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25 février 2013 1 25 /02 /février /2013 11:16

Le stelle sono tante, milioni di milioni...

 

Noialtri che portiamo questo 'centone' di frammenti di una letter'aperta in forma di volantino che, in forma ben più compiuta, metteremo in circolazione nei prossimi giorni sui social network1siamo tra quanti sono fuori e contro la logica elettorale – la scadenza, e la campagna. Veniamo oggi qui, perché queste piazze del cosiddetto ''Tsunami-Grillo/5 stelle'' sono come un caleidoscopio, in cui c'è e si compone e scompone, si muove, 'di tutto'.

 

Chi è chi. Chi...

Assai probabilmente in questa piazza ci sono anche dei padroncini, «piccoli imprenditori» come quelli del Nord-est reduci dall'investimento leghista, il cui urlo di rabbia di impiccati del credito e del fisco, ignorati o ''usurati'' dalle banche, taglieggiati dai 'pizzi' dei prosseneti della ''[Onorata] Società Politica'' si fa sentire, anche dagli schermi televisivi ; ma francamente – nella 'selva oscura' della «complessità sociale» crescente –, questo non è problema nostro : d'altronde, la legittimità del profitto non è forse stata sempre argomentata dalle ideologie utilitaristiche come fondata sul ''coraggio di assumersi il rischio d'impresa'' ? […*]

 

… e chi

Ci sono però anche, in questa piazza, uomini e donne con cui ci siamo trovati, puntualmente, fianco a fianco in lotte, in resistenze, soprattutto locali : ad Acerra e altrove contro il circuito discariche/inceneritori ; in Val di Susa contro il progetto di Tav ;qui e là per un reddito d'esistenza. C'è chi urla la propria rabbia – oltre l'indignazione, la protesta e la denuncia, che spesso sono forme scadenti e dipendenti, effetto e a loro volta causa, di frustrazione – contro, certo l'inqualificabile, inenarrabile «casta» dei politicanti, dagli statisti, a cominciare dai vertici e, a scendere, andando a tutti i ''vassalli valvassori valvassini...'', cortigiani, giullari, prosseneti, sicofanti ; ma andando anche oltre, scavando più in profondità, tracimando in una messa in causa della «classe dirigente» (come in solido amano definirsi) intera. Alle piazze dello 'Tsunami-Grillo' ''dicono dalla regìa''che il loro limite è la protesta e non la proposta. Non è questo il punto, semmai è il contrario : ci sono troppi tentativi – anche maldestri e rozzi, come non mancano di far notare i ''supposti sapere'' – di misurarsi col terreno della governance – la governamentalità ; su politiche economiche, misure di regolazione sociale, «politiche pubbliche»... Proprio qui sta, per noi, l'errore nel manico : si resta alla fenomenologìa, agli epifenomeni, che finiscono per essere diversivi, depistaggi, che occludono il lavoro di scavo dell'analisi, della comprensione, della critica che punti ad approssimare 'la radice delle cose', cogliere i nessi, le 'leggi di movimento', la natura delle relazioni, dispositivi ed effetti, funzionamenti sistemici, costanti, concatenamenti di cause più generali e profonde. Per armarne la rivolta, la capacità di azione. È stato portato al parossismo dal compimento della «mondialità», della «modernità-Mondo» operato dalla «globalizzazione», il carattere di 'sistema mondiale integrato', tecno-economico-politico-strategico, che è costituito nel binomio capitalismo-forma Stato. I singoli governi, Stati, apparati istituzionali, e anche ceti, fazioni, reti, nonché ''cupole'' e cosche, sono dominati, determinati, mossi dalle tendenze inerziali di questo ''sistema''. Le più accanite delle controtendenze, dei soprassalti, dei contrasti, al fondo sono ormai sussunti dalle forme, divenute cogenti, necessitanti, ''naturalizzate'' e, si può dire, ''teologizzate'', di queste logiche. Sterminati insiemi umani da questi processi sono asfissiati, schiacciati, forzosamente inclusi ed espulsi al contempo ; reclusi e spinti ai margini degli 'standard' dell' ''umano''. E tra essi serpeggiano ribellioni che coltivano autoidentificazioni e autodefinizioni le più diverse, incessantemente producentesi, remake ultramoderni di passati o affioramenti di appartenenze, bisogni, investimenti ed ''economie'' d'ogni tipo, feticci, credenze i più diversi, ma tutti alla fine costretti nel labirinto, dentro lo spartito della 'macchina-Mondo' così come è prodotta e riprodotta, secrèta, da una specie di incessante ri-Genesi... Beninteso, non si tratta solo di una anonima « potenza impersonale » : ci sono anche ceti, gruppi e figure ''personali'' di quelli che comandano : quelli che utilizzano, ''spremono e buttano'', vampirizzano, schiacciano, vessano, opprimono, seminano infelicità a oltranza. Sono una specie di congerie di zombi, una ''classe morta'', una sorta di tènia con articolazioni locali, che si gonfia trasversalmente dentro il 'corpo' della specie umana, presentandosi in modo proteiforme, con frazioni e fazioni che la compongono che confliggono come sempre confliggono i concorrenti, anche 'a morte', ma legati da quel ''correre insieme''... [...*] Se, come scrive Machiavelli nel Principe, «non si governa senza crimine», è chiaro che il tasso di maleficio, di produzione di male-di-vivere, è consustanziale alle relazioni di utilizzazione, di comando, al principio gerarchico, a tutti i dispositivi miranti ad 'aspirare', 'succhiare' forza vitale, energia, potenza cioè «persistenza nel proprio essere», disperata vitalità delle genti, dei 'comuni-mortali'.

