Overblog Suivre ce blog
Administration Créer mon blog
18 août 2005 4 18 /08 /août /2005 00:00

Prendo in considerazione un’area che mi sembra di privilegiare rispetto al perimetro che traccio per definire una pertinenza. Parlo di un discorso enunciato, pubblico e pubblicato. Parlo con particolare attenzione del discorso prodotto dall’intellighentsia o dagli ideologhi variamente definibili di sinistra ed in particolare dedico un’attenzione un po’ speciale a quello prodotto dal ceto intellettuale politico post-‘68 (e seguenti). Non perché subisco il meccanismo familista per cui anche l’indignazione e le rotture sono come gli affetti, tanto più forti quanto più c’è prossimità, un fatto umano che si potrebbe cercare di epurare. Né certo parlo cosi perché sono ossessionato da un problema di spazio politico in cui il più vicino diventa il più nemico. No, mi avvolge la sensazione di una deriva accelerata verso una catastrofe antropologica, una logo-catastrofe e un’eto-catastrofe, una specie di logopatia generalizzata. E quindi terminologie, concetti, comportamenti, pratiche, etica, relazioni si avvitano vorticosamente.  E’ chiaro che questa accelerazione mi colpisce tanto più quando avviene dalla mia parte. Io funziono al contrario di Valentino Parlato, che subito si fa scattare l’indignazione se sente da un nemico (che poi è un concorrente) una frase che è un orrore e invece fa finta di niente quando gli viene dal prossimo suo. Non credo di essere un Torquemada della purificazione interna. Non mi sono niente né Occhetto né Bossi ma c’è un effetto di persistenza, non foss’altro che per delle omonimie.

Quindi se leggo che Occhetto usa il termine di Baluba mi meraviglia di più che non se lo fa Bossi e trovo sommamente stupido che qualcuno mi contesti una partigianeria filoleghista. E’ ovvio: una scivolata di tipo essenzialista, un pregiudizio di tipo razziale o sessista dalle parti nostre mi colpisce di più e mi sento in dovere di intervenire. Non certo nei laspus, ma quando affiora un antico pregiudizio o una moderna messa in forma antisemita, mi colpisce più se lo vedo in una vignetta di Vauro che non una su una rivista fascista. E non perché mi piace fare lo strano, e neanche perché al secondo grado penso che quelli sono selvaggi e possono dire ciò che vogliono. Uno schiaffo basta per fare levare gridolini di orrore alle signorine Richmond tipo Susan George, se lo schiaffo lo dà uno che vive nella banlieu di una metropoli in una manifestazione occidentale e poi si è di bocca larghissima se c’è una strage in un Paese del cosiddetto terzo mondo. Io se fossi uno del Terzo mondo sarei molto diffidente verso questa solidarietà che non può non essere pelosa anche se magari viene da empiti di colpevolizzazione ma è una sindrome da ex colonizzatori, seppure inconscia. Se viene da una rivista diciamo “fascista” non solo mi tocca di meno, ma potrebbe al limite essere suscettibile di essere rimossa e corretta perché siccome enuncia i suoi principi e i suoi presupposti il giorno che la critica gli dimostrasse l’inconsistenza, in teoria potrebbe crollare. Uno che costruisce tutto un discorso sull’ossessione dell’usura quando gli spieghi che la questione è il plusvalore magari può cambiare, mentre uno che si chiama comunista – e quindi dà come implicito per chi lo ascolta che dovrebbe conoscere la chiave di interpretazione del plusvalore – finisce per generare un cumulo di malintesi con se stesso e di autonegazionismo, e quindi è ancora una volta più grave.

Allora proviamo a fare una tassonomia. Io mi indigno sempre e non credo che sia una forma moralista. Forse, quando la cosa è sfacciata, mi pare ancora peggio perché l’ipocrisia dimostra che almeno uno capisce.
--------------------------------

La catastrofe del mentale
È chiaro che quando dico questo sembro, a mia volta, avere un giudizio apocalittico, ma è solo l’ossessione del disastro del mentale, che mi pare connesso alla forma del capitalismo planetario, articolato con lo Stato penale, in cui il logos è diventato solo propaganda, ingiunzioni paradossali e autocontraddittorie. Non c’è niente del discorso te la prendi sempre col tuo vicino, perché per mille e un motivi io non ho problemi di concorrenza, né di epurazioni etniche. Ho solo fatto un viaggio fino in fondo e adesso ho tre o quattro cose da dire, che voglio enunciare nel modo più chiaro e vada come vada.
E’ sempre meglio che ci sia un discorso chiaro: non abbiamo niente da dirci, vade retro.
Mi sembra assurdo e un po’ disperato che i vari esiti che apprezzo, questa specie di secrezione di una cosa sempre grande che è stata il ’68,  sia pian piano il cristallizzarsi, il sostituirsi di raggruppamenti ideologici, di ideologie di rispondenti ideologhi. Forse solo per il fatto che non è mai completamente estinto il rapporto: persino se penso a Paolo Flores, a Pancho Pardi, avendo avuto qualche incrocio più o meno labile oppure tratti di omonimie. Uno che non mi è stato mai niente posso anche sperare di convertirlo a cose diverse ma rispetto a questi mi sale il senso di vergogna per quello che dicono. Altro che Brecht: che cosa dovrei dire alle tante bravissime persone che marciano con più nemici diversi nella loro testa?


Img: Freaks
 
Repost 0
Published by Oreste Scalzone - dans ESTATE 05
commenter cet article
16 août 2005 2 16 /08 /août /2005 00:00

Uno sciopero della fame, quand’anche fosse per la migliore delle cause, resta una cattiva azione. Ovvero una cattivazione: perché dietro la nobiltà dell’urlo non può non affiorare l’aspetto di ricatto, di strumentalità, la piccola oscenità da reality show. Non arrivo all’intransigenza bordighiana, venata di moralismo, per cui un libro firmato è la forma estrema del concetto proprietario. Invece penso che un libro è sempre un po’ una lunga lettera agli amici. Lo sciopero della fame, in questo senso, è sempre un messaggio nella bottiglia. Contro chi, per dirla con la freddura sul matrimonio?

