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18 juillet 2005 1 18 /07 /juillet /2005 00:00

E allora se dobbiamo seguire la dittatura feroce dell’opinione pubblica, occorre la capacità rigorosa di andare al fondo. Quindi è più importante il nuovo Papa e conviene partire da lì. L’elezione di un reazionario forte, capace di suscitare opposizione, per dirla con il Marx del 18 brumaio, va preso come un’occasione. Alla Nieztsche: quello che non ammazza fortifica. In questo modo, per il Moro di Treviri si rafforza il proletariato. Ma non era nelle sue corde la volgarità peggiorista. Dopo, soltanto dopo, si metteva a cercare, con intelligenza e buon gusto, la risposta migliore, quella capace di rovesciare la forza cinetica avversaria.

Non si accontentava certo della ricerca dell’alibi vittimistico, del tradimento del dio minore in tutt’altre faccende affaccendato per poter badare alle disavventure dei suoi figli. Stavolta non ci sono equivoci: è stato eletto il guardiano dell’ideologia. Meglio un Suvlov quindi che un epigono capace di annebbiare i punti di contrasto. Un ortodosso per altro non privo di acutezza, capace di parafrasare la geniale definizione sui maestri del sospetto (Marx, Nietzsche, Freud) cogliendo la potenza della triade e quindi la necessità di oltrepassare la poltiglia di sangue e merda che ha impastato di sé il “secolo breve” per ritornare ai nodi fondamentali, assai più moderni, dell’Ottocento.

Con uno slittamento semantico significativo: perché Paul Ricoeur parlava di “dubbio” e invocava quindi la capacità di guardare dietro lo specchio, mentre il “sospetto” evocato dal teologo di Colonia è una credenza paranoica, senza messa dubbio. Quello di Ratzinger è un pensiero forte, nemico. Meglio, molto meglio dell’esito grottesco di certo pensiero debole. Guardate l’ineffabile Vattimo, che alla penultima giravolta sembrava assunto all’empireo di nuovo condottiero del cossuttismo – per cui andava anche bene lo stragismo della resistenza irachena ma se un black block tira un sasso non può che essere un provocatore della polizia – e poi rapidamente precipitato nel ludibrio generale per la puntata sbagliata, nel suo paesino calabrese, su una variante forzitaliana della casalinga di Voghera.

IMG:Bacon

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16 juillet 2005 6 16 /07 /juillet /2005 00:00

Stavolta, invece, voglio provare a partire da uno specifico punto, una malattia del pensiero, della parola, sintomo di una mutazione antropologica generale, dagherrotipo della compagneria: l’altrovismo. Una tecnica perseguita scientemente e scientificamente, con sapienza gesuitica e protervia maramalda, che negando le ragioni dell’altro persegue lo scopo perverso di fargli perdere la ragione. Con un metodo semplice: negare sempre la possibilità di determinare una specifica affermazione ma spostare sistematicamente il piano. Dal locale al globale e viceversa. Quando entra in gioco una posta reale, che impone un’assunzione  di responsabilità nella sfera dell’etica pratica, qui e ora, scatta inesorabilmente lo slittamento. All’altrodove. All’altroquando.

 

E’ l’incubo della doxa, della pappa informe dell’opinione pubblica, un pastone maleodorante dove tutto si confonde, la banalizzazione del grandioso: e così si finisce per equalizzare il Papa e Ranieri, Diana e le Twin Towers, lo tsunami e il Ruanda. Che a volte può avere il tratto naif delle vecchie tavole illustrate di Walter Molino per la Domenica del corriere e altre, invece, l’acutezza gelida e icastica eppur superficiale di Baudrillard. Ben maggiore profondità di scandaglio ci offre invece la radicalità critica di René Girard che di Bin Laden coglie l’aspetto inquietante di “concorrenza mimetica”. E su, su, lungo questo tracciato ben venga l’affondo di Emanuele Severino che nell’accelerazione postmoderna dello sceicco coglie non l’altro che si oppone ma una simulazione spettacolare del conflitto, ovvero: “Bin, se ci credi davvero, sei effettivamente dentro la morte di Dio”.

 

Bisognerebbe allora cominciare una lettera, per dirla con Giannino Stoppani, “scrivendo cose di molto intelligenti”, che parlino dell’attualità, cose vaste, colossali. Ma io voglio provare un complicato esercizio di stile. Contro la Doxa che chiede di discettare della crisi politica io voglio partire dalle questioni di principio. Non è il mio campo discettare di governicchio e ritorno alle urne, un’inquietante caso di polisemia, che evoca subito un contesto mortuario, laddove giganteggiano piccoli (i Casini e i Fini, i Follini e i Fassini) e grandi (i Berlusconi e i Veltroni). No, via da questa morta gora.

IMG: Umberto Boccioni

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13 juillet 2005 3 13 /07 /juillet /2005 00:00

Si può giocare con se stessi, credendoci e insieme assumendo il sortilegio contrario, dell’ impegno al “sarò breve”, come fosse l’ultima sigaretta che ti allunga la vita, il messaggio da un minuto. Scrivere cioè la lettera totale con l’ansia dell’ateniese Milziade, sapendo che la dannazione della proliferazione per arrivare ad Aleph impone il passaggio per la biblioteca di Babele*. E’ il paradosso della carta dell’Impero cinese a scala 1:1. La memoria totale è uguale a zero. Poi si ricomincia: sapendo che comunque questo straordinario lavorio sedimenterà grumi di senso, da sottoporre a confutazione.

Stavolta, invece, è scattata la sensazione febbrile, come da chiusura in tipografia del giornale, dell’effetto “linea della morte”. E allora, quando ti sembra che stiano cadendo gli ultimi granelli della clessidra, senti di poter tentare una sorte di virtuosismo musicale, da avanguardia novecentesca. Una formula magica in cui i silenzi contano come i puntini del testo scritto, o gli smiles negli sms… Cose che non è necessario aver detto perché sennò andrebbero sviscerate. A pena di avvitarsi nella vertigine dei rimandi, degli excursus, dei flashback, giù giù nelle rapide delle note a margine e delle ramificazioni. Un pozzo senza fondo: tu aggiungi per scoprire contemporaneamente che manca qualcosa di più. E allora paradossalmente una soluzione parziale diventa la lista della spesa: accontentarsi di tirare fuori  un elenco di punti, confidando, con feroce ottimismo, nella possibilità di poterci poi ritornare sopra.