 

Dispositivi, miranti a confiscare questa potenza, ad inibirne un costituirsi indipendente, autonomo, in una comunanza interattiva, comunanza autonomamente costruita di singolarità dotate di riflessività, capaci di responsabilità comune, cooperazione, la cui libertà si alimenta di quella d'ogni altra singolarità (il che è tutt'altro che spontaneo, anzi, ''è la cosa più difficile del mondo''). Che si tratti di catene gerarchiche, di dominazione, sfruttamento, arbitrio, di 'potere di vita e di morte' su altrui, di sovrastamento, «legali» o «illegali», la natura profonda, il DNA, è lo stesso : analogie, denominatori comuni, fanno largamente aggio sulle specificità e distinzioni. E' sotto gli occhî di tutti come l'accumulazione, esponenziale, di denaro come chiave universale, e di facoltà di comando, è soggiacente a tutte le variazioni su tema. «Produzione di merci a mezzo di merci» (innanzitutto, della forza-lavoro, l'energìa umana erogata per unità di tempo [di vita]), e – come corollario ed estensione che si dilata con ritmi e proporzioni neoplastiche, metastatiche – illusionismo e autoillusionismo della ''produzione di denaro a mezzo di denaro'', sono legate ad una volizione in bilico tra il sogno (questo sì « nefasta utopia »....) di una produzione interamente automatica, a partire da macchine autocostruttive, e al contempo della contestuale reintroduzione, dove questo si era immerso, era sommerso, in quiescenza, di relazioni propriamente «servili»; pur in assenza di «schiavi» nel senso giuridico stretto di «beni mobili»... La divisa capitalistica del «chi si ferma è perduto», la spinta incessante all' estensione infinita di capitali, merci e mercati non può non pervenire a scontrarsi con il limite oggettivo della finitezza della terra su cui continuare ad operare prelievi (di risorse d'ogni tipo). La rarefazione, l'introflessione della produzione di merci sul terreno immateriale della «produzione di soggettività» e su quello della fibra stessa dell'umano , ne è conseguenza e forma tipica ; essa è altresì strettamente articolata con la finanziarizzazione crescente.


