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Per l'amnistia, Oreste Scalzone, Vademecum dallo sciopero della fame alle rivolte di parigi, Immaginapoli, Movimento contro il carcere, Potere Operaio, Autonomia Operaia, blackblog, no alle estradizioni,Marina Petrella, Cesare Battisti, Paolo Persichetti, extradition, ref

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<br /> Application de la clause humanitaire à Marina<br /> <br /> Bonjour,Nous vous transmettons un texte concernant la situation actuelle deMarina, plongée dans un état qui nous inquiète beaucoup.Nous vous prions de le lire et de le diffuser.Vous pouvez signer ce texte en allant sur la pagewww.paroledonnee.infoou en envoyant un courriel à info@paroledonnee.infoAmitiésparoledonneeMarina Petrella est en danger !Marina Petrella, incarcérée depuis 8 mois à la prison de femmes de Fresnes - a été hospitalisée vendredi 11 avril dernierà l’hôpital de Villejuif, victime d'une grave dépression nerveuse.Militante italienne réfugiée en France depuis 1993 et y travaillant depuis lors comme assistante sociale, Marina Petrellafait l’objet d’une procédure d’extradition vers l’Italie. La Cour d’Appel de Versailles ayant rendu un avis favorable à cetteextradition - et la Cour de Cassation ayant rejeté le pourvoi entrepris contre cet avis - il revient aujourd’huiau gouvernement de la France de se prononcer sur cette extradition. Si les dirigeants français signent le décretd'extradition, Marina sera renvoyée en Italie où elle encourt une peine de prison à perpétuité pour des faits remontantà plus de 25 ans !Depuis le 21 août 2007, Marina Petrella a résisté avec force et courage à la terrible violence de l’emprisonnement,à la séparation d’avec ses deux filles – dont l’une âgée de 10 ans est née en France - et d’avec ses proches.Depuis 8 mois, les instances judiciaires françaises ont décidé que la seule perspective de Marina devait être la mort lentede l'enfermement à long terme. Cette situation absurde et inhumaine est en train de la détruire.En application de la clause humanitaire prévue dans les textes régissant l’extradition et parce que son intégrité physiqueet psychologique sont en danger,Nous, Familles des réfugiés italiens et Collectifs de solidarité avec Marina Petrella, ainsi que tous ceux et celles qui l’ontsoutenue (partis politiques, syndicats, élu-e-s, associatifs ou simples particuliers),Demandons une levée d'écrou immédiate ainsi que l'arrêt de la procédure d'extradition afin que soit respecté le droitde Marina Petrella à se soigner librement, dans des conditions favorables à sa guérison.L’extrader serait un crime !Ne laissons pas briser Marina Petrella !Les Collectifs de solidarité avec Marina PetrellaContacts : www.paroledonnee.infoCourriel pour signer : mailto:info@paroledonnee.info
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sabato 19 aprile 2008<br /> <br /> 25 aprile 2008. Appello<br /> <br /> appello corteo 25 aprile roma<br /> <br /> 25 APRILE 2008 L'ANTIFASCISMO VIVE NELLE LOTTE SOCIALI CORTEO DA PORTA SAN PAOLO CONCENTRAMENTO DALLE ORE 10,30<br /> Anche quest’anno le antifasciste e gli antifascisti di Roma scenderanno<br /> in piazza il 25 aprile, nell’anniversario della Liberazione dal<br /> nazi-fascismo. In quegli anni che sembrano ormai lontani una<br /> generazione di giovani uomini e donne combatterono non solo contro la<br /> dittatura ma anche per costruire un’Italia nuova fondata<br /> sull’uguaglianza e sulla giustizia sociale. E’ questo tipo di memoria<br /> storica che vogliamo rinnovare: la celebrazione del 25 aprile non è<br /> infatti una mera commemorazione ma una giornata di lotta che affronta<br /> le contraddizioni del presente. Come già avvenuto negli ultimi anni<br /> scenderemo in piazza per ribadire la centralità delle lotte sociali<br /> nella pratica antifascista, il loro carattere di nuova resistenza<br /> contro il clima di deriva autoritaria che si respira nel paese. Le<br /> recenti elezioni hanno purtroppo confermato questa tendenza, sciagurato<br /> risultato di anni di revisionismo storico bipartisan, di politiche<br /> securitarie e razziste, di attacco alle condizioni di vita delle classi<br /> cosiddette subalterne, di militarizzazione della società. E’ infatti un<br /> quadro difficile quello che ci troviamo ad affrontare. Nella nostra<br /> città in particolare da alcuni anni lo squadrismo fascista ha messo in<br /> campo una escalation di aggressioni, culminate nell’omicidio di Renato<br /> Biagetti a Focene, contro centri sociali, case occupate, associazioni,<br /> luoghi della sinistra, singole persone non conformi. E’ di questi<br /> giorni la notizia dell’assalto al Circolo di cultura omosessuale Mario<br /> Mieli, a cui va tutta la nostra solidarietà. La sostanziale impunità di<br /> cui ha goduto la canaglia fascista deriva sicuramente dalle coperture<br /> di cui gode negli apparati dello stato ma anche dall’atteggiamento<br /> ambiguo di una sinistra scolorita che non ha trovato meglio da fare che<br /> gridare agli opposti estremismi, derubricando l’antifascismo a retaggio<br /> del passato. Intanto il conflitto sociale è stato criminalizzato in<br /> quanto problema di ordine pubblico e messo in mano alla magistratura,<br /> le contraddizioni sociali relegate a essere oggetto di “pacchi<br /> sicurezza” dall’impianto razzista e classista, le libertà civili<br /> ostaggio dell’arroganza clericale. Si apre una stagione densa di<br /> incognite, ma anche di opportunità, in cui si dovrà fare i conti con la<br /> sostanziale convergenza di maggioranza e opposizione per quanto<br /> riguarda la gestione delle politiche economiche, sociali, di guerra.