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21 octobre 2005 5 21 /10 /octobre /2005 00:00
Alla costituzione di un movimento antipenale potremmo andarci non con una identità definita ma con un discorso  comune autonomo, quello che io definisco comunauta. Proposta  – per riprendere ancora Foucault – contro la razionalità dell’economico, dello statale, della società del lavoro. Spieghiamoci, confutiamoci, contestiamoci, ricomprendiamoci, incontriamoci, combattiamoci pure, ma anche amnistiamoci. Dimostriamo che è possibile combinare il ricordo e l’oblio mentre adesso si arriva ad una microfisica delle guerre sante, l’uno contro l’altro.

La risposta, Canetti, è ancora nel vento: avremo finito di uccidere quando gli esseri umani saranno liberi come uccelli e fraterni come uno stormo.

Published by Oreste Scalzone - dans ESTATE 05
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18 octobre 2005 2 18 /10 /octobre /2005 00:00

Non è opportuno sottovalutare il fatto che lo sciopero della fame non venga disprezzato da chi si ispira a un’ideologia assai più militarista della nostra. Non credo che noi stiamo là per dire che la gente nasce fascista e ci rimane. Io non voglio offendere nessuno facendogli credere che potrei pensare che potrebbe cambiare, però osservo questo che, nel giorno in cui anche loro urlano, come avremo urlato tante volte noi, Tizio, Caio sarai vendicato, fanno questo sforzo e dicono, che chissà quanto gli costa, Amnistia per tutti, e deve essere inequivoco perché la legano al fatto che la dica proprio io – e loro lo sanno – che ho rivendicato di aver portato fuori quelli di Primavalle, e lo rifarei.

E questa cosa mi sembra che dovrebbe interessare. Perché è chiaro che dentro questo sciopero della fame c’è anche un tentativo di forzatura per quel che riguarda la questione seria della non violenza attiva, non le buffonate ad uso televisivo dei Casarini.  Intanto perché questa mi pare l’unica forma per rompere la passività e l’aquiescienza, nell’immediato e su un piano di immanenza. Ma poi anche e perché io non ne ho la grazia e non sono assolutamente persuaso che si possa pensarla come orizzonte assoluto e soprattutto incollarla come una filosofia  della storia sui grandi numeri e sulle genti umane, però il gesto di uno sciopero della fame rientra nell’arsenale della non violenza attiva. Un gesto violentissimo non tanto contro sé ma come violenza psicologica e morale che si scarica tutt’attorno, non solo sulle controparti ma spesso sugli amici.  Però, grosso modo, è interessante che si rinunci alla spontaneità di voler reclamare la galera per qualcuno e agitare mitologie “guerriere” sul sangue altrui versato. Non è che abbia bisogno di gratificazioni, però mi sembra umano, se c’è una piccola punta di fierezza nel fatto di notare che questi hanno ricordato il mio atteggiamento da comunista. Non è stato niente di eroico, anche un avvocato ultragarantista come in effetti sono stati i nostri lo rifarebbe così. Non è dovere e nemmeno piacere, è proprio la cosa elementare, non servono elevati sentimenti, né autogratificarsi di chissà che, né certo si vuole creare un’obbligazione, facendo i superiori. No, è una cosa così, proprio perché uno ha combattuto o combatte o si vede come combattente, ma non nel senso combattentistico, perché è una battaglia con qualsiasi mezzo e forma si fa. Così, proprio verso un combattente che è agli antipodi, lo sbirro, bisogna avere in orrore, come mezzo di lotta, o di autoaccecamento, l’uso della calunnia, del sospetto e dell’accusa, il cucire il vestito dell’ergastolo attorno al peggiore dei nemici, che è peggio del peggio che mettergli una bomba sotto casa compresi i bambini, ed è ancora più vigliacco enunciare certezze di colpevolezza, a rischio di puntuale calunnia. E’ peggio di ammazzare. Una volta avevo accettato un dibattito (come faccio sempre) in un collegamento Parigi-Londra con Morsello, senza compiacimenti né razzismi. Il nemico fa parte dell’umano, se è della categoria del demoniaco si cambia paradigma, bisogna chiamare gli esorcisti. Si può combattere e si può, visto che siamo esseri parlanti, dire sempre a tutti, come diceva ’o parlano, embe’ parlammo. Certo io non avrei mai potuto scambiare, come molti sapientoni, i testi di Morsello per roba nostra, e se mi fosse per altro capitato per distrazione non avrei fatto finta di niente o corso a salvarmi l’anima dando l’obolo all’Anpi, avrei dichiarato un’epochè per capire che, se questo può succedere, è rivelatore di qualcosa che non funziona, poi si vede quale. La logica il nemico del mio nemico io non la pratico. Non ho la necessità di operare quella che Luhmann dice l’insignificanza dell’azione, che è propria del politico, ma che è lo stesso del militare, del politico-militare, la semplificazione e la riduzione della complessità che era la base della decisione.  Perché credo che qui torni la questione semplice dell’essenzialismo. Accade come quando qualche fesso che prende delle battute di Marx che esprimevano l’aria del tempo e trova che era un terribile machista, e scriveva battute terribili sui negri e sugli slavi e –  pur essendo per quattro quarti di famiglia rabbinica – usava immagini come Shylock, lo spirito sorditamente giudaico, citando Shakespeare. Non è che io dica non può essere perché è ebreo, perché mi risponderebbero ah, è la forma dell’odio di sé, no, dico semplicemente che quali che fossero i suoi vezzi o vizi – come Marx stesso dice – il cuore del suo dispositivo è il concetto di plusvalore, e l’interpretazione del mondo e delle cose, a partire da questo arcano …

Leggere come chiave dell’enigma del mondo e anche di tutti misteri  qualcosa che non è affatto segreto, la razionalità statale, terribile, è come quelli che dicono che ci sono i servizi segreti deviati. I servizi segreti sono istituiti per essere deviati e devianti, per fare gli sporchi lavori e avere la licenza di uccidere, quindi è un po’ paradossale quando ci si toglie di mezzo la consapevolezza … Non per fare gli scettici blu, tanto lo sappiamo, comunque possiamo lottare anche contro un singolo fatto, un singolo figlio di puttana, un eventuale complotto, ma sempre avendo come idea direttrice, come orizzonte la matrice a cui questo riconduce, il plusvalore. Magari tu puoi pensare all’usura, ce ne sono tante di produzioni dell’umano che ci sono assolutamente lontane. O è l’usura o è il plusvalore, e se è il plusvalore è concettualmente impossibile, non è un fatto morale.
 

