia si è come destato, sono partite le prime inchieste, qualche truffa particolarmente clamorosa è venuta alla luce; perfino l'Inps è sembrata uscire dal letargo per rivedere l'elenco dei braccianti registrati e sfoltirlo di quasi la metà. Poi, nel 2008, si sono aggiunti, buon ultimi, i burocrati di Bruxelles: allarmati dalla scoperta delle truffe, hanno bruscamente deciso di mutare il criterio d'erogazione dei contributi, legandolo agli ettari e non più alla produzione. Questo ha comportato che laddove, prima, il proprietario di un giardino riceveva ottomila euro ad ettaro, ora riesce ad ottenerne un po' meno di millecinquecento. Tanto è bastato perché ci fosse una severa ed immediata contrazione del numero delle aziende in agricoltura ed ancor più nella trasformazione e nel commercio.

La crisi globale e la lotta di classe nella Piana tirrenica  Così stavano le cose a Rosarno, quando, l'anno scorso, la crisi finanziaria globale è arrivata anche nella piana: il prezzo delle arance è crollato sul mercato internazionale mentre giungevano circa un migliaio in più di migranti, licenziati dalle fabbriche del Centro-Nord e presi dal tentativo di ottenere reddito, sia pure minimo ed al nero, nelle campagne del Sud. A questo punto, a Rosarno, ci si è trovati a dover far fronte contemporaneamente a tre difficoltà: riduzione drastica dei contributi finanziari europei all'agricoltura, caduta globale della domanda di derrate alimentari, aumento della concentrazione locale di migranti in cerca di lavoro. L'interferenza di questi fattori ha innescato uno scontro di classe tra, da una parte, il blocco sociale aggregato attorno ai piccoli proprietari; dall'altra, migliaia di migranti che da decenni usano lavorare come stagionali in quei giardini. Per riassumere la situazione con una immagine: a Rosarno, quest'anno, gran parte delle arance sono restate sugli alberi, il loro prezzo di vendita non copre neppure il costo di produzione. Laddove qualche anno fa occorrevano, per il lavoro di raccolta, oltre duemila migranti quest'anno ne bastavano meno di duecento; mentre la crisi economica ne ha portato nella Piana quasi tremila. Si sono create le condizioni per uno scontro sociale: il diritto al profitto del ³capitalista pezzente² contro la consuetudine dei ³migrante moro² di trarre, ogni anno, a Rosarno, un reddito di sopravvivenza.