*A Babilonia

E’ come se qualcuno, che sembrerebbe un indemoniato, avesse un delirio. Lui conosce tantissime lingue e si mette a fare una Babele da solo, oppure parla un dialetto inventato, un gramelot, e pretende che quello sia l’esperanto, o la presunta lingua originaria unica dell’uomo, e la presenta come tale. La cosa è terribile, perché non c’è scampo. Perciò affermo la necessità di una regolarità nell’uso dei codici se sono tali, altrimenti si fa poesia ermetica. Uno non può dire di colpo che lui le parole le usa in un altro senso rispetto ai codici perché per questa libertà assoluta si possono provocare delle stragi per un nonnulla. E quindi non si può dare la stura a tutte le assurdità, proponendole come normative.

IMG: (Domenico Gnoli)

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12 juillet 2005 2 12 /07 /juillet /2005 00:00

 

 

In generale la forma del blog consente una scrittura sinottica. Come in certe antiche Bibbie, senza i limiti della pagina né la pesantezza delle note gerarchizzate tra fondo pagina, fondo capitolo e finali,  grazie al dispositivo ipertestuale dei links. Con l’ulteriore vantaggio che alla profondità dello spazio, con le pagine collegate che definiscono potenzialmente infinite modalità di lettura, si aggiunge la possibilità evolutiva del tempo, fino al virtuosismo del feed back autocorrettivo, o dell’aggancio come in fondo nelle postfazioni. Un meccanismo intrigante che perfino nel libro con Paolo avevamo sperimentato, con la stesura di chiose classiche, proposte anche come note critiche tra gli interlocutori che possono magari anche essere contrari e portare delle confutazioni, ma comunque a partire da una disponibilità alla complicità di fondo. Questo  funzionamento un po’ a cannocchiale più che alle scatole cinesi o alle matrioske deve far pensare al lavorio degli archeologi o dei geologi. Si parte dalla superficie, uno sterminato scartafaccio, poi si scava e si riparte da una radice. La forma che rende di più è quella – per dirla con Guattari, del rizoma, la patata, che corre orizzontalmente e si ramifica, ma comunque la radice e gli sviluppi si confondono abbastanza. Questo può valere anche come modello di relazioni perché è ancora meno chiuso del cosiddetto reseau, la rete, e quindi non è piramidale, ma in più è orizzontale e ramificantesi. E comunque si può sempre stabilire per convenzione qual è il cominciamento e la fine, sempre provvisoriamente definitiva, fin quando non si può dire le lezioni sono finite e suona la campanella.

Oreste

IMG: murakami

 

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27 juin 2005 1 27 /06 /juin /2005 00:00
PAOLO PERSICHETTI HA SCRITTO IL 23 GIUGNO 2005:

Alla direzione della Casa Circondariale di Viterbo

PRESO ATTO del mancato accoglimento da parte del Tribunale di sorveglianza di Roma , udienza del 10.6.200 , del reclamo avverso il rifiuto della concessione dei permessi di uscita , pronunciato dal magistrato di sorvzeglianza di Viterbo , il 17.02.2005. Rigetto nei confronti del quale, il collegio giudicante lamenta : la mancata conclusione dell’osservazione della personalità come ragione essenziale che allo stato impedirebbe l’accoglimento del beneficio richiesto, mostrando di non condividere il giudizio apodittico sulla PERICOLOSITA SOCIALE e sul PERICOLO DI FUGA , nonché sulla MANCATA DISSOCIAZIONE , sottolineati invece dal magistrato viterbese;


CONSIDERATO che, trascorsi quasi tre anni dalla reincarcerazione con posizione giuridica da definitivo, di cui due anni e sei mesi passati all’interno dell’Istituto penale di Mammagialla, per un episodio risalente al1987 e passato in giudicato nel1991, dopo due anni dalla entrata nei termini di legge che danno accesso ai benefici, e stante l oltre decennale percorso compiuto all estero, tale inadempienza non puo essere certamente attribuita al detenuto, ma e conseguenza dell atteggiamento omissivo che ha ispirato la affettata risposta pronunciata senza aver prima disposto l aggiornamento delle relazioni trattamentali, risalenti al novembre 2003;


VISTE le ripetute richieste di assegnazione in un istituto penale romano, motivate con le esigenze di avvicinamento familiare e di un contesto carceratrio piu sensibile , disponibile ed attrezzato a prendere in considerazione gli impegni di studio e lavoro, che per evidenti ragioni strutturali e ambientali non vengono adeguatamente garantite nella sede viterbese, con grave ripercussione sullo stesso percorso trattamentale, di cui poi si lamenta la mancata osservazione, e sulle prospettive postcarcerarie;


TENUTO CONTO della palese melina procedurale con la quale si e finora elusa la applicazione dell ordinamento penitenziario da parte delle diverse autorita giudiziarie e penitenziarie competenti, stratgia che richiama alla memoria la vicennda narrata in un noto romanzo di Kafka, nel quale il protagonista si ritrova avvinghiato da un implacabile dispositivo burocratico che fa dello scorrere del tempo la condanna pronunciata nei suoi confronti;


PER QUESTE RAGIONI


Ho deciso di intraprendere uno SCIOPERO DELLA FAME finche la richiesta di trasferimento presso una sede carceraria romana di tipo penale non verra accolta. Ove mai la classificazione EIV disposta nei miei confronti dovesse costituitre una ragione ostacolativa alla domanda , chiedo di essere declassificato.


Viterbo-Mammagialla 23 giugno 2005



Di : PAOLO PERSICHETTI
lunedì 27 giugno 2005
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27 juin 2005 1 27 /06 /juin /2005 00:00

Paolo ha iniziato lo sciopero della fame.

Dopo quasi tre anni di detenzione a causa di un'estradizione iniqua, "giustificata" da una montatura il cui principale responsabile è il PM Giovagnoli della Procura di Bologna, a Paolo viene sistematicamente rifiutato ogni beneficio previsto dalla legge (vedi permessi o trasferimento ad un carcere dove possa proseguire i suoi studi).