Poi magari ci hanno educato al fatto di trovare inaccettabile l’idea essenzialista che un gruppo umano possa essere inferiore o superiore ad un altro. Verrà il tempo che anche lo specismo sembrerà come il razzismo, ma per ora parliamo di razza umana. A me ripugna l’idea che gli americani o i tedeschi, gli arabi o gli ebrei o gli spoletini, o le donne possano essere per essenza inferiori o superiori. Poi ci sono le caratteristiche, così come le lingue, gli usi, i costumi e le religioni. Ma è non un principio che viene da un universalismo prima cristiano e poi illuminista e la critica anche un po’ gauchista, che è come l’universalità del mercato, è un’altra cosa, e per me è costitutiva. Questo è il primo punto. Noi stiamo di qua, poi siamo aperti –  come diceva Bertinotti – a lavorare con tutti, ma a partire dal fatto che non è che, siccome ci vogliono bene, pensano che ci possano annettere e fanno finta di non sapere quello che diciamo. Una volta che l’abbiamo detto, ed è chiaro, non ci tocca slacciarci da abbracci ad ogni passo. Dopo di che essendo disincantati non ci scandalizziamo, va bene ma non con l’equivoco.

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17 octobre 2005 1 17 /10 /octobre /2005 00:00

 

Sta bene così. Vado a chiudere. Volessi “politicheggiare”, potrei dire in bellezza. Ancora ieri mi concedevo l’allegrezza di pensare a chi avrebbe risposto, i Cobas, Papillon, per partire dai più grandi e poi molte ma molte persone, come suol dirsi, al di qua e al di là delle Alpi, gente, compagni, compagne, gente di compagneria, amici, radio, siti, giornali e rivistine, anche , è doveroso dirlo, degli uomini e delle donne fascisti, una ventina dal secondo giorno, dopo che un loro sito aveva detto offrendomi il rispetto del Lei “ se vuole accettare” onorandomi, onorandosi, del termine di nemico, ricordando esplicitamente dello sconcerto di riconoscere una cosa a un “comunista libertario come è Lei” - avrebbero anche potuto metter Voi, non era un problema, si scrive voi in fascista e lo si può leggere in napoletano -  senza cercare di annebbiare confini, senza nemmeno provarci ove mai  lo volessero, a ventilar connubi e compiacersene, senza sfiorare i travestitismi, infiltrazioni, mimetismi, conati di annessione, camaleontismi, trasversalità, chiasmi, scavalchi, nemmeno nel senso del nemico del mio nemico…

Ciò che è più volgare è l’idiozia dei re travicelli che pontificano e continueranno a farlo, dalle nostre bande, e che nessuno di loro ha notato il giorno che questa gente ha fatto una fiaccolata per due morti loro di 32 anni fa, che la “verità giudiziaria” aveva attribuito a dei militanti di parte nostra, colpevoli di un incendio doloso finito in omicidio involontario, involontario ma certo omicidio, dunque in sé atroce, ma uno dei parecchi da una parte e dall’altra.

Il giorno, dico, in cui questi uomini e donne, che si chiamano e si dicono fascisti - e noi dobbiamo prendere tutti alla lettera - erano là con lo stesso sangue agli occhi che noi conosciamo bene (il contestarlo a chicchessia con lo sghignazzo vuol dire essere essenzialisti, considerare chicchessia un sottouomo o sottodonna, e perciò stesso significa aver cambiato paradigma aderendo a quelli hitleriani) non c’è niente da aggiungere.

Tanti sapienti e sapientoni non avranno notato, perché prima o poi ce lo contesteranno, che 300 donne e uomini, fascisti con il sangue agli occhi, nella gola la voglia frustrata di vendicare, cosa fin troppo umana, fa parte della spontaneità cioè dell’esatto contrario dell’autonomia, e pure hanno detto, malgrado ciò, Amnistia per tutti. Cioè hanno detto in tempo reale il contrario di quella che era la loro torsione che sgorgava spontanea, e coltivata dai precordi, dalle appartenenze delle passioni, l’hanno contraddetto e hanno onorato, come fosse chissà che, un modesto sciopero della fame di un modesto agitatore lontano, che quel poco che sa, ha capito e imparato, gli viene non dal sapiente ma da una sorta di destinazione al paradosso, dall’esser venuto al mondo come di straforo ed essere vissuto in mezzo a gente che pensava ci rimanesse come per miracolo.

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5 octobre 2005 3 05 /10 /octobre /2005 00:00

Io, personalmente, non ho debiti da esigere. E quindi decido unilateralmente di spezzare la catena della riscossa e della vendetta. Senza reciprocità, senza gna gna. Tutto questo, è ovvio, non c’entra niente con la pacificazione e la condanna della violenza. Quando anche si decidesse di riaprire una fase di guerra sociale dispiegata, tutto ciò non c’entrerebbe nulla con i giustizieri. Poi si vedrà se la violenza è necessaria, ma è un’altra cosa. Di certo non si potrà, non si dovrà mai più ammazzare per vendicare, per punire.

Molti di quelli che non hanno esitato a presentarsi a capo chino materialmente davanti al giudice o metaforicamente davanti alla potenza dispiegata dallo Stato, non se la sentono di dire una parola alla vedova Moro o alla vedova Mattei.