<br /> Una stagione in cui il manganello sarà protagonista. In questo scenario<br /> difficile rinnoviamo il nostro impegno antifascista attualizzandolo in<br /> un percorso di lotta contro la svolta autoritaria. Sarà il 25 aprile di<br /> chi lotta tutti i giorni, e non solo una volta l’anno, contro la<br /> precarietà, contro le morti sul lavoro, contro le grandi opere che<br /> devastano l’ambiente, contro la proprietà intellettuale, contro la<br /> cultura patriarcale, omofobica e clerico-fascista, per il diritto alla<br /> casa, per scuola e università fuori dalle logiche del mercato, per una<br /> radicale redistribuzione della ricchezza, per aprire spazi di libertà.<br /> Il corteo del 25 aprile di quest’anno si situa in una contingenza<br /> storica particolare, a due giorni dal ballottaggio elettorale che vede<br /> la possibilità che lo squadrista Alemanno divenga sindaco di Roma.<br /> Ognuno e ognuna si regolerà come crede, legittimamente secondo la<br /> propria coscienza, se astenersi o andare a votare. Ma una cosa deve<br /> essere chiara: il corteo del 25 aprile non dovrà trasformarsi in una<br /> kermesse elettoralistica di chi, opportunisticamente, riscopre<br /> l’antifascismo a due giorni dal voto, dopo avere cancellato la<br /> discriminante antifascista dai propri programmi, dopo avere fomentato<br /> pogrom razzisti in nome della “sicurezza”, dopo avere indegnamente<br /> flirtato con le politiche omofoniche e antiaboriste del vaticano, dopo<br /> avere invitato alla repressione contro i movimenti sociali. In ogni<br /> caso il fascistume di ogni risma deve sapere che si troveranno di<br /> fronte, ogni giorno dell’anno, la determinazione delle antifasciste e<br /> degli antifascisti di “questa città ribelle e mai domata” a ricacciarli<br /> nelle fogne da dove sono sbucati.<br /> L'appuntamento per tutti e tutte è venerdì 25 aprile alle ore 10,30 a Porta San Paolo.<br /> Prima del corteo si avvieranno i lavori di ristrutturazione del<br /> monumento contro il fascismo e il razzismo edificato nel 1995 grazie<br /> all’impegno e alla sottoscrizione del movimento romano. Durante il<br /> corteo, dedicato alle morti sul lavoro, verrà posto al colosseo un<br /> totem in memoria dell'infinita strage perpetrata dai padroni.<br /> L’assemblea degli antifascisti e delle antifasciste di Roma<br /> <br />  <br />
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sabato 19 aprile 2008<br /> <br /> Anarchici contro il fascismo<br /> <br /> <br /> Anarchici contro il Fascismo<br /> gruppo anarchico - carlo cafiero - F.A.I. Roma<br /> <br /> <br /> <br /> Perseguitati<br /> fin dall’inizio del regime fascista, gli anarchici non hanno atteso<br /> l’otto settembre per combattere contro il fascismo.L’iniziativa dal<br /> basso, l’azione diretta, la pratica di lotta per la libertà hanno fatto<br /> degli anarchici parte integrante di un movimento di popolo in rivolta<br /> contro l’oppressione.<br /> Nell’anniversario dell’insurrezione del 25<br /> aprile, vogliamo ricordare il lato non ufficiale della Resistenza:<br /> quello del popolo e delle borgate, quello dal basso, quello Anarchico.Riprendiamoci la nostra storia con l'approccio, diretto e critico, alle fonti e alle testimonianze.<br /> Incontro-dibattito con il partigiano anarchico Marcello Cardone<br /> 24 Aprile 2008Blow, h. 20:30<br /> Via di Porta Labicana 24, angolo Via dei Sabelli - San Lorenzo(Rinfresco sociale a sostegno delle attività del gruppo e stand di libri e saggi libertari.)<br /> <br />  <br /> <br /> <br /> <br /> <br /> <br />