Va quindi sempre equilibrato, per non (ab)usare di un rapporto di potere, necessario finché non finisca per castrare la potenza. Abbiamo imparato da Spinoza che il potere non è solo su ma anche di. I queruli si fissano sulla dialettica sopra-sotto e dimenticano la lezione foucaultiana sulla microfisica del potere, sulla loro natura (anche) di rapporti creativi. No, per me l’unico limite è lo strapotere.

Solo con quest’impianto culturale, allora, si può comprendere come un fatto globalmente positivo come la logica (e la pratica) della rivendicazione sia intrinsecamente ambiguo. I preti rossi di Servire il popolo accusavano di economicismo noi di Potop. Noi chiedevamo l’abolizione del cottimo e aumenti uguali per tutti, loro invece invocavano un egualitarismo al ribasso, con la ripartizione del cottimo alla pari, in puro soggettivismo. Eppure c’era qualcosa anche nel loro buonismo: negli stessi anni le batterie di bravi ragazzi che interpretavano il rifiuto del lavoro nella pratica del salto del bancone, rompendo la tradizionale spartizione gerarchica della vecchia mala, introducevano il metodo “comunista” della “stecca para” (uguale partecipazione al bottino tra chi aveva svolto il “lavoro” e chi no). Dal nostro canto noi non pensavamo alla rivendicazione “perfetta” come la tempesta del film, capace di far saltare il piano del capitale o di innescare, per via pedagogica, la rivoluzione. Eppure sapevamo bene che la rivendicazione riconosce la controparte ma non per questo, semplicemente, nega l’inimicizia. Ci ho messo più tempo a scoprire, invece, i dispositivi della dipendenza dispotica, fino al limite dell’assassinio, come il vampiro che ha bisogno del sangue delle sue vittime…

E seppure coglie nel segno Nietzsche quando intreccia i destini di odio e conoscenza, l’odio come odio non può rimanere tale. Certo, Bresci è violento ma l’odio che si arravuglia ignobilmente in sé senza attingere all’estremo gesto è ancora peggio: che cos’è il pensiero ridotto a propaganda, caccia al colpevole, risentimento se non un fiele impotente che impedisce il il passaggio all’atto*?

A questo punto possiamo anche mettere sul tavolo la domanda assoluta di Canetti: quando si smetterà di uccidere? Non si può governare senza crimine: prima di Sancho Pancia l’aveva spiegato Machiavelli. Gli statisti, quindi, sono TUTTI sepolcri imbiancati. Ma è un atteggiamento da fessi quello dei nostri che contrappongono: al vostro confronto NOI non siamo terroristi. Al limite questo discorso può valere sul terreno della punizione non dell’ontologia.

Per questo, la pur suggestiva idea della Commissione Sud Africa, riproposta in occasione della querelle sulla “prescrizione per Primavalle” con il suo codazzo osceno, è stata mal posta. Perché parte dal presupposto che noi siamo gli unici impuniti. In un Paese in cui l’unico processo per strage concluso con una condanna (la stazione di Bologna) vede liberi (grazie ai benefici penitenziari) i due colpevoli! Evidentemente perché neanche i giudici demandati all’esecuzione della condanna sono convinti della loro colpa: come potrebbero altrimenti loro, che credono alla potenza salvifica della pena, mettere fuori gli autori di tanto massacro? La commissione per la verità ha funzionato perché ha messo sullo stesso piano zulù e boeri, Mandela e Van De Klerk, aguzzini e vittime. Ecco: questo lo ammetto. Anche noi abbiamo bisogno di un’epoché per arrivare all’amnistia. E allora bisognerebbe convocare una conferenza sul tema “Crimine e politica” e allora potremmo starci anche noi, per tentare di rispondere alla domanda assoluta: quando si finirà di uccidere? Un’intenzione disperata, certo, finché prevarrà l’ossessione penalistica, dei teologi che non sopportano la felice intuizione di Balthazar: l’inferno è vuoto.

L’ho già detto. Lo sciopero della fame è contro qualcuno. E quindi lo sbatto in faccia a tanti. Anche ai colleghi combattenti. Anche ai rifugiati, che considero commensali, gente di famiglia. Sarà brutto ma la radicalità dell’atto, la dignità del mettermi in gioco anche per loro (o forse malgrado) mi permette di cantargliela cara. Per il loro bene. Come una felice mossa schizoanalitica, per dirla con Guattari. Proprio a partire dalla loro reazione: perché io sarei disposto veramente a pagare un benintenzionato capace di sfruttare cinicamente il mio sciopero della fame. E invece niente.



L’indignazione

Il discorso su questa benedetta indignazione è contiguo al problema dell’organizzazione della cazzimma. Spargere fiele su fiele non è la violenza, è molto peggio. Dalle parti nostre si parla sempre, si straparla della violenza, ma la violenza è un po’ una conseguenza e non è detto che sia la peggiore, se non diventa sterminio, o si manifesta su base deterministica e/o colpevolistica. L’anarchico che nel regicidio dà corso al suo odio di classe, seppure in forma elementare, si riscatta almeno in parte –  come dice Camus – per il fatto che si mette in gioco. E’ evidente la superiorità etica di un duello rispetto a un agguato, che poi è anche un riduttore della violenza che si usa. Il regicidio, a cavallo tra i due secoli, dà uno sbocco terribile sul piano umano eppure non privo di tenerezza e di speranza. Quando il fiele non ha più nemmeno quella base di una classe contro un’altra ma diventa semplicemente un fatto di faziosità più o meno a specchio, il fatto che poi non si passi all’atto per ideologia del legalismo, che è anche una messa in forma della paura e dell’orrore del rischio, rende non solo quel tipo di fiele una forma di risentimento impotente più ignobile di quello che passa all’atto, ma è anche più carico di distruzione. Perché magari uno non ammazza il re ma uccide moralmente o fisicamente a cominciare dai figli e da quelli che gli stanno intorno. E da se stesso.

