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2 août 2006 3 02 /08 /août /2006 18:46
GIOVEDÌ 3 AGOSTO, ALLE 18, ESPACE LOUISE MICHEL (42 bis rue de Cascades, Paris XX, M° Pyrénées ou Jourdain) UN INCONTRO SU PAOLO E L' "A CHE PUNTO É LA NOTTE" SULLA SUA SITUAZIONE.
UN ÉTAT DES LIEUX, UNA RICOGNIZIONE SU L?AFFAIRE-PERSICHETTI, EZIOPATOLOGIA, CONTESTI, EMPASSE, "CUL-DE-SAC" ATTUALE.  LA DISCUSSIONE SULLA MESSA IN MOTO DI UNA SERIE D'INIZIATIVE

Chers, chères, d’abord, déjà, nous allons nous réunir – malgré le « désert » augustin, demain Jeudi 3 août, à 18 h., à l’ESPACE LOUISE MICHEL,
42 bis rue de Cascades, Paris XX (M° Pyrénées ou Jourdain).

Je vous envoie un premier signe d’alerte, encore une fois au sujet de notre ami, camarade Paolo. Le ‘cas’ de Paolo, l’Affaire-Persichetti, commence, franchement, à dépasser toutes les limites...
Je sais, je crois connaître, déjà entendu, les objections possibles, les sourcillements... bien entendu, « tout », si l’on veut, est trop ou, trop et pas assez comme ça ou comme ça...Bien sûr : dire “commence [a dépasser]” pourrait être accusé d’excès d’ understatement..., comme si nos seuils de tolérance n’avaient pas déjà dépassé dès le premier jour..., comme si la véritable iniquité de sa “déportation légale” n’aurait été déjà une insupportable forfaiture... Mais, je pense que l’on comprend le sens, les nuances, on n’est pas là, ni pour se faire engueuler, ni pour faire des exercices d’éristique sophiste...
Même chose pour l’objection qui dirait qu’on donne sur notre ‘particulare’, qu’on regarde avec des loupes “familialistes”, intimes, de proximité ‘locale’...Est-ce que il est nécessaire de répondre à des remarques pareilles ?
Non : en dépit du fait que nous ne pouvons pas ne pas être désenchantés, désabusés, sans illusions donc sans trop d’étonnement ; en dépit de notre horreur de toute attitude de “quérulence", de plainte victimaire souvent assorti d’un approche “paranoïaque”... je dois dire que maintenant il y en a assez pour parler de tracasseries ‘en surplus’ en chaîne, d’acharnement spécial, et d’une attitude trouble (dont on vous expliquera).

Il faut faire tout pour faire entendre, pas seulement à Paolo qu’il n’est pas seul (bien sûr, il y a je ne sais pas combien de cases bien pires au monde, mais... qu’est que cela signifie ?), mais aux autres, ses geôliers, que... vraiment ça suffit !, et qu’on va engager une lutte – même si...even if une micro-lutte – résolument.


Tour d’horizon aussi sur les contextes en Italie, sur uncrescendo’ d’initiatives possibles (radios, presse d’abord...).
Salut, on compte sur vous, si vous n’êtes pas physiquement, matériellement empêché[e]s – par ex., loin de Paris...), je me permettrai de vous prier de venir
, anche chi è lontano, magari ai monti o al mare : se potete ricevere le mail, potete partecipare a delle iniziative di un ri-innesco di campagna... In ogni caso, chi vuole, segnali possibilità e limiti di disponibilità. Grazie.

Oreste, Lucia & C.



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7 juillet 2006 5 07 /07 /juillet /2006 18:35
Il 7 aprile 2005 Oreste Scalzone iniziava lo sciopero della fame incuneandosi con un?iniziativa autonoma nella più larga finestra di opportunità aperta da Marco Pannella per l'amnistia.
Solo che la paradossale controparte della sua lotta non violenta era la compagneria, a cui poneva qualche domanda e sollecitava risposte.
Da anni, infatti, la sua riflessione politica ed esistenziale si è andata vieppiù focalizzando sui nodi strettamente connessi della catastrofe del mentale e della crescente implosione  ancor più e ancor prima delle pratiche  di un discorso e di un pensiero di sinistra.