Ma che vuoi fare quando uno dei tuoi, che è giunto ad attraversare la porta stretta del passaggio alla critica delle armi, se ne esce con una frase – “Ma io do lavoro” – che è la quintessenza dell’ideologia capitalistica? Gli regali la vecchia edizione di Lavoro salariato e capitale, quelle che mi diede mio cugino Claudio Petruccioli quando avevo dodici anni per la prima lettura marxista e gli raccomandi di ripassarsi i fondamentali? Va bene che gli attori e gli scrittori non ne abbiamo idea ma per uno che ha preso le armi è un nonsenso assoluto. Il comunismo amputato dell’idea di plusvalore è un assurdo, o meglio il Frankestein che descrive Marx in una lettera a Engels. Ci hanno attribuito molte cose, precisava al suo sodale il Moro di Treviri, ma la dottrina del valore lavoro l’ho presa da Ricardo, la teoria della lotta di classe come motore dello sviluppo dagli storici francesi, la dialettica da Hegel, ma l’unico apporto originale nostro è l’invenzione del plusvalore.

A cosa allude infatti l’idea geniale dei comunardi di distruggere gli orologi se non alla cronofagia del Capitale? Il comunismo di Gioacchino da Fiore aveva una sua grandezza. E il termine stesso era stato riscoperto e introdotto nel lessico politico rivoluzionario dagli Eguali, Babeuf e Buonarroti. Ma il plusvalore è costitutivo del comunismo moderno. Avremmo dovuto far studiare di più i compagni giovani, che erano comunque in buona compagnia. Persino il Migliore, nella prima tesi del 7° congresso, scrive uno strafalcione da matita rossa parlando del lavoro come una merce.

Oggi sappiamo che le armi non si possono, non si devono prendere per una passione. Così abbiamo creato degli spostati. Buoni, anche buoni, certo, ma il mondo non ti perdona lo stesso. Questi arrivano a credere manicheisticamente che i poveri sono intrinsecamente buoni e i ricchi cattivi. C’è molta più potenza gnoseologica in un film dell’ultima stagione della commedia neorealista, i Brutti, sporchi e cattivi di Scola, di quanta non ce ne sia in tutta questa melassa vangelizzante. Ma, ragazzi, se il peggio del nazismo era proprio nella capacità di uccidere la pietà e il senso di solidarietà tra i prigionieri… No, nei lager non albergava la bontà.

Caro Canetti, se non possiamo smettere è per la necessità di prevenire. La guerra preventiva è un assurdo giuridico, non etico. Figurarti se lo fai ex post, per punire. I compagni non ci arrivano proprio a capire che l’unica risposta possibile è quella di Erri De Luca: Eravamo compatibili con l’omicidio. Sì, eravamo degli assassini. Ma non eravamo certo i soli*Solo se si assume questo dato possiamo cominciare a ragionare. Di omicidio e Stato. Di omicidio e politica. Di omicidio e rivoluzione. E allora un ragionamento ben costruito presuppone che si parta dalle intenzioni, si esaminino gli enunciati e si mettano a confronto i mezzi e i fini, per concludere con la verifica degli esiti. Ma chi può condurre l’esame? Delle buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno e poi sono intangibili. Gli enunciati valgono fino a un certo punto: perché un fine dialettico potrebbe arrovesciare la distinzione corrente tra i due totalitarismi del Novecento. Paradossalmente non è meglio la sfrontatezza del nazismo a fronte dell’ipocrisia stalinista? E così restano solo i mezzi e gli esiti. Ma chi li può esaminare?

Noi capiamo che i familiari delle vittime ci vogliano vedere morte. Ma c’è chi continua a lavorare per mantenerle in questo stato di tossicodipendenza da pena. E dal canto nostro, a questo abietto gioco noi opponiamo la vigliaccheria di chi preferisce inchinarsi allo Stato e non alle vedove.

Comunque se pensiamo che esistano sottouomini**(che siano i Berlusconi o finanche i Priebke cambia poco) è meglio che cambiamo paradigmi. Il comunismo vuole distruggere ruoli e rapporti sociali: e per questo si è potuto anche arrivare ad ammazzare uomini, ma l’essenzialismo, l’idea malsana che gli avversari siano demoni da esorcizzare con riti voodoo, è infinitamente peggio.



*La criminalizzazione della responsabilità intellettuale

Ciò detto, resta profondamente necessario e giusto combattere con le unghie e con i denti contro la penalizzazione della responsabilità intellettuale dei cattivi maestri nella sfera del giudiziario, di ciò che ha rilevanza penale, non perché abbiamo l’ipse dixit ma perché è una forma come un’altra per truccare, per far saltare il principio della presunzione d’innocenza, del carattere circostanziato specifico e quindi necessariamente di quello che andrebbe provato per definire la responsabilità penale. Mi sembra che sia lì il punto, questo arbitrio che viene permesso quando sono le parole a diventare oggetto di materia penale.

Non è tanto che le parole siano nobili, ma ancora più grave mi pare gonfiare la responsabilità oggettiva di uno che ha fatto il prestanome e poi non solo viene condannato per i reati associativi in modo pieno ma anche per il concorso in tutto quello che la verità giudiziaria ritiene sia stato organizzato o sia partito dalla base da lui affittata, addirittura nelle conseguenze impreviste. Parlo di fatti reali, sentenze fatte. E’ già pesante dare al firmatario, che magari non ne sa più niente, e potrebbe essere accusato di favoreggiamento o magari di partecipazione a banda armata, un concorso in omicidio. Ma addirittura se di lì è partita una rapina finita in scontro a fuoco e si tira il concorso pieno in omicidio anche al prestanome siamo certamente al limite, diciamo così per eufemismo.  No, la responsabilità oggettiva è ancora più grave di quella intellettuale.