Già a dicembre scorso, nel giro di poche settimane, l'aria era cambiata. I rosarnesi, egemonizzati dai proprietari degli agrumeti, hanno cominciato ad avvertire la presenza dei migranti come eccedente ed inutile; prima erano braccia che lavoravano per loro, poi sono divenuti vagabondi stranieri da rinviare a casa loro; in fretta, talmente in fretta da lasciarli creditori, da non aver tempo per pagare loro quel lavoro al nero che alcuni avevano comunque compiuto. Nella totale incapacità di mediazione politica da parte della regione o della prefettura di Reggio,è venuto così montando un disagio anzi una sorta di odio di classe tra rosarnesi e migranti, quando non una vera e propria ostilità fisica. In queste circostanze è bastato un gesto irresponsabile o forse una consapevole provocazione, la cui gravità è stata ingigantita dalle voci, dai rumori, per accendere la miccia della esplosione sociale ma, sia ripetuto qui per inciso, il razzismo ha avuto un ruolo meramente folklorico: fossero stati, i migranti, tutti alti e biondi e con gli occhi azzurri, l'antagonismo e lo scontro sociale, tra imprenditori e salariati giornalieri, nelle condizioni date, si sarebbero svolti, più o meno, allo stesso modo.  Imparare dai fatti  Certo, i tumulti di Rosarno sono gravi, non già per quel che è accaduto, ma piuttosto per la situazione socio-culturale che hanno svelato preesistere; e che riguarda sì la Piana tirrenica ma anche quella jonica e molti altri luoghi di sviluppo, diciamo così, della agricoltura meridionale. Questa situazione è caratterizzata dalla pubblica ipocrisia. Si badi, quel che qui è in gioco non è il comportamento fraudolento, sempre possibile perché la carne è fragile; e nemmeno la dimensione collettiva di quel comportamento che anzi testimonia una certa potenza cooperativa; piuttosto, l'aspetto maligno sta in quel pubblico omaggio che in Calabria le autorità tutte, locali e nazionali, i giornali, i vescovi, i presidi delle scuole, giù giù fino a qualche noto ladro rendono alla legalità, invocata ossessivamente come uno scongiuro, malgrado che il comune sentire ben sappia di quanta banale e sistematica violazione di ogni buona abitudine sia intrisa quella legalità di cui si declamano le lodi. L'ipocrisia pubblica ha consentito che, per anni, giunte e consiglieri, regionali, provinciali, comunali, commissari prefettizi, Protezione civile, magistrati e poliziotti, deputati e senatori ignorassero le condizioni subumane, oltreché illegali, nelle quali vivevano e vivono migliaia di migranti costretti al lavoro nero nelle campagne meridionali. Come in un tic nevrotico collettivo, tutti rimuovevano e quindi non v'erano responsabili; così, in venti anni, nessuna, tra le variegate autorità ha avuto modo di promuovere una azione d'emergenza per garantire ai migranti alloggi, acqua, luce e servizi igienici, come era possibile e come per altro è avvenuto in altre regioni. Di passaggio, val la pena notare come l'assenza di responsabilità, conseguenza della pubblica ipocrisia, spieghi un particolare insolito che ha connotato quegli eventi: malgrado il tradizionale presenzialismo della rappresentanza meridionale, nessuno dei leader politici regionali si è visto nelle piazze di Rosarno durante i moti e questo con ragione dal momento che i migranti non votano. Ma l'ipocrisia non riguarda solo le autorità locali, anche i sindacati ne sono interamente coinvolti. Come abbiamo già osservato, gran parte del lavoro dipendente, nel settore privato, si svolge al nero in Calabria; i grandi sindacati niente fanno per far valere nel Meridione la legislazione sociale, i contratti nazionali non sono applicati, e forse sono inapplicabili; eppure è proprio la contrattazione centralizzata a fornire vuoi la giustificazione ideologica dell'esistenza vuoi l'autoconservazione materiale della burocrazia sindacale. Questa è l'ipocrisia storica che segna la vita sindacale calabrese da mezzo secolo. Poi, ve n'è un'altra, bruciante, offensiva, subentrata nell'ultimo decennio, che può essere descritta così: la massa di lavoro vivo che valorizza l'agricoltura calabrese è pressoché tutta concentrata nei corpi dei migranti neri, ma la trimurti sindacale, costipata dai pensionati, non riesce neppure a parlare con quei giornalieri dalle mani callose. Insomma, i soli lavoratori che popolano le nostre campagne sono degli sconosciuti per il sindacato dei lavoratori, forse per scelta forse per incapacità. Tuttavia, sarebbe certo omissivo non ricordare che la partecipazione alla pubblica ipocrisia va ben oltre il ceto politico e sindacale. Quel triste sentimento ha fatto nido nell'anima di molti di noi, di quasi tutti noi calabresi. Gli unici ad esserne sostanzialmente restati immuni sono coloro che appartengono al mondo delle libere associazioni, al volontariato cattolico, ai centri sociali. E dobbiamo ringraziare i migranti di Rosarno se questo scenario è affiorato con chiarezza alla coscienza comune.  Qualche modesta proposta per agire qui ed ora  Il mondo delle associazioni, queste comunità agenti, è l'unico interlocutore autentico dei migranti, l'unico che possa chiedere loro scusa per ciò che è avvenuto ed avviene, a nome e per conto di tutti noi. Va da sé che, in casi come questo, le scuse non si declinano con le parole ma con gesti ed azioni. Per esempio, promuovere una campagna d'accusa contro la regione per costringerla immediatamente ad un programma d'edilizia d'emergenza nelle piane e nelle zone agricole frequentate dai migranti. Una gesto analogo si potrebbe agire contro i tre Atenei calabresi perché offrano accessi gratuiti e borse di studio non tanto a caso, come già fanno per spagnoli e cinesi; ma piuttosto a quei giovani migranti istruiti che, lavorando già nelle nostre piane, intendano completare la loro formazione con un curriculum accademico.

