Per l'amnistia, Oreste Scalzone, Vademecum dallo sciopero della fame alle rivolte di parigi, Immaginapoli, Movimento contro il carcere, Potere Operaio, Autonomia Operaia, blackblog, no alle estradizioni,Marina Petrella, Cesare Battisti, Paolo Persichetti, extradition, ref

Prendo in considerazione un’area che mi sembra di privilegiare rispetto al perimetro che traccio per definire una pertinenza. Parlo di un discorso enunciato, pubblico e pubblicato. Parlo con particolare attenzione del discorso prodotto dall’intellighentsia o dagli ideologhi variamente definibili di sinistra ed in particolare dedico un’attenzione un po’ speciale a quello prodotto dal ceto intellettuale politico post-‘68 (e seguenti). Non perché subisco il meccanismo familista per cui anche l’indignazione e le rotture sono come gli affetti, tanto più forti quanto più c’è prossimità, un fatto umano che si potrebbe cercare di epurare. Né certo parlo cosi perché sono ossessionato da un problema di spazio politico in cui il più vicino diventa il più nemico. No, mi avvolge la sensazione di una deriva accelerata verso una catastrofe antropologica, una logo-catastrofe e un’eto-catastrofe, una specie di logopatia generalizzata. E quindi terminologie, concetti, comportamenti, pratiche, etica, relazioni si avvitano vorticosamente. E’ chiaro che questa accelerazione mi colpisce tanto più quando avviene dalla mia parte. Io funziono al contrario di Valentino Parlato, che subito si fa scattare l’indignazione se sente da un nemico (che poi è un concorrente) una frase che è un orrore e invece fa finta di niente quando gli viene dal prossimo suo. Non credo di essere un Torquemada della purificazione interna. Non mi sono niente né Occhetto né Bossi ma c’è un effetto di persistenza, non foss’altro che per delle omonimie.
Quindi se leggo che Occhetto usa il termine di Baluba mi meraviglia di più che non se lo fa Bossi e trovo sommamente stupido che qualcuno mi contesti una partigianeria filoleghista. E’ ovvio: una scivolata di tipo essenzialista, un pregiudizio di tipo razziale o sessista dalle parti nostre mi colpisce di più e mi sento in dovere di intervenire. Non certo nei laspus, ma quando affiora un antico pregiudizio o una moderna messa in forma antisemita, mi colpisce più se lo vedo in una vignetta di Vauro che non una su una rivista fascista. E non perché mi piace fare lo strano, e neanche perché al secondo grado penso che quelli sono selvaggi e possono dire ciò che vogliono. Uno schiaffo basta per fare levare gridolini di orrore alle signorine Richmond tipo Susan George, se lo schiaffo lo dà uno che vive nella banlieu di una metropoli in una manifestazione occidentale e poi si è di bocca larghissima se c’è una strage in un Paese del cosiddetto terzo mondo. Io se fossi uno del Terzo mondo sarei molto diffidente verso questa solidarietà che non può non essere pelosa anche se magari viene da empiti di colpevolizzazione ma è una sindrome da ex colonizzatori, seppure inconscia. Se viene da una rivista diciamo “fascista” non solo mi tocca di meno, ma potrebbe al limite essere suscettibile di essere rimossa e corretta perché siccome enuncia i suoi principi e i suoi presupposti il giorno che la critica gli dimostrasse l’inconsistenza, in teoria potrebbe crollare. Uno che costruisce tutto un discorso sull’ossessione dell’usura quando gli spieghi che la questione è il plusvalore magari può cambiare, mentre uno che si chiama comunista – e quindi dà come implicito per chi lo ascolta che dovrebbe conoscere la chiave di interpretazione del plusvalore – finisce per generare un cumulo di malintesi con se stesso e di autonegazionismo, e quindi è ancora una volta più grave.
Allora proviamo a fare una tassonomia. Io mi indigno sempre e non credo che sia una forma moralista. Forse, quando la cosa è sfacciata, mi pare ancora peggio perché l’ipocrisia dimostra che almeno uno capisce.