E’ per questo che io all’epoca del 7 aprile non mi ero ingolfato nel discorso corporativo che l’orrore maggiore era accusare dei libri e degli autori di libri, però non per questo avevo lasciato cadere l’appiglio polemico. Anzi ne avevo trovato uno (secondo me) più preciso, che non consentiva a un Violante di fare i sarcasmi che faceva sugli atteggiamenti degli intellettuali, cattivi maestri dell’armiamoci e partite. Io obiettavo che esiste un codice di tempo di pace, un codice penale e un codice militare di guerra, basta che vi mettiate d’accordo. Se usate quello del tempo di pace non potete accusare per contiguità, istigazione, responsabilità oggettiva. Se invece volete usare quello del tempo di guerra a me  può andar bene. Ma siccome  nel vostro schema gerarchico volete interpretare il ruolo di qualcuno come me come se fosse il generale che trasmette degli ordini, , dovreste applicare la non punibilità per averli eseguiti a quelli che riteniate siano i soldatini. Il trucco forte non sta nella penalizzazione della responsabilità intellettuale ma sta nell’uso alterno ogni volta della combinazione fra i due aspetti a maggior svantaggio degli imputati. Calpestando ancora una volta un principio conclamato dal diritto, la regola della norma pro reo, che non è una forma di benevolenza. Semplicemente lo Stato, che è più forte, pretende di ottenere legittimamente il monopolio della forza deve essere capace di autolimitare questa forza. Se si comporta come la mafia di Corleone è più difficile la legittimazione.

 

**Sottouomini

Qui non c’entrano niente universalismi o umanesimi o diritti degli uomini o cosmopolitismi, c’entra la “razza umana”, in termini marxiani la Gemeinweisen, radice comune, comune denominatore, base di ogni riconoscimento di reciprocità e di comunanza. Pensare che ci siano  Untermenschen è al di sotto di ogni pace e di ogni guerra, e anche di ogni omicidio, che ancora riconosce nell’ucciso il proprio simile. Sotto, da un’altra parte, ci sono gli essenzialismi, i razzismi confessi o no, e ci sono allora sterminismi e stermini, il ghigno atroce dell’Arbeit macht frei, rieducazioni socialiste, fino al laboratorio ultraneoliberale, e ai laboratori penali della democrazia assoluta, assolutismo democratico, democrazia tecnocapitalistica, nazionale, popolare, planetaria, giustiziaria, che ha sussunto gli aspetti peggiori dei saperi penali di ogni tipo: certo quello nazista, quello stalinista, quello coloniale, la produzione di servitù volontaria. In questo si traduce l’assalto decisivo all’umano, alle forme spinoziane di desistenza o alla disperata vitalità pasoliniana. E tutto questo rischia non solo di chiudere l’orizzonte di oltrepassamento, ma anche la possibilità stessa della conservazione dell’umano, che è quella di porre e riporre la questione del potenziale di autonomia come potenza di persistere andando oltre e altrimenti.

 

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2 octobre 2005 7 02 /10 /octobre /2005 00:00

Sbagliano quanti pensano che io, con il mio atto estremo, li  richiami a un dovere omesso. La mia è semplicemente una richiesta di solidarietà. Una pratica sempre più spesso obsoleta. Ma anche una richiesta che nella dilagante catastrofe dell’umano sempre più spesso si fa mortifera: come l’ammalato di Aids che contagia la fidanzata per essere insieme fino alla fine (ma a volte succede il contrario: ed è la vittima che sceglie l’abbraccio mortale). E alla fine, in determinate condizioni, tutto ti ammazza. Anche i fiocchi di neve (se l’Armata si ritira a piedi nell’inverno russo…).

Sì, la gente ha perso il piacere della solidarietà, non conosce più la gioia dello sguardo scintillante della proletaria di Montreuil. Penso ai miei amici e compagni dell’isola di Oleron, che gestiscono un asilo anarchico. Li hanno sbattuti in galera perché avevano accettato i bambini di militanti baschi ricercati: e loro ci sono andati sorridendo. Che soddisfazione, vivendosi questa storia senza aura di martirio, perché la solidarietà non è un dovere o un sacrificio ma un’anticipazione dell’ambita comunità umana possibile.

Nella perversione dei sensi e dell’intelligenza succede anche il contrario: che il “beneficato” ti vampirizzi, anzi addirittura ti impedisca di esercitare questo piacere. Ve lo immaginate Cohn-Bendit che si incazza davanti ai trentamila che nel Maggio francese sfilano gridando “Siamo tutti ebrei tedeschi”? Non mi risulta che, quando Cristiano X, re di Danimarca, si appunta sul pastrano la stella gialla per solidarizzare con i suoi sudditi minacciati dagli occupanti nazisti, ce ne sia stato uno solo che l’abbia apostrofato: “Come ti permetti, tu non sei ebreo!” *. Almeno Totò, mancato suicida, ha permesso a Cervi di salvarlo prima di dargli il tormento dovuto ai benefattori…

Io lo conosco bene il loro dispositivo. Si sentono colpevoli perché non ci hanno pensato loro a farlo. Ma mica gli passa per la testa che ce ne sono tante altre di cose da fare. O, al minimo, strumentalizzarla: tranquilli, non mi offendo. Per me questa cosa vale in quanto tale, è solo una grandezzata. Ho testimoniato abbondantemente in un ampio arco della mia vita che non me ne è mai fottuto niente della conferma del successo pubblico. A me è sempre bastato il riconoscimento dei pari, la mia costellazione segreta. Be’, su quello, lo ammetto, ci tengo, fino a peccare (venalmente) di settarismo. Ma qui si tratta di scontrarsi con i rischi dell’altrovismo. La generazione del ’68 soffre manifestamente della sindrome da suicidio delle balene. Certo, è una generazione cresciuta in nome del paradosso. Del vietato vietare, del realismo di chiedere l’impossibile, dell’abbasso il lavoro. Paradossi che poi si sono arrovesciati nella prassi. E così il valore del lavoro si è trasmutato dal marxiano valore di scambio della merce forza lavoro in un principio etico. Al cui capolinea c’è l’epigrafe di Auschwitz, l’Arbeit match frei. O alla sua banalizzazione populista del chi non lavora non mangia. Così il nostro Vogliamo tutto. Alludeva alla riappropriazione, all’autonomia possibile non all’unità dei contrari, vogliamo tutto e il contrario di tutto. Pretese che superano la soglia dell’abiezione. Pensate allo stato maggiore della dissociazione lottarmatista. Una gara tra giganti del maleficio. Difficile, veramente difficile stabilire chi è il peggiore.