Autore: Oreste Scalzone
Prezzo: 12,50
Data Pubblicazione: 20/04/2006
Numero di Pagine: 144
ACQUISTALO ORA!
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17 juin 2006 6 17 /06 /juin /2006 13:45
Cena solidale il cui ricavato andrà a Paolo.
Domenica (domani) 18 giugno ore 20:30
Rôtisserie 4 rue Sainte Marthe
Metro Belleville, Colonel Fabien
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18 mai 2006 4 18 /05 /mai /2006 19:24

Potete ascoltarle su http://www.namir.it/irradio/scalzone.htm


AMNISTIA O INDULTO  - prima parte -

CARCERE E SOLUZIONI - seconda parte

LA RIVOLTA DI PARIGI - terza parte

BERLUSCONISMO E IL TRAVAGLIO DELLA SINISTRA - quarta parte

NON IL SOSPETTO MA L'ANALISI CRITICA PER IL FUTURO DEL MONDO -quinta parte
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3 mai 2006 3 03 /05 /mai /2006 18:40

I
l 7 aprile 2005 Oreste Scalzone iniziava lo sciopero della fame incuneandosi con un’iniziativa autonoma nella più larga finestra di opportunità aperta da Marco Pannella per l’amnistia.
Solo che la paradossale controparte della sua lotta non violenta era la “compagneria”, a cui poneva qualche domanda e sollecitava risposte.
Da anni, infatti, la sua riflessione politica ed esistenziale si è andata vieppiù focalizzando sui nodi strettamente connessi della catastrofe del mentale e della crescente implosione – ancor più e ancor prima delle pratiche – di un discorso e di un pensiero di “sinistra”.





Autore: Oreste Scalzone
Prezzo: 12,50
Data Pubblicazione: 20/04/2006
Numero di Pagine: 144
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14 avril 2006 5 14 /04 /avril /2006 13:16

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Se non siete ancora abbonati iscrivetevi (in alto a destra nel blog) e potrete scaricare il PDF.

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6 avril 2006 4 06 /04 /avril /2006 00:03





"Liberazione" 5 aprile 2006

Nel sommovimento sociale venuto alla ribalta in Francia si sente dire spesso “a destra e a manca” che... in fondo, si tratta «strettamente di studenti» (dunque di “ceto medio”) che si battono per conservare... no, anzi, per ritornare a un modello di “vita attiva” (di... vita), di “mondodel- lavoro” (di... mondo) che sia quello delle “sicurezze”, della sicurezza del posto di lavoro fisso, del lavoro-a-vita “dei loro padri” (o non piuttosto, nonni?), con tutto quello che a ciò va insieme, che questo sottende, implica, comporta... Ceto medio (che anche la lingua francese, così ricca, è costretta a dire classe moyenne) è espressione di conio sociologico, di diffusione giornalistico-descrittiva, teoricamente debole, scadente: in qualche modo, uno pseudoconcetto. Che lo usino Opinion- makers, ideologhi “del Padrone”, nel senso di propagandisti della vulgata apologetica del sistema integrato tecno- capitalistico-statale, è “logico”.