O si mette in discussione la cosa a monte e più profonda o si parte dal problema di una censura della conseguenza del passaggio all’atto. E’ giusto,  non è giusto, o meglio: è ragionevole? Si potrebbe dimostrare che è controproducente proprio sul piano della dose di crudeltà, dell’infelicità che produce. Capisco che per una logica giudiziaria uno dei modi di non renderla totalitaria è introdurre la distinzione elementare che per la testa di uno può passare tutto, non si possono censurare non solo gli scritti ma neanche le intenzioni. Perché le intenzioni sono inattingibili. E’ un discorso di etica giudiziaria, non perché quello che passa per la testa – soprattutto se viene elaborato pubblicamente e messo in giro – sia in sé meno dannoso dell’atto materiale. Ognuno poi ha i suoi criteri…

 IMG: Diego Rivera

 
Repost 0
Published by Oreste Scalzone - dans ESTATE 05
commenter cet article
10 août 2005 3 10 /08 /août /2005 00:00



Sai, finché tu gli dici che là, in Italia, c’è l’union sacrè e che Violante applaude sempre, anzi si mette in gara … ma l’altro ieri è avvenuta una cosa stupenda. Tutti a stracciarsi le vesti contro la legge salva Previti, La cosa più oscena è che tu potresti pensare che siccome sono mariuoli e corrotti fanno per loro un garantismo censitario ma poi buttano qualche briciola di garanzia anche per gli altri. No, così ragionano i berlusconisti, le garanzie sono rigorosamente per noi. La loro faziosità è censitaria. A sinistra ci sono i civilizzati, i colti, i buoni, e anche i piuttosto ricchi, i professori, e poi c’è la gentaglia volgare. Loro fanno la cosa per se stessi poi per compensare fanno le leggi durissime sui recidivi, sugli extracomunitari e sui poveracci.
 

Antigone, Papillon e Nessuno tocchi Caino sono stati bravi perché hanno detto va beh qui tutti se la pigliano con l’aspetto salva Previti, ma il peggio e lo schifo è che compensano questo all’interno della stessa norma con misure forcaiole terribili.

 

La cosa è arrivata alla chiarezza massima, perché qui in Francia tutti lo dicevano stanno facendo una legge che salva Previti, ma la destra di Castelli, di Berlusconi, di Pisanu doveva far votare il decreto che loro dicono servirà per portare a casa tutti i latitanti, e gli sono mancati i voti, e c’è stato come dicono alcuni giornali, il soccorso rosso, te lo raccomando quanto rosso. C’è proprio che nel momento in cui questi stanno cadendo, invece di bastonare il cane che affoga, il centrosinistra ha fatto convergere i suoi voti con Brutti che giustifica il risvolto forcaiolo di questa tanto vituperata legge, se non è la stessa Cirami-salva Previti è quel pacchetto là.

Brutti arriva a dire che gli faceva male al cuore - lui al posto del cuore e del cervello ci ha il culo  - come potevamo far mancare il voto. Passando anche oltre al gusto di fare andare sotto il governo, sono proprio degli infami, l’infame senatore Brutti, portaborse dell’infame Violante. Qui si vede qual è la sua natura, e ancora più forte della faziosità  politica, va a portare acqua per votare la cosa più infame di quella legge su cui ne hanno detto di tutti i colori. La legge  è congelata, ma c’è il decreto contro i latitanti, cioè quello che già avevano denunciato ….

Quello che già scandalizzava la brava gente di Nessuno tocchi Caino, di Papillon e anche dell’Antigone, adesso è arrivata alla sua iperbole. A noi non ci scandalizza più di tanto, ma questa i francesi la dovrebbero imparare a memoria,  per poter poi evitare di fare delle sineddoche, quando devono parlare di Stato italiano, si decidano a parlare di Stato italiano e non dello stalliere di Berlusconi.










 
THE PRESS of the Spoon River Clarion was wrecked,
And I was tarred and feathered,
For publishing this on the day the Anarchists were hanged in Chicago:
“I saw a beautiful woman with bandaged eyes Standing on the steps of a marble temple.
Great multitudes passed in front of her, Lifting their faces to her imploringly.
In her left hand she held a sword.
She was brandishing the sword,
Sometimes striking a child, again a laborer,
Again a slinking woman, again a lunatic.
In her right hand she held a scale;
Into the scale pieces of gold were tossed
By those who dodged the strokes of the sword.
A man in a black gown read from a manuscript:
‘She is no respecter of persons.’
Then a youth wearing a red cap
Leaped to her side and snatched away the bandage.
And lo, the lashes had been eaten away
From the oozy eye-lids;
The eye-balls were seared with a milky mucus;
The madness of a dying soul
Was written on her face—
But the multitude saw why she wore the bandage.


La macchina del Clarion di Spoon River fu distrutta ed io spalmato di pece e coperto di penne,
per aver pubblicato questo il giorno in cui gli Anarchici vennero impiccati a Chicago:
"Vidi una donna bellissima con gli occhi bendati eretta sui gradini di un tempio di marmo.
Grandi moltitudini passavano davanti a lei, sollevando la faccia ad implorarla.
Nella mano sinistra teneva una spada.
Brandiva quella spada, colpendo a volte un bimbo,a volte un operaio,
ora una donna che tentava sottrarsi, ora un folle.
Nella destra teneva una bilancia;
nella bilancia venivano gettati pezzi d'oro da quelli che schivavano i colpi della spada.
Un uomo con la toga nera lesse da un manoscritto:
"Ella non rispetta gli uomini."
Poi un giovanotto col berretto rosso
balzò al suo fianco e le strappò la benda.
Ed ecco, le ciglia erano corrose
dalle palpebre imputridite;
le pupille bruciate da un muco latteo;
la follia di un'anima morente
le era scritta sul volto - ma la moltitudine vide perché portava la benda."”

