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30 mars 2007 5 30 /03 /mars /2007 21:54
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"Good by Lenin", dibattito con Oreste Scalzone, Franco Piperno, Eva Catizone. Il primo di una serie di incontri su "Settantasette. Volti e parole di una generazione ribelle 30 anni dopo", organizzato dal settimanale universitario Fatti Al Cubo e dal centro sociale Filorosso in collaborazione con Uninomade, Rete del Nuovo Municipio, Associazione Entropia, Avamposto Libro.
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27 mars 2007 2 27 /03 /mars /2007 21:21
ITALIANO:
Mercoledì, giovedì e venerdì, alle 12.30,
andrà in onda su radio FFPP 106.3 FM,
la ridiffusione di un intervento lampo di Oreste sul caso Battisti e dintorni.
Lo Spot preannuncia una diretta che avrà luogo venerdì alle 14.
Sul sito della radio stessa è rintracciabile un mp3.
Testi a monte e a valle del dispaccio Ansa del 18/03 (ripreso nelle
edizioni del 19 nei quotidiani
La Republica, Corriere Della Sera ecc...), sono in corso di
decrittazione ed editing.

___________________________________________________________________________

FRANCESE:
Mercredi, jeudi et vendredi à 12h30 Radio FFPP 106.3 FM va rediffuser
une intervention éclair d'Oreste sur le cas Battisti & annexes.
Le Spot annonce à l'avance une émission en direct qui sera diffusée
vendredi à 14h.
Un mp3 est présent sur le web de la radio en question.
Des textes en amont et en aval du dépêche ANSA de 18/03 (repris par
les éditions de 19/03 de La Repubblica, Corriere della Sera etc.) sont
en cours de transcription et d'édition.


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27 mars 2007 2 27 /03 /mars /2007 21:14
Partendo dal grado zero della reazione etologica posso affermare che sin da quando ero bambino un riflusso empatico parossistico coniugato con un dispositivo claustrofobico mi fa sentire la parola ergastolo come un irreparabile annuncio di morte, lento, prolungato, una lunga agonia di pomeriggi che non passano mai fino alla morte. Associo l'ergastolo a una frase che tentavo di leggere, scimmiottando i grandi, in unepocain cui,bambino precoce, pensavoche Marx fosse russo: "si sono chiuse dietro di lui (o di lei) - Rina Fort, il maestro Graziosi, Ghiani e Fenaroli - le porte dell'ergastolo". Che era poi Portolongone, eufemisticamente ribattezzato Porto Azzurro.

Era l'epoca di Chessmann, che trovò l'assurdo coraggio di condannarsi a tredici anni di braccio della morte, solo per evitarla. E non cambierei opinione quand'anche fosse alla fine riuscito ad evitarla. E oserei correggere il presocratico che pensa di poter liquidare la questione della morteperché prima non c'è e dopo non è più un problema: il braccio puzza di morte e non solo.

In Sinopsys, nel 1983, osammo lanciare - nella riprovazione generale - la parola d'ordine dell'amnistia per tutti e per ciascuno, contro il carcere, dedicando un capitolo specifico a questa questione: "carcere lungo, peggio che morire".

Ammettendo l'elemento specista che - a torto o a ragione - c'è, perché parlo di animali di specie umana, che si sono quantomeno sentiti promettere il paradiso della libertà, eventuali differenze rispetto all'intimità di questa sensazione primale (tra un Pinochet e un amico, tra Milosevic e un compagno, tra Saddam ed Hess) non è che n on esistono ma sono successive e stanno a quest'istanza primordiale come la cultura lla natura o la politica alla vita.
Cesare Battisti è comunque stato un compagno di destino, fino algiorno in cui, prendendo la parola per primo sulla sua fuga, ridissi parafrasando il Lenin di Negri ("la teoria è grigia, l'albero della vita è verde") ha scelto il verde della vita contro il grigio della politica, della morale e della giustizia penale. Al di là di ogni semplice idea salveminiana sul diritto all'evasione, dissi allora a Le Monde che un canarino che non scappa da una gabbia aperta pur sapendo che può finire in bocca a un gatto è malato. Ora che l'ossessione penale è diventato il crac dei popoli l'arte della fuga è diventato un dovere.  Al di là delle rispettive collocazioni, o anche delle amenità oltretutto autolesionistiche che alcuni bellimbusti intellettualoidi avevano indotto Cesare Battisti a far proprie, il volo di Cesare mi stava a cuore, tanto più oggi, poiché nel frattempo la peste si è diffusa.

