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19 février 2007 1 19 /02 /février /2007 22:21
Da "VADEMECUM"

Per ricominciare a parlare di Amnistia
Possiamo dircelo, insegnarcelo a vicenda, compagni, compagne, persone amiche (e anche non...): chi dice movimento dice qualcosa di quasi altrettanto complesso, contraddittorio, enigmatico, sfuggente, incomprensibile a “colpo d’occhio”, e irriducibile innanzitutto a semplificazioni, a categoricità di giudizî, a sicumèra. Dice qualcosa di altrettanto irriferibile, d’indicibile spesso, di resistente , di entusiasmante e disperante, di chi dica mondo. Di chi dica...vita, essere, tempo, senso, o anche solo ...specie, “razza umana” , o che so liberazione, o lavoro...

1. La preistoria
Quando, nel giugno del ‘78 (poco più di metà del tempo che si dice trascorso tra Hiroshima e stasera....), un quartetto di noi Del Giudice, Piperno, Scalzone, Zagato.. (nomi come tanti, che sarebbero di lì a poco passati al proscenio del “Circo Mass-mediatizzato dell’Inquisizione d’ Emergenza” aperto al pubblico con l’opening night del 7 aprile ‘79 ) un ‘quartetto’ di no aveva avanzato sulla pubblica piazza, rivolgendo la voce in tutte le direzioni, una riflessione ad alta voce sul tema dell’ AMNISTIA, mi pare di ricordare che, con bella ingenuità, ci sembrava che le difficoltà (per dire un eufemismo) sarebbero venute dall’ “alto”, dall’“avversario “ o come altro si volesse chiamare il “nemico” (così lo avevamo percepito, largamente peraltro ricambiati e, da ultimo, con l’interesse - non si sarebbe tardato a vedere - con interessi “da capogiro” e “ composti”).
E invece, quella che poteva sembrare un’ espressione ovvia, naturale (cioè, beninteso, come se), un po’ come “Pane pace libertà !” d’altri tempi e luoghi ; o, per venire a noi, o “Più soldi e meno lavoro !” “reddito d’esistenza !”, “ pari riconoscimento della diversità, del differente !”, si rivelò una parola quant’altre mai mal’amata. Quasi colpita da un sortilegio, un’inibizione, un’ auto-censura, prima ancora di poter essere formulata ‘a fior di labbra’, mormorata tra noi, sillabata, anche solo per prenderla in esame, discuterne...

2. Una parola malcompresa
Amnistia, Amnistia ! fu parola subito mal’amata (non mi permetterei di dire, “malcompresa”). Troppo “day after”, troppo rimante con sconfitta (e questo era incontrovertibile, la ragione per cui veniva proposta come “qualcosa da rivendicare” era che si considerava che sconfitta ci fosse stata).
“Rivendicare”, “rivendicazione” : non “mendicare”, e/o “reclamare” : “rivendicare” nel senso che il termine ha nel “sociale”, e in questo caso non già nel senso sindacale, di domande, conflitti, “pre-cotti”, prestabiliti, “piallati” entro limiti rigidissimi di “compatibilità”, addirittura fino a concertazioni rigorosamente difensivi, di resistenza, comunque dominati dalla assimilazione dell’idea che la vita è “variabile dipendente” rispetto alla logica dell’economia, del sistema, così come della ragion di stato (che, esse, sono mezzo & fine, strumento e orizzonte, che hanno ragion-d’essere, “in sé & per-sé” ).

3. Per non parlare di sconfitta
“Sconfitta” : per un punto di vista “materialista critico”, ovviamente , non si può escludere (sconfitta in una guerra, in una battaglia, sconfitta di un intero ciclo). Che questa non debba, non debba esser considerata definitiva e totale, beninteso, questo è importante : la Comune è, per certi versi, qualcosa che non è mai morta, come dice la canzone; che, anzi, ci parla di futuro ; ma che, su un piano d’immanenza, sul terreno dell’immediatezza e dell’effettualità, essa fosse stata schiacciata, a noi sembra incontrovertibile, e il non voler/non poter riconoscerlo è foriero di mortificazione , effetto ‘mortifero’ di vertigine “soggettivistica “ mortale come il volo di Icaro.
Però così era, nelle passioni, nel pathos abbigliato in Teoria, Etica pubblica, Ragion Rivoluzionaria! (anche questa è la complessità stra/ordinaria, sempre in bilico tra sublime e demenziale, di ciò che si chiama “movimento”) Rivendicare un’amnistia sembrò implicitamente arrendersi, anzi, essersi arresi ; nominare la sconfitta era vissuto come crearla, come anticipazione di una disfatta a quel punto annunciata, disfattismo come fosse “previsione creatrice”, “profezìa autorealizzantesi”, “mal’occhio”. Appena un mezzo passo di lato, e "amnistia !" era malamata, sprezzata, ostica, invisa, contrastata, deformata, calunniata da un punto di vista opposto, speculare . Esso non era né “nobile” né “demenziale”, all’inizio era un po’ infimo, avaro, micro-corporativo. Poi è diventato, a tratti, a volte, “anche gratuito” ; senza “ utilità”, necess[arie]tà”, vera. Quasi un “se non è esclusivo, non ci interessa”.