 Da Spoon River e sulla tomba di Giuseppe Pinelli.
Repost 0
Published by Oreste Scalzone - dans ESTATE 05
commenter cet article
9 août 2005 2 09 /08 /août /2005 00:00

Sulla spada di Damocle che grava su questi compagni ho già provato a mettermi in gioco. Offrendomi come ostaggio in cambio della moratoria delle estradizioni, rinunciando ai benefici della prescrizione ormai imminente per la mia pena (mancano meno di 18 mesi). E anche qui la risposta è stata un silenzio assordante. E quindi a ‘sto punto mi sono guardato bene dal risollevare questo discorso e non solo per non impattare con la demagogia di un Castelli e di un Bossi. L’hanno già fatto contro Sofri e contro Battisti. Metabolizzano sempre qualche spunto che gli si offre ma, addirittura, ci mancava solo che Previti mi dicesse: in nome di che vogliono la moratoria? Beh in nome della vita.

Ah, i signorini almeno chiedessero un’ amnistia politica per tutti i loro compagni.

E se chiedi quella diranno: ah e perché non chiedono l’abolizione delle carceri, del capitalismo? Mica questi hanno scuorno, di destra o di sinistra che siano.

La partita in Francia                          
                                                                            
                                                      

Il ministro Perben a una domanda in una conferenza stampa ha detto certo a noi un po’ ci disturba questa cosa e pure la dobbiamo fare perché l’Italia e l’Europa … Quindi rompere il silenzio sulla stampa francese, anche se la mia battaglia a questo giro è italiana, era importante. Beh bastava poco, certo c’erano state le radio, anche ascoltate, c’erano i siti, ci sarà una trasmissione importante a Radio France international, ma verba volant, sulla stampa scritta ufficiale non c’era niente, poi per fortuna è uscito il settimanale Politis, di giovedì 21 aprile a pagina 21. Il giorno prima è uscita sull’Humanité una rubrica intitolata La questione del giorno: perché Oreste Scalzone è in sciopero della fame? E ci sono quindici righe di Fernanda Marucchelli, una immigrata italiana, membro del comitato centrale del Pcf,  che si occupa degli immigrati. E si spiega pianamente, in modo preciso, di che si tratta, mentre su Politis, nella pagina Resistenze (al plurale, quindi in senso deleuziano) c’è un testo con foto accanto di Paolo Persichetti, e va benissimo, l’occhiello è Giustizia, e il titolo Rifugiati italiani, e poi c’è tutta la spiegazione della mia cosa, un appello a scrivere, anche molto affettuoso. Allora mi viene in mente che il silenzio di Le Monde e Liberation non scatta tanto su di me, ma incredibilmente, riguarda tutta la sequenza. Non c’è stata una sola riga su Pannella, il Papa, l’amnistia, la proposta di legge di trenta senatori aperta da quattro senatori a vita, un premio Nobel, un ex presidente della repubblica, un ministro di sempre su cui non c’è bisogno di aggiungere niente, come Andreotti. Non una riga. So che qui funzionano così ma è straordinario: Pannella li irrita per il suo modo di fare e circola abbastanza poco in Francia. Accade come per la lettera di Francesco Cossiga, ex presidente della repubblica, a Paolo Persichetti, detenuto, che nel giornalismo da Front Page dovrebbe essere l’esempio dell’uomo che morde un cane.  Oggi è un po’ lo stesso, non una riga, pur tenendo conto di questo flash back straordinario. E non è per laicismo perché i titoli della prima pagina sono tutti sul Papa, quello di prima e quello di adesso. Eppure hanno lasciato perdere il flash back dell’immagine spettacolare non tanto di un Papa che va a lavare i piedi al carcerato, l’avevano già fatto Paolo VI e Giovanni XXIII a Regina Coeli, ma quella di un Papa che va davanti a un parlamento a Camere unite e fa una arringa per i fratelli e le sorelle murati dentro e conclude con una supplica di una misura di amnistia, di decarcerizzazione. Con quello che è seguito.

Secondo me questa bizzarria dovrebbe confortare i patiti del servizio pubblico. Perché mostra che non siamo ancora al punto in cui la legge del mercato domina esclusivamente. Oppure dovremmo arrivare a pensare che il dominio è talmente perfetto che ha fatto tutto il giro e si può permettere anche questa clamorosa omissione, poiché è talmente totalitaria che si può permettere di fare come la Pravda che non aveva problemi. Ma siccome è difficile pensare questo, vuol dire che la legge del mercato non è poi così forte. E parlo non della merce materiale, le copie del giornale che si vendono in edicola, ma del metamercato che sta a monte, che poi è il mercato del lavoro o indirettamente anche dei giornalisti*.

Al livello della spasmodica corsa sul terreno dell’esibizione invece che di muscoli di intelligenza, della feroce concorrenza mimetica di essere più uguali degli altri al botteghino delle quotazioni giornalistiche si è dimostrato che si può tranquillamente prendere un “buco” da un piccolo giornale come Politis perché è più forte una decisione tipo Pravda che la logica, anche quella terribile del mercato, dello scoop, del reality show.



* Giornalisti

C’è chi vuole vedere i giornalisti come facenti parte della piccola borghesia, e chi li ritiene invece come un segmento dell’operaio sociale, ma sono tutti e due. Anche l’operaio che batte la mazza è portatore di quell’ambivalenza che (tanto per cominciare in termini tecnici-teorici) Tronti definiva il double caracter, forza lavoro-classe operaia che si ribella, lavoro come bestie e break out dello sciopero, servitù volontaria indotta dal ricatto a monte del bisogno, e sollevazione, insurrezione. Ambivalenza è tutto, quindi è inutile grattarsi la testa: è chiaro che persino il poliziotto –  si sa, Pasolini non aveva letto Marx –persino il poliziotto è questo e quell’altro, è una figura del controllo, dello sbirragliamento, improduttivo ma è anche dentro le dinamiche del mercato del lavoro.

IMG:
Cartier Bresson

Repost 0
Published by Oreste Scalzone - dans ESTATE 05
commenter cet article
7 août 2005 7 07 /08 /août /2005 00:00

Dopo, certo, resta l’angoscia locale, intima ma, insomma, conta. E’ come un cancro in famiglia. Non bisogna mai dimenticare che in sé e per sé, rispetto al resto, è statistico, ma non si può pensare di riguardare il cancro del proprio familiare con l’occhio di quello che fa le statistiche se no è una forma di delirio. C’è tutto questo dietro la mia decisione di intervenire nella finestra di opportunità socchiusa da Pannella e poi spalancata da un vento che torna, contrario a quello che criminalizzava pure la parola prescrizione, solo venti giorni prima. Poi il vento dura quello che dura e quindi c’è il problema di correre. Ho deciso di iniziare lo sciopero della fame perché qui viviamo una situazione da incubo: è morta e seppellita – anche senza poter obiettare più di tanto –  l’eccezione francese e la dottrina Mitterrand, essendo più rigidi gli Stati.