Voi che dite “giovani borghesi” non avete capito proprio nulla

Che facciano loro eco pensosi maîtres-à-penserdella cultura “alta”, saggistica, accademica, non ci stupisce più di tanto. Che, in particolare, pubblici e pubbliche pens-at[t]ori e pens-a[t]trici di ascendenza “sessantottesca”, anche nonrinnegata, si lancino a sostenere simili castronerie, è rivelatore di un denominatore comune che - nelle diverse forme, intenzioni, motivazioni probabili o credute, auto-attribuitesi - si risolve in una triste e sindrome di orrore per tutto ciò che potrebbe intervenire a “rimettere in questione” vita, “routine”, sicurezze, bilanci. Certo, all’inizio di questo movimento che ha preso spunto dalla resistenza, dal No al Cpe, la cecità è stata minore. Si sarebbe dovuto esser davvero intellettualmente ciechi, per non vedere che sotto, nelle viscere sociali, esistenziali, nella fibra stessa delle passioni, des affectes, nell’energia, nella scommessa, nel gioco, la sollevazione che aveva incendiato territori fisici ed esistenziali, topografie e psico-topografie, a partire dall’autunno scorso, era una “corrente”, un fattore di tellurismo all’opera. non foss’altro che per un elemento “visibile” a occhio nudo: nell’aspetto anche - come ha mostrato Henri Lèfebvre, come hanno mostrato i situazionisti a proposito della Comune - di festa dei mo(vi) menti insurrezionali (“il 18 marzo - giorno dell’inizio dell’insurrezione della Comune di Parigi - sarà sempre e dovunque la più gran festa del proletariato”), in quegli “strani studenti”, giovani e giovanissimi “soggetti schizometropolitani” comunque proletarizzantisi nella lotta, nella coalescenza di motivazioni singolari, diverse che trovano una comunanza; in quelle loro cariche battenti, che “snidavano” la testuggine dei Crs (i celerini della Rèpublique) per alla fine farsi inseguire, un po’ (anche) come si fa col toro alla festa, la fiesta mobile di Pamplona... non era chiaro che ci fosse anche l’ebbrezza liberatoria di un’emulazione riuscita? Stavolta, la cosa in qualche modo appariva anche nei commenti “saputi” degli scienziati sociali, nelle loro versioni divulgative e autodivulgative. Ma è bastato l’ovvio presentarsi di elementi di “Babele dei linguaggi”, lo sgranarsi diversificato di comportamenti anche diversi, per far ripartire la macchina del crimine continuato del pensiero-propaganda, propagandistico e auto-propagandistico.

La tentazione dello schema manicheo, gli stereotipi e le malizie corrispondenti, la speranza nelle divisioni, il vecchio lurido gioco del “divide et impera” della ricerca del tradimento, della delazione e della paranoia del tradimento è un classico. Ma nessuno di quanti si sono impressionati, e hanno rapidamente subìto e introiettato questa “rappresentazione”, cominciando a focalizzarsi, come minimo sull’incomunicabilità tra “studenti-studenti” e “pègre ghettizzata di banlieue” (nel caso dei più ”addetti ai lavori“, la riedizione del “classi laboriose/ classi pericolose“, “lavoratori/lumpen”...), nessuno si è accorto che la cosa sostanzialmente non è passata? Nessuno si è accorto, o ha fatto mostra di accorgersi, che, non solo quella che chiamano “la casse” (termine di sfasciacarrozze), ma neanche alcuni episodi estremi che lo scoperchiamento della fenomenologia sociale rivela, porta alla ribalta, fa emergere allo scoperto, in piena luce, hanno scosso più di tanto il movimento, né hanno fatto flettere la freccia ascendente della estensione e radicalizzazione?


Si pensi alla vicenda di quei gruppi di neo-dépouilleurs che - quantomeno ostentando una estraneità vertiginosa rispetto a “tutto”, non ultimo a scontro con la polizia, e “scontristi”, “casse” e “casseurs” - hanno cominciato a replicare un comportamento apparso tempo fa ad una manifestazione di studenti: approfittare del buco, del black-out, della sospensione della sorveglianza, del controllo “del territorio”, e il presentarsi di una “jungla mobile” in principio non ostile, per “gettarsi su tutto quello che si muove”, in primis dei e delle manifestanti dall’aspetto più “domestico”, con un comportamento di razzìa, come se fosse ricondotto ad un sottobasamento “etologico”.