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domenica 13 aprile 2008<br /> <br /> Jean-Paul Sartre, Élections, piége a cons<br /> <br /> <br /> Jean Paul Sartre: «Élections, piége a cons»<br /> <br /> di Jean_Paul Sartre<br /> Nel<br /> gennaio-febbraio del 1976 uscì il primo numero della rivista<br /> “Marxiana”, curata da Enzo Modugno, distribuita in libreria dalle<br /> Edizioni Dedalo. Inutile dire che all’epoca eravamo più giovani e che i<br /> tempi sembravano davvero far presagire qualche evento straordinario.<br /> Quell’evento venne davvero. E fu il 1977. Enzo aveva in precedenza<br /> curato l’edizione italiana di “Monthly Review”, la rivista di Sweezy e<br /> Baran. Io ed altri provenivamo dal movimento libertario. Insieme<br /> cercavamo la possibilità di coniugare Marx e le esperienze più radicali<br /> del movimento operaio: dai Consigli tedeschi, all’IWW,<br /> dal’anarcosindacalismo spagnolo ai moti studenteschi del ’68.L’esperienza<br /> riuscì. "Marxiana" ebbe un successo editoriale incomparabile con le<br /> poche forze che la sostenevano. Il movimento del ’77 la adottò come<br /> rivista del movimento.Ripubblicare oggi un testo di J.P. Sartre,<br /> scritto nel 1973, edito allora, non è filologia dei movimenti. Chiunque<br /> lo legga con attenzione potrà trovarvi riferimenti alle scelte<br /> elettorali che dovremo fare in questi giorni. E riflettere su cosa<br /> fare. [Sbancor]<br /> Nel 1789 fu stabilito il voto<br /> censitario: significava far votare non gli uomini ma le proprietà, i<br /> beni borghesi, che non potevano dare i suffragi che a se stessi. Questo<br /> sistema era profondamente ingiusto poiché si escludeva dal corpo<br /> elettorale la maggior parte della popolazione francese, ma non era<br /> assurdo. Certo gli elettori votavano isolatamente e in segreto: questo<br /> tornava a separarle gli uni dagli altri e a non ammettere tra i loro<br /> suffragi che dei legami di esteriorità.<br /> <br /> Ma<br /> questi elettori erano tutti dei possidenti, dunque già isolati dalle<br /> loro proprietà che si richiudevano su di loro ridando alle cose; agli<br /> uomini tutta la loro impenetrabilità materiale Le schede elettorali,<br /> quantità discreta, non facevano che tradurre la separazione dei votanti<br /> e si sperava, addizionando i suffragi, di far scaturire l'interesse<br /> comune del più gran numero, cioè il loro interesse di classe. Nelle<br /> stesso periodo la Costituente adottava la legge Le Chapelier il cui<br /> fine confessato era di sopprimere le corporazioni ma che mirava,<br /> inoltre, ad interdire ogni associazione dei lavoratori tra loro e<br /> contro i loro datori di lavoro. Così i non-possidenti, cittadini<br /> passivi che non avevano nessun accesso alla democrazia indiretta, cioè<br /> al voto usato dai ricchi per eleggere il loro governo, si vedevano<br /> ritirare, per sovramercato, ogni permesso di raggrupparsi e di<br /> esercitare la democrazia popolare o diretta, la sola che si convenisse<br /> loro poiché non erano suscettibili di essere separati dai loro beni.Quando,<br /> quattro anni più tardi, la Convenzione rimpiazzò il suffragio<br /> censitario col suffragio universale, non credette bene, tuttavia, di<br /> abrogare la legge Le Chapelier, in modo che i lavoratori,<br /> definitivamente privati della democrazia diretta, votarono come<br /> proprietari anche se non possedevano niente. I raggruppamenti popolari,<br /> vietati ma frequenti, divennero illegali rimanendo legittimi. Alle<br /> assemblee elette dal suffragio universale si sono dunque opposti nel<br /> 1794, nel 1848 nella Seconda Repubblica e infine nel 1870, dei<br /> raggruppamenti spontanei ma a volte molto estesi che dovevano essere<br /> chiamati appunto classi popolari o popolo. Nel 1848, in particolare, si<br /> credette di vedere, opposto ad una Camera eletta col riconquistato<br /> suffragio universale, un potere operaio che si era costituito nelle<br /> strade e negli Ateliers Nationaux. Si sa come finì: nel maggio-giugno<br /> 1848 la legalità massacrò la legittimità. Di fronte alla legittima<br /> Comune di Parigi, l'ultralegale Assemblea di Bordeaux trasferita a<br /> Versailles non ebbe che da imitare questo esempio. Alla fine del secolo<br /> scorso e all'inizio di questo le cose sembrarono cambiare: si riconobbe<br /> agli operai il diritto di sciopero, le organizzazioni sindacali furono<br /> tollerate. Ma i presidenti del Consiglio, capi della legalità, non<br /> sopportavano le spinte ricorrenti del potere popolare. Clemenceau in<br /> particolare si distinse nel reprimere gli scioperi. Tutti, ossessionati<br /> dalla paura dei due poteri, rifiutavano la coesistenza del potere<br /> legittimo, nato qua e là dall'unità reale delle forze popolari, e di<br /> quello, falsamente uno, che essi esercitavano e che riposava, in<br /> definitiva, sull'infinita dispersione dei votanti. Di fatto erano<br /> caduti in una contraddizione che non avrebbe potuto risolversi che con<br /> la guerra civile, dal momento che l'uno aveva la funzione di disarmare<br /> l'altro. Votando domani noi andiamo, ancora una volta, a sostituire il<br /> potere legittimo col potere legale. Questo, preciso, di una chiarezza<br /> in apparenza perfetta, atomizza i votanti in nome del suffragio<br /> universale. Quello è ancora in embrione, diffuso, oscuro a se stesso:<br /> fa tutt'uno, per il momento, con il vasto movimento antigerarchico e<br /> libertario che si incontra dappertutto ma che non è ancora organizzato.<br /> Gli elettori fanno parte dei raggruppamenti più diversi. Ma non è in<br /> quanto membri di un gruppo bensì come cittadini che l'urna li aspetta.