Antisemitismo e vittimismo

Ci sono alcune cose che per me sono abbastanza evidenti. Sono convinto che è vera la frase di Tronti prima la classe operaia poi il capitale, quelle cose dense ed enigmatiche. Tanto vale se a uno lì per lì gli sembra una bizzarria prenderla così e ripensarci. Così sono convinto che l’espressione di Sartre nella Questione ebraica è folgorante: l’antisemitismo viene prima dell’ebreo. E’ più universale, consustanziale tra nature, culture, storia, è già bisogno per ognuno di avere il suo Caino personale per sentirsi Abele, da stramaledire o persino da perdonare. E’ il rito antico – come dice Guagliardo – del capro espiatorio, così come la figura del totem, dello zimbello, l’uccello sacro, e tutto questo fondo istintuale messo in forma. Una volta che si può –  come dice Severino –  parlare dell’olos, dell’essere parmenideo, ma siccome Parmenide  aveva un nome, si chiamava Parmenide, anzi lo chiamavano, ormai la cosa era tutta già fatta, ci si era già gettati fuori dall’olos mare calmo.  Se davvero fosse così nel nirvana zen del tutto/nulla evidentemente non verrebbe messo in forma e scritto, se lo scrivi, la nostalgia è solo così. È già tutto successo, ormai è fatta.

Quando sento che serpeggia l’idea di popolo classe e trasuda perfino dalle vignette di un Vauro, da battute che leggo, che sento nelle compagnerie, così diffuso e ridiffuso, sono le matrici. La storia dell’antisemitismo è lunga, ma è proprio il capro espiatorio. C’è l’uso del divide et impera, il pogrom come diversivo, la guerra tra i poveri, e l’imbestialirsi di quelli che la vivono. Io stesso ho visto all’opera questo meccanismo in tante situazioni: noi, le BR, il complotto, mani pulite.

 IMG: Un perro andaluz L. Buñuel

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26 septembre 2005 1 26 /09 /septembre /2005 00:00

Questo aspetto della violenza (in questo caso) è il primo limite dello sciopero della fame: l’essere cioè un’extrema ratio che non può essere separata dall’urlo di autonomia, fino all’autismo. Lo stesso aspetto di irriducibilità – diluita fino allo stillicidio – insito nell’anoressia, uno sciopero della fame a oltranza, seppure a bassa intensità. C’era una forza assoluta in Jan Palach (e poi in Bobby Sands) o nei bonzi vietnamiti, che si esprimevano in altri codici: ma l’Unità della mia adolescenza li traduceva nei termini necessari e sufficienti per la quotidiana battaglia politica. Certo, ce ne vuole per avere la forza di non rivendicare niente.

Come Diogene. Per replicare all’Alessandro di turno che ti tenta con il brutale “A Fra’, che tte serve?” con un geniale “Grazie, basta che ti levi dal sole”.

Come il Bartleby di  Melville. Il suo “Non sopportarvi più un minuto”  - in inglese è ancor più potente: “I ‘ll like not too” e mi tenta sempre più spesso -  è un buon viatico per cominciare a lasciarsi morire.

O Mishima, con i suoi codici diversi, e non solo perché fascista. Ci faceva impazzire quel compagno giapponese di Potop (ne è passata di gente da noi…) che ci spiegava che per scioperare nel suo paese gli operai si mettevano una fascia in testa. Per me era incomprensibile come per loro lo scorno del padrone fosse più efficace del danno alla produzione. Eppure era vero: quest’impatto si rivelò, infatti, vincente, per Fosco Maraini. Internato con la famiglia dopo l’8 settembre, vedeva i suoi avviarsi alla morte per stenti. Così si recò dal comandante del campo e senza profferire parola si tagliò un dito. E subito furono aumentate le razioni.

Anche Pannella sa bene del rischio di autismo. Eppure anch’egli ha qualcosa di grande: lo sciopero della sete per uno con il suo cuore è un consapevole “o la va o la spacca”. Qualcuno poi maliziosamente potrà vederci un estremo gioco da artista, la ricerca della morte in palcoscenico. Come Berlinguer, che se l’è trovata.

Tutti lo sappiamo e dobbiamo dircelo, ma c’è anche la dipendenza dispotica del neonato che urla oltre lo sfinimento. E allora sono tante le immagini letterarie che si possono sovrapporre: la partita a scacchi del Settimo sigillo, la Signora delle camelie. La fine può essere tragica. Lo deve ben sapere il duro del piccolo partito della fermezza che al mio urlo replica invocando la facoltà di non rispondere, lasciandomi l’unica alternativa tra durare un minuto di più o cedere. Ma io non sono la Thatcher: e quindi dovrei fermarmi, non senza risentimento. Ma quello, per me, avrebbe finito di pontificare. Una fibbia “giapponese”: non la morte fisica, quindi, ma nel mio foro interiore. Per fargli sentire, ogni volta che tornerà a prendere la parola, un assillo.