Io ci sono rassegnato, mi è costato un’ulcera, gli uomini e le donne minacciati che dicono non posso. Proprio questo sottolinea l’assurdità di andare a raschiare il fondo del barile prendendo venticinque  anni dopo persone che sono talmente altre che non possono neanche sottrarsi. Poi io mi posso irritare quando, invece, “te la raccontano” e pretendono di dire che, in nome dello stesso diritto, sono talmente ribelli che non si lasciano cambiare il corso della vita dal fatto che Le Figarò pubblica il loro nome e la foto, dicendo che saranno i prossimi, e che in qualche modo il gabinetto ministeriale conferma che fanno parte di una rosa minacciata …

Repost 0
Published by Oreste Scalzone - dans ESTATE 05
commenter cet article
5 août 2005 5 05 /08 /août /2005 00:00

Altrettanto forte è la motivazione tutta interna alle vicende più recenti della microcomunità dei rifugiati e dei colpi subiti. Parlo dell’indignazione per l’iniquità (non illegale) della procedura dell’estradizione di Paolo. Dolore aggravato dal rivelarsi le illegalità schifose che c’erano dietro l’averla fatta scoccare in quel momento: la storia dei Ros e di Giovagnoli i cui effetti durano ancora.  E poi c’era stata tutta la vicenda di Cesare Battisti, l’ansia, la solidarietà e però la furia di vedere sciupare una campagna che ha giocato tutte le sue carte su un piano, per quello che vale, dello specifico giudiziario e giuridico da una superfetazione di propagandismi controproducenti degni di quelli autolesionistici  e bui della campagna Sofri. Anche in quel caso una serie di persone improvvide trasferiscono i talenti utili per il loro mestiere di scrittori di fantascienza in una campagna politica e pensano, in buona fede, che per aiutare un amico conviene raccontare tutte le cazzate che hanno sentito alla televisione sulle dietrologie da Dagospia sul caso Moro, le demenzialità becere e reazionarie che i Tabucchi e anche i Fo sono venuti a spargere nei deliri ultragirotondini anche in Francia su Le Monde. L’ossessione antiberlusconiana diventa accecante.  All’epoca del salone del libro, loro, tutte queste cose, le hanno prese, ci hanno creduto - così le superstizioni si diffondono, per contagio - e così le hanno vomitate subito, pensando di difendere un amico. In realtà succede che il primo o il secondo giorno li bastonano le destre (che contano quel che contano come influenza intellettuale): Le Figarò o il Giornale, ma poi  gli si ritorce contro  proprio la stessa intellighentsia di sinistra, che  ha lasciato passare l’assurdità di interpretare gli anni ’70 in Italia come fosse il Portogallo di Salazar, non uscito ancora dal fascismo. E poi naturalmente i Violante, gli Spataro, i Brutti e, persino, i corrispondenti di giornali per finire con la vertiginosa infamia dei Segio e dei Cavallina. Ma in tutto questo si continuava a dire “beh questa mostrificazione terribile, questa vendetta trasversale, che poi viene fatta pagare a Cesare, è oscena, ma viene in Italia e qui la partita si gioca in Francia”. Poi, però, si è visto che la nuvola di Chernobyl non si è fermata al confine e gli stessi articoli sono stati accuratamente ripubblicati sulle colonne di Le Monde, della Croix,  perfino qualcuno su Liberation, che pure aveva un atteggiamento positivo. Sul Nouvelle Observateur Spataro è diventato un columnist. C’è osmosi tra i due posti – è evidente – ma le credenze acquisite sono dure a morire e così la gente continua a mettersi il prosciutto sugli occhi e a cercare di non guardare all’Italia perché tanto hic sunt leones, anzi diciamo che lì è la barbarie. E Chirac non potrà estradare qualcuno mandandolo nelle “galere di Berlusconi”. Con questa sineddoche: le galere non sono di Berlusconi ma dello Stato. Richiesto da Berlusconi, certo dal governo, ma se ometti che l’opposizione fa  l’union sacrè e, anzi,fa a gara nello zelo finisci per sbagliarti sugli amici e sui nemici. Nel senso che sui nemici ti sbagli per difetto e sugli amici per eccesso.

E così mi è toccato di dover subire senza riuscire a contrattarla, perché poi hai dei limiti, non puoi desolidarizzartene più di tanto, di fronte a terzi e al pubblico, da questa campagna perfettamente controproducente e suicidaria.  Ho avuto solo un attimo di sollievo quando Cesare, dopo aver avallato, lasciato dire e detto un sacco di bestialità, comunque ha dimostrato di avere questa elementare potenza, che non è solo della razza umana ma animale, di scappare quando ti vogliono rinchiudere. Che è in fondo un diritto elementare – come avrebbe detto Salvemini – e una sorta di dovere verso i propri figli, gli amici e tutti, quando l’ossessione penale diventa il crack dei popoli.

IMG: Goodfellas

Repost 0
Published by Oreste Scalzone - dans ESTATE 05
commenter cet article
4 août 2005 4 04 /08 /août /2005 00:00

Fossero diventati tutti supercivilizzati, liberali, asettici e disincarnati almeno avrebbe una coerenza interna. Fossero diventati tutti angelici o si fosse incarnata l’utopia di Norbert Elias che crede di vedere in opera la civilizzazione del conflitto (alcuni accenni di questo discorso lo si ritrovava in certi passaggi del Declino del politico di Tronti), uno potrebbe dire: mi è più sopportabile e questi hanno scoperto l’antidoto, il modo  di epurare le selvaggerie ecc, e a noi ce la fanno pagare.