Ebbene: malgrado il carattere effettualmente odioso che la cosa può assumere; malgrado la vertigine che esso può dare, non c’è stato panico, paura, ripiegamento legalistico, diffusione di discorsi querulenti, rifugio sotto le gonne della “buona società civilizzata” e dello Stato... Proprio in forza di un comportamento da apparato parapoliziesco di apparati sindacali, nella fattispecie la Cgt, che, prendendo spunto da problemi e difficoltà reali, si erano prodotti in un comportamento che aveva in corpo un germe del teppismo da linciatori nella variante “rosso-staliniana”, non già interponendosi ed eventualmente anche bastonando per dissuadere severamente chicchessia da tali comportamenti, ma procedendo alla maniera della polizia quando scatena la “caccia”, sulla base di una presunzione semplicemente fondata su criteri tipologici si è poi “scoperta” una dimensione difficilmente utilizzabile per demonizzazioni: l’età media di questi “dépouilleurs” essendosi rivelata più al disotto che al di sopra dei quattordici anni, la patata bollente torna alla “società organizzata”, come sempre in questi casi, dalla Sierra Leone a Scampìa... E che dire della inedita tenuta di un fronte sindacale che ostenta compattezza, intrattabilità, resistenza in un No senza subordinate, decisione di andare fino in fondo nella volontà di strappare il puro e semplice ritiro del Cpe, e questo in presenza di segni chiarissimi di una crisi di “regime” più che di governo, nel contesto di un’impressione più generale - non solo francese - di una deliquescenza del “Politico” di una obsolescenza della sovranità degli Stati-nazione (con una cessione di sovranità di fatto, per un verso in direzione del Frankenstein commerciale-finanziariomonetario- penale che è l’Unione Europea; ma soprattutto verso gli istituti dell’“amministrativizzazione globalizzata della Decisione”). Conosciamo la natura di sindacalismo e sindacati - peraltro sempre più sussunti in “concertazioni”, ruoli “nazional- popolari”, istituzionali, interni all’esercizio delle diverse funzioni della gouvernance: se dunque va come va, è che non trovano - neanche la Cfdt, la Cgt o i più moderati e spesso “collaterali” ai Governi, il modo e l’occasione per sfilarsi senza pagare un prezzo altissimo, data la potenza del movimento. Allora, movimento “di studenti” o “di ceti medi”, come estrazione e come modi di vita, ruoli sociali, mentalità, autorappresentazione? Ma di che si parla? Di “estrazione sociale”, quella per cui Kropotkin sarebbe un principe, Marx un figlio di borghesi, e cosi via con volgarità degne di un... Giovanardi?

I sociologi definiscono gli studenti come «ceti medi».
Ma di che si parla? Di “estrazione sociale”, quella per cui Kropotkin è un principe e Marx un figlio di borghesi

Di “sogno illusorio, nostalgico”, di una vita di posto di lavoro garantito, una vita di lavoro a vita, una vita di lavoro, stabile, full time, full-life, senza scampo, e addio al “lavorare tutti per lavorare meno”, alla critica del lavoro, e tutto il resto? Su questo misto di meccanicismo e sociologismo si ripiega? Ci manca solo - faccio un’iperbole - che persino chi ha tanto parlato di “capitalismo cognitivo”, di “produzione immateriale”, di “General Intellect”, di “precariato intellettuale”, rischi di esser risucchiato in un misto di determinismo e moralismo da “passioni tristi”...