Pur essendosi dimostrata inequivocabilmente l'estraneità di Paolo rispetto alle accuse addotte come pretesto per la sua deportazione in Italia, non si scorgono segni ne di ammissione da parte magistrati inquirenti del plateale "errore" nè tantomeno la pur minima volontà di applicare, da parte del giudice di sorveglianza, quanto previsto dalla legge a suo favore.


La decisione presa da Paolo è di estrema gravità, abbiamo cercato di dissuaderlo con tutti i mezzi, ma a questo punto non possiamo eludere di assumerci la responsabilità di appoggiarlo senza se e senza ma!


Nelle prossime ore inizieremo una campagna di appoggio che prevede fra l'altro l'invio di mails al centro penitenziario, al giudice di sorveglianza ed ai parlamentari che fanno parte del comitato creato a suo tempo a suo sostegno.

Siamo in attesa di un messaggio personale di Paolo.

Nel frattempo preghiamo di diffondere la notizia con tutti i mezzi a disposizione.

 

webmaster blackblog

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27 juin 2005 1 27 /06 /juin /2005 00:00

Chi ha paura di Paolo Persichetti?

Paolo è nuovamente vittima dell’accanimento dei giudici che lo ritengono socialmente pericoloso.

Non possiede infatti il profilo idoneo per godere di un permesso: non è un pentito ne un dissociato.
Se le leggi non garantiscono il livello repressivo desiderato , ecco la psichiatría criminale.

Che la terra sia piatta ed immobile ce lo ripetono da secoli: eppur si muove.

Daremo battaglia.

Ignazio

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26 mai 2005 4 26 /05 /mai /2005 00:00

Articolo disponibile per diffusione in formato word, pdf ed html:
http://ddata.over-blog.com/xxxyyy/0/02/97/53/bolognalunedi-9-maggio05.rtf
http://ddata.over-blog.com/xxxyyy/0/02/97/53/bolognatext.htm
http://ddata.over-blog.com/xxxyyy/0/02/97/53/bologna-9-maggio05.pdf


Per ricominciare a parlare di Amnistia

Possiamo dircelo, insegnarcelo a vicenda, compagni, compagne, persone amiche (e anche non...): chi dice movimento dice qualcosa di quasi altrettanto complesso, contraddittorio, enigmatico, sfuggente, incomprensibile a “colpo d’occhio”, e irriducibile innanzitutto a semplificazioni, a categoricità di giudizî, a sicumèra. Dice qualcosa di altrettanto irriferibile, d’indicibile spesso, di resistente , di entusiasmante e disperante, di chi dica mondo. Di chi dica...vita, essere, tempo, senso, o anche solo ...specie, “razza umana” , o che so liberazione, o lavoro...

1. La preistoria
Quando, nel giugno del ‘78 (poco più di metà del tempo che si dice trascorso tra Hiroshima e stasera....), un quartetto di noi Del Giudice, Piperno, Scalzone, Zagato.. (nomi come tanti, che sarebbero di lì a poco passati al proscenio del “Circo Mass-mediatizzato dell’Inquisizione d’ Emergenza” aperto al pubblico con l’opening night del 7 aprile ‘79 ) un ‘quartetto’ di no aveva avanzato sulla pubblica piazza, rivolgendo la voce in tutte le direzioni, una riflessione ad alta voce sul tema dell’ AMNISTIA, mi pare di ricordare che, con bella ingenuità, ci sembrava che le difficoltà (per dire un eufemismo) sarebbero venute dall’ “alto”, dall’“avversario “ o come altro si volesse chiamare il “nemico” (così lo avevamo percepito, largamente peraltro ricambiati e, da ultimo, con l’interesse - non si sarebbe tardato a vedere - con interessi “da capogiro” e “ composti”).
E invece, quella che poteva sembrare un’ espressione ovvia, naturale (cioè, beninteso, come se), un po’ come “Pane pace libertà !” d’altri tempi e luoghi ; o, per venire a noi, o “Più soldi e meno lavoro !” “reddito d’esistenza !”, “ pari riconoscimento della diversità, del differente !”, si rivelò una parola quant’altre mai mal’amata. Quasi colpita da un sortilegio, un’inibizione, un’ auto-censura, prima ancora di poter essere formulata ‘a fior di labbra’, mormorata tra noi, sillabata, anche solo per prenderla in esame, discuterne...

2. Una parola malcompresa
Amnistia, Amnistia ! fu parola subito mal’amata (non mi permetterei di dire, “malcompresa”). Troppo “day after”, troppo rimante con sconfitta (e questo era incontrovertibile, la ragione per cui veniva proposta come “qualcosa da rivendicare” era che si considerava che sconfitta ci fosse stata).
“Rivendicare”, “rivendicazione” : non “mendicare”, e/o “reclamare” : “rivendicare” nel senso che il termine ha nel “sociale”, e in questo caso non già nel senso sindacale, di domande, conflitti, “pre-cotti”, prestabiliti, “piallati” entro limiti rigidissimi di “compatibilità”, addirittura fino a concertazioni rigorosamente difensivi, di resistenza, comunque dominati dalla assimilazione dell’idea che la vita è “variabile dipendente” rispetto alla logica dell’economia, del sistema, così come della ragion di stato (che, esse, sono mezzo & fine, strumento e orizzonte, che hanno ragion-d’essere, “in sé & per-sé” ).

3. Per non parlare di sconfitta
“Sconfitta” : per un punto di vista “materialista critico”, ovviamente , non si può escludere (sconfitta in una guerra, in una battaglia, sconfitta di un intero ciclo). Che questa non debba, non debba esser considerata definitiva e totale, beninteso, questo è importante : la Comune è, per certi versi, qualcosa che non è mai morta, come dice la canzone; che, anzi, ci parla di futuro ; ma che, su un piano d’immanenza, sul terreno dell’immediatezza e dell’effettualità, essa fosse stata schiacciata, a noi sembra incontrovertibile, e il non voler/non poter riconoscerlo è foriero di mortificazione , effetto ‘mortifero’ di vertigine “soggettivistica “ mortale come il volo di Icaro.
Però così era, nelle passioni, nel pathos abbigliato in Teoria, Etica pubblica, Ragion Rivoluzionaria! (anche questa è la complessità stra/ordinaria, sempre in bilico tra sublime e demenziale, di ciò che si chiama “movimento”) Rivendicare un’amnistia sembrò implicitamente arrendersi, anzi, essersi arresi ; nominare la sconfitta era vissuto come crearla, come anticipazione di una disfatta a quel punto annunciata, disfattismo come fosse “previsione creatrice”, “profezìa autorealizzantesi”, “mal’occhio”. Appena un mezzo passo di lato, e "amnistia !" era malamata, sprezzata, ostica, invisa, contrastata, deformata, calunniata da un punto di vista opposto, speculare . Esso non era né “nobile” né “demenziale”, all’inizio era un po’ infimo, avaro, micro-corporativo. Poi è diventato, a tratti, a volte, “anche gratuito” ; senza “ utilità”, necess[arie]tà”, vera. Quasi un “se non è esclusivo, non ci interessa”.