Published by Oreste Scalzone - dans ESTATE 05
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20 septembre 2005 2 20 /09 /septembre /2005 00:00

E devo dire che sono indignato quando si apre un dibattito come quello su violenza e non violenza, con Revelli, che fa delle osservazioni interessanti ma ha un blocco per cui dice che effettivamente bisogna mettere in discussione tutto l’impianto e le mistiche del ‘900 del cominternismo* ma, siccome non vuole prendere in considerazione  altro, gli trema la terra sotto i piedi se gli manca un mito rivoluzionario. Poi Bertinotti, Ingrao. Sì uno potrà dire: magari Bertinotti lo fa nel momento sbagliato proprio quando vuole andare al governo, lo fa addirittura per quello, ma in qualche modo esprimono una ricerca attorno a questi temi. A me sembrano deludenti le risposte come se niente fosse successo.
 

Edoarda Masi riesce nello stesso articolo a fare del negazionismo sui milioni di morti della rivoluzione culturale e poi a scatenarsi contro le Br. Poi c’è quello che fa marxismo dalla cattedra come Burgio e ritira fuori questa specie di giaculatoria mentre è impensabile il discorso della non violenza. Non si può nemmeno pensare che ci possa essere una rivoluzionarietà con tutti gli attributi a posto e quindi la violenza è necessaria, sì, la violenza differita e come no. poi però la risultante è che sia illegalitaria.  Loro non sono forcaioli ma legalitari, su un piano di immanenza. Oggi non si fa credito domani sì,  ma poi non si fa nemmeno il disordine che la non violenza attiva può fare. Tutto questo poi lascia spazio a cose molto più gravi.
 

Nicola Tranfaglia riesce a scrivere sul Corriere della sera in dieci righe: no, no garantisco io nell’Ulivo non ci sono più nostalgici del comunismo,[intende per comunismo quello del gulag e per ribadire dice] nemmeno Cossutta, ma quando mai? Invece, semmai, Bertinotti! Bertinotti, capite? Che non è stato mai comunista, semmai luxemburghiano. E poi, aggiunge Tranfaglia, perché lui ancora chiacchiera di Marx e della lotta di classe, il gulag va ricondotto a Marx, Stalin e le foibe non si devono toccare, e quindi, lo porto come esempio, garantisco io per Cossutta, ma attenti a Bertinotti! A questo punto viene fuori la pista. Io penso ed enuncio solo i titoli, che se vogliamo discutere di teoria partiamo da ciò e vediamo le matrici. Quando arrivo alla polpa, alle cose che non si dicono per pudore fino a giungere al limite del crimine prima intellettuale che etico di rinfoderare o inibire la critica perché chi parla pubblicamente è della tua famiglia, della tua tavolata, mi trovo costretto a lanciare un appello: mi volete sentire e dare una risposta? Giunto al punto estremo dell’ambivalenza dello sciopero della fame, devo dire che non posso che rifarlo e lo rifarei, ma bisogna anche guardare al brutto. Sono due o tre le cose che devo dire per quelli – e sono miliardi – che la fame non la scelgono ma la patiscono. Così come a quelli, reali o immaginari, passati o presenti, che invece nello sciopero hanno messo in gioco i loro corpi. C’è un bellissimo canto di lotta del primo movimento operaio, Batton l’otto, che racconta la storia dello sciopero delle acciaierie di Terni, all’inizio del secolo scorso. E allora sì, la risposta allo sciopero era la serrata. E per resistere un minuto di più si decise di mandare i bambini presso le famiglie operaie del Nord. Cinquant’anni dopo le mondariso cantavano con orgoglio: coi nostri corpi sulle rotaie abbiam fermato il nostro sfruttatore. C’è del grandioso nell’atto di non erogare forza lavoro, il buttar via, fosse anche per un attimo, il destino operaio, simile a quello della prostituta che affitta il suo corpo a ore (lo affitta, non lo vende: quella è la schiavitù)…

Lo sciopero è anche un momento di festa, un tornare uomini e donne nel black out del funzionamento sociale, come nella Comune raccontata da Henry Lefevbre, come nella testimonianza della dipendente del McDonald di Parigi che davanti alla telecamera confida: ci siamo affezionati allo sciopero. Il picchetto e l’occupazione si ripeterà sempre nella sua ambivalenza: come autonegazione di una condizione di minorità, come prefigurazione della comunità umana possibile.
 

Lo sciopero della fame è al tempo stesso più povero e più lussuoso. Niente è perfetto, ma c’è potenza dispiegata nel suo “vorrei ma non posso”. Come nella rapina. L’atto di sottrarre la quintessenza della merce, il traduttore universale, la merce chiave della merce, liberandolo dallo spazio coatto in cui è detenuto, tra sbarre, portelloni di acciaio e guardioni armati, per me resta sempre un gesto di altissima moralità. Meglio ovviamente quando attinge la sfera della purezza: nell’esercizio della falsificazione o, nella sfera virtuale ma strapotente della circolazione immateriale, nella forma dell’hackeraggio. La pistola puntata sulla vecchietta che ritira la pensione,sull’impiegato o fosse anche sul panzone armato - fosse anche di una scacciacani - allude anch’esso a qualcosa di brutto: ma nulla è perfetto.