Il problema è che una società criminogena sviluppa un’ipertrofia del punitivo*e loro invece seminano passioni tristi per futili motivi. Per me il costituire uno staterello o il difendere questo o quell’altro – a fronte del discorso del comunismo come movimento reale – sono motivi futili e subalterni, per altro presi in prestito dagli arsenali ideologici del nemico. Sono le ideologie che i sovrastanti costruiscono apposta, mica per complotto, a uso dei sottoposti. Ma, a parte questo, ognuno ha i suoi gusti e là sono largamente minoritario.

Però il continuo attizzare fiele penale di tutti i tipi sulla corda di questa ossessione – che è l’unico denominatore comune – è l’unica idea forte e corrente che passa attraverso tutto e innerva cose che poi si scannano in nome di questo unico discorso forte. Il resto sono balbettii aleatori. Che si partecipi anche noi di questa tendenza e di questo movimento, perfino il più rivoluzionario, è un aspetto per me devastante.  E sono convinto di poter dimostrare che anche una accanita lotta armata è meno peggio e produce meno vittime di quante ne suscitino questi feroci dispositivi.  E se le truppe scelte di questa macchina mortifera se ne vengono a esaltare le virtù dell’astenersi dalla violenza, non mi importa che altri che potrebbero e dovrebbero disvelare quello che c’è dietro lo specchio tacciano, sarò anche da solo come il bambino che dice il re è nudo ma secondo me non vedo come possano dormire la notte. Io resto convinto che l’esercizio della critica vada seminato nel proprio campo. Cari amici, questa evidenza l’avevano ben chiara i gesuiti, che  avevano istituzionalizzato la funzione dell’avvocato del diavolo, quello che si mette nei panni dell’antagonista e ne anticipa le obiezioni. Io lo faccio non per grande sapienza, ma perché sono empatico. Te lo dice anche Sun Tsé. E’ una funzione utile e invece viene visto come un manutengolo del nemico. E’ pazzesco .


L’ipertrofia del penale

Punizione, penalità, carcere sono i modelli, come insegna Foucault, di questa struttura sociale. Non possiamo non vedere e non dovremmo non sottolinearne il carattere di circuito chiuso, ovvero il carattere criminogeno e mortifero. In questo modello sociale il Leviatano diventa l’unico orizzonte che viene proposto o nella forma dello stato del benessere oppure come socialismo reale, irreale o surreale. La mia congettura l’ho proposta e riproposta per arrivare a sottoporla un giorno ai miei antichi maestri: bisogna tornare a lavorare sulla clamorosa inversione statalista che potremmo definire lassalliana. Un’idea maledetta, molto più pericolosa di quelle del tradeunionismo, del fabianesimo e persino del revisionismo di Bernstein, perché in qualche modo il fine è il nulla e il movimento è il tutto è un’idea marxiana. E seppure non vede l’ambivalenza forza lavoro – classe che si autonega e il movimento per lui sono le cooperative di mutuo soccorso, almeno resta il possibilismo sindacale. In Lassalle, invece,  che rompe con Marx nel corso del dibattito scatenato dalla sconfitta della Comune, a partire dalla legge bronzea dei salari teorizza esplicitamente – nei Diritti acquisiti – lo Stato sociale. Neanche lo Stato neutro del successivo riformismo ma proprio l’organo della difesa e dell’attacco operaio contro il padrone, uno Stato etico ed etnico perché così era l’Associazione dei lavoratori tedeschi, che è l’incunabolo della Seconda Internazionale, e nel ventre di questa cosa ci puoi vedere l’esito: Noske, Stalin, finanche Mussolini. La conquista dello Stato, non la distruzione della sua macchina. Altro che andare a cercare il povero Sorel, che pur era interessante…

Se vogliamo trovare un oggetto simbolico, e quindi il filo rosso, è quello straordinario movimento tra il ’48 – come dice Tronti mille volte stramaledetto dai borghesi e il ’70, la comune di Parigi, all’idea marxiana di autonomia che può essere il punto su cui riagganciare.
Repost 0
Published by Oreste Scalzone - dans ESTATE 05
commenter cet article
22 juillet 2005 5 22 /07 /juillet /2005 00:00

Dello sciopero della fame ci interessava che se ne parlasse anche in Francia perché lo spunto e anche il teatro delle operazioni per uno come me non poteva che essere italiano. Tra l’altro se il discorso è contro il panpenalismo, l’ossessione e la tossicomania penale è un discorso non solo italiano, ma il nostro caso è specialmente interessante. Si pensi all’emergenza catto-stalinoide del compromesso storico che ha introdotto il modello di inquisizione come forma dell’emergenza. Così come gli americani a Guantanamo hanno introdotto una metabolizzazione, un ibrido che ha recuperato come materiali il saper fare nazista da un lato e stalinista o polpottista dall’altro, il tutto rielaborato in un kitch postmoderno di stili, come tecniche del penalismo dell’era dello Stato planetario o dei controstati omologici e concorrenti mimetici del neoliberalismo e di questa corsa alla tecnoeconomia capitalistica totale, allo stato società e  all’ homo penalis.

Il teatro italiano è interessante come oggetto e poi, comunque, ci riguarda il problema più piccolo di un’amnistia o indulto politico come soluzione dell’irrisolto degli anni ’70, di questa sorta di insurrezionalità subacuta e cronica, che è l’elemento generale che spiega poi nel bene e nel male tutto. Anche gli errori, gli orrori, l’insieme. Seppure uno si mette dal punto di vista locale del rifugiato, è una bestialità dire che la soluzione deve essere francese. Così si fa come quelli che dicevano che la nuvola di Chernobyl si arrestava ai confini della Francia. Anche perché è chiaro che in un processo di integrazione europea alla lunga comunque l’asilo sarebbe venuto meno. Non è pensabile che uno perseguito per reati da ergastolo nello Stato di New York possa rifugiarsi in California. Quindi il problema per me va bene come problema italiano, anche se una delle mie motivazioni altrettanto motivante è quella di portare una piccola pietra ad una battaglia contro questa corsa al penalismo. Io potrei ripartire da uno, possiamo essere, quindici, se c’è qualcuno che è d’accordo con me quasi per gioco ci potremmo chiamare piccola cerchia o circolo dei comunauti, perché è un discorso sulla comune autonomia. Noi, con tanti altri, una volta che ci siamo capiti potremmo dar vita ad una sorta di corrente che si mette in moto, per una cosa che dovrebbe chiamarsi movimento antipenale, come c’è stato quello contro le istituzioni totali, antipsichiatrico o anticarcerario.  Quello che ho detto fin qui è anche per dire: signori professori, qua nessuno è fesso, questo non è un discorso a margine di specialisti ma un discorso sull’insieme dei problemi quanto parlare di capitalismo cognitivo.
 