<br /> Quella<br /> cabina elettorale, piantata nell'aula di una scuola o di un municipio,<br /> è il simbolo di tutti i tradimenti che l'individuo può commettere verso<br /> i gruppi di cui fa parte. Essa dice a ciascuno: «Nessuno ti vede, non<br /> dipendi che da te stesso; stai per decidere nell'isolamento e in<br /> seguito potrai nascondere la tua decisione o mentire». Non c'è bisogno<br /> di altro per trasformare tutti gli elettori che entrano nell'aula in<br /> traditori in potenza gli uni degli altri. La diffidenza accresce la<br /> distanza che li separa. Se noi vogliamo lottare contro l'atomizzazione<br /> è necessario prima tentare di capirla. Gli uomini non nascono nella<br /> separazione: vengono su nell'ambiente familiare che li fa durante i<br /> loro primi anni. In seguito essi faranno parte di diverse comunità<br /> socio-professionali e fonderanno essi stessi una famiglia. Li si<br /> atomizza quando grandi forze sociali - le condizioni di lavoro in<br /> regime capitalista, la proprietà privata, le istituzioni, ecc. - si<br /> esercitano sui gruppi di cui essi fanno parte per . smembrarli e<br /> ridurli alle unità di cui si pretende che essi si compongano.<br /> L'esercito, per non citare che un esempio di istituzione, non considera<br /> mai la persona concreta del richiamato, che non può afferrarsi che<br /> sulla base della sua appartenenza a dei gruppi esistenti. Esso non vede<br /> in lui che l'uomo, cioè il soldato, entità astratta che si definisce<br /> per i doveri e per i rari diritti che rappresentano i suoi rapporti col<br /> potere militare. Questo «soldato», che esattamente il richiamato non è<br /> ma al quale il servizio militare intende ridurlo, è altro in sé da se<br /> stesso e identicamente altro presso tutti i commilitoni di una stessa<br /> classe. E' questa identità stessa che li separa poiché essa non<br /> rappresenta per ciascuno che l'insieme prestabilito delle sue relazioni<br /> con l'esercito. Così, durante le ore di addestramento, ciascuno è altro<br /> da sé e, nello stesso tempo, identico a tutti gli Altri che sono altri<br /> da se stessi. Egli non può avere rapporti reali con i suoi compagni che<br /> se, durante i pasti o di sera, nella camerata, essi si spogliano tutti<br /> insieme del loro essere-soldato. Tuttavia la parola atomizzazione, così<br /> spesso impiegata, non rende la vera situazione delle -persone disperse<br /> e alienate dalle istituzioni. Non si può ridurle alla solitudine<br /> assoluta dell'atomo anche se si tenta di sostituire le loro relazioni<br /> concrete con le persone, con dei semplici legami di esteriorità. Non li<br /> si può escludere da tutta la vita sociale: il soldato prende l'autobus,<br /> compra il giornale, vota. Questo presuppone che egli usi dei<br /> «collettivi» con gli Altri. Semplicemente, i collettivi si indirizzano<br /> a lui come a un membro di una serie (quella di coloro che comprano i<br /> giornali, dei telespettatori, ecc.). Egli diventa identico quanto<br /> all'essenza a tutti gli altri membri, differendone solo per il suo<br /> numero d'ordine. Noi diremo che è serializzato. La serializzazione<br /> dell'azione la si ritrova nel campo pratico-inerte dove la materia si<br /> fa mediazione tra gli uomini nella misura in cui gli uomini si fanno<br /> mediazione tra gli oggetti materiali (dal momento che un uomo prende il<br /> volante della sua auto egli non è altro che un guidatore tra gli altri<br /> e perciò contribuisce a rallentare la velocità di tutti e la sua<br /> stessa, e questo è il contrario di ciò che desiderava quando voleva<br /> possedere lui stesso un'automobile).A partire da ciò nasce in me il<br /> pensiero seriale che non è il mio proprio pensiero ma quello dell'Altro<br /> che io sono e quello di tutti gli Altri; bisogna chiamarlo pensiero<br /> d'impotenza perché io lo produco in quanto io sono l'Altro, nemico di<br /> me stesso e degli Altri e in quanto io porto dovunque questo Altro con<br /> me. Supponiamo un'azienda dove non c'è stato uno sciopero da venti o<br /> trent'anni, ma dove il potere d'acquisto dell'operaio diminuisce<br /> costantemente a causa del «caro-vita». Ciascun lavoratore comincia a<br /> considerare una azione rivendicativa Ma i venti anni di « pace sociale<br /> » hanno stabilito poco a poco tra i lavoratori relazioni di serialità.<br /> Ogni sciopero - fosse anche di ventiquattr'ore - richiederebbe un<br /> raggruppamento di lavoratori. In questo momento il pensiero seriale -<br /> che separa - resiste fortemente alle prime manifestazioni del pensiero<br /> di gruppo. Esso sarà razzista (gli immigrati non ci seguirebbero),<br /> misogino (le donne non ci capirebbero), ostile alle altre categorie<br /> sociali (i piccoli commercianti e i contadini non ci aiuterebbero),<br /> diffidente (il mio vicino è un Altro; dunque non so come potrebbe<br /> reagire), ecc. Tutte queste proposizioni di separazione non<br /> rappresentano il pensiero degli operai stessi, ma quello degli altri<br /> che essi sono e che vogliono mantenere il loro statuto d'identità e di<br /> separazione. Se il raggruppamento riuscisse, non si troverebbe più<br /> traccia di questa ideologia pessimista. Non aveva altra funzione che di<br /> giustificare il mantenimento dell'ordine seriale e dell'impotenza in<br /> parte subita, in parte accettata.