Ci voleva Alex Honneth, successore in cattedra di Habermas alla Scuola di Francoforte, per formulare (sul supplemento di Le Monde dello scorso fine settimana) la rilevazione evidente secondo cui «la rivolta delle banlieues ha giocato un ruolo decisivo nel movimento contro il Cpe», permettendo agli studenti «di prendere coscienza che possono ancora cambiare le cose» Tempus fugit...., dunque qualche conclusione provvisoria, con qualche traccia di proposta, brutalmente semplificata. Vorrei (e spero di poter dire, non troppo in pochi, vorremmo), dire: ma come si fa a non vedere che - dopo almeno un quarto di secolo in cui il modello di accumulazione e l’estrazione mondiale del plusvalore sociale, con le sue forme di lavoro sommerso, disperso, dissimulato, “informale”, non riconoscibile, con l’incedere sempre più veloce di segmentazioni e “atomizzazioni”, e con la conseguenza di una difficoltà estrema a dar corpo ad una cooperazione antagonistica; dopo effetti di delocalizzazioni, disinvestimento, importazione di esercito salariale di riserva, per gli effetti della vertiginosa accelerazione della “mondializzazione reale”, nella fattispecie del mercato della forza-lavoro; mentre la forma la più elementare di lotta di classe si trovava come interdetta alla radice; la lotta di classe, anzi la guerra (anche nei suoi risvolti di economia criminogeno/penale), veniva condotta da una parte sola: solo dall’alto in basso, come se fosse consentita la serrata, ma interdetto, e anche, peggio, impossibile, lo sciopero - ecco, come si fa a non vedere che per la prima volta, qui, ora si ripropone e ripresenta una forma di confluenza, di coalescenza, una forma «massificata» che ricompone le moltitudini diverse attorno ad un denominatore comune generale, trasversale a tutte le diversità? C’è il luogo, ci sono le forme, c’è la sincronia: io credo che la svolta irreversibile consista nel fatto che è finito un ciclo che veniva, dagli uni vagheggiato, dal nostro bordo lamentato, o tentato volontaristicamente aggirare ed esorcizzare: quello dominato dall’idea e dalla realtà che la vita era divenuta una variabile dipendente delle Razionalità tecno-capitalistico- statali, e le immense piaghe di disastri eco-sociali, mentali, antropologici, erano degli ineliminabili “danni collaterali”. Puo’ cominciare ad essere fi-ni-ta.


Chi (come i vertici del Centro-sinistra in Italia) sembra non voler vedere che leggi 30, Treu, Cpe, etc. sono semplici variazioni su tema, e che è il tema, lo spartito, tanto per cominciare, che sono oggi rifiutati e verranno travolti, credo incontrerà sorprese amare.

Chi (come i vertici del Centro-sinistra in Italia) sembra non voler vedere che leggi 30, Treu, Cpe, etc. sono semplici variazioni su tema, e che è il tema, lo spartito, tanto per cominciare, che sono oggi rifiutati e verranno travolti, credo incontrerà sorprese amare. A noi interessa una radicalizzazione allargata, potente, capace di recare in sé, anche nei passaggi più minuti, locali, l’idea direttrice di una comune autonomizzazione come unica forma adeguata a tradurre la “potenza di vita” e anche a permettere una sfida e una scommessa rispetto ad una tendenza che, altrimenti, sembra la corsa folle all’annichilimento del treno di “Cassandra crossing”. Questo ci interessa: qualcosa a cui sta stretto lo stesso termine “rivoluzione”. Proprio per questo, non ci interessa guardarci allo specchio delle brame per sentirci dire che siamo noi i più puri, sovversivi, e compagnia cantando. Pensiamo che bisognerebbe - accanto all’estensione, radicalizzazione, aumento d’intensità del movimento, per esempio in questa forma dei blocchi stradali e ferroviari come forma di interruzione, sabotaggio del funzionamento meccanico ordinario, a mezzo di uno “sciopero della cittadinanza” ricorrente, prodotto e riprodotto incessantemente -provare due cose. In primo luogo, la messa in opera di un funzionamento autonomo di una comunità attiva, sul terreno del sapere, nei licei e nelle Università (reinventando ben altro che le conosciute autogestioni.