Tale processo sussume le politiche statali, ed economia & finanza sono divenute feticcio, idolo difronte al quale prosternarsi e, data la sua natura cannibalesca, portare sempre rinnovati sacrifici umani. Il capitalismo come religione, di cui parlava, sulla scorta di Marx, Walter Benjamin, oggi assume il volto implacabile di una teocrazia finanziaria, il cui dio supremo è anonimo invisibile, ed i suoi sacerdoti (come FMI, Banca Mondiale, BCE e giù digradando), la faccia pubblica. La spinta annichilante, cannibalistica dell'ultra-capitalismo in corso d'opera, sempre più nello spicchio di mondo in cui viviamo divora ricchezza socialmente prodotta, per restituirla moltiplicata ad una infima diffusa minoranza che asserve il pianeta trasformandolo in mercato per sé – la tendenza è a rendere il mondo tutto una sorta di immenso ''quarto mondo''. I fenomeni di illegalità criminale dei colletti bianchi, la loro metabolizzazione per una diffusione di controllo, sorveglianza, penalismo continui e integrali, sono effetto, congerie di epifenomeni di questa tendenza di fondo. Come scrive Giorgio Agamben, è effetto ottico illusionistico quello per cui la caduta di legittimità delle «classi dirigenti» deriverebbe dal tasso crescente di illegalità, di violazione delle regole : al contrario, il surplus di incessante ''delinquenzializzazione ulteriore'' di «caste» e super-caste che compongono l'upper class, tra il Politico e il ''Civile'', è piuttosto effetto di un preliminare e soggiacente svuotamento di legittimità.

Questo significa, in parole povere, che – a gradi diversi di assurdità e abiezione – tutte le proposte di ''riforma'', ''risanamento'', 'bonifica'' stante la permanenza dei fondamenti e presupposti delle logiche, dei 'principi elementari' della, diciamo così, ''civilizzazione capitalistico-statale'' moderna (in tutte le sue possibili varianti, variazioni su tema anche ferocemente concorrenti e confliggenti), nutrono un illusionismo che produce crescente sfacelo mentale, etico, generalmente 'antropologico'. Non stiamo qui per predicare «Unica soluzione, rivoluzione!».

 

Può anche essere che si sia già andati oltre il punto di non-ritorno, al di là del quale solo l'articolazione fra «una fine spaventosa» e «uno spavento senza fine» sembrano essere gli scenarî che dominano le previsioni sui ''nostri'' destini. Certo però che il retropensiero angoscioso, l'assillo dell'atroce sospetto che l'assurdo, nel senso, se si vuole, camusiano, sia ormai dilagante e pesi come una ineliminabile cappa di piombo sul presente e ogni pensabile seguito, non può essere accampato come base per una sorta di indifferenza e di sostanziale passiva acquiescenza, per disincanto che si fa disperazione. E questo, non tanto e certamente non solo per ripugnanza ad ogni possibile connivenza, ad ogni trasformazione del disincanto in moderno cinismo, e in paradosso di una sostanziale acquiescenza. Non solo e non tanto per ''rispetto di sé'', per non ferire e deludere alcuna persona compagna e amica, ''perché l'avevamo promesso''. Nemmeno solamente per lo scatto d'orgoglio di non volersi lasciar manipolare, decerebrare, abbrutire – a rigore, nel generale nonsenso, anche questa ambizione, questa resistenza potrebbero esser considerate fuochi fatui, vanitas, a loro volta senza alcun senso... Non si tratta solo di questo. E' che non ha senso lasciarsi manipolare da illusionismi d'ogni tipo, anche e soprattutto perché questi producono, per sovrammercato, delle abiezioni, delle infamie pratiche ulteriori, a oltranza, anche oltre la più orribile delle ratio. Possiamo vederlo in alcuni piani e casi particolari, che valgono in sé e hanno anche carattere paradigmatico. Beninteso, parliamo solo di alcuni, e in particolare di casi che ci troviamo a onoscere, e che implicano la nostra sfera di prossimità e responsabilità locale.