<br /> Il suffragio universale è<br /> un'istituzione, dunque un collettivo, che atomizza o serializza gli<br /> uomini concreti e si rivolge in essi a delle entità astratte, i<br /> cittadini, definiti da un complesso di diritti e doveri politici, cioè<br /> dal loro rapporto con lo Stato e le sue istituzioni. Lo Stato ne fa dei<br /> cittadini dando loro, per esempio, il diritto di votare ogni quattro<br /> anni, a condizione che essi rispondano a delle condizioni molto<br /> generali - essere Francesi, avere più di ventun'anni - che non<br /> caratterizzano veramente nessuno di loro. Da questo punto di vista<br /> tutti i cittadini, siano essi nati a Perpignan o a Lilla, sono<br /> perfettamente identici, come abbiamo visto che lo erano i soldati<br /> nell'esercito: non ci si interessa dei loro problemi concreti che<br /> nascono nelle loro famiglie o nei loro raggruppamenti<br /> socio-professionali. Di fronte alle loro solitudini astratte e alle<br /> loro separatezze si ergono gruppi o partiti che sollecitano i loro<br /> voti. Si dice loro che essi delegano il loro potere a uno o più di<br /> questi raggruppamenti politici. Ma, per «delegare la sua autorità»,<br /> bisognerebbe che la serie costituita dall'istituzione del voto ne<br /> possedesse almeno una piccola parte. Ora, questi cittadini, identici e<br /> fabbricati dalla legge, disarmati, separati dalla diffidenza di<br /> ciascuno verso gli altri, mistificati ma coscienti della loro<br /> impotenza, non possono in nessun caso, fin quando hanno lo statuto<br /> seriale, costituire questo gruppo sovrano del quale ci è stato detto<br /> che emana tutti i poteri, il Popolo. Considerato che si è loro concesso<br /> suffragio universale, l'abbiamo visto, per atomizzarli ed impedirgli di<br /> raggrupparsi tra loro. Solo i Partiti, essendo originariamente dei<br /> gruppi - d'altronde più o meno serializzati e burocratizzati -, possono<br /> considerarsi come aventi un embrione di potere. In questo senso<br /> bisognerebbe rovesciare la formula classica, e quando un Partito dice:<br /> «Sceglietemi!», non intendere con ciò che gli elettori gli deleghino la<br /> loro sovranità, ma che i votanti, rifiutando di unirsi in gruppo per<br /> accedere alla sovranità, designano una o più comunità politiche già<br /> costituite ad estendere il potere, che esse già possiedono, sino ai<br /> confini nazionali. Nessun partito potrà rappresentare la serie di<br /> cittadini perché esso deriva la sua potenza da se stesso, cioè dalla<br /> sua struttura comunitaria; la serie d'impotenza non può, in alcun caso,<br /> delegargli una porzione d'autorità. Ma al contrario il Partito, quale<br /> che esso sia, usa la sua autorità per agire sulla serie reclamandone i<br /> voti; e la sua autorità sui cittadini serializzati non è limitata che<br /> da quella di tutti gli altri partiti messi insieme. In una parola,<br /> quando io voto, io abdico al mio potere - cioè alla possibilità che è<br /> in ciascuno di costituire con tutti gli altri un gruppo sovrano che non<br /> ha nessun bisogno di rappresentanti - e affermo che noi, i votanti,<br /> siamo sempre altri da noi stessi e che nessuno di noi può in alcun caso<br /> abbandonare la serialità per il gruppo, se non per interposta persona.<br /> Votare è senza dubbio, per il cittadino serializzato, dare il suo voto<br /> a un Partito, ma è soprattutto votare per il voto, come dice Kravetz,<br /> cioè per l'istituzione politica che ci mantiene nello stato d'impotenza<br /> seriale. Lo si è visto, nel giugno 1968, quando de Gaulle ha chiesto<br /> alla Francia, in piedi e costituitasi in gruppi, di votare, cioè di<br /> andare a dormire e di avvolgersi nella serialità. I gruppi<br /> non-istituzionali diffidarono; gli elettori, identici e separati,<br /> votarono per l'U.D.R. che prometteva di difenderli contro l'azione dei<br /> gruppi che essi, solo qualche giorno prima, costituivano. Lo si vede<br /> ancora oggi quando Séguy chiede tre mesi di pace sociale per non<br /> spaventare gli elettori, in verità perché le elezioni siano possibili,<br /> cosa che non sarebbero più se quindici milioni di scioperanti, decisi e<br /> istruiti dall'esperienza del 1968, rifiutassero di votare e passassero<br /> all'azione diretta. L'elettore deve continuare a dormire e<br /> compenetrarsi della sua impotenza; così sceglierà dei Partiti che<br /> esercitino la loro autorità e non la sua. Così ciascuno, chiuso sul suo<br /> diritto di voto come il proprietario sulla sua proprietà, sceglierà i<br /> suoi padroni per quattro anni senza vedere che questo preteso diritto<br /> di voto non è che l'interdizione di unirsi agli altri per risolvere con<br /> la praxis i veri problemi.