Ma non v'è dubbio che, per il mondo delle associazioni, l'obiettivo principale da perseguire, la via maestra per offrire solidarietà ai migranti, non sta nel rivendicare al posto loro bensì nel promuoverne l'autonomia sociale, nell'aiutarli ad auto-organizzarsi. Infatti, la garanzia per assicurare dignità al lavoro nero non sta nella legge, regionale o nazionale che sia, ma nell'organizzazione consapevole degli stessi migranti in grado di rovesciare il rapporto di forza oggi a loro decisamente sfavorevole. Per far questo, occorre nell'immediato, conoscere per agire: bisogna aprire, usando lo spazio della rete, una grande inchiesta di massa documentando, con filmati ed interviste, storie e condizioni di vita e di lavoro dei migranti nelle campagne calabresi. La ricerca dovrebbe ricalcare il metodo delle inchieste operaie degli anni Settanta, che erano, ad un tempo, strumenti di conoscenza e stimoli esterni, qualche volta giacobini, verso l'auto-organizzazione. A questo proposito, se l'inchiesta parte subito, v'è una fortunata occasione per convertire conoscenza in azione e viceversa. Da qualche settimana, circola tra i migranti di tutta Italia la bella idea di una giornata di sciopero generale; per le calende di marzo, organizzata autonomamente, prescindendo da sindacati e partiti, come accadeva all'origine del capitalismo. A noi sembra che contribuire al successo di questo sciopero sia un adeguato gesto risarcitorio per quel che è accaduto durante i moti di Rosarno. Infatti, non c'è chi non veda quale salto di consapevolezza provocherebbe il successo dell'iniziativa, facendo emergere, in un solo giorno, come in un lampo, nella comune coscienza, la potenza cooperativa dei migranti; senza i quali, non solo l'economia, ma la stessa vita civile della nazione appare messa a rischio.   

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Published by Oreste Scalzone
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KLetaGR 17/02/2010 16:34



Fac/similé de l'e-mail adressé à , ce matin 17.02.2010 :

Dans le dernier n° d'Archipel-FCE que j'ai parcouru hier soir ( je l'emprunte subrepticement à l'abonné CNT-Ait du Gard, Place Georges-Dupuy 30100-Alès...), il y a un article assez documenté en
"paroles d'immigrés", et fourni en témoignages de leurs parts, ainsi qu'un panorama de leurs auto-organisations...


 


Vous êtes les seuls, à ma connaissance, à "leur donner vie" dans nos mémoires d'avides lecteurs, avec autant de présence, réflexions pesées, nuances et couleurs ; je voudrais d'abord, ici, vous
remercier de cet actuel louable effort d'humanité.


 


Sur le blog de Scalzone, un commentaire de Vittoria envoie ballader le "ton sociologique" des auteurs de la dernière traduction que j'ai effectuée ("Rosarno-N'Dranghetta" par Elisabetta Della
Corte et Franco Piperno) en une argumentation qui paraît à première vue sommaire, la contribution de Piperno et Della Corte, éclairant néanmoins la lanterne du "lecteur "lambda" moyen, sur le
déroulé et les prémisses sur 20 ans de cette "soudaine poussée de xénophobie", telle qu'elle sera apparue sur le "fil de l'actualité".


Ce "débroussaillage" mérite à lui seul ma considération.


Les arguments qu'elle (Vittoria...) reprend du texte Piperno-Della Corte,  vous le remarquerez, ne sont pas non plus "apparemment dissonnants", mais plus "terre à terre" dans l'usage des
catégories marxiennes ramenées à ce commentaire "télégraphique", si ce n'est cette conclusion qu'elle tire au point  3) : c'est aussi une lutte des Noirs contre les Blancs, que ça vous
plaise ou non ! , ce qui n'est pas sans me rappeller étrangement les termes du débat qui annonça  la scission de 1974 intra-LCR (1/3 a fondé ensuite "Révolution" et  2/3 sont restés à
la Ligue)... au sujet du "travail immigré".


Cette question se superposait à celle des revendications minimum et de l'écartèlement que représente pour les maigres forces d'un petit groupe inégalement réparti sur un territoire, d'investir
des forces sur un conflit de ce genre (Penarroya-Lyon à l'époque et,"là-bas" en Italie, et "maintenant" la main d'oeuvre immigrée saisonnière et itinérante... Comment leur servir de "points
d'appuis pour qu'ils s'organisent ? Et comment leur servir de relais pour lutter ?) pour lui donner "un écho national"...