 

- Dell'Ilva di Taranto abbiamo detto, e torneremo a dire […*]. Lì, il nodo gordiano non può che esser tagliato imponendo con la lotta, la rivendicazione e l'azione diretta, una separazione fra la questione dei mezzi d'esistenza, del loro «reddito», dalla prosecuzione del crimine continuato di una produzione che è comprovato essere avvelenata, velenosa, mortifera. Le ragioni della vita – non lasciarsi distruggere la salute, e avere i mezzi materiali per vivere – devono imporsi risolutamente, senza alcuna concessione. Costi quel che costi sul piano dello scontro, è evidente che tutte le altre ragioni – la «competitività», il patrimonio, le considerazioni economico-finanziarie e istituzionali, devono cedere il passo, ritrarsi, esser piegate.

 

- C'è poi il suicidio di Giuseppe Burgarella (l'operaio edile, sindacalista Filcea, disoccupato da anni, che si è suicidato tenendo in mano una copia della Costituzione e lasciando scritto che senza il lavoro non aveva dignità, e dunque si toglieva di mezzo...). Occorre un'offensiva che metta in luce natura e cause dirette e indirette, materiali e morali, di questo assassinio : materiali e ''morali'', a tenaglia. Occorre contrastare, col massimo di virulenza, la propaganda infame dell'ideologia del culto del Lavoro [...*] brandita come bandiera dalle Sinistre, dalle connesse intellighentzsije martellata con goebbelsiana pertinacia. ''Lavorismo'' e ''statalismo'', su fondo di ideologia della naturalità, dell'eternità dell'economia – in senso proprio : vale a dire l'economia moderna, « economia politica », capitalismo – sono state la base iniziale del concatenamento di mutazioni mutagene che hanno snaturato il comunismo critico nel senso della sua riproposizione nel cuore del secolo XIX, seppellendo il senso della Comune di Parigi, leggendola con codici inadeguati, calcandola a forza su modelli pregressi come la Rivoluzione francese, seminando così le basi di una colossale contraffazione e malinteso, la ''rivoluzione come affare di Partito, di Stato, di élites'', condannando ad una continuità, ad una omologia esaltata da una coazione mimetica con le forme storiche che successivamente hanno incarnato relazioni di dominazione, di uso strumentale, di oppressione. Il secolo ventesimo è stato dominato dalle conseguenze a catena di tutto questo, con tutte le concrezioni ideologiche che il paradosso di quello che potremmo chiamare il ''©omunismo cràtico'' in luogo che ''critico'', la transmutazione di un movimento reale in vera e propria contraddizione in termini : un regime, un'ideologia, una dottrina e pratica economica, uno Stato e sistema di Stati, quale è stato il «socialismo reale», socialismo capitalistico di Stato, nelle più diverse varianti, fino all'inquietante ibrido dell' «economia socialista di mercato» della Repubblica popolare cinese dei giorni nostri. Si impone uno sforzo di radicale soluzione di continuità, di rottura ed esodo, a cominciare dal mentale, da tutta questa storia.

 