E questo è posto non come apocalittismo, perché resta la radice anche volontaristica dell’antihegelismo e dell’antiquerulenza, del partire dalla potenza come discorso spinoziano. Malgrado ciò, resta la consapevolezza di una possibilità apocalittica di passare al post umano, come dice anche Sloterdijk. Solo che lui lo vede in modo meno drammatico, con quell’aspetto raggelante proposto dal situazionismo. Io non dico che tutto è giocato, ma che la tendenza è questa, che tutto è più contraddittorio, che l’autonomia è la cosa meno spontanea.
 

Non  credo a una specie di facilità per cui tutto è sovversivo, la fenomenologia sociale delle moltitudini. Penso invece che tutto vada giocato in termini di sfida e di scommessa, niente è fatale e va dato come tale. D’altra parte la specie umana è ancora là ed è riuscita a sopravvivere a tutto quello che si è scatenato contro negli ultimi 80 anni con la potenza enorme che ha avuto, non perché è diventata più crudele ma perchè – come dice la Arendt – i mezzi tecnici sono diventati spaventosi e lo saranno ancora di più. Ho detto che alcune cose mi indignano. Mica posso obbligare qualcuno a cambiare, però ho l’occasione, forse, che mi stiano a sentire perché io do per scontato che tutti possano essere brave persone. Il diniego di amnistia è anche epifenomeno e conseguenza di tutto questo, ma non è il peggio. Il peggio ancora è di pensare di non dare soluzione e che un’intera generazione non abbia una seconda possibilità nella storia e che debba crepare in galera. Ma non è ancora il fondo. Ciò che è abbietto e infame e che tutta un’area di post- sessantottardi, che in qualche modo producono pensiero pubblico, i cosiddetti intellettuali, possano pensare che si possa chiudere così.

IMG:Puta de vida blog

Repost 0
Published by Oreste Scalzone - dans ESTATE 05
commenter cet article
20 juillet 2005 3 20 /07 /juillet /2005 00:00

E’ dall’inizio dello sciopero della fame che ho dovuto fare i conti con gli argomenti ansiosi sollevati da persone angosciate. Argomenti, spesso, in parte sentiti come tali, in parte amplificati da una sorta di furbizia benintenzionata, per cercare di smontare un amico peso piuma da quest’idea. Ed è successo così, che per i primi tre o quattro giorni, mi sono trovato crocefisso, senza scampo, messo in mezzo in un luogo aperto come lo spazio Louise Michel. Il paradosso era che la gente per dirmi “ti fa male, ma che fai, lascia perdere”, poi per cercare di smontarmi, usava argomenti veramente risibili, illogici, sofistici fino all’aggressione: non ti sente nessuno, il clima, etc.
E quindi il tono montava e ogni tanto arrivava altra gente, e così per i vari gruppi dovevi fare in tempo reale il riassunto delle puntate precedenti, e a quel punto era già scattato il doppio legame.

Anziché dissuadermi avevano innescato un meccanismo che mi spingeva sul proscenio di un’assemblea-giornale immaginario. A voce sempre più alta, parlando in piedi, estenuante.
E in questa kermesse sono capitati le specie più varie di compagni: un gruppo post rock di Massa Carrara, gli Anarchici,  che sta lavorando a un disco sulle prigioni, con quelli della compagnia teatrale del carcere di Volterra, e poi Erri De Luca, e Giovanna Marini che mi chiede di registrare dei pezzi di Lugano Bella… Quindi arriva la fisarmonica: tutto perfetto per uno sciopero della fame. Dopo magari gli altri o le altre, le donne in nero che passano, un po’ melanconicamente, alla spicciolata: si però devi riposarti, devi bere tre litri d’acqua, e nessuno vede che vado sempre a pisciare, devi riguardarti, non devi esporti, non devi andare in giro, ma per dirti questo ti tengono lì a fare una fatica bestiale. Pura eterogenesi dei fini. In piccolo è come se uno deve fare una rivoluzione, ma è talmente difficile, che bisogna farne una chiamandola una rivoluzione della rivoluzione.

  Una rivoluzione nella rivoluzione

In Russia era cominciata come un processo sociale nel 1905 con le manifestazioni di Pietroburgo, poi c’erano stati gli effetti dell’uccisione di Stolypin il modernizzatore - come racconta Solgenitsin – compiuta dagli anarchici per peggioriamo.  Quando il pallino passa nelle mani dei rivoluzionaristi, bolscevichi, scoprono che il problema è talmente duro che bisogna fare uno stato d’eccezione, ed è la solita storia, bisogna esser cattivi per fare la bontà, bisogna fare uno Stato che non è quello di prima. Ed è qui che si consuma la rottura tra Lenin e la socialdemocrazia europea.  I bolscevichi erano stati fino ad allora la biforcazione a sinistra (volontaristica) del kautsko-marxismo che è figlio dell’arrovesciamento e dell’inversione paradossale statalista operata da Ferdinand Lassalle. Negli stessi anni l’opposta teoria di quelli che dicono che bisogna prendere la macchina dello Stato

 

  Stato e stato d’eccezione

Stato si scrive con la esse maiuscola, come in tedesco, der Staat, e stato d’eccezione è uno stato di cose, però nella crisi c’è una crasi e così si impone il modello del comitato di salute pubblica giacobino. Siccome ci accerchiano bisogna mettere in galera chi rompe i coglioni. Il Palazzo d’inverno era stato preso in nome della promessa veramente autonoma, comunarda e con un accento anarchico, come si legge in Stato e rivoluzione: tutto il potere ai soviet degli operai e dei contadini e dei soldati. Il putsch, però, si consuma dentro la rivoluzione. Perché bisogna mettere ordine, e dunque viene sciolta la Duma. E, forse, lì quasi potremmo ancora esserci. Perché la Duma ha una maggioranza kerenskiana, opportunista.