Entretemps nous "avons changé d'échelle", et la petite- bourgeoisie radicalisée qui n'idéalisait "les immigrés surexploités" que pour aller la trouver dans "ses foyers" et lui hurler au mégaphone
des "vérités sartriennes assez platoniciennes et tautologisantes", semble se demander, de nos jours comme toujours, si "ces gens là auraient une âme" au point de ne pas supporter ce que "les
Blancs trouvent, eux, normal de supporter"...


Nous retrouvons cette question en pointillé, sous la forme de l'actuelle candidate NPA "à foulard" d'Avignon, dont le "profil" (DESS de Gestion) n'est pas non plus cantonnable aux "revendications
minimum" et pourtant "un pas en avant" du tir de barrage à balles traçantes" que lui opposent les "Laïques" de son propre Parti, qui hurlent "à l'obscurantisme"...


Bref, il ne faut pas vendre la peau de Platon avant de l'avoir tué ! (cf.: 1° pièce-jointe "L'Envolée" à propos de l'universalisme Badiousien...)


Le messianisme a peut-être encore un avenir qui durera longtemps, mais l'universalisme, auquel Levi-Strauss a flanqué "un coup dans l'Elle" promet d'errer un peu moins "Entre Nature et Culture"
(Philippe Descola, 2009) de générations plus jeunes, avec l'avenir derrière lui...


 


En vous remerciant de m'avoir le et en attendant de vous lire... au prochain numéro.


 


Boudjemaa.



KLetaGR 13/02/2010 12:50



Mardi 02 Février 2010.


Les alibis du racisme et de la N’Dranghetta


 dans les émeutes de Rosarno.


« Il Quotidiano della Calabria » 24.01.2010.


par Elisabetta Della Corte et Franco Piperno.


Quelques semaines se sont maintenant écoulées depuis les émeutes de Rosarno, retracées et commentées à profusion dans les médias ; ainsi est-il possible de faire le point, pour l’instant
provisoire, sur le caractère de ce qui est arrivé et ses causes circonstancielles.


Disons tout de suite qu’à notre avis, les émeutes de Rosarno sont un signal avant-coureur du panorama, encore inaperçu et déprimant, qui sera celui de l’agriculture méridionale, en particulier
dans les grandes plaines. Les chroniqueurs des journaux du Nord ont, au contraire, cherché de préférence dans la direction de pulsions xénophobes, sinon à proprement parler racistes, qui
habiteraient « l’âme calabraise » ; cependant que les commentateurs des journaux du Sud ont, pour leur grande part, épousé la thèse selon laquelle la matrice de toute cette affaire mènerait aux
cercles de la N’Dranghetta : ce seraient les Boss qui auraient fomenté la révolte parmi la main d’œuvre noire, comme parmi les citadins italiens de la Plaine. Nous retiendrons que ces
explications contribuent toutes deux à rendre plus confus encore ce qu’il aurait fallu éclaircir dès le début ; et que toutes deux contribuent à cette invocation délirante : plus d’État dans le
Sud ; comme si, depuis la proclamation de l’Unité italienne et pendant cent-cinquante ans, cette stratégie n’avait pas causé assez de dégâts.