4. Un sottofondo comune
C’era, tra l’uno e l’altro esito, un sottofondo comune : non solo nel metodo, nell’intolleranza, nel carattere categorico, immediatamente risentito con chi dice altre cose, non è sulla stessa linea, non conferma aspettative né vi si conforma. Una sorta di disaccredito , nutrito da scandalo per il fatto stesso che ci sia qualcosa e qualcuno di altro .Questo denominatore comune, per esempio, ai continuisti nell’affermarsi identici a se stessi ; o in quelli di assolutizzare ciò che si dice ed è “nel momento” è un esito, ci sembra, unilaterale, in qualche modo, della dialettica fra elementi, sfaccettature, “ingredienti” di quella che era stato un medesimo denominator comune di “mentalità” : la super-semplificazione binaria, dicotomica, per assoluti contrapposti in coppia, talmente speculari, simmetrici da essere ciascuno rovescio dell’altro.

5. I cicli dell’amnistia
Dopo tre cicli di sette-otto anni
78- 87 : l’assoluto isolamento "amnistia" come “parole al vento “, come un disco rotto lo spazio, lo spessore del filo di un rasoio, di un funambolo o che forse manco c’è. .
87- 97 : ‘svolte’, convergenza, illusioni. Troppo poco audaci per esser realistici. Canto del cigno e pietra tombale, la legge d’indulto in Commissione Parlamentare “Giustizia”
Poi , 97 sino ad ora, silenzio assordante ; “manco a parlarne“
Ora se in concatenamento occasione Pannella “size the time/ do the right thing” . Io ho il destro di dire a quelli che, con un'unanimità rotta solo da preziose eccezioni quali la vostra , “continuate a dire manco a parlarne? amnistia è parola irriferibile”? Oppure se io dico: "ma vogliamo dire sì a un indultone che metta fuori i disperati; che liberi da spade di Damocle e sgravi da ipoteca 4000 manifestanti new global ; nonché se dico vogliamo cominciare ad aprire la discussione su un percorso di “ soluzione “, su qualche iniziativa preliminare, sulle pre-condizioni ? Forse dopo disperanti isolamenti, e poi “false partenze/falsi movimenti “, e poi ricadere all’indietro, questa è la prima volta in cui Amnistia ! è, in qualche modo, fatta propria virtualmente e non più malamata dall'insieme del Movimento.

6. Iperrealismo della ragione politica
Forse per chi si è subito mosso (come Cobas, Papillon, voi), non si può neanche dire che sia servito il mio ‘declic’ : evidentemente, non c’era un ‘blocco’ totale, un tabù come quello che invece si rivela nei silenzi come nelle vociferazioni dei “ troppo assenti “. Appunto per questo è necessario (proprio noi che rifiutiamo l'alienazione politica, il ridurre la vita dentro il perimetro, i limiti, i bordi della “ cassaforma “ del Politico ), ragionare in termini “à la guerre comme…”. Rasoio di Ockham. Bisturi quasi di iperrealismo della “ ragion politica”. Ecco : non ci si stupisca. Non è come un esitare di fronte al salto , o diventare improvvisamente “parsimoniosi, come di chi abbia finalmente un “gruzzoletto”. Se si chiudesse, cortocircuitando, precipitandosi su una piattaforma, richiesta, o progetto di legge, o documento, sarebbe “un peccato”. Se non vogliamo un sicuro esito come per l' indulto del 97 , bisogna agire su alcune pre-condizioni. Anche solo per essere realisti, bisogna volare alto, andare in profondo. Prendere da angolature preliminari. Di questo vorrei parlare già da stasera con voi .

7. L’esempio sudafricano
Nei giorni delle vociferazioni sinistre e oscene CONTRO LE PRESCRIZIONI (della “fase di andata” di cui sopra,) qualcuno aveva evocato la “ragionevole” idea direttrice di una soluzione politica d’amnistia per il contenzioso mai risolto – anzi, “residuo sempre più irrisolto” – dei cosiddetti “anni di piombo” (gli anni di quella che, con sguardo d’insieme e necessaria distanza, potrebb’esser definita una lunga onda d’urto di sovversione sociale, terreno di coltura del prodursi di uno “stato d’insurrezionalità endemica prolungata, subacuta e cronicizzatasi”). Ma in quegli interventi, la ‘cosa’ veniva legata al richiamo suggestivo (a cui tanti, tante “teste pensanti ” si sono applicate) alla "Commissione- Verità e Giustizia" nel SudAfrica “di Mandela”. Ora – come in modo pertinente altri avevano fatto notare – articolare le due cose era improprio, e il mettere una forma del tipo di quella Commissione come pre-condizione di un’amnistia sarebbe risultato sviante e iniquo. Nell’esperienza sudafricana, infatti (a parte molte altre differenze) alla tavola della Commissione si confrontavano figure di tutte le parti in causa: c’erano l’ANC e Winnie Mandela, e c’erano i responsabili dell’ Apartheid, i De Klerk… c’erano i neri e c’erano gli Afrikaner, i sommersi e i salvati, gli oppressori e i ribelli, le fazioni… In qualche modo, alla cosa mi pare si possa dire che avrebbe assomigliato di più (anche se sono allergico alla dizione) l’idea del “Grande Pentimento” di Cossiga…