Oggi un ministro della Giustizia di rassicurante stampo democristiano è costretto a rasare i muri e a straparlare perché aveva firmato un modesto indulto reclamato per anni da un Papa e che è diventato un crimine osceno anche sulle colonne dell'"Unità", a cura di Travaglio che aizza riflessi da popolaccio: così ilministro farnetica di abolizione della prescrizione.
Oggi la stessa emergenza è un ricordo lontano, si scambia l'amnistia per la grazia, dove basta il diniego di un parente dellavittima a inibirla. Così aboliscono la costituzione. Oggi il crimine non interessa quasi più. Al limite qualcuno se c'era dormiva. E' l'impunità che sfugge al monopolio statale della sua elargizione premiale lo scandalo totale. La fuga, la slealtà verso il boia è crimine supremo e la certezza della pena non è + inquietudine e assillo di Alfredo Rocco ma è affidata al sommo giurista Sergio Segio che infatti venne a reclamarla per Cesare Battisti, così come lo specifico maestro di Cesare Battisti, Arrigo Cavallina, dalle colonne di Le Monde, che riecheggiavano La Stampa e La Repubblica.

Anche se non credo, essendoci conosciuti all'epoca, Battisti Cesare, io, noi, altri e altre, siamo stati anche partecipi di una stessa rivoluzionee le rivoluzioni vivono così. A mezza altezza, che anche i nostri anarchici di Catalogna e operai di Czepel non eranoinnocenti... e non è bella la testa di un agrario spaccata come si vede nelflm Bronte... e forse è anche vero quello che dice il dottorLenin che se ne intende, che forse la Ceka, Djerjinski e il Terrore rosso hanno evitato il bagno di sangue.

Ma le anime morte quando si svegliano dal lungo sonno secolare piangono davvero quando si inginocchiano nella neve a capo scoperto e piangono davvero lo zar piccolo padre di cui passa il feretro. Anche davanti alla sede del Kgb di Budapest si levava il fumo della carne bruciata dei cekisti e non è bello. Ma noi stiamo con le anime morte e con i marinai di Kronstadt e con gli anarchici di Catalogna e gli operai di Czepel e i contadini di Bronte, contro la civiltà dei Bixio, contro le Armate Rosse e quanti - ce l'ha insegnato la microfisica del potere di Foucault - istituendo la giustizia proletaria e popolare, forse riducono il flusso di sangue ma ne preparano assai di più.

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26 mars 2007 1 26 /03 /mars /2007 22:29
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19 mars 2007 1 19 /03 /mars /2007 18:07
''E' STATO CON ME A PARIGI UN COMPAGNO DEL DESTINO''- ''DIFFICILE L'ESTRADIZIONE DAL BRASILE''


Roma, 18 mar. - (Adnkronos) - "La prima reazione, saputo dell'arresto di Cesare Battisti, e' di angoscia, mentre quando penso a cio' che mi evoca la parola ergastolo vedo qualcosa di irreparabile, cosi' come il senso di un 'animale catturato', come si vuol far sembrare per Battisti". Lo ha dichiarato all'ADNKRONOS Oreste Scalzone, ex leader di Potere Operaio, commentando l'arresto di Cesare Battisti, avvenuto oggi in Brasile. "Queste sensazioni -ha detto ancora Scalzone- le provo prima ancora di sapere chi sia la persona in questione ma, in questo caso, e' ancora peggio, visto che si tratta di una persona che e' stata per me un compagno di destino, nei lunghi anni di Parigi.

Tuttavia non dimentico che le mie idee in certi casi erano in contrasto con quelle di Battisti, come quando lui stesso affermava che, negli anni '70, esisteva in Italia il fascismo. Provo anche una sensazione liberatoria-aggiunge Scalzone- perche' sono convinto che mai si otterra' per lui l'estradizione: il Brasile non e' un paese che ha un qualche trattato che la menzioni''. ''Sono anche convinto -dice ancora l'ex leader di Potere Operaio- che un sistema che, a distanza di trenta anni, cerca ancora qualcuno abbia qualcosa di malato, che va oltre qualsiasi emergenza. E questo io lo chiamo 'tossicomania punitiva'. Va considerato -ha sottolineato Scalzone- che oggi il crimine e' molto meno scandaloso dell'impunita'. Basta osservare il paradosso che vede il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, messo in condizioni di 'strisciare lungo i muri' per farsi perdonare di aver firmato l'indulto e che lo obbliga a dire che il vero crimine e' la prescrizione e non l'indulto stesso. Questo per me e' delirante".