Regardons d’un peu plus près les choses. Si l’on met de côté les grands mots, on rencontre effectivement de la xénophobie, ou la peur de l’étranger, comme du racisme, qui est l’ignorance d’une
nature semblable attribuée à celui qui a des aspects somatiques différents, entre autres sentiments ou ressentiments, qui, tout en étant généralement humains, ne s’en retrouvent pas moins parmi
les habitants de Rosarno, que de Trévise, Biella ou dans le Canton des Grigioni. Mais soutenir que ces déplorables préjugés soient répandus au point d’en déterminer la sentimentalité des
Calabrais est contraire à l’évidence séculaire, dans notre région, aussi inégale qu’une peau de léopard, où coexistent avec plus ou moins de bonheur des minorités différentes par l’ethnie, la
langue ou la religion ; dans un passé récent, c’est-à-dire au cours des vingt dernières années, se sont produits effectivement de rares cas d’intolérance à l’encontre des étrangers, mais beaucoup
moins en regard de ce qui s’est produit dans le reste de l’Europe ; et, vice-versa, les occasions exemplaires d’accueil et de solidarité envers les migrants, tant à Rosarno qu’à Badolato, à Riace
comme à Soverato n’ont pas manqué, ainsi qu’on peut le voir dans le dernier film de Vim Wenders. Nous pourrions raisonnablement en déduire que le racisme, comme sésame explicatif, résulte d’une
vaguelette hâtive et frustrante. Quant à l’attribution à la N’Dranghetta, des responsabilités dans les faits advenus à Rosarno, elle ne provient pas d’enquêtes, de reconstitutions ou d’études
documentées ; c’est plutôt là une conjecture supposée, pour ne pas dire mythique ; argumentée, grosso modo ainsi : ce qui advient à Rosarno comme ce qui ne s’y produit pas , compte tenu de
l’omnipotence démoniaque de la N’Dranghetta, est en dernière analyse, attribuable à la stratégie criminelle ; les délinquants sont bien informés, donc, ils tirent les ficelles. La N’Dranghetta
est devenue, dans ce cas, une sorte de « cause absolue », ; il y a à l’œuvre, dans cette façon de raisonner, un renversement cognitif assez dépourvu qui prend les effets pour les causes : ce ne
sont pas les conditions socio-culturelles des cités de la Plaine qui produisent et reproduisent la N’Dranghetta, mais au contraire, c’est la criminalité même qui génère ces conditions. On
remarque au passage que la désignation de la N’Dranghetta comme cause absolue jouit d’une faveur particulière parmi les professionnels de l’Antimafia, pour reprendre là une expression de Leonardo
Sciascia.


Ainsi, ceux-ci, en plus de s’assurer quatre sous pour faire bouillir la marmite, en viennent à absoudre de toutes responsabilités précises dans la dégradation de la vie civile calabraise, le
personnel politique national et local, toute la sphère dirigeante de la région, les entrepreneurs, les journalistes et les universitaires inclus. Il vaut la peine de souligner l’inconsistance
contenue dans cette version des faits : d’une part, la puissance de nuisance de la N’Dranghetta se voit  amplifiée, dans la démonstration, au-delà de toute mesure, en lui attribuant une
stratégie aussi astucieuse qu’efficacement paranoïaque ; de l’autre, on en vient à mettre à son débit des actes et des gestes qui s’avèrent idiots, ineptes ou suicidaires, avant même que
criminels. En fait, pour n’en citer qu’un, quel intérêt pourrait avoir la N’Dranghetta à fomenter des soulèvements dans les territoires qu’elle contrôle ? Étant donnée la dimension internationale
de ses entreprises, celle-ci est, de toute évidence, intéressée à voir évoluer ses affaires dans la tranquillité sociale ; tranquillité qui ne voit pas d’un bon œil débarquer en masse des
magistrats, des forces de l’ordre, des journalistes et des étudiants du Dimanche. 


Le miracle économique des jardins et la condition des immigrés


Pour nous, l’origine des faits survenus à Rosarno doit bien sûr être recherchée localement ; pas tant dans la « mauvaise vie » que dans les structures économico sociales de l’endroit, plutôt.


Pour reconstituer, pour l’essentiel,  cette structure, nous nous servirons délibérément des travaux du sociologue de l’Université de Calabre Antonio Sanguinetti, en particulier sa « Thèse :
La Résistance des immigrés », 2009, Unical.