8. Le correzioni di rotta
Nel far incrociare le cose, si arriverebbe a degli assurdi, degni di straparlare osceni come quelli dovuti sentire, nella “fase di andata”, da un Giovanardi o un Montefoschi (cfr., le demenziali sconcezze su “i "terroristi rossi" come figli di papà in spyderina, ricchi che sparavano ai poveri e sono stati coccolati dagl’intellettuali di sinistra”!) : sta’ a vedere che il ‘luogo’, l’emblema paradigmatico delle impunità, del sottrarsi alle proprie responsabilità, dei “misteri su cui far luce”, diverrebbe un pugno di nojaltri, un pugno di “stracciaculi” latitanti ! Forse che dovremmo spiegare anche le Ustica ? Fausto Bertinotti e Massimo Cacciari, col garbo che si deve ad un errore che si presume ‘da malinteso’, spiegavano che i due piani e i tempi si dovrebbero separare : un’amnistia, che è tutt’altra cosa, e poi eventualmente ben venga la “tavola”… Forse – anzi, assai probabilmente – a rischio di sorprendere, e quasi certezza di attirare come minimo perplessità, o anche riprovazione e altra forma di ostilità all’occorrenza anche mal-pensante (e mal/ -dicente, -evola, -animosa), sprezzante, da parte di molti anche inscritti in quello che si dà, pur in senso lato, come “nostro campo”, (magari compresi gran parte di ‘quelli dell’assordante silenzio, del “neanche a pensarci, dato il clima” ) ; sapendo dunque di poter magari amareggiare, deludere, addolorare alcuni e alcune, sarei portato a dire : l’importante è disgiungere.
Se rivendicare in queste condizioni una misura concreta di "rinuncia alla pena" dovesse essere solo il destro offerto ad una sorta di sordido (in alcuni casi consapevole, intenzionale ; altrimenti come effetto, come risultante ‘sistemica’) “gioco della crudeltà”, tanto vale congelare la rivendicazione esplicita d’amnistia, e rilanciare – prendendo in parola chi l’ha sollevata – la proposta, la sfida, della “tavola” sul modello della Commissione in SudAfrica.

9. Il nome della tavola
Per questa “tavola”, non si potrebbe che partire dal “titolo” generale, che non può che essere “ politica e crimine” – nella storia, nel pensiero giuridico, etico, critico, politico. "Crimine" di Governo, "crimine" di ‘Ragion economica’, "crimine" di ‘Ragion di Stato’…, "crimine" d’ideologia, di rivoluzione, di "Giustizia penale" -e anche di giustizia-, o di libertà, o –perché no ? – amore… Ecco : di questo immenso “libro”, noialtri possiamo costituire un capitolo, non certo la totalità, né la quintessenza… Rimessa la cosa su delle gambe, la discussione sulle legittimità, il senso, i nonsensi, della memoria e dell’ oblìo, della pena e della "rinuncia alla pena" -o "oblìo giudiziario"- , può procedere in modo non becero e specioso, viziato e in definitiva impotente. E dunque, potrebbe incardinarsi un dibattito, anche controverso, su un’ amnistia, o amnistia/indulto, comunque su misure ‘di tipo amnistiale’. Per ora, il discorso si ferma qui : a questa sfida sulla “tavola”. Non senza anticipare un qualcosa che riprenderò: l’offerta rinnovata a “metterci del mio”. Perché "un’amnistia è sempre anche reciproca": amnistia del contenzioso, di “debiti”, “crediti”, identità di “vittime”, percentuali di “colpa”. Questo, non ha nulla a che fare con pacificazioni dei conflitti. Anzi io parlo dell’ idea direttrice - che, per dirla con Foucault, è diversa tanto da “utopia” che da velleità- di un abolizionismo penale radicale (e su questo torneremo.)

10. L’origine dell’errore
Basti solo dire, qui, che noi riteniamo che proprio dalla sostituzione del nocciolo vivente dei movimenti sovversivi operai, proletarî che – diciamo, forzosamente come sempre un po’ quando si “data” – s’erano dispiegati tra il 1848 (quel “’48 mille volte maledetto dai borghesi”,) e la primavera ’71, quel 18 marzo dell’insurrezione della Comune di Parigi (che “sarà sempre e comunque la più gran festa del proletariato”); dalla sostituzione della radicalità del comunismo come movimento, idea-forza comune nell’"Associazione internazionale dei lavoratori", con molti altri ‘ingredienti’, dottrine ideologie pratiche, di sostituzione – primo e peggiore, lo statalismo, (di Stato peraltro “etico” ed “etnico”, di matrice lassalliana, come assurdità vertiginosa di vederlo come “presidio” degli sfruttati contro la classe padronale) sia iniziata quella catena di arrovesciamento controrivoluzionario delle "Rivoluzioni" e dei "©omunismi", che si è nutrita dei sotto- e bassi-fondi peggiori delle “teologie dello Stato”, aggrovigliate con la “auto-teizzazione” del ‘dispositivo cronofago cosmo-macchinico-poïetico’ dell’ Economico, del Capitale.Le dialettiche della Colpa e del Castigo ne sono intimamente costitutive ….

11. Parlo per me
Non rappresento alcun altro, dunque non per arroganza, ma per scrupolo di verità, parlo per me. Sono disposto ad offrire – senza ovviamente alcun "riconoscimento di debito” nei confronti della Giustizia penale del ‘mio Paese’, dello Stato, le sue istituzioni, i "Poteri costituiti", l’ establishement/nomenklatura e al contempo – preciso – con una totale assenza di risentimento o sprezzo nei confronti di qualsivoglia “vittima” che gridi vendetta – piuttosto, con la pena e l’orrore di vedere queste persone, innanzitutto esse stesse, per prime, schiacciate su una condizione mortificata, morta prima ancora che mortifera —, sono dunque disposto a ‘mettere quel che posso’ come contributo ad una " riparazione simbolica”. E “quel che posso” è rinunciare ad una prescrizione che viene, e ritornare alla condizione di partenza, come qualcuno che, volontario o estratto a sorte, propone “al Moloch” una "bassa intensità" della consumazione del rito del " capro espiatorio ". Questo “mettere quel che posso” lo avevo già offerto, sottoposto alla discussione ‘tra noi’, come tentativo di azione di resistenza umana, come iniziativa tesa ad acquisire degli obiettivi di difesa, di salvezza, di persone con cui ho condiviso aspetti elementari di vita e destino (motivi questi, che continuano peraltro a starmi ‘disperatamente’ a cuore …). Il silenzio, il tentativo di dissuasione, compatto, senza praticamente eccezioni, che sono andato raccogliendo, era in parte commovente, tanto era attribuibile innanzitutto ad una reazione ‘protettiva’, di affetto; ma, almeno altrettanto, esasperante, per il carattere surrettizio e spesso sofistico degli argomenti. (certo, è segno d’amore il sacrificare intelligenza e ridursi a dire delle banalità zoppicanti, per trattenere qualcuno dal far qualcosa che sembra possa nuocergli, cadendo però nella solita trappola di “decidere ciò che è bene per qualcuno, ritenendo di saperlo meglio di lui”).