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13 mars 2007 2 13 /03 /mars /2007 18:08
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10 mars 2007 6 10 /03 /mars /2007 14:57









Centinaia di persone per ascoltare il fiume in piena-Scalzone all'Askatasuna. Non più di 150 (tra magistrati, poliziotti e burocrati) con Chiamparino.
www.infoaut.org


Più di 300 persone hanno affollato ieri sera il salone del centro sociale Askatasuna per partecipare all'annunciato incontro-dibattito con Oreste Scalzone sui nodi sempre aperti del conflitto sociale apertisi negli anni '70. Compagni e compagne di tutte le generazioni ma anche molti curiosi, mamme, operai in cassa integrazione e giovani precari/e per ragionare è costruire insieme percorsi di conflitto e autonomia possibile nella nostra metropoli. Un'iniziativa che partiva dal pretesto-'77 per aggredire il presente concreto, per pensare e indovinare, come ha detto Oreste ieri sera, "il '77 che potrebbe scoppiare domattina". Nei botta e risposta, molti interventii hanno insistito sulle continuità-rotture del rapporto rimosso '68-'77, sulla legittima rottura della legalità praticata nei (e dai) movimenti di massa, sull'amnistia "per tutti e ciascuno".

Questa mattina si è poi consumata anche la tanto sbandierata iniziativa di "isolamento" pompata dal sindaco Sergio Chiamparino prendendo a pretesto la commemorazione della lapide del commissario Berardi. Non più di 150 persone (di cui almeno 30 tra Digos, vigili urbani e poliziotti in borghese e/o in divisa) hanno preso parte a questa passerella di politicanti e loro lacché. Magistrati che sulla "lotta al terrorismo" si sono costruiti una fortunata carriera e assicurata una pensione d'oro; associazioni di familiari-parenti delle vittime ben inseriti nelle file dei partiti neo-fascisti; i soliti burocrati presenzialisti della triplice (Cgil-Cisl-Uil) senza un solo militante di base o delegato di fabbrica; sindacati di polizia e poliziotti in pensione. Questa la ricchezza di un'iniziativa tutta dettata dall'alto, da un sindaco tutto intento a giocare la carta facile del "pacchetto sicurezza", giocando con le paure e le insicurezze degli abitanti di questa città, senza alcuna vergogna di sedersi ad un tavolo con leghisti e fascisti di turno che nel loro curriculum vantano pestaggi ad immigrati e ronde padane. Un Chiamparino tutto inviperito, supportato anche da una bandiera Ds e una dei Comunisti Italiani, che ha cercato piuttosto malamente di strumentalizzare due petardoni mediatici nel tentativo di frenare un'iniziativa aperta, per nulla nostalgica, tutta aperta al ragionamento e alla discussione su problemi e bisogni concreti che nessuna grande opera, nessun grande evento mediatico, nessun "pacchetto sicurezza" risolverà.

La composizione di questa lugubre iniziativa di lucraggio sui morti ha dimostrato, se ancora ce n'era bisogno, quanto i movimenti (No Tav, Vicenza) stanno maturando in questa fase, quanto lo stesso Oreste e molti/e altri/e  dicono da tampo: la distanza incolmabile tra il "politico costituito" e il "fare comune" e costituente delle lotte, dei movimenti, del conflitto.