In secondo luogo provare – perchè no? (si fa “individualmente, ma non si dice ”coralmente”?) a mettere in discussione la gestazione di “Fiere della merce-forza lavoro, precaria, migrante, informale, instabile’’, che contendano terreno alla messa in concorrenza individuale, o per strati, micro-corporazioni, lobby…Braccio di ferro esplicito, dichiarato: val la pena di aprire una discussione a tutto campo? Mi faccio l’avvocato del diavolo da me; mi assale il morso del dubbio, dello scrupolo: non ricadremo nella dannazione “dualistica” del sindacalismo, nella schisi dell’autocontraddizione fra il rifiuto, la contestazione radicale, la sovversività che non puo’ non sapere di guerra? Ma che, questa scissione atroce non la viviamo ogni giorno? Quello che andrebbe tentato, sarebbe una sperimentazione autonoma dell’articolazione: diciamo, fra terreno del sopravvivere e della disperata potenza tendente a vivere; entrambi su un piano d’immanenza.  


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31 mars 2006 5 31 /03 /mars /2006 22:12
Vive la France!
 
La Francia, ancora una volta, ha rimesso le cose al loro posto. I suoi giovani hanno posto la domanda che inchioda l’intera Europa: "come faremo a campare domani?" Hanno spazzato via i falsi problemi, i falsi obbiettivi, gli inutili discorsi con i quali i loro coetanei italiani sono stati ridotti a uno stato semiconfusionale.

Tre sole cifre per descrivere la situazione italiana. Siamo l’unico paese della UE dove i salari di fatto sono rimasti fermi da più di dieci anni a questa parte, siamo il paese della UE dove le disuguaglianze di reddito tra diverse categorie di cittadini sono più accentuate, siamo l’unico paese della UE dove la produttività del lavoro è diminuita (nell’èra dell’informatica!!!!).
Com’è stato possibile? Vogliamo cavarcela dando ancora la colpa a Berlusconi? Vogliamo continuare con questa ossessione del Cavaliere, con questa fissazione che ha reso gli elettori di Sinistra una massa di gattini ciechi?

E’ stato possibile dal modo in cui sono state poste le fondamenta della Seconda Repubblica, le architravi che ne reggono l’impalcatura istituzionale. Una di queste è l’accordo sul costo del lavoro del 1993. Così lo ha definito Cipolletta, allora Direttore Generale di Confindustria: "Non ho difficoltà ad ammettere che il vantaggio maggiore di quell’accordo fu per le imprese. Il blocco dei salari, unito alla svalutazione della lira che si ebbe successivamente, consentì alle aziende un recupero di competitività gigantesco".

Non condanniamo il sindacato per quell’accordo, ma avremo o no il diritto di trarne un bilancio, tredici anni dopo? Il sindacato volle mostrare allora senso di responsabilità e firmò un patto implicito: noi fermiano i salari e voi, imprenditori, rafforzate e consolidate le imprese, investite in innovazione, in tecnologie avanzate, fate un salto di qualità. E’ accaduto il contrario. I salari sono rimasti fermi, le grandi imprese si sono rarefatte, è iniziato un processo di sempre maggiore sgretolamento, di frammentazione, le imprese sono diventate sempre più piccole, prive di risorse per innovare, investire in ricerca. E’ cresciuta a dismisura la finanziarizzazione, oggi l’Italia è in mano ai riders della finanza, agli immobiliaristi e ai monopolisti privati delle utilities pubbliche (v. autostrade). Accumulano rendite da capogiro, profitti che in giro per l’Europa non ce n’è. Il patto implicito contenuto nell’accordo del 1993 è stato rispettato solo da una controparte.
Ma non è in termini economici che il mancato rispetto di quel compromesso sociale ha prodotto i danni più gravi, è in termini di cultura dell’impresa l’aspetto più preoccupante, anzi, in termini di civiltà. L’Italia è diventata un paese nel quale il lavoro è considerato un costo, non una risorsa. Ed è qui che inizia il dramma dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro. Possono pur essere carichi di lauree e di master, saranno considerati un puro costo e accettati solo in base alla loro disponibilità a ridurlo.