4. Un sottofondo comune
C’era, tra l’uno e l’altro esito, un sottofondo comune : non solo nel metodo, nell’intolleranza, nel carattere categorico, immediatamente risentito con chi dice altre cose, non è sulla stessa linea, non conferma aspettative né vi si conforma. Una sorta di disaccredito , nutrito da scandalo per il fatto stesso che ci sia qualcosa e qualcuno di altro .Questo denominatore comune, per esempio, ai continuisti nell’affermarsi identici a se stessi ; o in quelli di assolutizzare ciò che si dice ed è “nel momento” è un esito, ci sembra, unilaterale, in qualche modo, della dialettica fra elementi, sfaccettature, “ingredienti” di quella che era stato un medesimo denominator comune di “mentalità” : la super-semplificazione binaria, dicotomica, per assoluti contrapposti in coppia, talmente speculari, simmetrici da essere ciascuno rovescio dell’altro.

5. I cicli dell’amnistia
Dopo tre cicli di sette-otto anni
78- 87 : l’assoluto isolamento "amnistia" come “parole al vento “, come un disco rotto lo spazio, lo spessore del filo di un rasoio, di un funambolo o che forse manco c’è. .
87- 97 : ‘svolte’, convergenza, illusioni. Troppo poco audaci per esser realistici. Canto del cigno e pietra tombale, la legge d’indulto in Commissione Parlamentare “Giustizia”
Poi , 97 sino ad ora, silenzio assordante ; “manco a parlarne“
Ora se in concatenamento occasione Pannella “size the time/ do the right thing” . Io ho il destro di dire a quelli che, con un'unanimità rotta solo da preziose eccezioni quali la vostra , “continuate a dire manco a parlarne? amnistia è parola irriferibile”? Oppure se io dico: "ma vogliamo dire sì a un indultone che metta fuori i disperati; che liberi da spade di Damocle e sgravi da ipoteca 4000 manifestanti new global ; nonché se dico vogliamo cominciare ad aprire la discussione su un percorso di “ soluzione “, su qualche iniziativa preliminare, sulle pre-condizioni ? Forse dopo disperanti isolamenti, e poi “false partenze/falsi movimenti “, e poi ricadere all’indietro, questa è la prima volta in cui Amnistia ! è, in qualche modo, fatta propria virtualmente e non più malamata dall'insieme del Movimento.

6. Iperrealismo della ragione politica
Forse per chi si è subito mosso (come Cobas, Papillon, voi), non si può neanche dire che sia servito il mio ‘declic’ : evidentemente, non c’era un ‘blocco’ totale, un tabù come quello che invece si rivela nei silenzi come nelle vociferazioni dei “ troppo assenti “. Appunto per questo è necessario (proprio noi che rifiutiamo l'alienazione politica, il ridurre la vita dentro il perimetro, i limiti, i bordi della “ cassaforma “ del Politico ), ragionare in termini “à la guerre comme…”. Rasoio di Ockham. Bisturi quasi di iperrealismo della “ ragion politica”. Ecco : non ci si stupisca. Non è come un esitare di fronte al salto , o diventare improvvisamente “parsimoniosi, come di chi abbia finalmente un “gruzzoletto”. Se si chiudesse, cortocircuitando, precipitandosi su una piattaforma, richiesta, o progetto di legge, o documento, sarebbe “un peccato”. Se non vogliamo un sicuro esito come per l' indulto del 97 , bisogna agire su alcune pre-condizioni. Anche solo per essere realisti, bisogna volare alto, andare in profondo. Prendere da angolature preliminari. Di questo vorrei parlare già da stasera con voi .

7. L’esempio sudafricano
Nei giorni delle vociferazioni sinistre e oscene CONTRO LE PRESCRIZIONI (della “fase di andata” di cui sopra,) qualcuno aveva evocato la “ragionevole” idea direttrice di una soluzione politica d’amnistia per il contenzioso mai risolto – anzi, “residuo sempre più irrisolto” – dei cosiddetti “anni di piombo” (gli anni di quella che, con sguardo d’insieme e necessaria distanza, potrebb’esser definita una lunga onda d’urto di sovversione sociale, terreno di coltura del prodursi di uno “stato d’insurrezionalità endemica prolungata, subacuta e cronicizzatasi”). Ma in quegli interventi, la ‘cosa’ veniva legata al richiamo suggestivo (a cui tanti, tante “teste pensanti ” si sono applicate) alla "Commissione- Verità e Giustizia" nel SudAfrica “di Mandela”. Ora – come in modo pertinente altri avevano fatto notare – articolare le due cose era improprio, e il mettere una forma del tipo di quella Commissione come pre-condizione di un’amnistia sarebbe risultato sviante e iniquo. Nell’esperienza sudafricana, infatti (a parte molte altre differenze) alla tavola della Commissione si confrontavano figure di tutte le parti in causa: c’erano l’ANC e Winnie Mandela, e c’erano i responsabili dell’ Apartheid, i De Klerk… c’erano i neri e c’erano gli Afrikaner, i sommersi e i salvati, gli oppressori e i ribelli, le fazioni… In qualche modo, alla cosa mi pare si possa dire che avrebbe assomigliato di più (anche se sono allergico alla dizione) l’idea del “Grande Pentimento” di Cossiga…