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“Non sono tanto demente da sposare la non violenza”
Scalzone: "Maestro no, ma cattivissimo di sicuro"
La Stampa LODOVICO POLETTO, RAPHAEL ZANOTTI

TORINO
«Sono un latitante, e ne vado fiero». Ha esordito così, Oreste Scalzone, ieri sera ospite degli autonomi ad Askatasuna. Davanti a 250 ragazzi pigiati per ascoltarlo è stato inarrestabile, un fiume in piena. Perché d’ora in poi «me ne andrò ovunque come un girovago, e risponderò di sì a tutti gli inviti a parlare. Lo farò con i nemici, figuriamoci se non lo facevo qui, dove sono tra amici». Presentato al pubblico - ragazzi, ma anche gente della sua generazione - fra gli applausi, l’ex leader di Potere operaio ha parlato per tre ore filate. Giacca di velluto nero sotto la quale indossava più strati di maglie, un cappello di feltro, ha parlato del passato e del presente. «Il ‘68 viene sempre osannato, e il ‘77 denigrato. Invece la sua ricchezza non è paragonabile: la spinta propulsiva del ‘68 s’è esaurita quasi subito». Ha riversato sul pubblico una valanga di parole. «Non c’è Chiamparino? Se sapevo non venivo», ha ironizzato. «Se no, qualcuno potrebbe pensare che mi sono strappato i capelli perché lui ha detto che la signora popolazione non mi voleva. Sono pronto a querelare il sindaco, infrangendo una regola che m’ero imposto da sempre. Non ho mai incitato alla violenza».

Gli chiedono come risponde a chi lo definisce un cattivo maestro. «Non sono un maestro. Ma sono cattivo, anzi cattivissimo. Comunque, tutto dipende da chi ti definisce cattivo: bisogna vedere per chi lo sei». Si fa serio: «Alla lotta armata ho detto no, ma non mi sento di dir nulla a un giovane che voglia imbracciare le armi. Se scoppiasse un’insurrezione, potrei essere da una parte della barricata». E ancora: «Non dirò a nessuno che abbia preso uno schiaffo di non darne due». Salta di palo in frasca: «La mia latitanza è cessata il 17 gennaio, e sono rientrato in Italia subito, senza aspettare i documenti, che tra l’altro nessuno mi ha chiesto. La mia vita ormai è in Francia. Ma la lingua italiana è un richiamo troppo forte». Racconta spigolature del suo ritorno a casa. «A Terni ho due sorelle, due signorine di 79 e 80 anni. Erano molto preoccupate, perché il Sap, un sindacato di polizia, in un comunicato diceva che la gente non m’avrebbe voluto. Invece su un centro sociale c’era uno striscione, con su scritto “Benvenuto, Oreste”». Tra i suoi racconti, qualcuno riguarda Torino molto da vicino. «Ecco un altro motivo per cui mi sento a casa. Un libro di Cesare Romiti racconta Mirafiori occupata, nel ‘74. Romiti spiega che si travestì da operaio per fare un giro nei reparti, di nascosto. Poi disse ad Umberto Agnelli: “Qui è meglio sbaraccare tutto, e delocalizzare”. Se Romiti si rammarica che fosse andata così, con la classe operaia, figuriamoci come la penso io». Torna a sfiorare il tema della lotta armata: «Sono molto affascinato dalla non violenza, ma non sono abbastanza demente intellettualmente per cascarci. Il padre di Jospin era un accanito pacifista, e per questo non voleva nemmeno combattere Hitler». Ha parlato anche dei politici di oggi: «Non possiamo considerare Prodi un traditore, né Berlusconi un nano maledetto. Ma i governanti rappresentano sempre il potere».

E poi: «A chi dice che Mani pulite fu una strategia di Occhetto rispondo che non è stata una gran strategia: si sono spostati 15 milioni di voti, abbiamo avuto Berlusconi, e l’Italia, con la scomparsa dei partiti, ha rischiato una deriva autoritaria». Se n’è andato dando un appuntamento: «Venite a Terni il 5 maggio. Parleremo di politica. Faremo una “piazzata”».

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9 mars 2007 5 09 /03 /mars /2007 22:29
Continua la polemica venutasi a creare intorno all'incontro organizzato per stasera al csoa Askatasuna con Oreste Scalzone sul tema "1977-2007: il filo rosso della sovversione". Un'intervista a La Stampa rilasciata ieri dal centro sociale è stata pubblicata oggi dal quotidiano torinese in risposta alle minacce del sindaco Sergio Chiamparino. La riproduciamo qui nella sua interezza.
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"Più gente con Scalzone che con Chiamparino"
I giovani di Askatasuna sfidano il sindaco: "Per noi contano soltanto i rapporti di forza"
RAPHAEL ZANOTTI (La Stampa_9 marzo 2007)