12. Attenti ai rischi
Ecco: anche di questo credo di avere in qualche modo una certa legittimità a voler discutere, senza argomenti ‘di suggestione’, e col massimo di pertinenza : affinché un gesto interpretabile "piuttosto nei termini spinoziani della necessità, che in quelli sartriani della scelta" possa essere valutato senza sovradeterminazioni comunque ‘impertinenti’, e all’occorrenza possa essere spremuto come un limone, non lasciato sprecarsi, come un frutto che marcisce non còlto .
Se a questo punto un contributo da parte mia, un contributo ‘nostro’, cioè del sottoscritto e del pugno di compagne e compagni più vicini e ‘complici’, può avere una qualche utilità, essa non risiede in una compiaciuta ripetizione, nel ‘darsi ragione’ a vicenda, nel felicitarsi della sintonìa trovata, nel sottolineare il piacere (soddisfazione, e se si vuole consolazione) di potersi dire che un qualche passo avanti lo si è fatto. A rischio di apparire ai proprî stessi occhî una sorta di guastafeste, d’in/contentabile, conviene aver l’occhio, ai possibili ‘angoli morti’, al rischio del ripetersi del ‘già visto’, dei punti d’inciampo e delle trappole, e degli effetti-boomerang sempre in agguato.

13. Un sogno nel cassetto
Per tentare di dirla in breve, in parole povere, ‘terra-terra’, ‘nude e crude’ e ‘dandosi appuntamento’ ad altri luoghi, forme, momenti per approfondire assieme, con un metodo di ricerca, anche di controversia, mirante a una incessante auto-correzione, reciproca, comune, e via via con altri. Se qualcuno mi dicesse, come in un gioco-di-società, e sul serio da bambini, da notte di San Lorenzo, "esprimi un desiderio"; il mio sogno non dovrebb’essere la speranza impaziente di vederci/vedervi ‘passare all’azione’ così, allo stato attuale delle cose, contentandosi dello ‘stato dell’arte’, ‘chiudendo’ il perimetro, assumendo ciò che è già come grado di disponibilità, ‘volume’ e spessore dell’argomentazione delle ‘ragioni’, grado di messa a punto degli utensili d’ogni tipo, livello d’intensità delle motivazioni. Vale a dire quell’essere sufficientemente agguerriti, in un crescendo sinergico di passioni ‘ragionate’ e di ragionamenti sufficientemente appassionati da potersi tradurre in dispiegamento di ‘potenza’, di azione. Naturalmente, ‘a caval donato non si guarda in bocca’, e una volta che ‘la cosa sia partita’, mettersi a vociferare di false partenze/falsi movimenti può essere la cosa peggiore. Però non siamo ancor là.

14. Un gioco al ribasso
Ecco: per spiegarmi. Fosse per me, non spingerei, tirerei per la giacca Giovanni o Paolo (poi che loro sono qui stasera), perché assieme con alcuni altri ‘amici e compagni parlamentari’ – che per molti come me possono essere un po’ ‘paracadutati oltre le linee’, o esploratori e mèssi, diciamo, in modo semiserio, in partibus infidelium – si precipitino a ‘rilanciare’, proponendo un disegno di legge d’amnistia e/o indulto ; o come prima cosa si facciano promotori di testi, ordini-del-giorno, mozioni da far circolare, nel Parlamento italiano e/o a Strasburgo. Né proporrei a ‘cerchie’ più o meno ‘fisicamente’ prossime fino a quelle divenute ‘familiari’; e poi passando alla articolata ‘galassia’ di un rizoma continuamente in estensione di attiva disponibilità alla solidarietà (certamente, in una relazione d’empatia, e se ci sono limiti, difficoltà ad una azione efficace, questo dipende dal doversi confrontare a problemi colossali e volizioni ostili con forze ìmpari e a volte con la sensazione di battere e ribattere, girando intorno, su rompicapo, su problemi formulati, posti in modo che non ammette soluzioni, talché si ha a volte la sensazione di un rovello senza sbocchi, senza scampo) di cominciare con lo stendere un cahier des doléances, una richiesta, un reclamo, un appello. Credo che, se si ‘partisse’ così, se si ripartisse da una ‘focalizzazione’, da un obiettivo così ‘concentrato’, non si potrebbe che andare, direi, sicuramente a conoscere ciò che si è vissuto all’indomani del voto, nella commissione-Giustizia della Camera del Parlamento italiano, del progetto unificato d’indulto, sul fare dell’estate ‘97. Sarebbe un peccato. Per questo credo che si dovrebbe aver la forza come sorprendendo l’uditorio con una sorta di (apparente) ‘ribasso’ di esser noi per primi a dire: non lanciamoci subito nel ping pong “Amnistia, sì! o no!”.

15. Non avere fretta
Un po’, intanto, con in testa la capacità di sorprendere, l’affermazione di radicale indipendenza, fino a sfiorare l’impressione di una sorta di ‘autarchica affermazione di autosufficienza’, del Diogene che dalla sua botte risponde ad Alessandro Magno che gli domanda cosa gli serva, replica, “niente ti chiedo, se non che ti sposti per non continuare a far schermo al sole”. Non si tratta di una vertigine di arroganza, a ostentazione di un’autosufficienza, di ‘lusso’ di un piglio orgoglioso. E’ che, se noi vogliamo non rischiare il velleitarismo, le conseguenti frustrazioni atroci, nonché la dissipazione di un embrione di ‘potenziale’ è meglio sapere che nessuna misura di ‘soluzione politica’, d’amnistia o di tipo amnistiale, è pensabile, se non collochiamo il discorso su un livello più alto, non investiamo piani, questioni, nodi di problemi più ‘vasti, generali, fondamentali’, che peraltro hanno una loro pregnanza, a mio modesto avviso, che non può non coinvolgerci come militanti, come gente che considera che una trasformazione radicale delle cose, del loro ‘stato’ e del loro corso, è necessaria; e che la scommessa sulla sua possibilità è una sfida permanente. Per questo penso che dovremmo dirci, e dire, ‘non ci sperate. Non veniamo a offrire la testa allo scempio di ‘tagliagole d’infimo genere’, che non aspettano che dare il via ad una riedizione del loro gioco della crudeltà. Per quanto ci riguarda, congeliamo aspettative e rivendicazioni. Facciamo come se non avessimo fretta. Dichiariamo unilateralmente una pausa, un’epoché’. Secondo me, se ci riuscissimo, dovremmo fare come se non avessimo fretta.