8. Le correzioni di rotta
Nel far incrociare le cose, si arriverebbe a degli assurdi, degni di straparlare osceni come quelli dovuti sentire, nella “fase di andata”, da un Giovanardi o un Montefoschi (cfr., le demenziali sconcezze su “i "terroristi rossi" come figli di papà in spyderina, ricchi che sparavano ai poveri e sono stati coccolati dagl’intellettuali di sinistra”!) : sta’ a vedere che il ‘luogo’, l’emblema paradigmatico delle impunità, del sottrarsi alle proprie responsabilità, dei “misteri su cui far luce”, diverrebbe un pugno di nojaltri, un pugno di “stracciaculi” latitanti ! Forse che dovremmo spiegare anche le Ustica ? Fausto Bertinotti e Massimo Cacciari, col garbo che si deve ad un errore che si presume ‘da malinteso’, spiegavano che i due piani e i tempi si dovrebbero separare : un’amnistia, che è tutt’altra cosa, e poi eventualmente ben venga la “tavola”… Forse – anzi, assai probabilmente – a rischio di sorprendere, e quasi certezza di attirare come minimo perplessità, o anche riprovazione e altra forma di ostilità all’occorrenza anche mal-pensante (e mal/ -dicente, -evola, -animosa), sprezzante, da parte di molti anche inscritti in quello che si dà, pur in senso lato, come “nostro campo”, (magari compresi gran parte di ‘quelli dell’assordante silenzio, del “neanche a pensarci, dato il clima” ) ; sapendo dunque di poter magari amareggiare, deludere, addolorare alcuni e alcune, sarei portato a dire : l’importante è disgiungere.
Se rivendicare in queste condizioni una misura concreta di "rinuncia alla pena" dovesse essere solo il destro offerto ad una sorta di sordido (in alcuni casi consapevole, intenzionale ; altrimenti come effetto, come risultante ‘sistemica’) “gioco della crudeltà”, tanto vale congelare la rivendicazione esplicita d’amnistia, e rilanciare – prendendo in parola chi l’ha sollevata – la proposta, la sfida, della “tavola” sul modello della Commissione in SudAfrica.

9. Il nome della tavola
Per questa “tavola”, non si potrebbe che partire dal “titolo” generale, che non può che essere “ politica e crimine” – nella storia, nel pensiero giuridico, etico, critico, politico. "Crimine" di Governo, "crimine" di ‘Ragion economica’, "crimine" di ‘Ragion di Stato’…, "crimine" d’ideologia, di rivoluzione, di "Giustizia penale" -e anche di giustizia-, o di libertà, o –perché no ? – amore… Ecco : di questo immenso “libro”, noialtri possiamo costituire un capitolo, non certo la totalità, né la quintessenza… Rimessa la cosa su delle gambe, la discussione sulle legittimità, il senso, i nonsensi, della memoria e dell’ oblìo, della pena e della "rinuncia alla pena" -o "oblìo giudiziario"- , può procedere in modo non becero e specioso, viziato e in definitiva impotente. E dunque, potrebbe incardinarsi un dibattito, anche controverso, su un’ amnistia, o amnistia/indulto, comunque su misure ‘di tipo amnistiale’. Per ora, il discorso si ferma qui : a questa sfida sulla “tavola”. Non senza anticipare un qualcosa che riprenderò: l’offerta rinnovata a “metterci del mio”. Perché "un’amnistia è sempre anche reciproca": amnistia del contenzioso, di “debiti”, “crediti”, identità di “vittime”, percentuali di “colpa”. Questo, non ha nulla a che fare con pacificazioni dei conflitti. Anzi io parlo dell’ idea direttrice - che, per dirla con Foucault, è diversa tanto da “utopia” che da velleità- di un abolizionismo penale radicale (e su questo torneremo.)


Da "VADEMECUM"

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18 février 2007 7 18 /02 /février /2007 22:35
Da "VADEMECUM"

Io, personalmente, non ho debiti da esigere. E quindi decido unilateralmente di spezzare la catena della riscossa e della vendetta. Senza reciprocità, senza gna gna. Tutto questo, è ovvio, non c’entra niente con la pacificazione e la condanna della violenza. Quando anche si decidesse di riaprire una fase di guerra sociale dispiegata, tutto ciò non c’entrerebbe nulla con i giustizieri. Poi si vedrà se la violenza è necessaria, ma è un’altra cosa. Di certo non si potrà, non si dovrà mai più ammazzare per vendicare, per punire.

Molti di quelli che non hanno esitato a presentarsi a capo chino materialmente davanti al giudice o metaforicamente davanti alla potenza dispiegata dallo Stato, non se la sentono di rivolgersi alle vedove o agli orfani.

La determinazione dei familiari delle vittime nel coltivare sentimenti di assoluta intransigenza sull'espiazione è comprensibile, ma c'è chi continua a lavorare per mantenerli in questo stato di tossicodipendenza da pena. Un gioco duro alimentato dalla vigliaccheria di chi preferisce inchinarsi allo Stato e non alle vedove.

In difesa (Giudiziaria) dei "Cattivi Maestri"

Ciò detto, resta profondamente necessario e giusto combattere con le unghie e con i denti contro la penalizzazione della responsabilità intellettuale dei cattivi maestri nella sfera del giudiziario, di ciò che ha rilevanza penale, non perché abbiamo l’"ipse dixit" ma perché è una forma come un’altra per truccare, per far saltare il principio della presunzione d’innocenza, del carattere circostanziato specifico e quindi necessariamente di quello che andrebbe provato per definire la responsabilità penale. Mi sembra che sia lì il punto, questo arbitrio che viene permesso quando sono le parole a diventare oggetto di materia penale.