<br /> Il tipo di scrutinio, sempre<br /> scelto dai gruppi dell'Assemblea e mai dagli elettori, aggrava le cose.<br /> La proporzionale non strappava i votanti alla serialità, ma almeno<br /> utilizzava tutti i voti. L'Assemblea dava una immagine corretta della<br /> Francia politica, cioè serializzata, poiché i Partiti erano<br /> rappresentati proporzionalmente al numero dei voti che ciascuno aveva<br /> ottenuto. Il nostro scrutinio al contrario, si ispira al principio<br /> opposto che è, diceva assai giustamente un giornalista, 49% = 0. Se in<br /> una circoscrizione al secondo turno, i candidati dell'U.R.D. ottengono<br /> il 50% dei voti, vengono tutti eletti. Il 49% dell'opposizione<br /> precipita nel nulla: corrisponde a circa la metà della popolazione che<br /> non ha il diritto di essere rappresentata.<br /> Con questo sistema,<br /> prendiamo un elettore che ha votato comunista nel 1968 e i cui<br /> candidati non sono stati eletti. Egli vota - supponiamo - per lo stesso<br /> P.C. nel 1973. Se i risultati sono differenti da quelli del 1968, ciò<br /> non dipenderà da lui poiché egli avrà, nei due casi, dato il suo voto<br /> agli stessi candidati. Perché il suo voto sia utile, è necessario che<br /> un certo numero di elettori che hanno votato nel 1968 per la<br /> maggioranza attuale, se ne distacchino, stanchi e decidano di votare<br /> più a sinistra. Ma, intanto, non è affare del nostro uomo farli<br /> decidere; e poi, essi sono verosimilmente di un altro ambiente, e lui<br /> non li conosce nemmeno. Tutto avviene altrove e altrimenti: con la<br /> propaganda dei partiti, con certi organi di stampa. L'elettore del<br /> P.C., quanto a lui, non ha che da votare, è tutto quello che gli si<br /> chiede: egli voterà ma non parteciperà alle azioni che mirano a<br /> modificare il senso del suo voto. E poi, molti di quelli ai quali si<br /> potrebbe far cambiare idea sono ostili all'U.D.R. ma visceralmente<br /> anticomunisti: essi preferiscono eleggere dei «riformatori» che<br /> diventeranno così gli arbitri della situazione. E non è verosimile che<br /> questi si schierino con P.S. e P.C.; essi apporteranno la loro forza<br /> complementare all'U.D.R. che come loro vuole conservare il regime<br /> capitalista. L'alleanza dell'U.D.R. e dei riformatori, questo è il<br /> senso oggettivo del voto dell'elettore comunista: che in effetti è<br /> necessario perché il P.C. conservi i suoi suffragi e li aumenti, ed è<br /> questo aumento che diminuirà il numero degli eletti della maggioranza e<br /> li determinerà a gettarsi nelle braccia dei riformatori. Non c'è niente<br /> da dire se si accettano le regole di questo gioco da coglioni. Ma, in<br /> quanto il nostro elettore è se stesso, cioè in quanto uomo concreto, il<br /> risultato che egli avrà ottenuto come Altro identico non lo soddisferà<br /> affatto. I suoi interessi di classe e le sue determinazioni individuali<br /> coincidono per fargli scegliere una maggioranza di sinistra. Egli avrà<br /> contribuito a inviare all'Assemblea una maggioranza di destra e di<br /> centro dove il partito più importante sarà ancora l'U.D.R. Così quando<br /> quest'uomo metterà la scheda nell'urna, questa riceverà dagli altri un<br /> significato altro da quello che egli aveva inteso darle: ritroviamo qui<br /> l'azione seriale che abbiamo trovato nel settore pratico-inerte.Andiamo<br /> ancora più in là: poiché io affermo, votando, la mia impotenza<br /> istituzionalizzata, la maggioranza in carica non ci pensa due volte a<br /> dividere e manipolare il corpo elettorale, avvantaggiando le campagne e<br /> le città che «votano bene» a spese delle periferie e dei sobborghi che<br /> «votano male». Tanto che perfino la serialità dell'elettorato viene<br /> trasformata. Se era perfetta, un voto valeva l'altro. Siamo lontani dal<br /> conto: servono centoventimila voti per eleggere un deputato comunista,<br /> trentamila per mandare all'Assemblea un U.D.R. Un elettore della<br /> maggioranza vale quattro elettori del P.C. Egli vota contro ciò che<br /> bisogna chiamare una supermaggioranza, cioè contro una maggioranza che<br /> vuole mantenersi in carica con altri mezzi che la serialità pura dei<br /> voti.Perché voterò? Perché mi hanno convinto che il solo atto<br /> politico della mia vita consiste nel portare il mio suffragio nell'urna<br /> una volta ogni quattro anni? Ma è il contrario di un atto. Io non<br /> faccio che rivelare la mia impotenza ed obbedire al potere di un<br /> Partito. Inoltre, io dispongo di un voto di valore variabile se<br /> obbedisco all'uno o all'altro. Per questa ragione, la maggioranza della<br /> futura Assemblea non riposerà che su una coalizione e le decisioni che<br /> prenderà saranno dei compromessi che potranno non riflettere affatto i<br /> desideri che esprimeva il mio voto. Nel 1959 la maggioranza ha votato<br /> per Guy Mollet perché egli pretendeva di fare al più presto la pace in<br /> Algeria. Il governo socialista che prese il potere decise di<br /> intensificare la guerra: ciò che portò molti elettori a passare dalla<br /> serie, che non sa mai per chi vota né per che cosa, al gruppo d'azione<br /> clandestina. E' ciò che essi avrebbero dovuto fare molto prima ma, di<br /> fatto, fu l'improbabile risultato dei loro voti che denunciò<br /> l'impotenza del suffragio universale.