Non abbiamo alcuna paura di confrontarci e nemmeno di scontrarci. Anzi, riteniamo che lo scontro in città porti a uno sviluppo delle coscienze. Vediamo quanta gente seguirà Chiamparino e quanta noi». All’Askatasuna, il centro sociale che ospiterà stasera un incontro con il leader di Potere operaio Oreste Scalzone, si lavora in fretta. C’è da trovare un compagno che entro mezz’ora parta per Napoli. C’è da organizzare due auto per Copenhagen contro l’abbattimento di un centro occupato. E c’è da dare risposta al sindaco di Torino. Prima si rivolvono i problemi logistici, quindi si passa alla «teoria»: il sindaco. In cinque, seduti, si parla.

Cosa pensate dell’appello del sindaco a isolarvi?
«Una boutade perché come sindaco deve apparire. Da dieci anni facciamo politica e cultura a Torino. Abbiamo già organizzato in passato incontri con Renato Curcio e Prospero Gallinari e nessuno ha parlato. Il tentativo di isolarci è ridicolo. Il sindaco non si rende conto che lavoriamo sul territorio da tempo. I suoi riferimenti ai Verdi, a Caruso e a Rifondazioneche ci proteggerebbero sono patetici: non ci piace chi usa la politica per sistemarsi, per noi contano solo i rapporti di forza».

Che forza è quella di Chiamparino?
«È la forza della deriva autoritaria. Ha detto che è tollerante con gli intolleranti. In realtà siamo noi che non tolleriamo più la sua intolleranza nascosta dietro la faccia della democrazia e del buonismo, quella che vuole zittire tutte le voci fuori dal coro».

Perché Oreste Scalzone?
«Siamo convinti sia necessario raccontare gli anni ‘70 e le contraddizioni sorte allora nella società. Ci sono nodi irrisolti ancora oggi. Gli anni ‘70 sono un patrimonio di lotta che va raccontato, ma non - come vorrebbe Chiamparino - solo dalla voce dei giudici, la stessa da 30 anni, ma da quella dei protagonisti».

Qualcuno potrebbe obiettare che non invitate mai i familiari delle vittime...
«C’è già tanta retorica. Molti di quei familiari hanno trovato vetrine nella politica, nelle istituzioni, sui mass media. A noi interessa dare risalto a quella parte della storia che si cerca di rimuovere dalle università, dalla discussione. Poi, è chiaro, è anche una scelta di campo, politica. Siamo convinti che chi combatteva lo faceva per fini giusti».

Lo faceva anche con le armi.
«Bisogna essere chiari: non condividiamo la lotta armata, anche se è giusto che i popoli oppressi imbraccino le armi quando necessario. Non a caso ci chiamiamo Askatasuna, un riferimento alla lotta dei Paesi Baschi. La deriva armata, poi, è uno spettro che viene agitato per annientare gli avversari: Curcio, Gallinari, tutti hanno detto e ripetuto fino alla nausea che l’istanza della lotta armata è stata sconfitta. Quel che disturba Chiamparino è che queste persone non si siano arrese e continuino a lottare per ciò in cui credono».

Si tenta di delegittimarli?
«Siamo alla farsa. Tre bombette mediatiche esplodono alla Crocetta, un’azione che non ha nulla a che fare con la ricchezza dello scontro degli Anni 70 e che il gruppo armato più sfigato del ‘77 si vergognerebbe a rivendicare, e si parla di Anni di Piombo, di guerra. Ma la vera guerra è in Iraq».

Dunque si va allo scontro?
«Ripetiamo, non ci spaventa. La Tav, Vicenza e altre lotte hanno dimostrato quello che Scalzone dice: che c’è una crisi della politica costituita, della delega, della rappresentanza. Noi lavoriamo sul territorio, il sindaco no».
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8 mars 2007 4 08 /03 /mars /2007 20:39
www.infoaut.org


Oreste Scalzone risponde a Sergio Chiamparino


Oreste Scalzone ha risposto oggi, in una lunga intervista a Radio Blackout, alle accuse lanciategli ieri a mezzo stampa da Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, che lo ha definito "predicatore di violenza" e "ospite sgradito" della città.