16. L’affaire Izzo
Non dobbiamo subire la coazione a confermare le loro previsioni di gente pronta a giocare il gioco abietto (se fatto da umani) del gatto-col-topo. Non precipitarci a combaciare con la silhouette che hanno tracciato sullo specchio, apposta per noi. Non essere, spinti da coazione, ad essere come irresistibilmente attratti dalla trappola, dalla gogna che ci hanno preparato… Perché questo – almeno alcuni – hanno mostrato e ri-mostrato di essere. Chi (come, salvo convincente smentita, come il ministro Castelli) ha tentato di speculare perfino su una vicenda da incubo come l’affare-Izzo, merita lo si consideri, non già un nemico, ma un abietto personaggio, indegno di esser gratificato della qualifica di «Nemico». Comunque, possibile che si possa lasciar gente di tal risma continuare a vomitare quelle che sono, peggio che il resto, idiozie ? Che non si obietti, fulminandoli, che ciò a cui rinviano vicende come quella, non è certo un preteso “lassismo”, la ‘manica larga’ nel concedere “semilibertà”, ma, esattamente, il torbido sottobosco di premî a delazioni, il mercato delle infamie, roba da “cordate” poliziesco-criminaloidi, nelle sentine grigiastre dei “rami” delle “buoncostume” e delle “squadre narcotici” … ? E soprattutto, che l’evidenza talmente evidente da restare occultata, come la «lettera rubata» di Poe, è che il moltiplicarsi di vicende “alla Izzo” rivela il fallimento del “fatto-carcere” ?

17. Il carcere è criminogeno
Il “dettaglio” delle “semilibertà” è solo un’occasione di disvelare la natura organicamente, intrinsecamente «criminogena» del carcere, e più in generale il sinistro assurdo penale. Talché la principale conseguenza logica andrebbe nel senso di un radicale abolizionismo penale «come idea-direttrice», per dirla con Foucault (in «Difendere la società»). Bisognerebbe, compagni e compagne, portare il discorso, imporre il terreno dell’agire per rimuovere degli ostacoli, cioè lavorare sulle pre-condizioni. La questione del quorum è, paradossalmente, la più semplice, roba d’“intendenza”. C’è tra noi (a cominciare, stasera, da Giovanni Russo Spena, da Paolo Cento), una serie di persone che ha elementi, strumenti, un ‘sapere’ ben maggiore del mio — si tratta di escogitare, provare, innescare processi a catena…Ben più radicale è la questione dell’uso delle «parti civili», lo scatenamento di una vera e propria “ossessione punitiva”, di una “tossicomanìa penale” di cui il sottoscritto ha parlato e continua a parlare, non foss’altro che perché spinto dalla molla come di un’ ossessione. IL “loro » punto debole, è che ciò che fanno in materia è criminalità pura, roba da peggio-che-prosseneti.

18. Ma nessuno è sottouomo
Questa mentalità mostruosa li colloca su un piano intellettuale ed etico non così lontano da quello degli Izzo (beninteso, noi non scenderemo mai sino a disconoscere a chicchessia la qualità di «umano» : demonizzazioni, « bestializzazioni», dinieghi di umanità, classificazione come «sotto-uomini» – fosse anche per il peggiore delle SS – fa saltare a pie’ pari dentro il paradigma a cui le SS si ispirano … Ciò detto, e considerato che ci interessa la critica, e pratica, di sistemi, rapporti sociali, logiche, istituzioni…., e non la “‘caccia a Colpevoli”…, è evidente che non possiamo risparmiare a chicchessia un giudizio di aberrazione intellettuale, e abiezione etica. Ecco : la tipologia-Castelli è – al di là dell’ inimicizia – spregevole (parliamo, ovviamente, delle sue manifestazioni pubbliche ; parliamo di enunciati, di comportamenti, di decisioni…, non ci interessa mai — per presuposti di metodo – voler attingere, che so, la “verità vera”, ultima, sulle intenzioni di chicchessia…). Potete capire cosa pensiamo del livello di degrado espresso dalle logiche che ispirano i comportamenti, poi, di un Brutti, pronto a fare il “portatore d’acqua” dei “Castelli” ; pronto a contravvenire persino ai ‘riflessi condizionati’ delle “opposizioni di Sua Maestà”, che – non foss’altro che per faziosità da concorrenza – non usano andare in soccorso di un governo periclitante che “‘va sotto”…, sol che si implori il loro voto per salvare una legge forcajola (come bene hanno mostrato Antigone e altre associazioni a proposito del balletto intorno).

19. Un’offensiva culturale
Ecco: si tratta di condurre una fase di offensiva : “culturale”, su temi di fondo, ‘a tutto campo’. Il prendere in parola il discorso del “modello sudafricano”, rinunciando ad avvalersi dell’argomentazione di un Bertinotti ed un Cacciari che dimostra in modo incontrovertibile quale dovrebb’essere la sequenza . Per dire : “Non importa. Ci va bene che prima si vada a questa “tavola” ”, io credo sia una carta da giocare. Con lucida, implacabile, stringente postura offensiva. Mi permetto di attirare la vostra attenzione sull’argomento che ho abbozzato altrove sulla domanda: c’è qualcuno che ha il coraggio, la sfrontatezza di argomentare ciò che è implicito in tutta una serie di discorsi e attitudini (a livello di "società politica", "intellettuale", mass-mediatica, civile), in uno scenario di estenuanti e disgustosi giochi multipli e incrociati di doppio-pesismi, fra [de]negazionismi e iperboli accusatorie, giustificazionismi e demonizzazioni ‘a seconda’, a rispettive e reciproche alterazioni continue dei parametri, dei pesi e misure, dei codici, dizionarî, presupposti, grandezze, durate, regole del gioco; in un estenuante misto di omologia, di perfetta specularità, di mimetismo parossistico, in una competizione in cui ogni asserto e atto è al contempo disconosciuto, auto-contraddetto ‘alla fine della fiera’.