<br /> In verità tutto è chiaro<br /> se si riflette e si arriva alla conclusione che la democrazia indiretta<br /> è una mistificazione. Si pretende che l'Assemblea eletta sia quella che<br /> riflette meglio l'opinione pubblica. Ma non c'è opinione pubblica che<br /> non sia seriale. L'imbecillità dei mass-media, le dichiarazioni del<br /> governo, la maniera parziale o monca in cui i giornali riflettono gli<br /> avvenimenti, tutto ciò viene a cercarci nella nostra solitudine seriale<br /> e ci zavorra di idee di pietra, fatte di ciò che noi pensiamo che gli<br /> altri pensino. Senza dubbio in fondo a noi stessi ci sono esigenze e<br /> proteste ma, invece di essere convalidate dagli altri, si annientano in<br /> noi lasciando dei «bleus à l'ȃme» e un senso di frustrazione. Così,<br /> quando ci chiamano a votare, io, io Altro, ho la testa farcita di idee<br /> pietrificate che la stampa e la televisione vi hanno accatastato e sono<br /> queste idee seriali che si esprimono col mio voto ma non sono le mie<br /> idee. L'insieme delle istituzioni della democrazia borghese mi sdoppia:<br /> ci sono io e tutti gli Altri che mi si dice che io sono (Francese,<br /> soldato, lavoratore, contribuente, cittadino, ecc.). Questo<br /> sdoppiamento ci fa vivere in quella che gli psichiatri chiamano una<br /> crisi d'identità perpetua. Insomma chi sono io? Un altro identico a<br /> tutti gli altri e abitato da questi pensieri d'impotenza che nascono<br /> dovunque e non sono pensieri in nessun posto, o sono me stesso? E chi<br /> vota? Io non mi riconosco più.<br /> Tuttavia ci sono quelli che<br /> votano come essi dicono, «per cambiare i mascalzoni», il che vuol dire<br /> che ai loro occhi il rovesciamento della maggioranza U.D.R. ha priorità<br /> assoluta. E io riconosco che sarebbe bello far cadere per terra questi<br /> politici bacati. Ma si è riflettuto che per rovesciarli si deve mettere<br /> al loro posto un'altra maggioranza che conserva gli stessi principi<br /> elettorali?<br /> U.D.R., riformatori e P.C.-P.S. sono concorrenti:<br /> questi partiti si mettono su un terreno comune che è la rappresentanza<br /> indiretta, il loro potere gerarchico e l'impotenza dei cittadini: in<br /> breve, il «sistema borghese». Che il P.C. che si pretende<br /> rivoluzionario si sia ridotto, dopo la coesistenza pacifica, a cercare<br /> il potere borghesemente accettando l'istituzione del suffragio<br /> borghese, dovrebbe far riflettere. È a chi addormenterà meglio i<br /> cittadini: l'U.D.R. parla di ordine, di pace sociale, il P.C. tenta di<br /> far dimenticare la sua immagine di marca rivoluzionaria. Ci riesce così<br /> bene, di questi tempi, con l'aiuto dato dai socialisti, che, se<br /> riuscisse a prendere il potere grazie ai nostri voti, respingerebbe sine die la rivoluzione e diventerebbe il più stabile dei partiti elettorali. Ci<br /> sono tanti vantaggi a cambiare? In ogni caso, si annegherà la<br /> Rivoluzione nelle urne, cosa che non deve stupire, poiché, in ogni<br /> caso, sono fatte per questo.<br /> Certi, tuttavia, vogliono essere<br /> machiavellici, cioè servirsi dei loro suffragi per ottenere un<br /> risultato altro che seriale. Essi sperano, mandando, se possono, una<br /> maggioranza P.C.-P.S. alla nuova Assemblea, di costringere Pompidou a<br /> gettare la maschera, a sciogliere la Camera, in altri termini a<br /> forzarci alla lotta attiva, classe contro classe o piuttosto gruppo<br /> contro gruppo, forse alla guerra civile. Che strana idea, di lasciarci<br /> serializzarci conformemente ai voti del nemico perché reagisca con la<br /> violenza e ci obblighi a costituire dei gruppi. E' un errore. Il<br /> machiavellismo ha bisogno di partire da dati certi e di cui si può<br /> prevedere l'effetto. Non è questo il caso: non si possono prevedere a<br /> colpo sicuro i risultati di un suffragio serializzato: è prevedibile<br /> che l'U.D.R. perderà dei seggi e che il P.S.-P.C. e riformatori ne<br /> guadagneranno; il resto non è così probabile da definirvi su una<br /> tattica. Un solo segno: il sondaggio dell'I.F.O.P. pubblicato da<br /> France-Soir il 4 dicembre: 45% a P.C.-P.S., 40% all'U.D.R., 15% ai<br /> riformatori. E questa curiosa constatazione: ci sono molti più suffragi<br /> per P.C.