Oggi, il capitalismo reale, la forma ''neo-liberale, ultra-liberista'' della strutturazione della regolazione sociale, sembra essere una risposta gravida di catastrofe al fine-corsa della civilizzazione capitalistico-statale moderna, che ha secrèto le logiche dominanti la vita umana, e l'insieme della macchina-Mondo come macchina tecno-economica, storico sociale, materiale, mentale. La volizione inconfessata di questa forza impersonale, anonima e collettiva, è quella di non poter essere, e non potersi pensare, come anch'essa caduca, destinata a deperire e morire. Questo scatena la forza mortifera di un corpo che, non sopportando l'idea di una vita dopo di lui, ha il terribile riflesso di trascinare con sé nella distruzione e scomparsa ogni forma di vita esorcizzando il 'rischio' che essa possa sopravvivergli. Se possiamo leggere in filigrana questi scenarî, ne deiva l'idea, non tanto di tender l'orecchio aspettando una inevitabile ''ora X'', o piuttosto fase, concatenamento di processi sprigionantisi, certo però di tentare, nella vertiginosa 'povertà dei mezzi', di lavorare al fiorire, al costituirsi e radicarsi di forme di vita, di cooperazione, di azione che col massimo sforzo possibile siano altre, diverse, secessioni e momenti di contrasto, ''mine vaganti'', fermenti di vita di relazione, di comunanza autonoma, il più possibile sottratte alla gravitazione dentro il riprodursi di tutto quanto è oggetto delle rivolte di cui siamo, seppur come pulviscolo infinitesimo, partecipi. In questo senso, ogni cooptazione dentro illusionismi che occultino la radice delle cose, appannino e sterilizzino la critica, interpongano a pratiche comuni dirette l'intruppamento dietro alle illusionistiche ''chiamate'', comporta oltretutto la connivenza di fatto con concrete, puntuali infamie che i dispositivi istituzionali, la governamentalità e regolazione generale perpetrano. L'idea della legalità, dell'applicazione delle «regole», della «Costituzione più bella del mondo» come panacèa capace di far girare all'indietro la ruota che stritola, non solo è un gigantesco diversivo, ma costituisce una dottrina che ha una genealogia, una natura, una storia precisa : la legalità costituita come stato di fatto, che si pone come intangibile, assoluta, autolegittimata fintantoché non la si cambi, è l'idea da «Stato etico» per la quale ogni deroga dall'applicazione obbediente, ogni obiezione, ogni resistenza, è illegittima e criminale.

 

Anche lo 'scarto' più ''camusiano'', la riserva, l'intralcio, il sabotaggio, il «rifiuto di eseguire un ordine che si ritiene iniquo», è stigmatizzata, interdetta e destinata all'esser punita. Nell'incedere di quella che si chiama «crisi» e che è piuttosto l'accelerarsi entropico di un finecorsa, la cui oscura consapevolezza, i conati di contrastarlo, fanno emergere una specie di caotico rush a un ''arraffo'' finale, lasciano emergere rigurgiti di vera e propria misantropia, scatenano quella che è stata chiamata «la rivolta dei ricchi contro i poveri», e una specie di allucinata razionalità delirante di volizione assolutistica e di vera e propria ''guerra sociale dall'alto'', con aspetti di ferocia non disgiunti da cupio dissolvi ''in nome collettivo'', l'oscura percezione di sfacelo, di catastrofe incombente porta ad infittire le maglie di un gigantesco esorcismo contro, non solo l'eventualità di resistenze, rivolte, insorgenze sovversive, ma anche le forme più minimali di conflitto, di affermazione di propri interessi vitali. Forzosamente legittimato e rilegittimato dalle successive «Emergenze», tutto un armamentario poliziesco e penale, preventivo e punitivo, viene continuamente affinato e reso più asfissiante. È così che si pretende regolare la vita sociale sempre più con misure e presenza di polizia, che si irrogano condanne demenzialmente elevate per banali comportamenti lesivi dell' «ordine pubblico», tra la protesta e forme di sabotaggio prevalentemente simboliche. È così che maturano condanne abnormi, come quelle per le giornate delle manifestazioni anti-G8 di Genova 2001, o per le tumultuose mobilitazioni del 14 dicembre 2010 o dei 15 ottobre dell'anno dopo a Roma. E' così che si banalizza il ricorso alla tortura, sulla base di « necessità che fonda legittimità ».