Non è tanto che le parole siano nobili, ma ancora più grave mi pare gonfiare la responsabilità oggettiva di uno che ha fatto il prestanome e poi non solo viene condannato per i reati associativi in modo pieno ma anche per il concorso in tutto quello che la verità giudiziaria ritiene sia stato organizzato o sia partito dalla base da lui affittata, addirittura nelle conseguenze impreviste. Parlo di fatti reali, sentenze fatte. E’ già pesante dare al firmatario, che magari non ne sa più niente, e potrebbe essere accusato di favoreggiamento o magari di partecipazione a banda armata, un concorso in omicidio. Ma addirittura se di lì è partita una rapina finita in scontro a fuoco e si tira il concorso pieno in omicidio anche al prestanome siamo certamente al limite, diciamo così per eufemismo.  No, la responsabilità oggettiva è ancora più grave di quella intellettuale.

E’ per questo che io all’epoca del 7 aprile non mi ero ingolfato nel discorso corporativo che l’orrore maggiore era accusare dei libri e degli autori di libri, però non per questo avevo lasciato cadere l’appiglio polemico. Anzi ne avevo trovato uno (secondo me) più preciso, che non consentiva a un Violante di fare i sarcasmi che faceva sugli atteggiamenti degli intellettuali, cattivi maestri dell’armiamoci e partite.

Io obiettavo che esiste un codice di tempo di pace, un codice penale e un codice militare di guerra, basta che vi mettiate d’accordo. Se usate quello del tempo di pace non potete accusare per contiguità, istigazione, responsabilità oggettiva. Se invece volete usare quello del tempo di guerra a me  può andar bene. Ma siccome  nel vostro schema gerarchico volete interpretare il ruolo di qualcuno come me come se fosse il generale che trasmette degli ordini, dovreste applicare la non punibilità per averli eseguiti a quelli che riteniate siano i soldatini. Il trucco forte non sta nella penalizzazione della responsabilità intellettuale ma sta nell’uso alterno ogni volta della combinazione fra i due aspetti a maggior svantaggio degli imputati. Calpestando ancora una volta un principio conclamato dal diritto, la regola della norma pro reo, che non è una forma di benevolenza. Semplicemente lo Stato, che è più forte, pretende di ottenere legittimamente il monopolio della forza deve essere capace di autolimitare questa forza. Se si comporta come la mafia di Corleone è più difficile la legittimazione.


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18 février 2007 7 18 /02 /février /2007 14:59
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Scalzone ritrova gli ex compagni terroristi.
E i no global lo acclamano come una star

Il Giornale
di Gianluigi Nuzzi - domenica 18 febbraio 2007, 07:00

L’abbraccio più lungo Oreste Scalzone, ex leader di Potere operaio, lo riserva ai terroristi. Vecchi e nuovi. Baci all’ex brigatista rosso Paolo Boschieri, all’amico Mario, altro ex dei Comitati comunisti rivoluzionari oggi nel Social Forum, ai duri e puri di un tempo tra Potere operaio e Autonomia, oggi un po’ attempati che sfilano e che lui incontra lungo il corteo. Come Alfonso Latella, da operaio Fiat organizzò il primo sciopero senza sindacati nello stabilimento automobilistico nel 1968. E alla fine manca solo l’amico Franco, l’ex terrorista di Prima linea che due settimane fa l’ha portato in Italia da Nizza a bordo del camper.
Ma Scalzone, stupirà, è icona soprattutto per i giovani. Seppur ormai sessantenne lo riconoscono in moltissimi, dai 16 anni in su. Un tam tam di passaparola lungo il corteo. Lo applaudono i ventenni no global dei centri sociali di Torino, Bologna e Firenze. Viene invitato negli atenei, «Oreste quando vieni da noi, a insegnarci all’Università?». Lo abbracciano e sostengono per tutto il corteo. Occhi colmi di stima, amore. Un mito, il loro. Fotografie con i telefonini, con le polaroid “usa e getta”. Gigioneggia lui, ma non si sottrae. Firma l’appello dei Carc contro i compagni detenuti. E ancora abbracci. Come ai due ragazzini poco più che ventenni appena usciti dal carcere, in Francia, per dei disordini a una manifestazione contro il precariato a Parigi. Come con il segretario generale della Fiom Giorgio Cremaschi, «Io ti abbraccio in pubblico - si stringe l’ex leader di Potere operaio - ma qui è pieno di giornalisti», e il sindacalista infila la battuta: «Bisogna vedere chi dei due è il terrorista». E Scalzone di rimando gli chiede di portare un’ambasciata al segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani: «Valga la presunzione d’innocenza, ma se tutti questi brigatisti sono iscritti alla Cgil non serve il negazionismo». Cremaschi pragmatico: «È un messaggio per l’amnistia sul terrorismo?», «Certo, a Epifani ripeto le parole di Sant’Agostino: “La saggezza viene dopo tanto dolore”».
Scalzone alza il pugno chiuso solo una volta. Siamo di fronte allo striscione «Fuori i compagni dalle galere» dei duri dell’antagonismo veneto. Del centro sociale Gramigna di Padova, quello coinvolto nelle indagini sulle nuove Br del pm Ilda Boccassini. Disobbedienti che a sorpresa lo contestano: «Fascista, fascista», parte un coretto ma si capisce subito perché. I padovani non vogliono Scalzone vicino alle loro bandiere, «sennò le tv ci inquadrano insieme e poi domattina al lavoro ci licenziano - urla una capa di mezza età dagli occhi infuocati -. Non hai idea di quello che, con queste inchieste giudiziarie, stiamo vivendo». Scalzone sorride sornione. Fiuta esperto le situazioni. Conosce persino uno dei capi dei presunti terroristi arrestati lunedì, Alfredo Davanzo, anche lui mimetizzato a Parigi. «Lo vedevo alle manifestazioni degli esuli, una volta mi ha pure attaccato, “noi siamo operaisti e tu professore...”, mi diceva. Ma l’ho zittito subito».
Che poi sia finita fortunatamente senza incidenti ma solo con un petardo lanciato sulla Questura Scalzone lo aveva messo in conto. «Vi pare che i guerriglieri veri gettino petardi? Ve lo vedete il capo br Mario Moretti lanciarne uno?». E prima che il corteo partisse: «Gli scontri in questo corteo erano troppo annunciati. E non ci saranno. La guerriglia si regge sulla sorpresa e chi la fa per appuntamento è solo un fesso. Come chi grida “10,10,1000 Nassirya” è un frustrato. Ma scusate le Br hanno mai detto “10,100,1000 Aldo Moro”?». Mai. Scalzone saluta e parte per Milano. Lo attendono centri sociali, università e no global. Che ascoltano e applaudono il vecchio leader.
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16 février 2007 5 16 /02 /février /2007 16:51
Repubblica
"Oreste Scalzone, ex-leader di Potere Operaio, all'assemblea non autorizzata della facoltà di Lettere di Roma. La sua presenza all'assemblea ha suscitato molte polemiche."