La polemica è stata originata da un'intervista rilasciata da Oreste ad un giornalista de "La Stampa" in merito all'iniziativa organizzata per venerdì 9 marzo al centro sociale Askatasuna dal titolo "1977-2007: il filo rosso della sovversione. Incontro con Oreste Scalzone".

La sola idea di discutere e ragionare sui nodi aperti del rapporto movimento degli anni '70-scenari attuali scatena le ire e le isterie di chi pensa che la Storia possa essere scritta solo da pentiti e tribunali.

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7 mars 2007 3 07 /03 /mars /2007 13:53
7/3/2007 LA STAMPA - INTERVISTA A ORESTE SCALZONE 
Il leader di Potere Operaio venerdì all’Askatasuna
“Le armi? Tutti le avevamo. Un altro ’77 è possibile”
LODOVICO POLETTO
TORINO

Noi eravamo contro il socialismo reale o capitalismo di Stato. E contro l’egualitarismo, inteso come quello al ribasso, che livella. Noi eravamo rivoluzionari. Ci attaccava il Pci perché eravamo con gli operai della Polonia. Noi dicevamo che l’odio di classe partiva dall’odio dell’operaio verso la sua indigenza e alienazione: noi eravamo operaisti». Parla Oreste Scalzone, anima e fondatore di Potere operaio, rientrato ufficialmente in Italia soltanto da pochi mesi. Parla e spiega il suo mondo, quello degli Anni 70, il Movimento del ‘77. Racconta la sua esperienza, e anticipa ciò che dirà agli autonomi di Askatasuna che lo hanno invitato a Torino a parlare di quegli anni. «Sui muri di Bologna, nel ‘77, comparve una scritta che diceva “Siamo il ‘77 e non il ‘68” con riferimenti all’operaismo e al movimento studentesco. Oggi la questione della precarizzazione non si può arrestare e non si può tornare agli operai. Oggi il terreno dello scontro è questo: la precarizzazione, la globalizzazione, Internet. Questo è 2007 non il 1977».

Insomma siamo a un deja vù, un salto indietro nel tempo?
«In fondo sì, mi sembra un po’ una ripetizione di ciò che accadde allora».

Secondo lei c’è il rischio di una deriva armata oggi?
«Io non la chiamerei deriva, ma sogno o delirio. Comunque se oggi ci fosse questa deriva, e la dico come direbbe Leo Valiani, si spazzerebbe via l’ordine costituito».

Però forse, allora, eravate molti di più?
«Eravamo 150 mila, non di più, anche se qualcuno dice che si era oltre 600 mila. Eravamo questi, anche se, forse, almeno un milione di persone era in qualche modo vicino a noi».

Ha senso, oggi, ripercorrere i fatti del ‘77 e di tutti gli anni che sono seguiti?
«Io vengo a parlare del ‘77 che potrebbe arrivare domani. O meglio, che a mio parere potrebbe arrivare. Oggi è inattuale, assolutamente: ma è lì. E io e sono disposto a raccontare pezzi della mia memoria: dagli Anni 60 in poi».

Viene ad anticipare i tempi?
«Assolutamente no. Questo incontro serve per tentare di capire quello che è stato».

Si sente nostalgico?
«No, non parlo per compiacermi. Non sono per nulla nostalgico. Mi dicono che vivo come allora, e se è vero che vivo così, non mi mancano certamente quelle sensazioni».

Si sente un cattivo maestro?
«Per quelli che mi dicono queste cose, in punto di morte, mi rammaricherò di non esserlo stato abbastanza. E se, per qualcuno, sarò stato un buon maestro, gli risponderò come diceva Gesù: “Tu l’hai detto”. Comunque, il mio vero pensiero è questo: beata la gente che non ha bisogno di maestri. Buoni o cattivi che siano».

Eppure lei, nella sua esperienza, ha impugnato le armi. Non è vero?
«Le armi, a me, sono passate per le mani: lo ammetto. A me come a molti altri».

A tutti quelli che hanno partecipato al movimento del ‘77?
«Guardi, provocatoriamente mi verrebbe da dire di sì. Se si va a spulciare le sentenze di processi vedrà che ci sono pacchi di condanne per reati dalla rapina in su. Insomma: ogni organizzazione ha avuto militanti passati nei gruppi armati. E si sarebbe disonesti nel dire che la questione delle armi, in quegli anni, riguardò soltanto Potere Operaio».
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