Rosarno, 5 000 familles, a depuis longtemps une économie centrée sur la production agricole, les oliviers et les agrumes en particulier. La propriété de la terre, très nettement parcellisée, est
répartie entre un peu moins de 2 000 familles, chacune d’entre elles possédant en moyenne un hectare ou un peu plus ; bref,  à chacune, son « jardin », comme on dit à Rosarno. Jusqu’à
quelques  années de là, il y avait  plus de mille six cents entreprises agricoles, presque une par famille, qui donnaient du travail, plus ou moins constant, à près de 3 000 ouvriers
agricoles du coin, un peu moins de 2 par entreprise. À partir des années 90’ et jusqu’à 2008, les subventions financières européennes pour le maintien de l’agriculture méridionale étaient
ajustées en proportion à la quantité d’agrumes produits ; faisant en sorte que chaque année, le propriétaire de chaque hectare percevait un genre de rente foncière, garantie par la bureaucratie
européenne, au taux de 8 000 euros par hectare. Pour près de 3 000 ouvriers, il y avait la protection prévisionnelle de l’INPS : il suffisait de travailler 51 jours, et 5 jours en cas de
catastrophe naturelle, pour avoir ensuite droit à une indemnité de chômage sur toute l’année. En effet, nombreux étaient parmi les ouvriers de Rosarno qui préféraient, hier comme aujourd’hui
encore, percevoir l’indemnité de chômage et avoir recours à d’autres boulots ; tant qu’a suffi et augmenté le travail pénible des immigrés étrangers, totalement flexibles et à des coûts
dérisoires, pour les cueillettes d’oranges et des agrumes. 


Ainsi les fruits et les légumes de Rosarno restaient compétitifs sur le marché des denrées alimentaires, étant donnée la stabilité du prix de vente. Et en plus, pendant près de dix ans, la
production des « jardins » a augmenté régulièrement ; et la ville a connu une augmentation générale du revenu monétaire (pouvoir



vittoria 02/02/2010 13:45



1) la pisciata sociologica di Della Corte - Piperno non vale una cicca. La
manodopera a basso prezzo, si sa  è fluttuante, senza riserve, incazzata e
pure predisposta alle guerre fra pezzenti, per cui la causa
"socio-culturale" dei fatti che possono succedere non c'entra una mazza.

2) Il movimento di forza-lavoro dal luogo d'origine alle concentrazioni di
capitale ( nel Sud c'è concentrazione di Capitale, e questo lo capisce
persino Saviano!) è automatico, la forza lavoro va dove c'è concentrazione
di capitale . Che ci siano arance-ndrine-traffici o fabbriche è lo stesso.

3) Le mafie di tutto il mondo sono strutturali  al Capitale circolante e
alla rendita e alla produzione

4) Il cocktail di agricoltura e capitali circolanti di altra natura è
congeniale allo sfruttamento della massa più diseredata e la guerra fra
pezzenti è il risvolto normale (con tutto il corollario del capitalismo
ultramaturo, anzi, marcio, altro che proto!). Come cazzo si fa a non capire
che i 3.000 proletari alieni di Rosarno sono quasi tutti salariati puri,
braccianti agricoli  e la minoranza caporalesca e/o legata ai traffici non
influisce sul discorso generale.

5) Gli ex proletari che secondo i sociologi DC-P incassano indennità varie
piuttosto che lavorare a determinate condizioni e lottare per migliorarle,
sono diventati schiavi mantenuti dallo Stato e in quanto tali sono
IMPOSSIBILITATI ad avere un comportamento classista. Essendo il fenomeno
endemico, essi non usufruiscono di "salario ai disoccupati" in quanto
proletari ma come PARASSITI mangiano plusvalore prodotto dai proletari
occupati.

6) Il fenomeno non è per nulla nuovo e da mo che ci sta! in Italia da appena
fatta l'unità d'Ita, negli  e negli anni '50 ha  avuto il suo sviluppo
strutturale con la mafia DC poi si è rafforzata con la mafia socialista e mo
con quelli di mo DP e via cantando.... la funzione del cosidetto welfare è
assolutamente reazionaria: come il colcos contadino russo vampirizzava
plusvalore prodotto nelle aree metropolitane, così i nuovi colcosiani
vampirizzano i nuovi e i vecchi proletari, già abbondantemente salassati dal
Capitale. Questo  è modernissimo indice di decadenza del sistema: come
diceva Marx, guai a quella borghesia che invece di sfruttare i propri
schiavi sia costretta a mantenerli.
Ma se pò anna ancora dietro a ste freganacce!
quella è stata:


1 lotta bracciantile
2 lotta contro lo sfruttamento dellla ndrangheta e delle Stato che operano di conserto prima la drangheta col controllo del terrritorio poi con il flusso dei capitali a livello economico
finanziario mafiestato tutto uno
3 una lotta dei neri contro i bianchi che vi piaccia o no!


vittoria



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