"Uno speciale ringraziamento al preside della facoltà per contribuire con la serrata a fare del meeting notizia di prima pagina  sui  principali quotidiani"
blackblog

(Foto:Omniroma /Agf/Ansa)






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16 février 2007 5 16 /02 /février /2007 12:37
Scalzone alla Sapienza, il preside chiude la Facoltà
L’assemblea si doveva tenere per ricordare la contestazione all’ex leader della Cgil Luciano Lama nell’università romana nel giugno del 1977
LA STAMPA -ROMA-

Per un’ora la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma è rimasta chiusa. Era prevista un’assemblea non autorizzata con l’ex leader di Potere Operaio Oreste Scalzone. La decisione è stata presa dal preside della Facoltà di Lettere Guido Pescosolido «ma comunque è stata una scelta collegiale perchè si tratta di una manifestazione non autorizzata», aggiunge il preside spiegando «che non è stata dettata dal timore per la presenza di Scalzone».

L’assemblea, prevista per le ore 10, si doveva tenere per ricordare la contestazione all’ex leader della Cgil Luciano Lama nell’università romana nel giugno del 1977. Sulla porta principale della facoltà un cartello indica che verrà riaperta alle ore 11. L’ingresso è però consentito a chi deve sostenere gli esami.

Al momento, gli studenti hanno attaccato alle sbarre della porta un cartellone con scritto "Col futuro alle spalle per cacciare i fantasmi". L’assemblea con Oreste Scalzone si è spostata davanti al Rettorato dell’Università La Sapienza, proprio davanti alla scalinata e alla statua della Minerva scenario della famosa durissima contestazione al leader della Cgil Luciano Lama nel febbraio di 30 anni fa. Sulla scalinata del rettorato due grandi striscioni, uno che ricalca quello storico del ’77 "Col futuro alle spalle per scacciare i fantasmi", e un altro che recita: "Chi ha paura del ’77?".

Ferma per un'ora l'università dove era previsto un incontro fra gli studenti
e l'ex leader di Potere Operaio

Repubblica
L'incontro per ricordare la contestazione all'ex leader Cgil Lama esattamente trent'anni fa
Assemblea con Scalzone nel giorno di Lama
Roma, il preside chiude la Facoltà di Lettere
La manifestazione non era autorizzata. Si è poi spostata nel piazzale
Assemblea con Scalzone nel giorno di Lama. Roma, il preside chiude la Facoltà di Lettere

ROMA - Chiusa per un'ora la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università La Sapienza di Roma dove era prevista un'assemblea non autorizzata con l'ex leader di Potere Operaio Oreste Scalzone nell'anniversario della contestazione del 1977 contro l'ex capo della Cgil Luciano Lama. Sulla porta principale della facoltà un cartello indica che verrà riaperta alle ore 11. L'ingresso è però consentito a chi deve sostenere gli esami. La decisione è stata presa dal preside della Facoltà di Lettere Guido Pescosolido "ma comunque è stata una scelta collegiale perché si tratta di una manifestazione non autorizzata", aggiunge il preside spiegando "che non è stata dettata dal timore per la presenza di Scalzone".

E subito la reazione: non potendosi svolgere nella facoltà, l'assemblea con Scalzone si è spostata davanti al rettorato, proprio davanti alla scalinata ed alla statua di Minerva che trent'anni fa sono stati scenario della famosa, durissima, contestazione al leader della Cgil. Gli studenti hanno attaccato sulla scalinata due grandi striscioni che ricalcano quello storico del '77: "Col futuro alle spalle per scacciare i fantasmi" e "Chi ha paura del '77?"

Scalzone, per anni esule in Francia, solo recentemente è rientrato in Italia. "Spero che questa vicenda spinga la Cgil a ragionare al proprio interno anziché scaricare le responsabilità su una presunta pista parigina" dice commentando gli arresti legati all'indagine sulle Brigate Rosse. "Dobbiamo ricordare che anche per questi arresti c'è la presunzione di innocenza giudiziaria". E su Alfredo Davanzo, come lui esule a Parigi, dice di averlo incontrato una volta, quando aveva l'obbligo di firma, e di averlo visto in manifestazioni sindacali: "Davanzo lavorava come operaio - racconta - io facevo il professore e questo non era molto gradito. Un giorno, infatti, mi fece una battuta proprio sui professori. Una battuta che non apprezzai"

SAPIENZA: L'ASSEMBLEA CON SCALZONE SULLE SCALE DEL RETTORATO
ANSA - ROMA -
Non potendo svolgersi nella Facoltà di Lettere, chiusa dal Preside, l'assemblea con Oreste Scalzone si è spostata davanti al Rettorato dell'Università La Sapienza, proprio davanti alla scalinata e alla statua della Minerva scenario della famosa durissima contestazione al leader della Cgil Luciano Lama nel febbraio di 30 anni fa. Sulla scalinata del rettorato due grandi striscioni, uno che ricalca quello storico del '77 'Col futuro alle spalle per scacciare i fantasmì, e un altro che recita: 'Chi ha paura del '77?'.

La Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università La Sapienza di Roma dove era prevista l'assemblea non autorizzata con l'ex leader di Potere Operaio era infatti stata chiusa dal preside della Facoltà di Lettere Guido Pescosolido, che spiega: 'E' stata una scelta collegiale perché si tratta di una manifestazione non autorizzata. Non è stata dettata dal timore per la presenza di Scalzone'.

L'assemblea, prevista per le ore 10, si doveva tenere per ricordare la contestazione all'ex leader della Cgil Luciano Lama nell'università romana nel giugno del 1977. Gli studenti hanno attaccato alle sbarre della porta un cartellone con scritto 'Col futuro alle spalle per cacciare i fantasmi'.

Scalzone: Sognavo di fare il rivoltoso
16 febbraio 2007 alle 11:37 —
Repubblica

È un fiume in piena Oreste Scalzone.

Arriva sul piazzale della Minerva all’università La Sapienza di Roma con il consueto cappotto nero, la sciarpa rossa e il cappello a larghe tese, anche quello nero, e il suo popolo lo acclama. Quando tocca un argomento lo sviscera nelle molteplici sfaccettature intramezzando ogni discorso con citazioni di Camus, Canetti, Shakespeare e naturalmente Marx. Detesta, e non ne fa mistero, il poeta Sanguineti e lo attacca ripetutamente. A chi gli chiede di ricordare quel 16 marzo di 30 anni fa, il 1977, giorno in cui alla Sapienza di Roma venne contestato il leader della Cgil Luciano Lama che fu costretto ad abbandonare la piazza sorride lasciandosi andare a quelli che definisce amarcord.

Avverte però che potrebbe diventare “sentimentale e stucchevole”. Inizia raccontando che da bambino voleva fare il rivoltoso e a chi gli chiede se nella sua vita ha avuto dei ripensamenti dice chiaramente di no anche se ammette di avere “rimorsi e rimpianti”. Precisa che tutto quello che ha fatto è stato affinché altri “ottenessero qualche cosa, una vita migliore, una società più giusta. E se gli si domanda se in questo modo sia stata bruciata una generazione risponde: ”Le generazioni non si bruciano perché c’è un cattivo maestro“. Poi ci si ripensa e aggiunge: ”E poi, quali sono le generazioni che non si bruciano? “.

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14 février 2007 3 14 /02 /février /2007 23:07
(ANSA) - ROMA, 13 FEB -

Se trent'anni dopo ci sono ancora persone che vanno in giro utilizzando il nome e l'ideologia delle Brigate Rosse, la responsabilità è della "società politica intera", che non ha saputo concedere un'amnistia pergli anni di piombo, lasciando in vita il "sacrario dei prigionieri politici".

In procinto di tornare a Roma per un dibattito sul '77 e prima di andare a Vicenza per la manifestazione contro la base Usa, Oreste Scalzone, ex leader di Potere Operaio, commenta cosi' gli arresti di 15 presunti terroristi vicini alla 'seconda posizione' delle Br.

Ma l'accusa non è rivolta solo all'intero mondo politico,visto che sette dei 15 arrestati fanno parte della Cgil. "Per anni hanno fatto gli struzzi - dice - e ora si trovano davanti il 'ritorno del rimosso'. Possono reagire in modo perdente o abietto, ma forse possono anche ragionare e fare tesoro di questa dolorosa esperienza, che io conosco bene".

''Innanzitutto - premette Scalzone - c'é la presunzione d'innocenza. Io l'ho applicata ad Andreotti e Previti e dunque vale anche in questo caso. E anche se uno si é dichiarato prigioniero politico, ciò non può sostituirsi ad una sentenza passata in giudicato". Secondo gli investigatori però sono evidenti i legami tra iBr di allora e quelli di oggi, almeno con quelli della seconda posizione. L'ex leader di Potop la vede in maniera diversa."C'e una continuità tra le vecchie e le nuove Br - spiega - ed é il rifiuto di concedere un'amnistia che cancelli il 'sacrario' dei prigionieri politici. La responsabilità per cui le vecchie Br tracimano in quelle nuove è della societàpolitica intera". "Scommetto - aggiunge - che se dei giovani vogliono spaccare tutto vanno a ricercare un'identità nelle Br,ciò dipende dal fatto che qualcuno non ha voluto l'amnistia".Forse, è la sua conclusione, "se non ci fosse il sacrario dei prigionieri politici i giovani spaccherebbero comunque qualcosa,come accade nelle banlieues parigine, però non andrebbero a cercare questo filo rosso". E dunque, "se volevano tagliare questo cordone ombelicale avrebbero dovuto fare un'aministia".