Perché queste considerazioni "impolitiche"? Perché troppi sono coloro oggi che invocano una riduzione dei salari ed un allungamento degli orari, troppi sono coloro che parlano di "riforme" fondate su un nuovo "compromesso sociale". Ma chi può oggi sottoscrivere un nuovo patto, quando il primo è stato così vergognosamente violato? Se le imprese non hanno investito in innovazione e consolidamento dieci anni fa, che la congiuntura era favorevole, come si può pensare che lo facciano adesso, messe alle corde da concorrenti ben più temibili e da un prezzo del petrolio che punta verso i 100 dollari al barile? Come possono investire in innovazione le microimprese, le sole che trainano l’occupazione? Può bastare una fattura non riscossa per mandarle a puttane.
Ascoltiamo come ragionano, quelle considerate di maggior successo, quelle del settore moda, tessile-abbigliamento-calzature, 43 mila miliardi di fatturato, punto di forza della nostra economia, punta più alta della nostra "creatività".

"La mission è e sarà quella di vestire con prodotti di eccellenza ‘i nuovi ricchi del mondo’…nazioni in cui il PIL aumenta strutturalmente oltre il 3% all’anno, quali la Russia, i paesi Peco, la Cina e, più in generale, i Paesi Asiatici" – parole del Presidente della Camera della Moda Italiana, qualche mese fa a Milano. Vestire dei tessuti più raffinati, dei tagli più sofisticati i lardosi corpi di tycoons e mafiosi, ingioiellare le sudaticce membra delle loro amanti – a quest’alta missione giovani "creativi" italiani siete chiamati!
Dieci anni di lotte operaie, di agguati e azioni sanguinose delle Brigate Rosse, di Prima Linea ed altri gruppi armati hanno tormentato la Fiat dall’estate del 1969 all’ottobre 1980. Ne è uscita più forte di prima, agli inizi degli Anni 80 nell’auto era all’avanguardia nel mondo per la robotica e l’automazione in genere. Seguirono ventidue anni di pace sociale, 22 anni, tanto quanto è durato il fascismo, 22 anni di un potere incontrastato. Ne è uscita sull’orlo del fallimento. Vorrei che qualche politologo mi spiegasse questa dinamica, unica nella storia.

Per dire che l’Italia ha iniziato il suo declino quando il conflitto sociale è scomparso, quando le generazioni hanno perduto il gusto ed il senso di "farsi sentire". Quando il lavoro ha perso il suo prestigio sociale è iniziato il declino della nostra industria. Quando la Sinistra ha messo il tema "lavoro" nel cassetto, rinunciando a seguirne le rapidissime e profonde mutazioni e restando incollata a una visione Anni 60, i giovani hanno smarrito l’orientamento essenziale della loro cittadinanza. Sono rimaste in piedi, a difendere i loro privilegi, piccole corporazioni prepotenti.
Se nessuno raccoglierà il messaggio che viene dalla Francia, per questo Paese non ci sarà futuro. Con o senza Berlusconi.
 
Sergio Bologna
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30 mars 2006 4 30 /03 /mars /2006 14:17
ORESTE SCALZONE SUL MOVIMENTO FRANCESE
13.03 - 30 Marzo
radiondadurto




http://www.radiondadurto.org/agenzia/oreste-scalzone-studenti-francia.mp3
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18 mars 2006 6 18 /03 /mars /2006 22:54
Giovedì 23 marzo 2006 – ore 18,00
Libreria Librincontro – Via san Vitale 4, Bologna

Esilio e castigo
Retroscena di un’estradizione
di Paolo Persichetti
prefazioni di Gilles Perrault e Erri De Luca

ed. La Città del Sole, Napoli 2006

Intervengono:
Chiara Bonfiglioli, cotraduttrice dell’edizione francese (Exil et châtiment)
Roberto De Caro, direttore di Hortus Musicus
Gian Andrea Franchi, filosofo
Francesco Romeo, avvocato
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