Il congresso di Baku

E allora si torna a Baku, al congresso dell’Internazionale negli anni ’20 in cui ci fu l’apertura tatticamente geniale in cui si coopta Kemal Atatürk, quello che in fondo era un protofascista nel senso del modernismo fascista, il modernizzatore laico della Turchia, tra il giacobinismo che evolve passando per Bonaparte e quello dove arriva. Bakù è il momento in cui il Komintern gioca questa carta, come tattica la potresti anche capire, come si potrebbe perfino capire il socialismo in un paese solo, o arrivare a quelle parole d’ordine là, ma la cosa più abietta è nella scena chiave che Koestler racconta in Buio a mezzogiorno. Il dialogo in cui Rubaciov è protagonista e che ricorda in flash back quando sta lui alla Lubianka. Il vecchio commissario politico bolscevico era andato a notificare al giovane clandestino del partito comunista tedesco di Amburgo che viveva nascosto facendo il proiezionista come in Nuovo cinema paradiso,  l’espulsione dal partito perché non si era riconvertito rapidamente e non era stato d’accordo con il fatto che da un giorno all’altro bisognava diventare crumiri, passare dall’essere i più coraggiosi nel boicottaggio a rompere lo sciopero perché era stato firmato il patto Molotov-Ribbentrop. Il fatto si potrebbe ancora capire, ma di colpo chi era turbato, diventava sospetto, traditore. Terracini se l’è cavata per il rotto della cuffia, ma Valiani racconta che da un giorno all’altro tremila comunisti di Ventotene gli tolsero il saluto, e non è che erano cattivi, erano manipolati, una mostruosità contro sé stessi innanzitutto. Così settant’anni dopo si recupera Bakù, potrebbe andare come tattica ma diventa un’etica, Zinoiev che leva la spada e dice che l’Islam è rivoluzionario intrinsecamente, sono cose che durano da allora.

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5 septembre 2005 1 05 /09 /septembre /2005 00:00
 

A cavallo del secolo e del millennio c’è un ripresentarsi di tutto questo, in forme ancora nuove e sembra quasi che la secrezione di discorso – basterebbe sfogliare alcuni giornali, o fare una carrellata che cataloghi gli slogan dei movimenti – sia come un trionfo della pretesa, l’affermare in modo passionale ed etico, un indirizzo alla contraddizione sistematica. E’ una specie di caosmosi* delle parole, in cui si tira fino all’estrapolazione massima, per poi affermare tutto e il contrario di tutto.  Da qui potremmo prendere dei sintomi grossi, degli esempi, tutto quello che è avvenuto attorno ai new global e a Genova, e arrivo ad un ultima cosa, tornando alla violenza.

Se c’è una cosa che trovo atroce e con cui dovremmo fare i conti, perché se no è inutile parlare dell’amnistia, tentare di osare sperare, è che non è possibile nessun briciolo di tolleranza nei confronti di un discorso che metta in fila due cose come

1) la demonizzazione totale dei casseurs, che magari spaccano una vetrina disturbando e per i quali non solo ci si spinge a invocare la polizia, ma che vengono visti ormai come l’impensabile se non ridotti a marionette,

2) lo sfoderare tutti gli argomenti di tipo minimizzatore, indulgente, fino ad una comprensione anche minima dello stragismo.

Una cosa impensabile per uno che si dichiara comunista. Perché questa cosa può essere motivata da un presupposto religioso come per gli islamismi, o dal principio di nazionalità, che non è nemmeno quello della tradizione, ma giacobino che legittima la violenza. Beh, io pensavo che noi alcune forme d’azione – lo stupro etnico, la tortura, le crudeltà e la strage – le escludessimo in assoluto, ora pare di no. Ma allora francamente per me è molto meno motivato, a parità di mezzo, uno che vuole uno Stato a bandiera, grande, piccolo, contro quello o contro quell’altro, o che vuole affermare una religione perché sono essenzialismi senza speranza in cui il fratricidio è all’infinito con il gioco di Abele e di Caino. A me pare un motivo mille volte più importante se uno ricorre alla violenza contro il rapporto di capitale e la forma Stato. Allora sì vale, letteralmente, la pena di sporcarsi le mani, con la speranza di mutare lo stato di cose presenti.



Caosmosi

Un discorso che va benissimo, fermi tutti.  Ma più che principio di precauzione è proprio totale rifiuto degli organismi geneticamente modificati, in chiave di anticapitalismo finanziario e delle multinazionali. Ma lo si fa dicendo cose che sono inverificabili, gli scientisti di destra e di sinistra ti obiettano che è apocalittismo. Quello possiamo capirlo anche noi: la sussunzione rende sempre più dipendenti i soggetti umani, al punto che il contadino del villaggio africano non può nemmeno più rifugiarsi nell’autoproduzione perché oramai il ciclo delle sementi è geneticamente modificato.

Se questo discorso funziona, allora si deve fare un’epochè rispetto ad un tecnolibertinismo che rischia di mettere in mano a una multinazionale come Monsanto o a uno Stato o a un futuro Menghele addirittura il controllo privatizzato o statizzato del genoma umano, al che vengono in mente immagini di fantascienza alla Huxley. Al contempo si deve fare un’epochè rispetto alle tesi di chi sostiene che il velo è una difesa della tradizione culturale, un’espressione anticolonialista.  Così non si riesce a discutere per cercare di capire come si possano rendere compatibili il problema del corpo e della vita delle donne per cui il velo è oppressivo, e quello delle altre donne  per cui è un’altra forma di oppressione il volerglielo strappare.

Ecco questa specie di non consapevolezza che diventa tracotanza nel pretendere di dire tutto e il contrario di tutto, riducendosi come dei politicanti che devono vendere delle merci comunque, è il disastro che avanza, e per me è l’ossessione.

IMG: Francis Bacon

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31 août 2005 3 31 /08 /août /2005 00:00

Quello che poi accade è un disastro. Ritorna un bisogno di impegno, il sacrosanto senso di rivolta e di disgusto. Si riempie questo bisogno di lottare contro i bombardamenti, la guerra del Golfo,  prendendo a prestito una eticizzazione forzosa di elementi di pura grande tattica imperiale che aveva potuto avere anche Pietro il grande, che era stata quella del cominternismo fino a Stalin*.

L’altro ingrediente trasversale che lega tutto è l’ossessione penale, l’antiterrorismo che poi trapassa per legittimarsi, perché uno se vuole legittimare i precedenti del peggio lo farà sulle figure più odiose. L’elemento populistico è forte, e allora ecco Mani pulite, il manipulitismo. Ben presto questo vittimismo, colpevolizzante e giustiziere, passa da una forma in qualche modo diretta, anche se subalterna e omologica, alla delega penale, e li ci può entrare di tutto.