Ma quand'anche fosse stata fatto un provvedimento generalizzato di clemenza, sostiene Scalzone, si tratta comunque di fenomeni che "possono comunque avvenire". "Anche quando fosse dimenticato l'ultimo ricordo delle Br - dice infatti -bisogna sapere che queste cose possono avvenire perché c'é una società che genera 'mostri'. Basta guardare cosa è successo a Catania per una partita di calcio. Cose mostruose, ma tutti continuano a dire 'scoviamo i mostri' e nessuno a chiedersi il perché e il per come si creano questi mostri".

Una riflessione che dovrebbe fare anche la Cgil che, come il Pci, "hanno sempre reagito con esorcismi e con un'esportazionedel lutto". "Sì - afferma Scalzone - , potrebbe essere un'occasione per una macchina sociale come la Cgil per guardarsi dentro e ragionare su fenomeni che nascono nel ventre della società". Io, prosegue l'ex leader di Potere Operaio, tornato libero dopo che i reati per i quali è stato condannato a 16 anni di carcere sono caduti in prescrizione, "sono una pulce che dice delle cose all'elefante.

Ma all' elefante converrebbe convincersi che stavolta non c'é più spazio per buttarla in propaganda, perché la propaganda, come le bugie, ha le gambe corte e se la sostituisci al pensiero prima o poi sono dolori".

Quanto agli arrestati, Scalzone ha detto di conoscere Davanzo, considerato uno dei leader e ideologo e di averlo incontrato più volte a Parigi. "L'ho incontrato a manifestazioni di tutti i tipi, da quelle per i prigionieri politici a quelle per i sans papier, e questo mi ha fatto subito simpatia. Aveva l'aria del proletario e operaista".   L'ultima battuta è di nuovo per la classe politica e per la 'sinistra ufficiale'. "Dopo il caso Biagi fu lanciata una fantomatica pista francese, che poi è finita nel nulla. Forse perché si temeva che potesse succedere quello che è successoieri?".
Matteo Guidelli


(ANSA) - PARIGI, 13 FEB -
BASE USA VICENZA: SCALZONE, SE BRUCIANO BANDIERE ME NE VADO           

''Mi hanno invitato alla manifestazione di Vicenza ed io accetto l' invito. Sento montare preoccupazioni per l' 'incendiario' in arrivo. Se dovessero esserci sassaiole o simili, indipendentemente dal mio giudizio, io resterei. Ma se dovessi vedere una o qualche bandiera
bruciata, presumibilmente israeliana o americana, non potrei che aiutarla a spegnerla o in caso estremo ad andarmene''.A parlare e' l' ex leader di Potere Operaio, Oreste Scalzone, ora in giro per l' Italia.
''Potrei concepire infatti - aggiunge - l' incendio delle bandiere di tutti gli stati o anche
l' incendio della 'sua'
bandiera da parte di un obiettore, disertore''.
Scalzone ha letto quella dichiarazione del presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, - ''e' mancata solo la voce di Oreste Scalzone nell' appello alla marcia dell' odio contro gli
Stati Uniti d' America'' - e non ci sta.''Se Galan avesse detto - spiega l' ex leader di Potop - che
mancava solo quell' incendiario di Scalzone, se mi chiamasse addirittura terrorista io la riterrei una deformazione radicale ma ci sono abituato. Potrei discuterne, ma non me ne sentirei
violentato''.
''Avevo 13 anni - aggiunge Scalzone - quando Carlo Farini, medaglia d' oro della resistenza, deputato comunista, mi disse, e ancora lo ricordo: non si dice “i tedeschi”, anche ce ne fosse
solo uno che non era nazista, si dice “i nazisti, gli hitleriani”, o “il Partito operaio nazional-socialista”, come si chiamava''. ''E' da allora - osserva - che nel mio personale
politically correct non ho mai detto, né scritto, tantomeno in Potere Operaio, anche nelle fasi di più acceso insurrezionalismo, frasi che attribuissero ad un gruppo umano il fatto di essere per essenza migliore o peggiore di un altro''.
''Abbiamo fatto la guerra - ricorda - a dei rapporti sociali, a dei sistemi, anche a ruoli e figure, ma non abbiamo mai pensato che potessimo essere antiamericani, o antitedeschi, o antiebraici antiarabi, e cosi' via. So che la mia risposta potra' dare vertigini e dispiaceri a compagni che mi vogliono bene e che sono vittime della regressione e dell' impoverimento
addirittura del vocabolario, di fatto imposto anche solo nei 30 anni che intercorrono fra il '77 ed oggi'''.
''Non e' certo per buonismo o umanesimo che dico che non posso considerare sottouomo - sottolinea l 'ex leader di Potere Operaio - neanche il peggior nemico e neanche l' SS nel momento in cui stiamo combattendo a morte. Se lo facessi di colpo introietterei la sua logica e le concederei la vittoria. Mi viene da piangere sul fatto che ci siamo lasciati ridurre ad una
condizione per cui dire questo o ascoltarlo può scatenare uno psicodramma passionale fra compagni''.
Scalzone annuncia che, se necessario, ripetera' questo ragionamento al Meeting sul '77 che si terrà venerdì prossimo all' Università di Roma. ''Dirò: qualsiasi cosa ne pensiate e vogliate dirmi, non fate finte di non averlo ascoltato. Oggi io sono questo. Non posso lasciarmi prendere per un altro e dunque ditemi voi se preferite che io venga oppure no, con voi, a Vicenza''. (ANSA).

Le dichiarazioni riportate nei lanci Ansa qui pubblicati, valgano come sintesi "funzionale" nell' attesa di riprendere ed approfodire, appena possibile, le questioni sollevate.