20. Il Carnevale della storia
Questo carnevale al contempo ipocrita e sfrontato si consuma a saldo di un "secolo breve", cominciato col colpo di pistola di Sarajevo e prolungatosi fino a oggi, gocciolando sangre y mierda, mettendo capo a un unico immenso ‘Libro nero’, tra sterminî e controsterminî, colonialismi e controcolonialismi, totalitarismi e contro-, rivoluzioni e controrivoluzioni. Fino al kitsch di stili – post-moderno, post-economico, tecno-capital-statale assolutista totalitario integrale – ai bordi del ‘post-umano’ (considerato come insieme, di tutte le tesi e le ‘antitesi’, tutte le ‘dialettiche’ e sintesi, le guerre e le paci che ci propone, tutti i rompicapo, i dilemmi che ci impone per finire attratti nel fango per schierarsi come àscari, sbirri, kapò di una delle facce, delle sue Coppie maledette, tentacoli dell’Idra a terminazione bicefala).

21. La maledizione di Giuda
Dopo questo secolo illusionista, in cui il pensare è ridotto a Propaganda di guerra di concorrenze sleali, competitive a morte ma in ultim’analisi coalizzate contro il basso, gli ‘asini tra i suoni’, secolo illusionista di logos ridotto a cappî di un generale incaprettamento/autoincaprettamento logico, etico, sentimentale, unisono di cacofonie formanti stridore uniforme, agghiaccianti vociferazioni urla sussurri di ircocervi di lup’agnelli facentisi lupo nel pretendersi agnelli, in cui questa specie animale parlante, razza umana mortale, è fuoriuscita dal ‘campo magnetico’ dell’ "istinto di conservazione della specie", comune a tutte le altre, realizzando il più colossale esempio di autodistruzione mai verificatosi nella sua intera vicenda, nonché del ‘vivente’ è possibile che, alla fine di questa fiera insanguinata e atroce fino al grottesco, ad un pugno di gente ‘senza alcun ‘santo in Paradiso’, e solo ad essa e per sempre ‘senza santi’, venga riserbata la parte in commedia che una certa teologia ad usum assegnava a Giuda Iscariota, “l’unico certamente dannato se ve n’ha, poi che ce n’è”, paradigma del Maligno, del "Male nella Storia" ?

22. Una domanda, per finire
Un ultim’esempio : tutti i Soloni-AnimeBelle predicano le virtù delle pacificazioni. Le predicano a Tutsi a Hutu a Ceceni a Ebrei a Palestinesi, Israeliani, Algerine. Si chiede oblìo, “rasserenamento”, elaborazione del lutto, uscita dall’arrocco che necessita di Vendetta. Lo si chiede a destra e a manca, a genti d’ogni tipo, se ne lodano i segni, anche quando sono da stanchezza. Genti d’ogni tipo dovrebbero dimenticar sterminî, e l’unica eccezione riguarderebbe l’Italia, e in Italia una parte sola, alcuni che urlano di più, come fossero i soli, alcuni che sono violentati da dealer della tossicomania penale, gente “in camicia bianca”, Senatori di qua-e-di-là, Direttori e Opinion-Maker, che gli maledicono ‘siete condannati ad aggirarvi come anime in pena , anime perse, zombi’
Ministri e Ministri-ombra, Castelli & Pisanu & Brutti & Violante &compagnìa infame, tanto per non far nomi. gente altolocata che "meglio farebbe a legarsi al collo una macina da mulino".
Qui NO, in Italia No, i Signor Berardi devono essere tenuti nel forno che fa impazzire il cervello, come cani, all’infinito ? C’è qualche Signorone dell’Intelligenza disposto a dire in chiaro tutto questo, ed assumerlo ? Dovremmo forse concluderne, nojaltri, che con noi, con un pugno di stracci che volano sempre e solo loro, LorSignoroni d’ogni colore possono fare ciò che gli pare, perché in questo caso si tratta di gente ormai/già "i-ner-me" ? Bisogna concluderne che in questo caso e solo in questo, non c’è scampo ? Bisogna consegnare questo alla riflessione dei giovani di domani ?
Passo e chiudo per ora, arrivederci. A risentirci

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21 mai 2005 6 21 /05 /mai /2005 00:00


LUNDI 23 MAI à 18 h / LUNEDÌ 23 MAGGIO ore 18 / LUNES 18 de MAYO 18 horas

Salle D 714 Université La Sorbonne
(entrée : 1 rue Victor Cousin, Paris, 5ème arr.)
Dans le cadre du séminaire "La structure et l'ailleurs"
de Claudine Roméo.

Daniel Bensaïd de l'Université de Paris8, directeur de collection
aux éditions Textuel présentera le livre:

Daniel Bensaïd dell'Università Paris 8, direttore di collana da edizioni Textuel presenterà il libro:

Daniel Bensaïd de la Universidad Paris 8, director decolección en ediciones Textuel presentará el libro:



**EXIL ET CHATIMENT** de Paolo Persichetti qui vient de paraître.
**EXIL ET CHATIMENT** di Paolo Persichetti recentemente pubblicato.
**EXIL ET CHATIMENT** de Paolo Persichetti recientemente publicado.
Suivra débat
Segue un dibattito
Sigue un debate

http://paolopersichetti.over-blog.com/
http://orestescalzonefrance.over-blog.com/

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17 mai 2005 2 17 /05 /mai /2005 00:00
Intervista di Scalzone al Corriere [ Corriere della Sera, domenica 15 maggio, pag. 10]
“Come si sa, la migliore delle interviste è pur sempre una operazione iperrealistica:
il discorso è sempre un po’, in qualche modo, “immaginario”: esso appartiene all'intervistatore,
al 'medium', all'intervistato, a chi legge, in combinazioni e dosaggi diversi....”
Come abbiamo cominciato a fare con l'intervista di OS del primo maggio all'ansa, pubblichiamo:
Il testo letterale uscito sul media, in questo caso «il Corriere della Sera»
Una trascrizione integrale, o una ricostituzione, dell'argomentazione intera sviluppata nel
colloquio col giornalista
Questa diventerà una sorta di "formula"



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