 

È così che (la tendenza non riguarda solo l'Italia, né solo questo, quello, quell'altro schieramento ancora), in Germania per esempio la Giustizia penale, in Italia soprattutto la macchina mass-mediatica di ''fabbricazione delle coscienze'', torna e ritorna sempre sulla demonizzazione della «violenza», definita sempre come male assoluto del «terrorismo». Solo per stare alla dimensione esperienziale di chi scrive qui, sono significative, come grado di abiezione, * il caso di un processo che si svolge a Francoforte, dove una donna di ottant'anni, Sonja Suder, è detenuta e sotto processo per fatti accaduti tra il '75 e il '78 del secolo passato, e * lo scatenarsi in pubblico, senza ritegno, di una rimessa in scena di dannazione persino di una persona morta, e di un funerale – come è stato nel caso di Prospero Gallinari. [...*]

 

Quasi che – come se – si cancellasse ogni percezione, cognizione, consapevolezza e anche responsabilità di costanti storiche, e si volesse inoculare, soprattutto nelle ''giovani generazioni'', l'idea di una sorta di «fine della Storia» che determinasse l'impensabilità e l'orrore assoluto per tutto quanto è stato risvolto costante, ineliminabile (e dagli uni o dagli altri alternativamente celebrato), della vicenda umana : vale a dire, l'elemento rappresentato da tutto quanto è ricompreso sotto la definizione generica di violenza. Un tale accecamento sembra troppo assurdo, decerebrato e incredibile : resta dunque l'ipotesi di una terribile inquietudine, e di un esorcismo preventivo. Rispetto a questa radicalità, intensità di questioni, appare di desolante inadeguatezza il ricondurre tutto a indignazione, protesta, denuncia, addirittura proponendosi di convogliarla nell'imbuto di un elettoralismo che, da motivi ispiratori ''anti-partitocrazie politiche'', trae occasione per proporre un esperimento di ''neo-politica parlamentare''.

 

Non siamo venuti qui per tenere un discorsino di testimonianza, o dottrinario. Men che mai a rischiare di fare (peraltro tardivamente e senza speranze di riuscire a spiegarci ed essere ascoltati) i dissuasori e i guastafeste.

 

Prendiamo il pretesto di quest'occasione in estremis, semplicemente per lanciare una 'pulce nell'orecchio', e ''prender data'' per una scommessa in differita. Se, nel prosieguo, nei prossimi mesi ed anni, si dovesse verificare che si conferma quello che nojaltri pensiamo ; se si dovesse toccar con mano il fatto che le cose continuano a peggiorare, e il male di vivere ad aumentare ; se si toccasse con mano che la questione non è di questa o quella «forza politica», di questa e quella politica economica, questa e quella variante della governamentalità ; che la questione non è prevalentemente ''italiana'' ; che il cuore, il nodo, non è l'illegalità, e dunque la panacea non è «la legalità», non è nella «Costituzione più bella del mondo», ma che sono ormai in qustione i fondamenti, i 'principi elementari', le forme costitutive, i rapporti sociali... [...*], ecco, quale sarebbe la risposta? Affidarsi ancora, una volta ancora, all'infinito, a dei ''Salvatori della Patria'', dei ''liberatori'', dei ''pastori'', supposti sapere, a cui dare delega, rappresenza ? Credere ancora alle loro crociate, alle loro 'Verità', riporre lì le proprie aspettative, oppure – quand'anche senza diagnosi, né prognosi, né certezze di senso, né sul sé e come si possa pensare di uscire da un labirintico incubo – raccogliere tutte le forze, e intelligenza, passione, capacità di cooperare, per capire, per fare, quantomeno dar vita a delle minuscole ''gocce di vita'', che contrastino il gelo e il deserto che avanza ? Prima che alcuni volonterosi benintenzionati modifichino il corso della 'terribile inerzia delle cose', sarà piuttosto quella a snaturare loro !!! Ecco, vorremmo ricordare questo, e lanciare la piccola sfida di una scommessa per il 'dopo'. Senza troppe speranze, ma senza alcun fatalismo rassegnato, e – al fondo – ignavo.

 

Milano, 19 febbraio 2013 Qualche comuNauta di passaggio...

 

[Notabene: nella prossima 'puntata', daremo anche i riferimenti su brani citati o parafrasati ]

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Published by Oreste Scalzone
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