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14 février 2007 3 14 /02 /février /2007 02:43
BASE USA/COSSIGA CONSIGLIA:LASCIARE VICENZA IN MANO A DIMOSTRANTI
E sulle Br: 'Togliergli l'acqua: abolire Legge Biagi e scalone'
13-02-2007 10:31


Roma, 13 feb. (APCom) - Per fronteggiare la manifestazione di sabato a Vicenza contro l'ampliamento della base Usa bisogna "lasciare la città in mani ai dimostranti ed intervenire solo per evitare uccisioni". E' il consiglio che il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga dà in una nota al "governo di sinistra-centro", vantando "una certa esperienza di lotta al terrorismo e una certa esperienza anche di 'movimentismo' (di entrambe le cose mi ha dato lealmente atto l'amico Scalzone...)".

"Io sono 'amerikano' con la 'k' e 'atlantico di ferro' - osserva Cossiga - e quindi sono favorevole all'ampliamento delle basi di Vicenza e di Sigonella: non comprendo quindi come con la sua politica estera lo possa essere questo Governo. Ma io non faccio parte della sua maggioranza, mi limito a sostenerlo dall'esterno; certo, comprendo di più Rifondazione, il Pdci, i Verdi e Casarini! Quindi, Vicenza sia preceduta da un sussurrato: 'Forse si può tornare ancora indietro! Lasciate che Massimo lavori con Condoleza'. La difesa della base sia garantita dai carabinieri, che sono anche una forza di polizia militare, e non dalla Polizia di Stato, da tenere consegnata in caserma, consigliare il Sindaco 'collaborazionista' di...andarsene in montagna e far chiudere il Comune, lasciare la città in mano ai dimostranti e intervenire soltanto per evitare uccisioni: qualche auto bruciata, qualche negozio devastato, qualche 'collaborazionista' picchiato sono prezzi che si possono pagare".

All'indomani degli arresti di esponenti delle nuove Br, Cossiga spende anche un consiglio per il "contenimento del terrorismo": "Anzitutto - osserva - per 'togliere l'acqua ai pesci rossi' abrogare la legge Biagi, abolire lo scalone, e fare sì che le inchieste siano sempre dirette da magistrati di sinistra".

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13 février 2007 2 13 /02 /février /2007 13:02















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13 février 2007 2 13 /02 /février /2007 02:53
LO STATO REAGISCA CONTRO I PROPRI NEMICI
"E la maggioranza smetta di assumere ex brigatisti"
12-02-2007

Roma, 12 feb. (APCom) - "Non ritorniamo agli anni '70 e '80. Speravamo che questo periodo fosse passato, con la vittoria dello Stato. Forse non siamo riusciti, o qualcuno non ha voluto, mettere da parte i vari Cesare Battisti, Oreste Scalzone, i brigatisti condannati, gli epigoni mai redenti di Lotta Continua. Questi ultimi ricordano anche ora quelle che chiamano ragazzate, come lanciare le molotov o mettere le foto segnaletiche di persone sgradite sui propri quotidiani". Lo scrive in una nota Antonio Borghesi, deputato dell'Idv.

"Per quanto riguarda Padova - aggiunge - l'arresto di esponenti del centro sociale Gramigna, fa temere manifestazioni violente a Vicenza contro la base americana. Spero con tutto il cuore che le mie previsioni vengano contraddette. È difficile infatti credere ai buoni propositi di Luca Casarini, ieri ospite gradito di Lucia Annunziata".

"Noi dell'Italia dei Valori - termina Borghesi - chiediamo che tutta la nostra maggioranza manifesti contro questi violenti, e smetta di assumere ex brigatisti".


gazzettino.quinordest.it
Lunedì, 12 Febbraio 2007
MANIFESTAZIONE
Sabato arrivano in corteo i leader Ds e della sinistra radicale

Vicenza

La città si sta preparando alla mobilitazione nazionale di sabato prossimo. Da oggi al 17 febbraio decine di incontri in calendario, tanto che è praticamente impossibile seguire tutti gli avvenimenti. Partiti politici, parrocchie, mondo cattolico e associazioni pacifiste si sfidano tra riflessioni e riunioni preparatorie, in cui vengono predisposti cartelli e studiate strategie per consentire l'arrivo in città del maggior numero di manifestanti. Difficile ipotizzare quante saranno le presenze, anche se il prefetto di Vicenza dà per scontato che supereranno le 30mila persone.

In corteo ci saranno moltissimi politici. Tra i rappresentanti nazionali che hanno già dato la propria adesione: Lalla Trupia e Paolo Naccarato (Diesse), Laura Fincato e Achille Variati (Margherita), Luana Zanella (Verdi), Tiziana Valpiana, Paolo Cacciari e Franco Giordano (segretario di Rifondazione Comunista), Oreste Scalzone (ex leader di Potere Operaio ed Autonomia Operaia), Daniele Maffione (Coordinamento nazionale Giovani Comunisti) e Fernando Rossi e Anna Donati (Insieme con l'Unione). Innumerevoli le associazioni che saranno presenti, anche se le partecipazioni sono in costante evoluzione. Tra le più tenaci nella lotta al Camp Ederle 2: Partito umanista, Rete Lilliput, Liberacittadinanza, Rete Girotondi, Amici di Beppe Grillo, Beati i costruttori di Pace, Donne in Nero, Alternativa Comunista, Rifondazione Comunista (nazionale), Confederazione italiana di base e Unicobas, Comunisti Italiani, Emergency, Unione degli Studenti.
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12 février 2007 1 12 /02 /février /2007 19:21
Intervista con Oreste
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