Ma questo potere cosiddetto riunito nei soviet viene subito riconfiscato dal demiurgo che dall’alto deve gestire una rivoluzione statalista per cui estinguere lo Stato comporta la creazione di uno Stato di eccezione. E si cominciano a mettere in galera gli anarchici, e i destri e i sinistri, opportunisti, impazienti.  Può essere che siano tutte perfettamente buone intenzioni, lo do per scontato, ma così è ancor più  interessante perché uno Stato nato dalla rivoluzione diventa sempre più iperbolico, ipermilitarizzato. Allo stesso modo è una coppia sequenziale comunismo di guerra- nuova politica economica, due ganasce della stessa tenaglia, l’idea lassalliana che l’organo della rivoluzione può diventare una forma-Stato, anche se la chiami diversamente, e chiami commissari del popolo i ministri, e dunque tutti i paradossi e le eterogenesi dei fini.  Bisognerà fare uno Stato che diventa uno Stato non Stato, come il non compleanno di Alice, in cui la cuoca possa leggerne i bilanci, e, ancora di più, passare da un governo sugli uomini all’amministrazione delle cose: ma per estinguere lo Stato bisogna fare un Iperstato vertiginoso, iperbolico, a partito unico.

(E’ divertente come oggi nei due poli è tornata di moda l’espressione partito unico manco hanno il pudore di dire un unico partito del nostro polo).

A questo punto che si fa? Si deve schiacciare Kronstadt, si devono schiacciare i macnovisti, perché siccome i generali bianchi sono arrivati sotto Varsavia e  l’Armata rossa è stata sconfitta, puntiamo sul massimo sviluppo, sulla potenza operativa, produttiva, nella fattispecie anche militare. I durrutisti l’hanno dimostrato nella guerra di Spagna con la colonna di ferro. Se non ci sono gradi, gerarchie, rappresentanze ma si punta, al contrario, sull’autonomia, sul frammento di una generale potenza della specie, incarnato da ognuno, anziché sulla potenza produttiva. Invece no, siccome c’è l’accerchiamento si devono mettere in galera tutti i rompicoglioni e si fa  la normalizzazione.] anziché distruggerlo culmina nel socialdemocratico a Noske per essere poi ripresa anche da Mussolini e dai fascisti. Ma il progetto di rottura deve fare i conti e finisce per arenarsi sull’omogeneità teleologica e sul peso dei dispositivi della concorrenza mimetica.


IMG: Aleksei-Kruchenykh
Repost 0
Published by Oreste Scalzone - dans ESTATE 05
commenter cet article
19 juillet 2005 2 19 /07 /juillet /2005 00:00

Proprio stamattina, entrando in un caffè parigino, uno di quelli belli del centro, un po’ vintage, tristi e vuoti di giorno ma che ti è facile immaginare animarsi la sera, pieni di fighetti e in-tel-let-tua-li. A terra ha attratto la mia attenzione, un po’ ondivaga in questi giorni febbrili, uno sticker dal tono vagamente tacitiano: “Per il modello di vita occidentale sfruttano e saccheggiano l’intero pianeta”.  E mi è venuto subito da pensare: compagni. Fratelli minori di quelli che più di trent’anni fa partorirono lo slogan, per me mai abbastanza aborrito del “Ci picchiano, ci arrestano, ci mandano in galera e questa la chiamano libertà”. Quanta buona intenzione in questa indignazione (auto)colpevolizzante. Da esaminare senza acrimonia ma con implacabile rigore. Perché è  sintomatica di una catastrofe mentale*. Perché assume e dà per scontata una vigenza unificante del “western way of life” che appiattisce e annulla tutte le differenze, in cui tutti partecipano al privilegio. Ma è la stessa deformazione della realtà determinata dalla statistica del mezzo pollo a testa che oscura e cancella chi non partecipa al banchetto e alla spartizione del bottino. C’è davvero questa pienezza? Marx non faceva il pretino: per lui anche il padrone, come funzionario del capitale, era parte dell’umanità offesa e andava anch’esso liberato.

Ma chi è il soggetto? Quale realtà occulta quest’idea deterministica dei predatori? Il modo di vita si arrovescia in un fine? No, io penso ancora che ci troviamo di fronte a un processo di capitalizzazione. Siamo ancora dentro la follia del capitale. Quella scritta sul pavimento è una cosa bella, ma insensata e subalterna perché offre un’immagine da vecchio periodico di satira, l’omino deformato dalla pressione del torchio, alla Travaso. Io sono cresciuto alla scuola operaista, che storceva il naso al grido di “Agnelli, Pirelli, ladri gemelli”, e mi ha educato a pensare che il capitale non ha luogo né va antropizzato. Ma come si fa, pensando che esista la razza predona, a mettersi a colpevolizzare il leone? E’ una perdita di tempo. Bisogna andare a parlare con le gazzelle! E poi: chi l’ha scritto? Sicuramente un occidentale colpevolizzato. Se è ricco, del resto, c’è un mio conterraneo, Francesco di Assisi, che ha offerto un eccellente modello operativo. Il vittimismo colpevolizzante, invece, si limita a occultare sia l’esercizio della critica sia della possibilità pratica. Alle buone intenzioni io continuo a preferire le buone azioni. Così invece si finisce per indurre servitù involontaria. Diversione, occultamento, senso di colpa, spirito di revanche. Ci fosse un Grande fratello della padronalità dovrebbe favorirne la diffusione, così come il vecchio “chi non lavora non mangia”. Così si seminano solo cattivi sentimenti, mentre in Marx invece c’è una logica rigorosa: presentare le cose come stanno non per lasciare più disperato il proletariato ma perché bisogna passare per questa strettoia per tagliare le catene e cogliere i fiori.

IMG: Magritte

Repost 0
Published by Oreste Scalzone - dans ESTATE 05
commenter cet article

Archivio