Sotto ci può essere un’idea di capitalismo pulito e perfino un punto di vista da logica degli istituti di governo del capitalismo internazionale che dice adesso basta l’eccezione di questa Italia che è mantenuta sopra ai suoi mezzi perché era una piattaforma interessante nell’epoca della guerra fredda, una marca di frontiera che ha pompato soldi da tutti tra Togliattigrad e l’Occidente, tra l’Europa e la vocazione filoaraba mediterranea, basta di mantenerla come una cocotte di lusso e quindi i conti devono tornare. E così va benissimo Mani pulite, e poi le ideologie rossobrune, e così va bene a quelli che per imperizia delle membra o non esistevano (come la Lega) o erano fuori dai giochi (come i fascisti), e quindi ci si buttano. Ci salta dentro – con l’idea di una specie di scorciatoia un po’ putchista   anche l’ex partito comunista che così strappa la vittoria che Craxi pensava di aver ottenuto a seguito del crollo del muro e dell’Urss. L’ex partito comunista rilancia la diversità comunista, quella di coloro che incarnano la questione morale, il partito degli onesti. Il più grave è l’elemento populistico, il contagio per cui riescono a cooptare finanche i compagni con la kefia.
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*Il congresso di Baku

E allora si torna a Baku, al congresso dell’Internazionale negli anni ’20 in cui ci fu l’apertura tatticamente geniale in cui si coopta Kemal Atatürk, quello che in fondo era un protofascista nel senso del modernismo fascista, il modernizzatore laico della Turchia, tra il giacobinismo che evolve passando per Bonaparte e quello dove arriva. Bakù è il momento in cui il Komintern gioca questa carta, come tattica la potresti anche capire, come si potrebbe perfino capire il socialismo in un paese solo, o arrivare a quelle parole d’ordine là, ma la cosa più abietta è nella scena chiave che Koestler racconta in Buio a mezzogiorno. Il dialogo in cui Rubaciov è protagonista e che ricorda in flash back quando sta lui alla Lubianka. Il vecchio commissario politico bolscevico era andato a notificare al giovane clandestino del partito comunista tedesco di Amburgo che viveva nascosto facendo il proiezionista come in Nuovo cinema paradiso,  l’espulsione dal partito perché non si era riconvertito rapidamente e non era stato d’accordo con il fatto che da un giorno all’altro bisognava diventare crumiri, passare dall’essere i più coraggiosi nel boicottaggio a rompere lo sciopero perché era stato firmato il patto Molotov-Ribbentrop. Il fatto si potrebbe ancora capire, ma di colpo chi era turbato, diventava sospetto, traditore. Terracini se l’è cavata per il rotto della cuffia, ma Valiani racconta che da un giorno all’altro tremila comunisti di Ventotene gli tolsero il saluto, e non è che erano cattivi, erano manipolati, una mostruosità contro sé stessi innanzitutto. Così settant’anni dopo si recupera Bakù, potrebbe andare come tattica ma diventa un’etica, Zinoiev che leva la spada e dice che l’Islam è rivoluzionario intrinsecamente, sono cose che durano da allora.

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25 août 2005 4 25 /08 /août /2005 00:00
 

La nuova filosofia e il clima da anni ’80 in Francia si vedono del tutto dispiegati, in Italia, invece, sembrano più frenati.

Questi continuano ad essere perfettamente stalinisti sul piano euristico ed epistemologico, perché comunque è come se, ancora una volta, riconfermassero la stessa dannatio memoriae di allora per tutti i comunisti diversi che erano stati già schiacciati nella storia: gli anarchici, e poi gli internazionalisti, i bordighiani, le correnti consiliariste, tutto questo pullulare che non era fantasmatico, che c’era, che ha combattuto una guerra su due fronti, contro il nemico e contro lo stalinismo. Loro in fondo continuavano con il escluso, nel dritto filo del negazionismo staliniano o maoista di tutto ciò.  

Questo tipo di arrovesciamento è proprio speculare, produce dei danni a cascata perché altre aree per bene, che potranno essere i verdi, gli alternativi, in fondo, avranno integrato questa specie di terrorismo per cui ogni fesso trattava Marx come un cane morto.  Mi viene in mente la frase di Marx che alla fine della sua tirata parricida contro Hegel fa punto e a capo: ciò detto, la gran parte dei detrattori del vecchio Hegel non gli arriva nemmeno al bordo dei calzini. Ecco così è anche per questi. Era di moda dire che Marx era riduzionista. No, erano loro che quando uno diceva operaismo traducevano ouvreirisme quello che noi chiamavamo fabbrichismo, la mitologia del capitale fisso. Leggevano le cose con le loro lenti: era un modo volgare ma in Italia  il corrispettivo è stato anche più atroce,  crudele e  limitato, con tutte le culture legate alla dissociazione, e lo dico al plurale perché ce ne sono state di tipo diverso e successivo.

Questa tendenza ha dominato negli anni ’80, certo in Francia, un po’ meno in Italia, poi nel frattempo succede quella cosa enorme, che è stata incredibilmente tamponata come deflagrazione. Quando si cominciano a svuotare i paesi attorno all’Ungheria, con la gente che va via comincia a sgretolarsi il muro di Berlino fino al crollo…. A uno come me non serviva un grandissimo teorico per pensare che era una grande occasione, e così nacque il manifesto che suggerii a Schifano, Marx finalmente libero. La caduta di questa specie di carcassa potrebbe liberare un living marxism – come dicevano gli inglesi – che torna a parlare tra le cassette di frutta, e non nel corsetto orrido, autocontraddittorio di un Leviatano in tuta blu, la stella sul berretto che è ideologico, politico, lavorista, statale e tutto quanto si può dire. E’ una provocazione dei concetti  e quindi anche delle passioni. Invece, nel bene e nel male, questo passaggio è stato attutito, e in qualche modo lo si poteva capire.

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