-P.S. che gente persuasa che questa coalizione vincerà. Dunque<br /> ci sarà molta gente - tenuto conto di tutte le incertezze di un<br /> sondaggio - che voterà per la sinistra con la certezza che questa non<br /> raccoglierà la maggioranza dei suffragi: ancora di questa gente per la<br /> quale l'eliminazione dell'U.D.R. è prioritaria ma che non ha tanta<br /> voglia di rimpiazzarla con la sinistra. Queste osservazioni danno<br /> dunque, nel momento in cui scrivo, 5 gennaio 1973, per probabile una<br /> maggioranza U.D.R.-Riformatori. In questo caso, Pompidou non scioglierà<br /> l'Assemblea, preferirà mettersi d'accordo con i riformatori: la<br /> maggioranza si ammorbidirà un po', ci saranno meno scandali, cioè ci si<br /> metterà d'accordo perché siano meno facilmente scoperti, J.-J. S.-S. e<br /> Lecanuet entreranno nel governo. E' tutto. Il machiavellismo si<br /> ritorcerà dunque contro i piccoli Machiavelli.Se essi vogliono<br /> tornare alla democrazia diretta, quella del popolo in lotta contro il<br /> sistema, quella degli uomini concreti contro la serializzazione che li<br /> trasforma in cose, perché non cominciare da qui? Votare, non votare è<br /> lo stesso. Astenersi, in effetti, è confermare la nuova maggioranza,<br /> quale essa sia. Qualunque cosa si faccia a questo proposito, non si<br /> sarà fatto niente se non si lotta nello stesso tempo, questo vuol dire<br /> fin da oggi, contro il sistema della democrazia indiretta che ci riduce<br /> deliberatamente all'impotenza, tentando, ciascuno secondo le sue<br /> risorse, di organizzare il vasto movimento antigerarchico che contesta<br /> dappertutto le istituzioni.<br /> («Les Temps Modernes», gennaio 1973).<br />  
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S
domenica 13 aprile 2008<br /> <br /> Serge Quadruppani, Le ragioni dell'altro<br /> <br /> <br /> LE RAGIONI DELL'ALTRO<br /> <br /> di Serge Quadruppani<br /> Venerdì<br /> 4 aprile, prima vera giornata di primavera parigina, la dolcezza e la<br /> luminosità che c'era nell'aria si accordava perfettamente con la<br /> personalità di Roberto Silvi, morto tre giorni prima, e al quale<br /> abbiamo detto addio quel giorno, al cimitero di Père Lachaise. La<br /> cerimonia, con dei canti di lotta, letture di poesia, prese di parola e<br /> scherzi in napoletano, è stata di una bellezza all'altezza del ricordo<br /> del nostro amico. Tra i presenti, oltre alla sua famiglia e a Jani, la<br /> sua fervente e incrollabile compagna, c'erano molti esiliati italiani,<br /> quelli che non possono ancora rientrare nel loro paese, perseguiti<br /> dalla vendetta di Stato. Affetto da una malattia degenerativa, Roberto<br /> Silvi viveva da molto tempo su una sedia a rotelle.<br /> <br /> E' stato membro fondatore dei Proletari armati per il comunismo. La sua personalità ha ispirato uno dei personaggi de L'ultimo sparo,<br /> il romanzo autobiografico del suo amico Cesare Battisti, (e Roberto ha<br /> peraltro partecipato, all’inizio, alla redazione del libro). Seconda<br /> una cara amica sua, Paola de Luca, era “un napoletano che sembrava<br /> inglese, un appassionato spesso glaciale, un discreto curiosissimo, un<br /> riservato con migliaia di amici, insomma : un tipo palindromico e<br /> ossimorico, davvero speciale”. Ma per cogliere precisamente chi era<br /> Roberto, quel che era stato e quel che era diventato, bisogna leggere,<br /> e ancor di più vedere Le ragioni dell'altro.<br /> Questa pièce di teatro, scritta con Cecilia Calvi, può far capire<br /> perché noi l'amavamo tanto: nella sua opera come nella vita, portava lo<br /> stesso sguardo sul passato e sul presente. Quello sguardo combinava la<br /> malizia dell'humor, l'acutezza dell'autoanalisi e una critica politica<br /> senza concessioni. Senza niente cedere sulle buone ragioni di<br /> ribellarsi che esistevano allora e che esistono sempre, sapeva anche<br /> distinguere, come pochi sono capaci di fare, i meccanismi individuali e<br /> collettivi (e anche i loro lati oscuri) che hanno condotto certuni alla<br /> scelta della lotta armata. In questa pièce dove si schizza un affresco<br /> degli anni 70 in Italia, Roberto mette a confronto, attraverso due<br /> personaggi, quel che è diventato con il giovane combattente che è<br /> stato. Il terzo personaggio, una donna amata, ricorda le contraddizioni<br /> sentimentali sulle quali si dibatteva allora - e che non sono state<br /> superate. Impietoso con se stesso, tenero con i fratelli umani: così<br /> era Roberto, così è la sua pièce.Si potrà vedere Le ragioni dell'altro a Roma al teatro Colosseo (Via Capo d'Africa 5) dal 22 al 27 aprile, tutti i giorni alle 19, tranne il 27 alle 17.La<br /> pièce è pubblicata in versione bilingue francese/italiano dalla<br /> Cooperativa Colibrì, Via Zoti Zelati 49 - 20030 Paderno Dugnano (MI)<br /> con introduzioni di Erri De Luca, Paola De Luca, Prospero Gallinari,<br /> Roberto Mander, Oreste Scalzone, postfazione degli autori.<br /> <br />
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